“Nascere sicuri”: il report di EMERGENCY sulla maternità in Afghanistan

A cinque anni dal ritiro delle forze internazionali e dal ritorno al potere dei talebani, le donne in Afghanistan continuano a incontrare ostacoli nell’accesso alle cure durante gravidanza, parto e periodo postnatale. Costi di trasporto e medicine, carenza di personale sanitario femminile, servizi insufficienti e restrizioni ai diritti delle donne compromettono la salute di madri e neonati e contribuiscono a mantenere il tasso di mortalità materna tra i più alti della regione. È quanto emerge da “Nascere sicuri, cure affidabili: il report di EMERGENCY sulla maternità in Afghanistan”, presentato il 6 settembre in chiusura del Festival della ong di Reggio Emilia. Il rapporto analizza le principali barriere che impediscono alle donne afgane di accedere a cure adeguate durante la gravidanza, il parto e il periodo postnatale, attraverso dati raccolti nelle strutture di EMERGENCY, questionari rivolti al personale sanitario di 32 strutture pubbliche afgane e gruppi di discussione nelle comunità locali.

Nel Paese, dove 21,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria e 14,4 milioni hanno bisogno di cure sanitarie [1], sono soprattutto donne e bambini a pagare il prezzo della crescente crisi economica e umanitaria. Il drastico calo dei finanziamenti internazionali, le tensioni regionali, i disastri naturali e la sistematica limitazione dei diritti delle donne stanno aggravando ulteriormente una situazione già critica.

Presente in Afghanistan dal 1999, EMERGENCY osserva da vicino queste difficoltà soprattutto nel Centro di maternità di Anabah, nella valle del Panshir, e nelle cliniche di cure primarie presenti in 5 province afgane, dove assiste gratuitamente donne e bambini. Qui le storie delle pazienti e del personale sanitario raccontano concretamente le barriere che le donne incontrano quotidianamente nell’accesso alle cure nella sfera della maternità.

Secondo il rapporto appena pubblicato le barriere economiche rappresentano uno dei principali deterrenti alla ricerca di cure da parte delle donne e delle loro famiglie. “Anche quando i servizi dovrebbero essere gratuiti – ha spiegato dal palco del Festival di Reggio Emilia Francesca Bocchini, coordinatrice ufficio advocacy EMERGENCY – i costi che le famiglie devono affrontare per esami e servizi specialistici sono molto alti poiché è necessario rivolgersi a strutture private.” Ad esempio, l’ecografia non è disponibile in nessuna clinica di base esaminata, mentre terapie intensive, banche del sangue e diagnostica avanzata sono concentrati in poche strutture che per questa ragione risultano sovraffollate. Degli ospedali analizzati, diversi si trovano spesso a dover accogliere due o tre pazienti per letto nei reparti di degenza.

Così, in 17 su 18 strutture primarie analizzate, le donne non accedono ai servizi o li raggiungono troppo tardi perché le famiglie non possono permettersi costi di medicine e trasporti. Anche questi ultimi sono infatti troppo dispendiosi, o inaccessibili nelle aree remote in cui le pazienti vivono. Le ambulanze sono disponibili solo in un terzo delle strutture analizzate: l’assenza di ambulanze attive 24/7 e adeguatamente equipaggiate risulta spesso fatale perché le famiglie devono provvedere autonomamente.

“Nel nostro distretto le strade sono molto impervie e non esistono mezzi di trasporto adeguati – spiega un partecipante al gruppo di discussione in Helmand* –. Quando una donna deve partorire, viene prima sistemata in un cesto di fortuna, poi trasportata da diverse persone sulle spalle e, in seguito, il cesto viene caricato su un asino per proseguire il viaggio. Molte volte muoiono durante questo viaggio.”

Un altro ostacolo, tra gli effetti più gravi delle restrizioni imposte negli ultimi cinque anni alle donne, è la crescente carenza di personale sanitario femminile. Nelle 18 strutture sanitarie primarie analizzate al di fuori della rete EMERGENCY, soltanto una dispone della presenza di una dottoressa. “Il divieto di accesso all’università e alla specializzazione limita infatti la possibilità di formare nuove ginecologhe e specialiste – ha proseguito Bocchini – con conseguenze dirette sulla qualità delle cure posto che per prassi culturale le donne vengono preferibilmente curate da donne. In molti casi sono quindi le ostetriche devono gestire le complicanze e le procedure d’emergenza senza poter contare sul supporto di specialisti.”

L’anello più debole lungo il percorso di cura materna e neonatale è il periodo postnatale: sia nelle strutture sanitarie primarie che in quelle ospedaliere analizzate la dimissione entro sei ore dal parto – e non dopo le raccomandate 24 – è una pratica diffusa in 25 delle 28 strutture analizzate, e, nonostante la familiarità con le pratiche di base per la cura del neonato, la consapevolezza della comunità riguardo alla necessità di controlli postnatali rimane limitata, lasciando una grave lacuna nelle conoscenze sulla salute post-parto sia per le madri che per i neonati.

“Nella società afgana – racconta poi una delle ginecologhe afgane del Centro di maternità di EMERGENCY ad Anabah* – non si sceglie autonomamente se recarsi in ospedale per una visita, ma ci si consulta con la famiglia, con la comunità, bilanciando esigenze logistiche ed economiche con esperienze passate, norme e prassi culturali. Anche durante la gravidanza la consapevolezza dell’importanza delle visite di controllo è molto limitata e questo può portare a una mancata identificazione di complicanze o fattori di rischio con gravi conseguenze per la salute della mamma e del neonato”. Lo dimostra ad esempio l’aumento del 45% dei ricoveri in terapia sub-intensiva al Centro di Maternità di EMERGENCY nell’arco di cinque anni.

Nonostante i membri della comunità abbiano raccontato di un cambiamento intergenerazionale, con un maggiore ricorso al parto nelle strutture sanitarie per una maggiore sicurezza, i dati raccolti da EMERGENCY evidenziano ancora un accesso tardivo all’assistenza prenatale: il 54% delle donne si presenta alle visite soltanto nel secondo o nel terzo trimestre di gravidanza e appena l’11% completa le quattro visite raccomandate.

“Quando sono rimasta incinta per la prima volta – racconta una partecipante al gruppo di discussione di Kabul* –, non ero consapevole dell’importanza di un’adeguata assistenza medica, né immaginavo che potessero insorgere gravi complicazioni. Non mi sono recata da un medico e nemmeno la mia famiglia ha compreso l’importanza di accompagnarmi alle visite di controllo. A causa di questa mancanza di consapevolezza e di cure tempestive, ho perso la mia bambina.”

Sia donne che uomini intervistati durante la ricerca hanno sottolineato poi in visite e ricoveri nelle strutture pubbliche la mancanza di una comunicazione diretta, di supporto emotivo e psicologico, e di un trattamento rispettoso sottolineando come quindi anche la sfera più emozionale della cura rappresenti un tassello fondamentale per garantire alle donne un accesso pieno e dignitoso al diritto alla salute.

“Il report dimostra che le difficoltà di accesso alle cure materne e neonatali non dipendono da un singolo fattore, ma dall’interazione di ostacoli economici, geografici, sociali e culturali che colpiscono in modo particolare le donne – ha concluso Bocchini –. L’esperienza di EMERGENCY dimostra che, anche nei contesti umanitari più difficili, è possibile ridurre queste barriere attraverso un modello integrato che garantisca continuità assistenziale, rafforzi l’assistenza primaria e assicuri percorsi di riferimento efficaci verso i livelli di cura più avanzati. Per questo chiediamo che la comunità internazionale non abbandoni l’Afghanistan, che alle donne vengano restituiti il diritto allo studio e al lavoro e che si investa nella formazione del personale sanitario e nel rafforzamento del sistema sanitario afgano attraversi aiuti a lungo termine.”

EMERGENCY è presente in Afghanistan con il Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul, il Centro chirurgico per vittime di guerra di Lashkar-gah (Helmand), il Centro chirurgico, il Centro pediatrico e il Centro di maternità di Anabah (valle del Panshir) e una rete di oltre 30 Posti di primo soccorso (FAP) e di Centri sanitari di base (PHC). Lo staff delle sue strutture è composto per il 20% da donne afgane di cui 76 sono ostetriche e 23 sono specialiste e specializzande in ginecologia e ostetricia. Dal 1999 ha curato oltre 8,5 milioni di persone in un Paese che oggi conta più di 48 milioni di abitanti. Dalla sua apertura nel 2003 il Centro di maternità di Anabah ha visto nascere oltre 100mila bambini.

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Ucciso per errore dalla camorra a 17 anni: il Memorial per Genny

Aveva 17 Genny Cesarano quando alle 4.50 del 6 settembre 2015 fu raggiunto da due colpi di pistola al petto, davanti alla Chiesa di San Vincenzo nella Sanità. Il ragazzo fu trasportato all’ospedale Pellegrini ma era ormai deceduto. La polizia scientifica trovò sul posto 18 bossoli di diverso calibro e si pensò ad uno scontro di matrice camorristica. Furono fatte molte manifestazioni a cui intervenne anche la Chiesa e l’11 settembre si svolsero i funerali di Genny. Dalle prime indagini emersero riferimenti al teatro delle azioni nella cosiddetta “paranza dei bambini”, scontri tra clan giovanissimi.

Nel 2019 la Corte di Appello confermò la conferma per tre responsabili e nel 2022 per un quarto che ebbe l’ergastolo. Tante le iniziative organizzate per Genny, vittima innocente della camorra, come la Notte Bianca e i Memorial in suo ricordo.

Domani nel Rione Sanità, infatti, si terrà la Seconda Edizione del Memorial Genny Cesarano. Il Memorial è stato organizzato dalla Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania con Libera – Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie, il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, il Centro Sportivo Italiano, l’Associazione che porta il nome di Genny e con la Rete Educativa del Rione Sanità, che nei giorni 28 e 29 Ottobre terrà ulteriori iniziative nel segno della legalità e in memoria di Genny.

Domani si parte alle 9.30 al Campo Sportivo “San Gennaro dei Poveri” in vico San Gennaro dei Poveri, dove si terrà un quadrangolare di calcio all’insegna dello sport come veicolo educativo contro la violenza, alla presenza delle rappresentanze istituzionali del nostro territorio. Alle ore 12.30 si terrà la cerimonia di premiazione.

Alle ore 18, invece, nella Basilica di Santa Maria della Sanità, sarà celebrata una messa in memoria di Genny. Successivamente ci si sposta in Piazza Sanità per omaggiare la statua eretta in onore di Genny. In quell’occasione i rappresentanti della Rete Educativa del Rione Sanità riceveranno i volumi “Cyberbullismo e Benessere Digitale”, di Paolo Siani.

 

di Francesca Mari

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Giornata del benessere sessuale, gli esperti ai giovani: «Consapevolezza prima del consenso»

Oggi, 4 settembre, si celebra la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, con lo scopo di abbattere i tabù e promuovere una visione integrale della salute affettiva, ponendo al centro soprattutto le nuove generazioni. Parlare di sessualità giovanile oggi significa esplorare i ragazzi nella loro interezza, unendo due sguardi complementari: quello rivolto alla dimensione interiore dell’individuo e quello focalizzato sul contesto sociale e divulgativo in cui i giovani crescono.

Per compiere questo viaggio a tutto tondo in questa giornata di riflessione sui ragazzi e sul loro futuro affettivo, abbiamo raccolto la testimonianza della Dott.ssa Sonia De Balzo, psicologa e psicoterapeuta, e del Dott. Vincenzo De Falco, psicologo, psicosessuologo e presidente della sezione Campania di ANLAIDS.

Il punto di vista clinico della Dott.ssa Sonia De Balzo offre una chiave di lettura fondamentale per esplorare la gestione delle emozioni nei ragazzi e la percezione del sé. 

Quando parliamo di prevenzione e consapevolezza, non ci riferiamo solo all’aspetto medico. Cosa significa educare a un sesso consapevole ed emotivamente sano?



La prevenzione medica ti dice come evitare una gravidanza indesiderata o un’infezione. La prevenzione psicologica ti insegna a chiederti: perché lo sto facendo? Lo voglio davvero? Come mi sentirò dopo? Educare a un sesso consapevole vuol dire insegnare tre competenze che a scuola nessuno ci insegna. Ritengo che l’attenzione vada posta innanzitutto sull’argomento dell’alfabetizzazione emotiva, nello specifico saper riconoscere se sto facendo sesso per desiderio, per noia, per paura di essere lasciata, per sentirmi accettata; sulla regolazione emotiva, che mi aiuta a capire che posso fermarmi anche a metà se non mi sento più a mio agio, e che questo non è un fallimento; e soprattutto sulla responsabilità affettiva: capire che l’altro non è un corpo da usare, ma una persona con una sua storia emotiva. Un sesso attento alla salute emotiva è quello dopo il quale ti senti più integra, non più vuota. Per me prevenzione non è solo preservativo e pillola. Quello è il minimo. Prevenzione vera significa spostare l’attenzione dal “come non farsi male” al “come farsi bene”. Da Donna e da professionista del settore per me educare a un sesso consapevole significa insegnare che il tuo stato emotivo conta quanto il tuo stato di salute.

 

Dal punto di vista psicologico e relazionale, quali elementi definiscono una sessualità autenticamente libera e consapevole?


Oggigiorno a mio parere c’è un grande equivoco sulla parola “libero”. Tanti giovani pensano che libero significhi fare di tutto, con tutti, subito. Ma quella non è libertà, è spesso prestazione. Dal punto di vista psicologico, libero significa libero dal copione sociale, libero dalla visione patriarcale del porno, libero dal giudizio e soprattutto dall’ansia di dover dimostrare qualcosa. E consapevole significa soprattutto essere consapevole del mio corpo e dei miei limiti in quel giorno, in quel momento, che il desiderio non è sempre lineare, ma soprattutto che la sessualità è relazione, anche quando è un rapporto occasionale. Vivere la sessualità in modo sano non ti rende solo più felice a letto. Abbassa l’ansia, migliora l’autostima, ti insegna a mettere confini in tutti gli ambiti della vita. Chi sta bene nella sua intimità, sta meglio anche fuori. È fondamentale educare i giovani a dire di no senza paura, e sentirsi liberi di dire di sì senza vergogna.

Consapevolezza di sé, rispetto del corpo altrui e cultura del consenso possono prevenire violenza e prevaricazione?



Questa è una domanda di grande importanza. A mio avviso la violenza non nasce mai dal sesso, nasce dal potere. E la prevaricazione inizia molto prima di un atto fisico: inizia quando ignoro un “non so”, un corpo che si irrigidisce, uno sguardo che chiede di fermarsi. Per questo dico sempre che il consenso non è un modulo da firmare, è una cultura della Consapevolezza di sé. Una persona che non conosce i propri confini non può nemmeno difenderli. Significa educare al rispetto del corpo che non è a nostra illimitata disposizione. È considerare un territorio che mi viene aperto solo se invitato. Cultura del consenso per me significa insegnare che il consenso è libero, entusiasta, reversibile e specifico. Se educhiamo i giovani così, non stiamo solo prevenendo la violenza sessuale, stiamo prevenendo relazioni manipolatorie, possessive, dove uno vale più dell’altro. E questa è la vera prevenzione perché la violenza non parte mai da un pugno. Parte da quando non ti ascoltano.

Ci sono secondo Lei delle regole da insegnare ai giovani di oggi?



Si: proteggersi è un atto d’amore per se stessi; conosci te prima di farti conoscere da altri; piacere, non prestazione.


La vostra associazione propone di offrire strumenti concreti di prevenzione ed educazione alla salute per le nuove generazioni. Di cosa hanno davvero bisogno i giovani in Campania per fare prevenzione ed essere informati in modo sicuro?

I giovani hanno bisogno di informazioni corrette, accessibili e prive di giudizio. La prevenzione non può limitarsi a dire ai ragazzi cosa non devono fare: dobbiamo fornire loro gli strumenti per comprendere il proprio corpo, le relazioni, la sessualità, le infezioni sessualmente trasmissibili, la contraccezione e l’importanza del consenso. In Campania, come in molte altre realtà, è fondamentale creare luoghi e occasioni in cui un ragazzo possa fare una domanda senza sentirsi giudicato. Scuola, famiglia, servizi sanitari, associazioni e professionisti devono lavorare insieme. Oggi significa anche educare alla capacità di riconoscere le fonti affidabili sul web. Internet può essere una grande risorsa, ma non tutto ciò che troviamo online è informazione. Un giovane deve sapere a chi rivolgersi quando ha un dubbio e deve poter incontrare professionisti preparati, capaci di parlare il suo linguaggio. La vera prevenzione nasce dalla consapevolezza: conoscere significa poter scegliere, e poter scegliere significa essere più liberi e anche più responsabili.

Infatti oggi spesso i ragazzi cercano informazioni sul web o nella pornografia. Come si aiuta un giovane a passare da una visione distorta del sesso a una sessualità davvero consapevole e rispettosa?

Non credo sia utile demonizzare né il web né la pornografia. Dobbiamo piuttosto aiutare i giovani ad essere consapevole delle scelte, comprendere la differenza tra rappresentazione e realtà. La pornografia NON nasce con l’obiettivo di educare alla sessualità: propone una rappresentazione costruita, spesso estrema e priva di quella dimensione fondamentale che nella vita reale è fatta di emozioni, comunicazione, reciprocità e consenso. Educare alla sessualità significa quindi parlare anche di ciò che raramente viene mostrato online: il diritto di dire sì, ma anche il diritto di dire no; il rispetto dei tempi dell’altro; la possibilità di cambiare idea; il dialogo; la protezione della salute e, soprattutto, l’idea che il piacere non possa mai essere separato dal rispetto. Un ragazzo non va fatto sentire in colpa per le proprie curiosità. Va aiutato a sviluppare senso critico. Dobbiamo insegnargli a chiedersi: quello che sto vedendo rappresenta davvero una relazione sana? C’è reciprocità? C’è consenso? C’è rispetto? Quando diamo ai giovani strumenti culturali e affettivi, la pornografia smette di essere un modello da imitare.

C’è un legame tra educazione alla libertà e prevenzione della violenza di genere?



La libertà sessuale, se correttamente intesa, è innanzitutto libertà di autodeterminazione. Significa che ogni persona deve poter scegliere del proprio corpo, delle proprie relazioni e della propria sessualità senza subire pressioni, discriminazioni o violenze. Ma la libertà non significa assenza di regole: significa, al contrario, riconoscere l’altro come persona libera quanto noi. Per questo il consenso è centrale. Non basta che non ci sia un “no”: deve esserci una scelta libera, consapevole e rispettata. La cultura del possesso nasce quando l’altra persona viene considerata qualcosa che ci appartiene. Educare alla libertà significa invece insegnare fin da giovani che amare qualcuno non significa possederlo, che una relazione non dà diritto di controllare l’altro e che la gelosia non è una prova d’amore. Anche abbattere i pregiudizi è prevenzione. Quando una società smette di giudicare le scelte personali sulla base di stereotipi e comincia a parlare apertamente di affettività, consenso, rispetto e parità, diventa più difficile normalizzare quei comportamenti di controllo e sopraffazione che possono essere alla base della violenza. La violenza di genere non si combatte soltanto intervenendo quando è già avvenuta. Si combatte anche prima, attraverso l’educazione alle relazioni sane.

Qual è il messaggio più importante che vorrebbe lasciare oggi a un ragazzo o a una ragazza che ha dubbi sulla propria sessualità, sul proprio corpo o sulle proprie relazioni?



Non abbiate paura di fare domande e non abbiate paura di chiedere aiuto. Non esistono domande stupide quando si parla di salute, sessualità e relazioni. Cercare informazioni corrette e confrontarsi con un professionista non significa avere un problema: significa prendersi cura di sé. E soprattutto, vorrei che ogni giovane imparasse una cosa semplice ma fondamentale: il proprio corpo non è qualcosa di cui vergognarsi e quello dell’altra persona non è qualcosa che ci appartiene. La sessualità può essere libera soltanto quando è consapevole, consensuale e rispettosa.
di Carmela Cassese

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Rogo ad Airola, il vescovo di Acerra alle istituzioni: «Fate presto, evitate ritardi e intervenite con azioni efficaci»

Il mese in cui la Chiesa universale celebra il Tempo del Creato si apre con un rogo che brucia aria pulita e fiducia nelle istituzioni. È accaduto nei giorni scorsi in uno stabilimento adibito allo stoccaggio e al riciclo dei rifiuti nell’area PIP di Airola, in provincia di Benevento: un deposito già sotto sequestro, segnalato più volte come una potenziale bomba ecologica, che ora brucia da giorni diffondendo diossina nell’aria, nonostante i dati definiti «rassicuranti» dall’Arpac.

A intervenire con una nota è monsignor Antonio Di Donna, vescovo di Acerra e presidente della Conferenza episcopale campana, che parla apertamente di «tragedia annunciata» e chiede alle istituzioni interventi rapidi ed efficaci.

Il territorio della diocesi di Acerra comprende i comuni della Valle di Suessola, Arienzo, Cervino, San Felice a Cancello e Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta, tutti coinvolti dalle conseguenze del rogo. Proprio a causa dell’emergenza, la diocesi ha annullato il pellegrinaggio e la Messa per il Creato in programma domenica prossima a San Felice a Cancello.

«È davvero intollerabile essere, ancora oggi, costretti a registrare gli effetti devastanti di una “tragedia annunciata” quale è il rogo di un deposito già sotto sequestro, e tante volte segnalato come una vera e propria bomba ecologica», scrive Di Donna nella nota, diffusa da Acerra il 4 settembre.

Il vescovo esorta i cittadini a continuare a denunciare con tempestività le situazioni di rischio per l’ambiente e chiede agli organi preposti di prendere sul serio tali segnalazioni, per prevenire ulteriori disastri. Un ringraziamento va ai Vigili del Fuoco e alla Protezione Civile, impegnati nell’opera di contenimento dei danni.

Alle istituzioni Di Donna rivolge un appello diretto: «Fate presto, evitate ritardi e intervenite con azioni efficaci». E richiama le parole lasciate da Papa Leone ad Acerra lo scorso maggio, invitando ad abbandonare l’indifferenza e a scegliere la responsabilità, per essere, come comunità, «noi stessi la risposta».

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Stress da fine vacanze? Lo psichiatra: «Non chiamatela sindrome da rientro, la verità è che non ci siamo mai davvero assentati»

«La sindrome da rientro non è una diagnosi: è il conto di un’estate in cui non ci siamo mai assentati». Lo afferma Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli per la salute emotiva e comportamentale, commentando la “formula” che ogni fine agosto sembra voler collocare lo stress post-vacanze e la fatica del rientro tra le condizioni cliniche.

Quella sindrome, ricorda lo psichiatra, non compare in alcun sistema diagnostico riconosciuto, e non per una svista dei classificatori: il riadattamento a una routine dopo un’interruzione è un processo ordinario, con una fisiologia propria e una durata breve. Chiamarlo “sindrome” ha per Barretta un costo doppio. Induce a leggere come malattia ciò che malattia non è, e sottrae parole e attenzione al disagio che in autunno emerge davvero, con ben altra consistenza e con assai minore spazio mediatico.

 

«Ogni settembre discutiamo per giorni di una condizione che non esiste, mentre di quelle che esistono non parliamo quasi mai», afferma Barretta. «Il paradosso è che questo eccesso di allarme su un fenomeno normale finisce per rendere meno riconoscibile il disagio vero, quello che non si esaurisce in due settimane e che meriterebbe una risposta clinica».

 

Resta però la questione di fondo, e lo psichiatra la considera la più scomoda: se il rientro è un processo ordinario, occorre chiedersi perché oggi pesi più di ieri. La risposta, sostiene, non sta nel rientro ma in ciò che lo ha preceduto. «Le ferie hanno funzionato storicamente come discontinuità, un intervallo in cui il contesto lavorativo diventava temporaneamente irraggiungibile. Quella condizione è largamente venuta meno: la posta resta consultabile, le conversazioni professionali proseguono sulle stesse applicazioni e sugli stessi social che ospitano quelle familiari, la reperibilità si frammenta in micro-intrusioni che nessuno contabilizza come lavoro perché durano pochi secondi».

 

«Chi torna stanco da due o tre settimane di ferie non ha un disturbo. Ha una vacanza che non è mai cominciata», osserva il direttore scientifico del Centro Noesis. «Ad agosto possiamo cambiare luogo, ma non cambiamo ambiente. Quello in cui si svolge gran parte della nostra vita lavorativa e relazionale è un ambiente immateriale che non ha coordinate geografiche, si sposta con noi, e nessun chilometro lo attenua. Chi rientra da tre settimane di connessione ininterrotta non sta reagendo male al ritorno, sta registrando tutto insieme il costo di una continuità che non ha mai interrotto».

 

Da qui una riformulazione della domanda pubblica che Barretta considera più utile di ogni decalogo sul rientro graduale. «La questione non è come sopravvivere a settembre, ma se siamo ancora capaci di andarcene», sottolinea. «Non riguarda la resilienza di chi torna al lavoro con fatica, riguarda la possibilità concreta, organizzativa e culturale, di costruire intervalli reali».

 

Su questo terreno il direttore scientifico del Centro Noesis chiama in causa il diritto alla disconnessione, che considera un diritto inalienabile del lavoratore e non una concessione negoziabile. «Il diritto al riposo, se l’ambiente immateriale resta accessibile in ogni ora e in ogni luogo, è un diritto svuotato», afferma. «Riconoscere la disconnessione come diritto inalienabile significa restituire alle ferie e al fine giornata la sostanza che avevano: non un permesso a rispondere più lentamente, ma la garanzia che ci sia un tempo in cui nessuno è raggiungibile».

 

Una tutela di questo tipo, avverte però Barretta, non basta da sola. «Nessuna norma protegge chi non ha strumenti per abitare consapevolmente l’ambiente immateriale», conclude. «Accanto al diritto serve un’educazione al benessere che comprenda il benessere digitale, e che parta dalla scuola e dai contesti familiari prima ancora che dai luoghi di lavoro. Solo così la salute emotiva e comportamentale smette di essere una questione individuale di resistenza e torna a essere ciò che è: una responsabilità collettiva».

 

 

 

 

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