Attività commerciali del Terzo settore, Orlando firma il decreto

Riproponiamo l’articolo di Gabriele Sepio per Vita relativo al via libera da parte del ministro del Lavoro alla disciplina delle cosiddette attività “diverse” per la cui piena operatività si attende ora la firma del Ministro delle Finanze e la successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Arriva un altro tassello per il completamento della riforma del Terzo settore. Il Ministro del Lavoro Andrea Orlando ha infatti annunciato, lo scorso 30 aprile, la firma del decreto che disciplina le c.d. attività “diverse” per la cui piena operatività si attende ora la firma del Ministro delle finanze e la successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Si tratta delle attività commerciali che gli enti del terzo settore potranno svolgere in via secondaria e strumentale accanto agli obiettivi principali di interesse generale. Rientrano in questa categoria, ad esempio, le entrate derivanti dalle sponsorizzazioni o dalla vendita di beni e prestazioni di servizi, attraverso le quali solitamente gli enti reperiscono risorse per finanziare gli scopi principali. Attività, queste, che finora venivano regolate con criteri e requisiti eterogenei a seconda della tipologia di enti. Verranno assorbite nelle attività diverse, ad esempio, quelle c.d. “connesse” previste per le ONLUS oppure “marginali” per le organizzazioni di volontariato.

Con la riforma del Terzo settore tutte le tipiche attività commerciali diverse da quelle di interesse generale vengono, dunque, ricondotte all’interno di una unica categoria, con una disciplina finalmente uniforme per tutti gli enti. Questa regolamentazione permetterà di raggiungere due obiettivi importanti. Da un lato superare le incertezze legate alla possibilità per gli enti non profit di potersi finanziare svolgendo attività commerciale che non rientra tra gli scopi principali, purchè siano rispettati paletti ben precisi. Dall’altro stabilire regole valide per tutti al fine di evitare che si possano utilizzare gli enti non profit come scorciatoia per svolgere vere e proprie attività commerciali mascherate dietro lo schermo formale del terzo settore. Uno schema troppo spesso favorito dalla concessione di incentivi fiscali a pioggia non accompagnati da puntuali regole di trasparenza.

Ma quali sono, dunque, i criteri per lo svolgimento delle attività diverse e, in particolare, quali i limiti alle entrate derivanti da queste ultime?

Un primo aspetto da considerare riguarda la secondarietà. Gli enti del terzo settore dovranno, infatti, garantire lo svolgimento in via prevalente delle attività di interesse generale. Per questa ragione le attività diverse sono ammesse purchè rientranti in due parametri alternativi. Il primo prevede, come per le imprese sociali, che i ricavi derivanti da questo tipo di attività non siano superiori al 30% dei ricavi complessivi dell’ente. Il limite potrà essere “elastico”, ovvero laddove si dovesse superare la soglia per una annualità sarà possibile recuperare la differenza l’anno successivo. Ad esempio, in caso di entrate da attività diverse pari al 40% (quindi del 10% superiore alla soglia) sarà necessario rispettare il limite del 20% l’anno successivo. Il secondo parametro per rispettare la secondarietà prevede che i ricavi da attività diverse non possa superare il 66% delle spese complessive dell’ente. Sarà quest’ultimo, molto verosimilmente, il parametro più gettonato dai tantissimi enti che svolgono attività principale in forma gratuita o senza ricevere corrispettivi veri e propri. A favorire l’utilizzo di questo criterio concorrerà anche il fatto che tra i costi complessivi potranno essere considerati quelli figurativi riguardanti l’impiego dei volontari.

Il secondo parametro fondamentale per poter svolgere attività diverse sarà quello della strumentalità. Questo significa che tali attività dovranno essere esercitate per la diretta realizzazione di quelle principali, ovvero delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale perseguite dall’ente del Terzo settore. Viene meno, dunque, un criterio che finora aveva limitato il ricorso alle attività connesse da parte delle ONLUS. Per queste ultime l’Agenzia delle entrate ha da sempre richiesto la presenza di un vincolo funzionale con quelle di interesse generale. Il criterio richiesto dalle nuove regole del terzo settore richiede, dunque, che le risorse derivanti dalle attività diverse, qualunque esse siano, debbano essere reinvestite negli scopi principali dell’ente.

Laddove l’ente non dovesse rispettare tali parametri si potrà arrivare anche alla cancellazione dell’ente dal registro unico nazionale del terzo settore, con conseguente perdita della qualifica di ETS. Dal punto di vista fiscale tali attività potranno godere di alcuni regimi forfettari. Una volta ottenuta l’autorizzazione della UE sulle misure tributarie previste dal codice del terzo settore, gli enti del terzo settore non commerciali potranno beneficiare di un regime forfettario agevolato (art. 80 del codice del terzo settore). Mentre le associazioni di promozione sociale e le organizzazioni di volontariato potranno godere, entro il limite dei 130 mila euro di entrate commerciali, di un regime speciale che non prevede l’applicazione dell’IVA e che, sostanzialmente, azzera l’impatto legato all’imposizione diretta (si applicherebbe in questo caso un coefficiente di redditività dell’1% per ODV e del 3% per APS). Vale la pena notare il regime delle attività diverse semplifica anche il trattamento fiscale oggi riservato alle associazioni sportive dilettantistiche. Per quelle, tra queste ultime, che decidessero di restare fuori dal Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, le attività commerciali restano agevolate fiscalmente solamente se connesse allo svolgimento di una disciplina sportiva riconosciuta dal Coni. Fuori da questo parametro le entrate scontano una tassazione ordinaria con IVA al 22% e IRES al 24%. Il trattamento fiscale agevolato previsto dalla riforma del terzo settore, al contrario, assorbe qualsiasi entrata commerciale nei limiti quantitativi previsti. Vale la pena ricordare, restando nel confronto con il trattamento riservato alle associazioni sportive, che, a seguito dei decreti di riforma dello sport (in particolare D.lgs 36/2021), è prevista l’introduzione di puntuali limiti alle entrate commerciali degli enti sportivi che dovranno seguire, secondo il medesimo schema previsto dalla riforma del terzo settore, criteri di secondarietà e strumentalità.

 

Proseguono gli appuntamenti delle Assemblee Consultive Territoriali. Giovedì 29 aprile spazio alle associazioni dell’area nolana e area vesuviana interna

Giovedì 29 aprile toccherà alle associazioni dell’area dell’area nolana e area vesuviana interna di confrontarsi con il CSV Napoli per condividere processi, azioni e strategie utili a supportare il volontariato di questi territori.

Sono invitati a partecipare (Comuni di Camposano, Carbonara di Nola, Casamarciano, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Liveri, Mariglianella, Marigliano, Nola, Palma Campania, Roccarainola, San Gennaro Vesuviano, San Paolo Bel Sito, San Vitaliano, Saviano, Scisciano, Tufino, Visciano) e l’area Vesuviana interna (Comuni di Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Massa di Somma, Ottaviano, Poggiomarino, Pollena Trocchia, Pompei, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Striano, Terzigno, Trecase e Volla). Clicca qui per partecipare

 

L’appuntamento con l’Assemblea Consultiva Territoriale è online alle ore 15.30.

Ampio spazio al dialogo e al confronto per consentire a tutti di esprime le proprie idee e offrire il proprio contributo per partecipare alla costruzione della nostra programmazione futura.

Summer School in Cinema, Human Rights and Advocacy

Il Global Campus of Human Rights, in collaborazione con Picture People, organizza la 16° edizione della Summer School in CinemaHuman Rights and Advocacy, un corso di una settimana con possibilità di fare domanda di borse di studio a copertura totale della quota di partecipazione.

A causa dell’emergenza COVID-19, il corso si terrà in formato blended dal 30 agosto all’8 settembre 2021, con alcune sessioni online e altre in presenza al Lido di Venezia, presso la sede del Global Campus e gli spazi della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

La Summer School offre un entusiasmante programma di conferenze, proiezioni di film, discussioni, gruppi di lavoro e un seminario di narrazione che combina competenze sui diritti umani, studi sui media e strategie di difesa dei video advocacy. Nel programma di quest’anno verrà dedicata particolare attenzione alla difesa dei diritti dei minori.

Sono incoraggiati a partecipare alla Summer School: professionisti dei diritti umani, media, ONG, terzo settore (volontario) e chiunque usi o sia interessato a utilizzare i media audiovisivi come strumento per promuovere il cambiamento sociale. Si richiede laurea o dottorato.

La scuola seleziona un massimo di 30 partecipanti. Il Global Campus of Human Rights offrirà fino a 10 esenzioni dalle tasse scolastiche e 4 borse di studio complete rivolte, in particolare, a studenti, esperti e/o professionisti il ​​cui campo di competenza e ricerca si concentra sui diritti dei bambini nonché futuri leader del settore.

Tutti i corsi si terranno in inglese. I partecipanti al corso riceveranno un certificato di partecipazione

Clicca qui per iscriverti…C’è tempo fino al 20 giugno 2021.

 

Co-progettazione e gestione di percorsi di sostegno ed inclusione socio lavorativa delle persone in esecuzione penale in Campania

Con decreto dirigenziale n. 98 del 16 aprile 2021 è stato approvato l’Avviso Pubblico “Manifestazione di interesse finalizzata all’individuazione di soggetti del terzo settore disponibili alla co-progettazione e gestione di percorsi di sostegno ed inclusione socio lavorativa delle persone in esecuzione penale in Campania”.

I soggetti in possesso dei necessari requisiti di ammissibilità, di cui all’art. 6 dell’avviso, potranno manifestare il proprio interesse, a pena di esclusione, presentando apposita istanza di partecipazione esclusivamente tramite la piattaforma raggiungibile all’indirizzo https://BOL.regione.campania.it/.

Le domande di partecipazione potranno essere compilate a partire dalle ore 12,00 del giorno 22/04/2021 e dovranno essere inviate secondo le modalità indicate nell’avviso entro le ore 12,00 del giorno 20/05/2021.

Per ogni comunicazione o richiesta dovrà essere utilizzato l’indirizzo di posta elettronica dg.500500@regione.campania.it.

Tutte le comunicazioni tra il richiedente il contributo e la Regione Campania dovranno avvenire esclusivamente mediante l’indirizzo di posta elettronica certificata, dichiarato nella domanda di partecipazione.

Il Responsabile Unico del Procedimento è la Dott.ssa Marina Rinaldi Responsabile dello Staff 91 della DG 50.05, coadiuvata per le attività istruttorie dalla dott.ssa Margherita Palatucci, funzionario incardinato nel medesimo Staff 91.

Scarica la modulistica…clicca qui

Il Manifesto per il dibattito pubblico sulle opere della transizione ecologica

Per accelerare la transizione energetica nella Penisola e sbloccare i cantieri occorre scommettere su trasparenza delle informazioni e qualità dei progetti in modo da poter garantire un confronto serio che consenta di affrontare e risolvere i problemi, ridimensionando lo spazio per il “nimby” dei cittadini (not in my backyard, ossia non nel mio giardino), il “nimto” degli eletti (not in my terms of office, non nel mio mandato) e quello per le fake news. Per questo è fondamentale mettere in campo le seguenti azioni: garantire in primis il dibattito pubblico su tutti i progetti di opere nel nostro Paese, compresi quelli della transizione ecologica, attraverso una procedura che permetta di stabilire tempi certi e il diritto dei cittadini ad essere informati, a potersi confrontare sui contenuti dei progetti, ad avere risposta rispetto alle preoccupazioni ambientali e sanitarie. Rivedere la normativa sul Dibattito pubblico (DPCM 76/2018, Allegato 1) e sull’Inchiesta pubblica (articolo 24.bis, Decreto Legislativo 152/2016). Senza dimenticare di rafforzare la macchina amministrativa di determinati settori, che deve essere in grado di istruire ed esaminare nel dettaglio e con competenze specifiche i progetti, nonché di relazionarsi con i portatori di interesse.

È questo in sintesi il cuore del Manifesto per il dibattito pubblico sulle opere della transizione ecologica promosso da Legambiente, Greenpeace, WWF, Acli, ActionAid, Arci, Casa Comune, Cittadinanzattiva, Fridays for future, Gruppo Abele, Libera, Link Coordinamento Universitario, Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti e che verrà inviato al Presidente del Consiglio Mario Draghi e ai ministri che si occuperanno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza a partire da Roberto Cingolani (ministro della transizione ecologica) ed Enrico Giovannini (ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili). Nel Manifesto le 14 associazioni ricordano che in Italia l’informazione dei cittadini e la partecipazione ai processi decisionali per l’approvazione di progetti non è garantita. Nella scorsa legislatura è stata approvata la procedura di dibattito pubblico per le nuove opere pubbliche ma l’iter di attuazione si è completato solo da pochi mesi e le soglie dimensionali previste per far scattare l’obbligo sono troppo elevate, per cui non si applica neanche per i progetti di autostrade, centrali a gas, elettrodotti o gasdotti. Non solo, lo scorso anno con il Decreto semplificazioni in considerazione dell’emergenza pandemica si è data la possibilità di derogare fino al 2024 dalla procedura di dibattito pubblico. Inoltre, l’inchiesta pubblica per i progetti sottoposti a valutazione di impatto ambientale, prevista per Legge, non è mai stata applicata perché manca il regolamento attuativo e in ogni caso non è obbligatoria.

L’errore – spiegano le associazioni firmatarie del Manifesto – sta nel pensare che sia proprio la partecipazione a rallentare l’iter delle opere quando piuttosto è il contrario. I progetti fatti bene hanno tutto da guadagnare da un confronto pubblico che permetta di spiegare le scelte, di rispondere a dubbi e domande, di approfondire gli aspetti ambientali e paesaggistici. Realizzare questo confronto prima dell’inizio della procedura di Via consente di affrontare le questioni aperte e di chiedere ai proponenti di dare seguito alle richieste di analisi più approfondite o di presentare alternative. In modo che alla fine dell’iter di confronto pubblico e di valutazione ambientale il decisore politico abbia tutte le informazioni necessarie a prendere una decisione sull’opera”.

C’è poi il problema dei tempi di approvazione delle opere che in Italia dipende spesso dalla scarsa qualità di molti progetti presentati. L’iter di valutazione ambientale è spesso rallentato, costretto a fermarsi perché mancano analisi, non si è proceduto al vaglio comparativo delle alternative a minore impatto e all’Analisi Costi Benefici anche dal punto di vista ambientale e sociale o i progetti sono redatti in modo del tutto inadeguato. Se non si interviene per garantire progetti completi e approfonditi, si ritarda il lavoro delle commissioni di valutazione anche per i progetti più urgenti e fatti bene.

L’Italia – concludono le associazioni – ha uno straordinario bisogno di accelerare nella direzione della decarbonizzazione del proprio sistema energetico e di una gestione circolare delle risorse naturali. Questa sfida presuppone di installare milioni di impianti solari sui tetti degli edifici, di realizzare migliaia di impianti da fonti rinnovabili e di riciclo, centinaia di impianti di depurazione integrati nel territorio e nel paesaggio italiano. Oltre semplificare e velocizzare l’iter autorizzativo dei progetti green, sarà importante coinvolgere sempre di più i territori, non si perda dunque questa importante occasione”.