17 Ott, 2016 | Comunicare il sociale
Eric si sente solo. Eric è solo. A fargli compagnia c’è soltanto una sigaretta che non sa fumare, il bruciore che gli raschia la gola, e la casa disabitata in cui vive da moltissimo tempo. Affetto da ansia sociale, Eric comincia a rifiutare qualsiasi contatto con il mondo esterno all’età di diciassette anni, rinchiudendosi nella sua cameretta dove, poco a poco, non permette più a nessun membro della famiglia di mettere piede.
Scritto da Ismaela Evangelista e pubblicato da Les Flâneurs Edizioni, “La stanza di Eric” – questo il titolo del romanzo – affronta il tema del disagio e della vergogna che attanaglia molti giovani adolescenti e che, almeno una volta, nella vita, ha messo in difficoltà ognuno di noi. Da ragazzo bellissimo e promettente il protagonista, Eric, appunto, si trasforma in uomo violento e scostante, che dalla finestra della sua stanza guarda il mondo fuori, la vita che scorre, senza che per se stesso, per la sua esistenza, possa avvenire qualcosa di simile, un episodio degno di nota.
Voce narrante, pagina dopo pagina Eric ripercorre la sua storia in una lunga analessi che si spezza solo per dare spazio, di volta in volta, agli eventi del tempo presente: la sua condizione di trentacinquenne deformato nell’anima e nel corpo, incurante dell’aiuto offertogli dall’ormai adulta sorella, Emma; lo stesso aiuto che anni addietro ha rifiutato dai propri genitori. Ed è sul parquet della camera da letto di questi ultimi che inginocchiato, seppur dolorante, prende a scrivere le proprie memorie dopo averne distrutto interamente, con un’ascia, il mobilio. Quella di Eric sembra quasi una volontà di cancellazione, un voler fare spazio nel vuoto dell’incomprensione, dare un senso al dolore sordo che sembra debba esplodere da un momento all’altro: «Ero in tensione, come quando si è in attesa del singhiozzo che poi non arriva». Neanche sua madre, Lucia, riesce a fargli cambiare idea, a strapparlo alla stanza maledetta in cui ha scelto di trascorrere il resto dei suoi giorni. Non ci riesce nemmeno quando, la notte della vigilia di Natale, pur di stargli accanto prova ad accoccolarsi in una coperta sistemata alla meno peggio sul pavimento, ai piedi del letto del figlio che ha cresciuto con amore misto a preoccupante onnipresenza: «Mia madre non aveva ancora capito niente. Ma proprio niente di niente. Io avevo deciso il mio suicidio sociale».
Il reparto di psichiatria, l’istinto suicida, l’entrata in scena della psicologa Bianca, il ricordo degli anni sereni dell’infanzia segnano le tappe di un’esistenza fragile, tormentata, privata dei pochi, veri bisogni: quello di essere sinceramente abbracciato da un padre troppo dedito al lavoro e per niente alla famiglia; quello di essere rassicurato da professori che si rivelano troppo freddi, e che nulla hanno in comune con la dolcezza della maestra delle elementari, la maestra Pina. Quello, infine, di essere accettato nonostante le debolezze, le paure, i blocchi psichici: «La verità è che mi manca qualcuno a cui manco. Do le spalle al mondo, alle creature, al creatore, alla mia stessa casa».
“La stanza di Eric” è la storia di molti giovani che preferiscono la reclusione alla lotta per la vita pur di non sentirsi schiacciati da una società che non perdona chi è diverso, chi fa fatica a integrarsi perché particolarmente emotivo ma – è importante ricordare – a suo modo, speciale. Ismaela Evangelista, Psicologa Psicoterapeuta, affronta il tema dall’alto della sua professione, lanciando un messaggio significativo: un amorevole figura di riferimento che affianchi il paziente può migliorarne la condizione, alleggerirne il male di vivere, consegnargli una speranza quando l’unica prospettiva futura sembra essere un vicolo cieco.
di Francesca Coppola
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15 Ott, 2016 | Comunicare il sociale
NAPOLI – L’assemblea della Fiods, Federazione internazionale donatori, si svolgerà a Napoli nel 2018. Il presidente Gianfranco Massaro ha accolto l’invito del numero uno di Avis Campania Raffaele Pecora. L’annuncio è avvenuto a Castel dell’Ovo durante la VI edizione del Congresso internazionale su Donazioni ed Emocomponenti, a cui hanno partecipato illustri esperti del settore provenienti da tutto il mondo come Peter Van den Burg, Karin Magnussen, Francoise Rossi, Yetmgeta Eyayou Abdella, Ravi Vengetassen, Martin Olsson e Dragoslav Domanovic. Tra i temi trattati: la qualità degli emocomponenti e del plasma; gruppo sanguigno molecolare e sierologia, nuovi decreti e rapporto Stato-Regioni, implementazioni dei patti di collaborazioni tra Who-Emro Fiods per il reclutamento dei donatori di sangue. “Ora la Regione ascolti le associazioni di volontariato per conservare l’obiettivo dell’autosufficienza, per noi motivo di orgoglio perché tanti anni fa ci proponemmo di diventare avanguardia culturale per permettere alla Medicina Trasfusionale campana di confrontarsi con gli standard scientifici ed organizzativi europei”, ha spiegato Pecora.
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05 Ott, 2016 | Comunicare il sociale
NAPOLI – Assunta Legnante, nata a Frattamaggiore, ha vinto il suo secondo oro nel getto del peso alla paralimpiadi di Rio, confermandosi la migliore al mondo in questa specialità. Già recordista italiana, prima di diventare cieca, a Rio è stata il capitano della squadra d’atletica ed è da anni un punto di riferimento per tutto il panorama sportivo italiano.
Assunta, è arrivato un altro oro, che emozione si prova?
Innanzitutto soddisfazione perché questa medaglia è arrivata dopo un problema alla schiena e sudando fino all’ultimo lancio. Confermarsi a Rio è stato molto più difficile, a Londra ho vinto con 5 metri di distacco, mentre stavolta è stata gara vera.
I giornali durante la sua carriera hanno pensato di poterla vedere gareggiare con i normodotati, cercherà di farlo in futuro?
È stato detto più volte che potevo gareggiare con i normodotati in base alle misure dei miei lanci, però non è mai stato il mio obiettivo. Ora faccio parte di questo mondo e lo sento mio. In più gli sport paralimpici stanno crescendo, lo vediamo già da molto tempo guardando i risultati degli atleti nelle manifestazioni internazionali. Rammarichi non ne ho: ancora oggi ho il record italiano anche nei normodotati. Ricordiamoci che il mio caso non è isolato, non sono la prima atleta che passa allo sport paralimpico dopo una malattia o un’amputazione. Casi come il mio possono succedere anno per anno, quindi improvvisamente può entrare in qualsiasi disciplina un atleta di ottimo livello.
Sta crescendo anche l’attenzione generale per lo sport paralimpico?
L’attenzione sul mondo paralimpico si nota solo nell’anno dei giochi. Dura alcuni mesi e poi scompare. Quest’anno non trovo differenze, la gente purtroppo scopre la nostra esistenza solo per quattro o cinque mesi.
Che differenze c’è tra gli atleti normodotati e tra quelli con disabilità?
Nel periodo in cui si svolgono i giochi olimpici non noto particolari differenze. Certo il premio nei giochi per normodotati è più sostanzioso (ride). Scherzi a parte non vedo grosse differenze tra l’atleta olimpico e quello paralimpico nemmeno agli occhi degli italiani durante i giochi. Siamo tutti italiani davanti ad un inno nazionale o una medaglia vinta. Personalmente ho un rapporto migliore con gli atleti paralimpici, semplicemente perché la delegazione è più piccola. In più nelle olimpiadi per normodotati le varie squadre viaggiano separatamente mentre noi, di solito, partiamo e rientriamo tutti insieme, quindi viviamo i giorni al villaggio olimpico e le varie gare più a stretto contatto.
Perché non si allena più in Campania?
Ormai sono 14 anni che non vivo più a Frattamaggiore. Prima sono andata a vivere ad Ascoli Piceno, poi da tre anni vivo a Porto Potenza Picena, in provincia di Macerata, e mi alleno a Civitanova Marche, che è a due passi. Il problema all’epoca era chiaro: ero una promessa nel mio sport e volevo diventare una certezza. Ho dovuto fare una scelta, all’inizio vivevo due settimane a Frattamaggiore e due ad Ascoli Piceno, poi mi sono trasferita definitivamente per avere la certezza degli allenamenti ed abbattere un ulteriore stress. A quei tempi per allenarmi in una pista d’atletica andavo a Villa Literno o a Formia. A Frattamaggiore, per anni, mi sono allenata in strada, vicino al cimitero di Sant’Arpino, ovviamente non era una situazione che poteva continuare a lungo.
In Campania c’è cultura sportiva?
Non c’è una cultura diffusa dell’atletica, anche se società sportive ce ne sono tantissime. Occorre voglia di far emergere l’atletica a Napoli e in Campania, che stenta ad affermarsi principalmente perché ci sono pochi stadi, poche piste d’atletica e l’attenzione c’è solo per il calcio. Penso che l’atletica in Campania sia addirittura in calo.
Perché un disabile dovrebbe fare sport?
Il nostro obiettivo primario è portar fuori i disabili, fargli capire che hanno ancora la possibilità di affermarsi come individuo. Nessuno deve farsi fermare dal loro proprio problema fisico e nemmeno si deve vergognare di averlo. Noi atleti paralimpici lavoriamo anche per questo: fare presentazioni, tour nelle scuole ed eventi di promozione è assolutamente necessario per diffondere cultura sportiva.
di Daniele De Somma
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03 Ott, 2016 | Comunicare il sociale
ROMA – Nei giorni del Motor Show di Parigi, dove verranno presentati alcuni nuovi modelli, Amnesty International ha sollecitato i principali produttori di auto elettriche a informare i consumatori sulle verifiche che stanno facendo per assicurare che la catena di rifornimento non si basi sul lavoro minorile e a rendere note le loro conclusioni.
General Motors (GM), Renault-Nissan e Tesla non hanno comunicato quali misure abbiano adottato per assicurare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo da bambini anche di soli sette anni non sia usato nelle batterie che alimentano le loro auto elettriche.
“Le auto elettriche potrebbero non essere così pulite come si pensa. I consumatori devono avere la certezza che le loro auto verdi non siano collegate alla miseria del lavoro minorile. I frequentatori del Motor Show di Parigi comprerebbero un’auto se sapessero che è costata l’infanzia di qualcuno?” – ha dichiarato Mark Dummett, ricercatore di Amnesty International su imprese e diritti umani.
“Dalle ricerche di Amnesty International emerge un sostanziale rischio che il cobalto estratto dai bambini finisca nelle batterie delle auto elettriche. Siccome questi veicoli vengono presentati come una scelta etica per automobilisti consapevoli dal punto di vista ecologico e sociale, le aziende che li producono devono chiarire e dimostrare che agiscono con diligenza nel procurarsi i materiali con cui li fabbricano” – ha proseguito Dummett.
Il cobalto è un componente fondamentale delle batterie al litio che alimentano le auto elettriche. Più della metà delle riserve mondiali di cobalto si trova nella Repubblica Democratica del Congo, dove si calcola il 20 per cento sia estratto a mano.
In un rapporto diffuso nel gennaio 2016, intitolato “Ecco ciò per cui moriamo”, Amnesty International aveva denunciato che bambini anche di soli sette anni lavorano in condizioni terribili nelle miniere artigianali di cobalto del sud del paese, senza la minima protezione, anche 12 ore al giorno per uno o due dollari, rischiando fortemente di perdere la vita in incidenti mortali (80 casi tra settembre 2014 e dicembre 2015) e di contrarre malattie a lungo termine ai polmoni.
Il rapporto citava i dati dell’Unicef secondo i quali nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo, la maggior parte dei quali estraendo cobalto.
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03 Ott, 2016 | Comunicare il sociale
ROMA- Fino al 28 ottobre tutte le Organizzazioni Nonprofit interessate potranno candidarsi alla 6^ Edizione di SODALITAS SOCIAL INNOVATION (SSI), il programma che Fondazione Sodalitas ha ideato per migliorare in modo diffuso la capacità progettuale del Terzo Settore, permettendo alle imprese di agire verso il Nonprofit non come mero donatore, ma come partner in grado di contribuire allo sviluppo di progetti sociali innovativi e con un elevato livello di sostenibilità economica. Le prime 5 edizioni dell’iniziativa hanno visto la partecipazione di 460 Organizzazioni Nonprofit con più di 500 progetti, e hanno consentito la realizzazione di numerose partnership profit-nonprofit di successo. E proprio il tema delle partnership è al centro dell’edizione 2016: le Organizzazioni Nonprofit partecipanti saranno chiamate a focalizzarsi sugli elementi innovativi, le competenze e i bisogni a cui dare risposta nell’individuare il partner con cui realizzare il proprio progetto sociale. Possono partecipare a SODALITAS SOCIAL INNOVATION le Organizzazioni Nonprofit giuridicamente costituite in Italia. I progetti candidati possono invece essere sviluppati sia sul territorio nazionale che internazionale. Ciascuna iniziativa candidata dovrà fare riferimento ad uno solo degli ambiti di riferimento delle 4 nuove categorie in cui si articola il Bando dell’iniziativa: COOPERAZIONE INTERNAZIONALE (Sicurezza alimentare, Aiuto nei PVS) INCLUSIONE SOCIALE (Lotta alla povertà e all’emarginazione, inclusione attraverso lo sport, inclusione attraverso la digital education) SALUTE SUL TERRITORIO (Educazione e prevenzione, Accessibilità alle cure, Assistenza e supporto alle famiglie) OCCUPABILITÀ (Neet, Riqualificazione/riconversione, Aiuto all’autoimprenditorialità)
Le Organizzazioni Nonprofit partecipanti concorreranno all’assegnazione di 6 Premi Speciali:
– Il Premio Speciale “Social Bond UBI Comunità” – Il Premio Speciale Enjoy UBI Banca – Il Premio Speciale Altran – Il Premio Speciale Bluefactor – Il Premio Speciale TIM – WithYouWeDo – Il Premio Speciale Techsoup Italia. La partecipazione a SODALITAS S OCIAL INNOVATION è gratuita e si svolgerà anche quest’anno sulla piattaforma digitale Ideatre60, creata da Fondazione Italiana Accenture per promuovere e sviluppare iniziative di innovazione sociale. Scarica il testo completo del bando .
Per ulteriori informazioni: Patrizia Giorgio – Fondazione Sodalitas socialinnovation@sodalitas.it 02-86460236
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03 Ott, 2016 | Comunicare il sociale
© Yannis Behrakis | Guardian photographer of the year 2015
ROMA – Sono passati tre anni da quando nel Canale di Sicilia, al largo di Lampedusa, avvenne una delle più gravi stragi di migranti. Era il 3 ottobre del 2013: persero la vita 386 persone, tra cui anche molti bambini. Si celebra oggi, per ricordare quella tragedia, la prima giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, istituita con la legge 21 marzo 2016, numero 45. In questo giorno si ricordano tutti quegli uomini, donne e bambini che per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria, hanno perso la vita in mare nella speranza di trovare un futuro migliore in Europa. Ma la giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione deve servire anche a riflettere su una emergenza che l’Europa non riesce ancora ad affrontare a dovere. Nel 2016 si stimano già circa 4000 morti, in aumento rispetto agli anni precedenti, e in gran parte nella rotta del Mediterraneo centrale verso l’Italia. E dal 3 Ottobre 2013 ad oggi la lista dei morti e dispersi si è allungata di oltre 11.400 persone secondo l’Unhcr.
GUS – “A distanza di tre anni è ancora oggi forte il dolore per quelle vittime innocenti – dichiara Paolo Bernabucci, presidente del GUS Gruppo Umana Solidarietà “Guido Puletti”, Ong che da oltre 15 anni si occupa dell’accoglienza di rifugiati, richiedenti protezione internazionale e migranti – Purtroppo quella del 3 ottobre 2013 non è stata l’ultima tragedia nel Mediterraneo e in mancanza di misure adeguate e politiche di accoglienza integrate, ogni giorno continuano a morire al largo delle nostre coste centinaia di persone: da ultimo il 21 settembre scorso al largo delle coste egiziane ci sono stati altri 300 morti, portando il bilancio del 2016 a 3.500 con il rischio di superare le 3771 vittime in mare del 2015. Non possiamo continuare ad ignorare le richieste di aiuto di quanti fuggono dalla guerra, dalla disperazione e dalla miseria, nella speranza di trovare nel nostro Paese e in Europa una vita più sicura e dignitosa”.
FOCSIV – Sottolinea, invece, Gianfranco Cattai, Presidente FOCSIV: “È indispensabile, subito, nel breve periodo, da un lato creare corridoi umanitari e offrire vie legali di mobilità come alternative ai viaggi della morte e dall’altro fermare i conflitti, dalla Libia alla Siria, al Sudan, con un lavoro di diplomazia della pace ed estinguendo il commercio delle armi. Al contempo, con effetti più nel medio e lungo periodo, è necessario investire, per il diritto a rimanere sulla propria terra ed a vivere con dignità delle popolazioni del Sud, in politiche volte alla cooperazione ed alle relazioni economiche giuste, ed in azioni che blocchino le fughe dei capitali nei paradisi offshore, le evasioni e le elusioni fiscali delle imprese, le speculazioni finanziarie, l’accaparramento e lo sfruttamento insostenibile di terre, acqua e risorse naturali, le privatizzazione dei bei comuni, che impoveriscono le popolazioni più vulnerabili spingendole a migrare”.
di Francesco Gravetti
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