27 Apr, 2026 | Comunicare il sociale
Debutta in prima nazionale giovedì 30 aprile alle ore 21, al Ridotto del Mercadante, lo spettacolo La Noia, scritto e diretto da Manuel Di Martino, in scena con repliche fino a domenica 10 maggio, nuova produzione del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale.
“Se ti chiedessero di riassumere la tua vita in un singolo attimo, quale sceglieresti? […] Io ti sto chiedendo il momento più forte. Quello più intenso. Come se la vita all’improvviso ti avesse dato un morso.”
È questo l’incipit che introduce lo spettatore nel cuore della narrazione. Un’opera intensa e provocatoria che interroga il pubblico sul senso dell’esperienza, del limite e della responsabilità individuale attraverso il racconto di una generazione sospesa tra la ricerca di emozioni estreme e la perdita di significato.
In scena Giampiero De Concilio (Renato), Marcello Manzella (Thomas), Francesco Roccasecca (Daniel) e Caterina Tieghi (Lara) danno vita ai quattro giovani protagonisti. Le scene sono firmate da Luigi Ferrigno, i costumi da Giuseppe Avallone, le luci da Desideria Angeloni. Le musiche sono di Gianluigi Montagnaro autore e interprete, insieme a Igor “I FLY” Tonso, anche del brano In the dark di prossima uscita su Spotify.
Quando ci sentiamo realmente vivi? È a partire da questa domanda esistenziale che si intrecciano le vite dei personaggi de La Noia.
Ogni settimana, a mezzanotte, i quattro giovani si incontrano in un appartamento privato, chiamato Il Tempio, dove, tra risate e tempo perso, si raccontano gli attimi di vita rubati e rivissuti nei giorni precedenti. Il gioco è semplice e ha regole ben precise e piuttosto rigide. Ciascuno deve far confessare ad un estraneo quale sia stato l’attimo più significativo della sua esistenza, e riviverlo il più rapidamente possibile.
Tutto sembra funzionare, è divertente, ha una qualche sua filosofia. Finché, uno dei partecipanti del gruppo, in cerca di attimi sempre più estremi, supera il limite. Confessa, infatti, di aver dato fuoco all’auto in cui dormiva un senzatetto e di averlo guardato morire.
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27 Apr, 2026 | Comunicare il sociale
Dal concentrato di pomodoro alle cagliate per fare la mozzarella, ogni giorno passano dal Brennero migliaia di tonnellate di prodotti alimentari stranieri che, in assenza di adeguata trasparenza, alimentano inganni commerciali, rischi sanitari e danni economici alle imprese agricole, schiacciando prezzi, redditi e margini di export, in un momento peraltro già difficile a causa dei rincari dei costi legati alla guerra in Iran. È l’allarme lanciato dagli agricoltori della Campania, giunti al Brennero per unirsi ai colleghi di tutta Italia. A dare man forte al presidente Ettore Prandini e al segretario generale Vincenzo Gesmundo si sono uniti il presidente regionale Ettore Bellelli e il vice presidente nazionale il beneventano Gennarino Masiello.
“Con il Brennero – dichiara il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo – prosegue un percorso di mobilitazione che ha coinvolto quasi 100mila agricoltori in tutta Italia, uniti nel rivendicare un cambiamento non più rinviabile. Al centro c’è la madre di tutte le battaglie sindacali: la revisione della normativa sull’ultima trasformazione sostanziale nel codice doganale, un meccanismo che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato”.
La difesa del lavoro delle imprese agricole passa in primis dall’etichetta d’origine su tutti i prodotti alimentari venduti in Europa e dalla riforma dell’attuale codice doganale, che consente autentici inganni commerciali grazie alla regola dell’“ultima trasformazione sostanziale”.
Un prodotto simbolo sono le cagliate. “Ne arrivano in Italia 150mila tonnellate, di cui il 90% proprio dal Brennero, secondo un’analisi del Centro Studi Divulga su dati del Ministero della Salute. Sono usate come semilavorato per produrre mozzarelle e altri formaggi a pasta filata, spesso venduti successivamente come “Made in Italy”, intrufolati nei banchi al fianco di quelli originali. Dal valico altoatesino transita anche tra il 75 e l’80% del latte liquido acquistato dalle imprese italiane del settore agroalimentare, della logistica e del commercio. Si tratta di 1,1 milioni di tonnellate che alimentano caseifici e industrie lattiero-casearie per yogurt, formaggi e burro” afferma il presidente di Coldiretti Campania Ettore Bellelli.
“Un altro prodotto della Campania minacciato dalle importazioni selvagge è il pomodoro. Quello trasformato (256mila tonnellate) consente di realizzare sughi pronti e conserve vendute all’estero come italiane” aggiunge.
Ma ci sono anche i prosciutti freschi (560mila tonnellate), base per prosciutti magari a denominazione di origine Igp i cui disciplinari non prevedono limitazioni geografiche sulla provenienza dei maiali.
Ma il problema riguarda un po’ tutti i prodotti che sono abitualmente presenti sulle tavole degli italiani. “Dai porti arrivano i quasi 6 milioni di tonnellate, ad esempio, di grano tenero straniero usati per fare pane e biscotti, mentre 2,9 milioni di tonnellate di grano duro, compreso quello canadese al glifosato, finiscono nella produzione di pasta secca, simbolo della Dieta mediterranea esportata nel mondo. Le patate seguono a ruota: 857mila tonnellate di kg fresche più 337mila congelate, per un totale di 1,91 milioni, pronte per purè, fritti e piatti tradizionali. L’olio d’oliva tocca le 615mila tonnellate mentre i calamari (67mila tonnellate) riforniscono ristoranti e supermercati per fritture e zuppe di pesce” aggiunge il vice presidente Gennarino Masiello.
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27 Apr, 2026 | Comunicare il sociale
Si è svolto presso l’Auditorium Porta del Parco di Napoli l’incontro “Donare è amare”, iniziativa promossa dall’organizzazione di volontariato “Gli Unicorni di Diana”, che ha coinvolto studenti della X Municipalità in una intensa mattinata dedicata alla cultura della solidarietà e della donazione. L’evento ha rappresentato un importante momento di confronto tra istituzioni, professionisti della salute, volontari e giovani, con l’obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni sul valore del dono come gesto concreto di amore e responsabilità verso il prossimo.
Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali di Rossella Prezioso e dell’avvocato Michele Bisceglia, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione “Gli Unicorni di Diana”, insieme ai rappresentanti del territorio e del mondo sociale. Tra gli interventi anche quelli di Carmine Sangiovanni, presidente della X Municipalità, di Flavia Matrisciano, direttrice della Fondazione Santobono Pausilipon, e del dottor Antonio Gialanella della Fondazione per i Diritti Fondamentali. A moderare la giornata è stata la professoressa Maria Vittoria Bramante.
Particolarmente significativo il contributo scientifico della dottoressa Antonietta Incarnato, direttore medico di Immunoematologia, che ha illustrato agli studenti l’importanza della donazione e il valore che un semplice gesto può avere nella vita di chi affronta gravi patologie. Grande emozione hanno suscitato anche le testimonianze dirette dei protagonisti dell’incontro: il dottor Francesco Sazio ha raccontato la propria esperienza come donatore di midollo osseo, mentre David Simonelli e Paola De Blasio, vicepresidente della Fondazione Domenico Cirillo, hanno condiviso storie di impegno civile, speranza e vicinanza alle persone più fragili.
L’iniziativa ha coinvolto attivamente gli studenti, che hanno partecipato con attenzione e sensibilità ai momenti di dialogo e riflessione. Attraverso il confronto con esperti e testimonianze autentiche, i ragazzi hanno potuto comprendere quanto la solidarietà possa trasformarsi in uno strumento concreto di aiuto e cambiamento sociale.
L’evento si è concluso con un forte messaggio rivolto ai giovani: costruire una società più umana e inclusiva significa partire dall’educazione al dono, all’empatia e alla responsabilità collettiva. Un appuntamento che ha confermato il valore della collaborazione tra scuola, associazionismo e istituzioni nella diffusione di una cultura della solidarietà capace di lasciare un segno profondo nelle nuove generazioni.
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24 Apr, 2026 | Comunicare il sociale
I dati degli ultimi anni parlano di una nuova migrazione sommersa. Oltre al costante aumento dei trasferimenti di giovane manodopera e di laureati dalle regioni del meridione verso il centro-nord d’Italia, negli ultimi vent’anni si nota un considerevole aumento di trasferimenti di over 75 dalle proprie regioni verso il settentrione della penisola.
I dati raccolti nella nuova ricerca SVIMEZ in collaborazione con Save The Children “Un Paese, due emigrazioni” parlano di 350mila giovani che lasciano le proprie regioni d’origine, ovvero quote triplicate nell’ultimo ventennio, con indicazione del fatto che i giovani studenti scelgono già Università lontane dalla propria residenza con aumento percentuale di donne laureate e di scelta di destinazioni all’estero.
“Le crescenti migrazioni giovanili generano un effetto di impoverimento complessivo che cambia gli equilibri e le proporzioni della società, ridefinendo l’intera piramide sociale. Con le partenze della parte più giovane e dinamica, le aree di svuotano di dinamismo, innovazione, idee, futuro, progettualità, aspirazioni. Perché un effetto progressivo di spopolamento si riversa anche sui progetti dei giovanissimi, che crescono maturando sin da piccoli una disaffezione “innaturale” verso il proprio luogo di nascita. Già in età adolescenziale sono consapevoli che per potersi realizzare dovranno emigrare. Quasi il 40% degli adolescenti del Mezzogiorno immagina un futuro lontano da casa” spiega la dottoressa Serenella Caravella dello SVIMEZ.
Questi spostamenti trascinano anche la migrazione di una nuova categoria di italiani: i cittadini over 75.
I numeri parlano chiaro: dal 2002 al 2024 si è passati da 96 mila spostamenti a 184 mila. Si tratta di trasferimenti non ufficiali perché questi “nonni con la valigia” non modificano la loro residenza ma si trasferiscono di fatto e per lunghi periodi al centro-nord. Aumento che è raddoppiato nel corso degli ultimi venti anni, fatta eccezione evidentemente solo nel periodo delle restrizioni negli spostamenti per il Covid.
I motivi del fenomeno, lo SVIMEZ, li riscontra non solo nei tentativi di ricongiungimento familiare con i figli emigrati ma soprattutto perché le regioni del nord sono percepite dagli anziani come più efficienti per ricevere assistenza sanitaria.

“Un giovane laureato su quattro, tra coloro che da Sud emigrano al Nord, porta con sé almeno un genitore. Li abbiamo quindi chiamati “nonni” per evidenziare, da un lato quanto il loro sostegno sia una forma di “welfare” familiare che consente ai propri figli, diventati a loro volta genitori, di bilanciare vita lavorativa e familiare. Da un’altra prospettiva, questa forma di ricongiungimento familiare consente agli anziani di avere a loro volta supporto dai figli per fare fronte alle difficoltà fisiologiche che affiorano con l’avanzare degli anni, un supporto che sarebbe loro negato se fossero rimasti a vivere in solitudine nel Mezzogiorno. Spostandosi, questi nonni possono beneficiare di un’offerta di servizi sanitari qualitativamente migliore di quella che avrebbero ricevuto al Sud, dove i sistemi sanitari continuano a soffrire di una carenza strutturale di risorse, finanziarie e umane. Ma ci sono anche altri tipi di servizi, ricreativi e culturali, verde pubblico, di cui i nonni del Sud riescono a godere migrando al Centro-Nord. Sono condizioni che fanno la differenza nella qualità della vita degli anziani” sottolinea ancora la dottoressa Caravella.
Essendo trasferimenti di fatto che però non si traducono in cambi di residenza, lo SVIMEZ, ha potuto dare contezza del volume di tali emigrazioni grazie ai dati del Servizio Sanitario Nazionale relativi alle cosiddette compensazioni della mobilità farmaceutica convenzionata e considerando spesa pro capite per farmaci della popolazione anziana. Si conoscono infatti le cifre che le regioni da cui si parte devono pagare alle regioni in cui si arriva per ricoveri, operazioni, degenze e farmaci.
Dall’ultima rilevazione, le regioni meridionali hanno dovuto rimborsare prestazioni e servizi per quasi 1 miliardo di euro e la Campania che ha accumulato nello specifico un disavanzo verso le altre regioni di 281 milioni di euro si posiziona tra le regioni più debitrici, oltre che la regione del Mezzogiorno dalla quale parte il maggior numero di anziani.
di Emanuela Nicoloro
Vedi anche: Accordo tra CSVnet e Rete Associativa ADA
Volontariato, longevità attiva ed intergenerazionalità: accordo tra CSVnet e la Rete Associativa ADA per rafforzare le iniziative di settore per le persone anziane
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24 Apr, 2026 | Comunicare il sociale
“TACC: la rete che sostiene chi assiste”. Lo slogan scelto per un progetto che si pone obiettivi importanti per i caregiver: alleggerire il carico di cura, migliorare la qualità della loro vita e rafforzare la capacità di gestire situazioni complesse in modo più sostenibile, il tutto, attraverso una serie di interventi concreti. TACC (Take Care Caregiver) è sostenuto da Fondazione Con il Sud e realizzato dalle Cooperativa Arke’, dalla cooperativa Asat, dall’azienda Kerubin e dell’Ambito Sociale NA13 che gestisce in forma associata i servizi sociali per i comuni dell’isola d’Ischia (Casamicciola, Lacco Ameno, Forio, Serrara Fontana, Barano) e Procida. I primi due incontri informativi, che si sono svolti nell’isola Verde e a Procida, hanno già dato utilissime informazioni riguardo l’attivazione di uno sportello dedicato alla presa in carico e l’orientamento verso servizi e misure di sostegno; di attività di affiancamento o sostituzione temporanea del caregiver da parte di operatori socio-sanitari qualificati; affiancamento inteso come formazione pratica per la gestione quotidiana della persona assistita; sostituzione temporanea per garantire al caregiver tempo libero e sollievo; consulenze specialistiche (geriatra, terapisti della riabilitazione e altri professionisti del settore); supporto psicologico individuale e di gruppo (mutuo-aiuto); attività di benessere fisico e rilassamento (yoga, musicoterapia, pilates ed altro). In pratica nessun caregiver deve sentirsi invisibile, per questo il progetto offre “respiro, sollievo e strumenti concreti a chi ogni giorno vive accanto a persone in condizione di bisogno”, spiegano i promotori che aggiungono: “Da qui un ciclo di incontri che sono volti a creare spazi reali di ascolto e condivisione, in cui la complessità delle fragilità legate all’età possa essere affrontata senza timori e senza semplificazioni. Parlare di demenza, riconoscerne i segnali precoci e comprenderne l’impatto sulla vita quotidiana significa anche ridurre il senso di solitudine che accompagna chi si prende cura di un familiare anziano”.
Attivando il progetto con gli incontri si riesce a comprendere le vere esigenze utilizzando, attraverso degli specialisti, un cammino che “ha bisogno di tempo, parole giuste e condizioni concrete che rendano possibile anche per i caregiver fermarsi, ascoltare e partecipare”.
Belle parole che hanno visto concretezza soprattutto nell’ultimo incontro che si è tenuto a Procida (il primo appuntamento si è tenuto a febbraio alla Cooperativa Arkè a Ischia e dedicato alla demenza), nel corso del quale oltre alle informazioni date dagli specialisti hanno preso la parola anche alcuni caregiver. Una mamma che ha condiviso la propria esperienza personale perché assiste quotidianamente nelle sue esigenze il figlio Federico, un bambino di 12 anni con disturbo dello spettro autistico, la sua storia ha profondamente colpito il pubblico.
“Quando i bambini hanno grandi difficoltà”, ha raccontato, “per una mamma quello che ti ‘squaglia il cuore’ è assistere ai progressi, come ad esempio il riuscire a comunicare con una frase una necessità”.
E poi la toccante testimonianza di un’altra mamma che ha raccontato la propria esperienza di caregiver del figlio disabile, anche lui Federico. “Le sue parole hanno portato in sala un’emozione autentica e potente”, concludono i componenti del team del progetto, “restituendo la quotidianità fatta di sfide, amore, resilienza e quella forza silenziosa che caratterizza tanti genitori che vivono la cura come missione e responsabilità profonda”. Per info e dettagli su TACC è possibile contattare il Numero Verde 800913449.
di Gabriella Bellini
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24 Apr, 2026 | Comunicare il sociale
L’Ente Idrico Campano ha organizzato insieme a Gori l’avvio di un ciclo di proiezioni del docufilm Fiume Madre all’interno delle scuole del territorio sarnese-vesuviano, con l’obiettivo di sensibilizzare studenti e studentesse sui temi della tutela ambientale e della gestione responsabile delle risorse idriche. L’iniziativa nasce dal desiderio di trasformare il successo del risanamento del fiume Sarno in un’occasione educativa concreta. Attraverso le immagini e le testimonianze raccolte nel film di Giuseppe Alessio Nuzzo, i giovani potranno comprendere la complessità degli interventi realizzati, ma anche le ricadute dirette che le opere ambientali hanno sulla qualità della vita delle comunità. Le proiezioni saranno accompagnate da momenti di confronto e dialogo con esperti, rappresentanti istituzionali e protagonisti del percorso di risanamento, per stimolare una riflessione attiva e partecipata.
“L’Ente Idrico Campano affianca ai compiti tecnici un impegno costante per la promozione della cultura della sostenibilità e in questa ottica la scuola è un interlocutore fondamentale per formare cittadini più consapevoli e responsabili”, dice il presidente dell’Ente Idrico Campano, Luca Mascolo.
Il primo appuntamento è per lunedì 27 aprile al liceo Pascal di Pompei. All’evento saranno presenti per l’Ente Idrico Campano il presidente Luca Mascolo e il direttore generale Giovanni Marcello, per Gori il presidente Sabino De Blasi, oltre al vicesindaco di Pompei Andreina Esposito e al dott. Carmine Ferrara esperto di riqualificazione ambientale.
“Il risanamento del fiume Sarno è più di un risultato tecnico: è la prova concreta che la collaborazione tra istituzioni, cittadini e territorio può generare cambiamenti profondi e duraturi. Con il docufilm ripercorriamo anche questo percorso umano, sociale ed emotivo. È fondamentale che soprattutto le nuove generazioni comprendano il valore di ciò che è stato fatto e il ruolo che ciascuno può avere nella tutela dell’ambiente. Solo attraverso la consapevolezza possiamo costruire un futuro più sostenibile”.
Dopo Pompei, tappa al liceo Francesco Severi di Castellammare di Stabia il prossimo 22 maggio.
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