21 Set, 2026 | Comunicare il sociale
La Fondazione FAM ETS – Fondazione Arte Mangone Ente del Terzo Settore ha donato alla Fondazione “A Ruota Libera” una grande tela del maestro Fernando Mangone, delle dimensioni di 2 metri per 3 metri, dedicata a Vincent van Gogh a Piazza del Plebiscito, uno dei luoghi simbolo di Napoli. L’opera entrerà a far parte degli spazi del Borgo Sociale e, in particolare, della Comunità Viticonti, dove sarà possibile ammirarla quotidianamente. La tela nasce all’interno del più ampio percorso artistico con cui Mangone ha portato la figura di Van Gogh in dialogo con città, territori e paesaggi italiani. Un progetto nel quale il grande pittore olandese diventa una presenza ideale con cui confrontarsi attraverso il colore, la luce, il viaggio e la memoria dei luoghi. È proprio da questo incontro che nasce una nuova idea: realizzare laboratori d’arte dedicati ai ragazzi con disabilità della Fondazione “A Ruota Libera”, guidati dallo stesso Fernando Mangone. L’obiettivo è portare l’arte fuori dai musei e dalle gallerie e trasformarla in un’esperienza concreta: osservare, sperimentare, dipingere, creare, esprimersi e scoprire attraverso il linguaggio artistico nuove possibilità.
“Quando ho pensato a questa donazione – racconta Fernando Mangone – ho pensato che un’opera d’arte potesse avere un significato ancora più grande se fosse entrata in un luogo dove vivono persone, storie e progetti importanti. La tela raffigura Van Gogh a Piazza del Plebiscito, perché Napoli è una città che ha sempre avuto un rapporto speciale con gli artisti e con la capacità di trasformare la realtà in emozione. Van Gogh rappresenta per me il viaggio, la ricerca, la libertà dello sguardo. È un artista che ha attraversato il mondo con gli occhi e con la pittura, cercando continuamente un modo nuovo per raccontarlo. Portarlo idealmente a Napoli significa creare un incontro tra la sua storia, la mia pittura e questa città che appartiene profondamente al mio percorso. Ma il senso più importante di questa donazione è quello che può nascere dopo. Quando abbiamo parlato con la Fondazione “A Ruota Libera”, abbiamo immaginato di trasformare questo incontro in un progetto concreto: laboratori d’arte per i ragazzi. Mi piacerebbe poter lavorare con loro, mettere a disposizione la mia esperienza e soprattutto vedere cosa può nascere dalla loro creatività. Perché l’arte non deve soltanto essere guardata: deve poter essere vissuta, sperimentata e condivisa”.
Per la Presidente della Fondazione FAM ETS, Anna Coralluzzo, la donazione rappresenta perfettamente la volontà della Fondazione di mettere l’arte al servizio delle persone e dei territori. “La Fondazione FAM ETS crede in un’arte capace di uscire dagli spazi tradizionali e di incontrare le comunità. Per questo abbiamo voluto che un’opera così importante di Fernando Mangone potesse entrare nel Borgo Sociale e diventare parte della vita quotidiana della Fondazione “A Ruota Libera”. L’incontro con Luca Trapanese e con la Fondazione “A Ruota Libera” ci ha permesso di immaginare qualcosa di nuovo: utilizzare l’arte come strumento di relazione, creatività e inclusione. I laboratori con Fernando Mangone possono diventare un’occasione per i ragazzi di avvicinarsi alla pittura non soltanto come spettatori, ma come protagonisti. È questo il senso più autentico che vogliamo dare al nostro impegno: donare un’opera, ma soprattutto creare nuove possibilità attraverso l’arte».
Il dono è stato accolto dalla Fondazione “A Ruota Libera”, realtà nata dall’esperienza di volontariato di Luca Trapanese e impegnata nella costruzione di percorsi di autonomia, inclusione e cittadinanza attiva per le persone con disabilità.
“Oggi al Borgo Sociale abbiamo ricevuto un grande dono. Un’opera del maestro Fernando Mangone che renderà ancora più bella la Comunità Viticonti, ma soprattutto l’incontro con un artista internazionale dal cuore davvero grande. Perché il dono più prezioso non è soltanto ciò che oggi resterà sulle nostre pareti, ma quello che può nascere da questo incontro. Parlando insieme, infatti, abbiamo subito immaginato un nuovo progetto: laboratori d’arte dedicati ai nostri ragazzi con disabilità, guidati proprio dal maestro Mangone. Un’opportunità bellissima per avvicinarsi all’arte, sperimentare, creare, esprimersi e scoprire capacità che magari aspettano soltanto di essere incontrate. È questa l’idea di Borgo Sociale in cui credo: un luogo che non si limita ad accogliere, ma che crea occasioni, relazioni e possibilità. Grazie alla Fondazione FAM – Fondazione Arte Mangone Ente del Terzo Settore – per l’opera che ci ha donato, ma soprattutto per aver scelto di donarci il proprio tempo, la propria arte e la voglia di costruire qualcosa insieme”.
La grande tela di 2 metri per 3 diventa così il punto di partenza di un incontro tra due mondi solo apparentemente lontani: quello dell’arte e quello dell’inclusione sociale. Van Gogh a Piazza del Plebiscito, attraverso la pittura di Fernando Mangone, porta Napoli all’interno del Borgo Sociale.
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21 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Un’opera d’arte affidata alle persone e che si completa solo mettendosi tutti insieme: è la provocazione di ‘Un Pasto al Giorno’, l’evento solidale della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi nel 1968, che il 26 e 27 settembre tornerà nelle piazze di tutta Italia per sensibilizzare sul tema della fame nel mondo. A chi sceglierà di fermarsi sarà consegnata una tessera in legno, pezzo di un grande puzzle illustrato; un tassello pensato per ricordare che la risposta alla fame non si può delegare e che il contributo di ciascuno, per quanto piccolo possa sembrare, è indispensabile per dare forma a un impegno che può essere efficace solo se collettivo. La provocazione, dunque, è chiara: il ‘disegno’ resta incompleto se ciascuno non fa la propria parte, contribuendo a completare l’immagine e assumendosi la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte di fronte a un’ingiustizia globale.
Gli ultimi dati del Rapporto SOFI 2026 (State of Food Security and Nutrition in the World) diffuso dalla FAO dicono che, pur di fronte a numeri ancora drammatici — 645 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo e 2,1 miliardi colpite da insicurezza alimentare —, il calo progressivo registrato negli ultimi tre anni prova che la risposta all’emergenza può funzionare e che la fame non è un destino ineluttabile.
L’illustrazione del puzzle firmata da Filippo Serafini — figlio di una famiglia della Comunità cresciuta nella parrocchia di don Benzi — racconta la realtà fondata da don Benzi attraverso un’unica, lunghissima tavola, affresco di una vita da vivere insieme e luogo di condivisione in cui non esiste distinzione tra chi offre e chi riceve perché tutti vi siedono insieme. Attorno si incontrano bambini, anziani, persone con disabilità o senza dimora, famiglie, volontari e missionari: c’è chi aggiunge un posto in più, chi condivide il pane, chi spinge una carrozzina, chi tende un piatto a chi arriva. È la traduzione in immagine di ciò che la Comunità vive ogni giorno nelle sue case famiglia, nelle Capanne di Betlemme, nelle comunità terapeutiche, nei centri nutrizionali, nelle missioni e nelle sue realtà di accoglienza presenti in circa 40 Paesi del mondo. Il puzzle in legno, dalle cui tessere sono state realizzati altrettanti magneti che saranno consegnati in piazza affinché ognuno porti con se un pezzo di questa opera, è stato realizzato dalla Cooperativa sociale Ro’ La Formichina, realtà nata in provincia di Catania dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, che coinvolge tutte quelle persone che il mondo del lavoro aveva scartato e che attraverso il lavoro del legno hanno trovato un’occasione di riscatto e di reinserimento.
Ogni dettaglio dell’illustrazione rimanda a una storia reale della Comunità. C’è il Bangladesh, ad esempio, dove la distribuzione di pacchi alimentari ha consentito a molte famiglie seguite dai missionari della Comunità di continuare a mandare i figli a scuola, contribuendo a ridurre il lavoro minorile e i matrimoni precoci. C’è lo Zambia, il primo Paese africano in cui è stata avviata l’esperienza missionaria della Comunità oltre quarant’anni fa, in cui oggi i progetti sostengono bambini e ragazzi che vivono o rischiano di vivere in strada, anziani soli e persone con disabilità. Ci sono il Brasile e la Bolivia, dove un pasto condiviso si intreccia con percorsi educativi, attività sportive e occasioni di crescita per bambini e adolescenti che altrimenti rischierebbero l’emarginazione. Ci sono le mense di strada e le case di accoglienza per persone senza dimora di tante città italiane. Tutti luoghi diversi, ma accomunati dalla stessa convinzione: il cibo non è mai soltanto cibo, perché attraverso l’opera della Comunità si trasforma in istruzione, salute, relazioni, protezione, possibilità di futuro. Un modo di vivere la condivisione che porta l’impronta di don Benzi, che ha sempre accompagnato l’impegno a dare risposta a un bisogno alla scelta di condividere la vita con gli ultimi. Anche davanti alla fame la sua intuizione era radicale: non basta dare da mangiare a chi non ne ha, occorre fargli posto alla propria tavola.
Ed è proprio da questa visione che nasce un modello nel quale garantire il pasto smette di essere soltanto assistenza e diventa relazione, appartenenza e restituzione di dignità. Il messaggio della campagna ‘Una tavola ci unisce: insieme facciamo posto alla dignità’ dice questo: la fame non è una realtà lontana da osservare con compassione, ma una ferita che interroga la responsabilità collettiva. Per questo la Comunità continua a parlare di condivisione prima ancora che di assistenza, di dignità e giustizia prima ancora che di carità. E sceglie la tavola come simbolo di una relazione che mette tutti sullo stesso piano. “C’è un’enorme differenza fra dare da mangiare all’affamato e invitarlo a condividere il pasto alla propria tavola. La condivisione annulla la distanza fra chi ha e chi non ha”, spiega il presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, Matteo Fadda, riprendendo il pensiero di don Benzi. L’iniziativa ‘Un Pasto al Giorno’, dunque “vuole essere proprio questo: invita a uscire dall’individualismo e dall’egocentrismo per entrare nella logica del noi e compiere insieme un atto di giustizia distributiva e riparativa” aggiunge Fadda. ‘Un Pasto al Giorno’, dunque, non è un gesto di carità, ma un atto di giustizia che invita ciascuno a riconoscersi parte della stessa umanità.
L’elenco completo delle piazze e tutte le informazioni sull’iniziativa sono disponibili sul sito: unpastoalgiorno.org
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18 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Mercoledì 23 settembre 2026, dalle 17:30 alle 19:00, la Fondazione Santobono Pausilipon (Istituto Ravaschieri), in via Riviera di Chiaia 126 a Napoli, ospita il dialogo pubblico «La cura nel contesto sociosanitario e il valore della pace».
L’incontro si inserisce nel percorso del Premio internazionale «Pellegrini di Pace», promosso dall’omonima associazione insieme alla Fondazione Santobono Pausilipon ETS, e nasce dalla convinzione che la pace non sia soltanto una questione di diplomazia tra Stati, ma anche una pratica concreta che si costruisce ogni giorno nei luoghi della cura, dove l’accoglienza della fragilità altrui diventa la prima, essenziale forma di dialogo tra persone e comunità diverse.
A discuterne saranno voci che rappresentano, insieme, il mondo della sanità, dell’università e dell’impegno civile. Pina Mengano Amarelli, per la Fondazione Santobono Pausilipon, e Paolo Ricci, dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, apriranno la riflessione mettendo in relazione l’esperienza sul campo con la dimensione formativa e culturale del tema. Rodolfo Conenna, Direttore Generale dell’AORN Santobono Pausilipon IRCCS, porterà la prospettiva istituzionale di chi guida ogni giorno una delle principali realtà sociosanitarie pediatriche del territorio, mentre Maria Vittoria Montemurro, Direttore Sanitario della stessa Azienda, offrirà uno sguardo più propriamente clinico sul rapporto tra cura e pace. Completano il panel Maria Carolina Terzi e Flavia Matrisciano, entrambe della Fondazione Santobono Pausilipon, che porteranno l’esperienza diretta di chi lavora quotidianamente accanto ai piccoli pazienti e alle loro famiglie.
Il momento più atteso del dialogo pubblico sarà però probabilmente quello delle testimonianze delle famiglie giunte in Italia attraverso i corridoi umanitari: voci che riportano il tema della pace alla sua dimensione più concreta e personale, quella di chi ha vissuto sulla propria pelle il valore di un’accoglienza sanitaria capace di farsi, essa stessa, gesto di pace.
Un pomeriggio di confronto aperto alla cittadinanza, dunque, che unisce il rigore delle istituzioni sanitarie e accademiche alla forza delle esperienze vissute, per ricordare come la cura di chi è più vulnerabile — un bambino malato, una famiglia in fuga da un conflitto — resti una delle strade più autentiche verso la costruzione della pace.
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18 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Dal 24 al 27 settembre torna, per la quarta edizione, l’AUT ART Festival. Nella cornice del Teatro degli Eroi di Roma, le associazioni Siamo Delfini- Impariamo l’Autismo, FIDA, Io Autentico e – unica associazione campana coinvolta nell’organizzazione – La Palestra delle Autonomie, hanno organizzato nuovamente la maratona di eventi, tavole rotonde e spettacoli a cui partecipano i ragazzi nello spettro autistico e le loro famiglie. Le attività sono tutte pensate, gestite e portate in scena da persone autistiche che, come ben sottolinea l’Avvocato Vincenzo Gargiulo, che è tra gli organizzatori e relatori della manifestazione, «mettono al centro i propri bisogni, desideri ed espressioni artistiche».
Al mattino, il teatro ospiterà principalmente incontri tematici e meeting. Parallelamente a questi incontri formativi e informativi che mettono in relazione soprattutto esperti e famiglie, i bambini e i ragazzini autistici saranno impegnati in laboratori creativi, a cura proprio dai collaboratori e volontari dell’associazione napoletana La Palestra delle Autonomie.
Il momento conviviale del pranzo sarà gestito invece da ragazzi autistici da sempre impegnati in progetti nel campo del food e della ristorazione.
Al pomeriggio inizierà la parte di intrattenimento e spettacolo con performance sportive, presentazione di libri, esibizioni musicali e teatrali. Ogni momento artistico seguirà il tema su cui si è discusso al mattino.
All’interno del Festival, torna anche il premio AUT ART Award che valorizza e premia i progetti portati avanti da associazioni che pongono al centro un evidente miglioramento della qualità della vita dei soggetti autistici.
La giuria, composta da 5 componenti, non valuterà positivamente necessariamente il progetto più grande in termini economici ma considererà i reali impatti e le effettive ricadute nel quotidiano dei ragazzi autistici, l’innovazione, il coinvolgimento delle famiglie dei ragazzi e soprattutto la replicabilità e sostenibilità economica del progetto stesso. I progetti candidabili al premio devono essere già esistenti e attuati. Il premio consisterà in un supporto economico da impiegare in attività associative. La premiazione è prevista domenica 27 Settembre alle ore 17:30.
L’ingresso al Teatro degli Eroi (Via Girolamo Savonarola 36, Roma) per partecipare al Festival è gratuito.
Per tutte le informazioni e il programma festivaliero, il riferimento web è https://www.siamodelfini.it/
di Emanuela Nicoloro
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18 Set, 2026 | Comunicare il sociale
C’è un’assenza che può sembrare ingiustificata. Una difficoltà a concentrarsi che può essere scambiata per disattenzione. Una stanchezza che agli occhi di chi guarda da fuori può sembrare semplicemente poca voglia di studiare. Ma dietro un banco vuoto o un rendimento che cambia può esserci una malattia che non si vede. È anche da qui che nasce l’appello di AISM, l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla a smettere di chiamare svogliati gli studenti che stanno affrontando una SM. Perché la malattia può arrivare proprio negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza e incidere sul percorso di formazione molto prima che intorno a quel ragazzo o a quella ragazza si costruisca una rete di supporto adeguata.
I numeri del barometro della sclerosi multipla e patologie correlate 2026 restituiscono una fotografia difficile. Tra le persone che già convivevano con la SM durante il percorso scolastico, il 70% racconta di avere incontrato difficoltà negli studi. Il 17% ha perso uno o più anni e il 6% ha dovuto interrompere il percorso. All’università il quadro diventa ancora più critico. Le difficoltà riguardano l’86% degli studenti con SM, il 30% ha perso anni di studio e quasi una persona su cinque ha rinunciato del tutto a studiare. Sono numeri che raccontano qualcosa che va oltre il rendimento scolastico. Raccontano il rischio che una malattia possa modificare il percorso di crescita di una persona, limitando opportunità che dovrebbero invece rimanere accessibili.
«L’esigenza nasce dai dati del Barometro 2026. Dietro un banco vuoto c’è un problema che non si vede, ma c’è», spiega a Comunicare il Sociale, il presidente nazionale AISM, Gianluca Pedicini. La sclerosi multipla, infatti, può manifestarsi attraverso sintomi che non sono immediatamente riconoscibili dall’esterno. Fatica, difficoltà di concentrazione, disturbi cognitivi, problemi motori, ricadute e terapie possono incidere sulla quotidianità scolastica. Per chi ha anche difficoltà motorie, alle assenze legate alle cure possono aggiungersi altre barriere, rendendo complicato persino raggiungere un’aula. Quasi una diagnosi su cinque riguarda persone under 25. Come ricorda Pedicini la malattia «colpisce tra i 18 e i 40 anni, ma anche casi pediatrici».
Il problema, secondo AISM, è che gli strumenti per sostenere gli studenti non sempre riescono a intercettare queste situazioni. La scuola italiana dispone di misure pensate per l’inclusione degli studenti con disabilità. «Dal Piano educativo individualizzato al recupero delle lezioni perse in caso di ricoveri prolungati. Ma l’accesso a questi strumenti è spesso legato a una certificazione di disabilità, che una persona con sclerosi multipla non necessariamente possiede, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia o quando i sintomi rimangono invisibili», evidenzia Pedicini.
È qui che la questione diventa più ampia. Come può la scuola riconoscere un bisogno quando quel bisogno non è immediatamente visibile? «Chiediamo che docenti e dirigenti siano formati e che queste possibilità vengano messe a disposizione anche dei giovani con SM, proprio perché la loro condizione non dispone automaticamente di una certificazione», dichiara il presidente AISM. Non significa chiedere di abbassare le aspettative nei confronti degli studenti. Al contrario, significa creare le condizioni perché possano affrontare lo stesso percorso degli altri senza che una terapia, una ricaduta o una manifestazione della malattia si trasformino automaticamente in un ritardo o in una rinuncia. La formazione di chi lavora nella scuola diventa quindi centrale. Non soltanto per riconoscere i sintomi, ma per capire che dietro un comportamento apparentemente inspiegabile può esserci una condizione che richiede attenzione e flessibilità. «C’è bisogno di essere sempre più capillari sul territorio e nelle scuole. C’è sempre bisogno di sensibilizzare sulla sclerosi multipla e di informare sempre di più il mondo della scuola», aggiunge Pedicini.
La sensibilizzazione riguarda una malattia che continua a essere poco conosciuta proprio perché molti dei suoi effetti non sono immediatamente visibili. E riguarda anche i casi pediatrici e adolescenziali, che rendono ancora più importante costruire una cultura dell’accoglienza già all’interno degli istituti scolastici. «Dobbiamo far passare il messaggio che gli studenti non sono svogliati, ma possono avere la sclerosi multipla. A tutto questo dobbiamo pensare che possono creare problemi le terapie, le ricadute, le difficoltà cognitive, le barriere fidiche», aggiunge Pedicini. Il tema delle barriere architettoniche è centrale. Perché anche quando la scuola comprende la condizione dello studente, rimane il problema di un ambiente che deve essere realmente accessibile. Le difficoltà motorie possono rendere complicato raggiungere un’aula, partecipare alle attività o vivere pienamente gli spazi scolastici. L’abbattimento delle barriere architettoniche diventa così parte dello stesso diritto allo studio, non un capitolo separato.
La battaglia dell’associazione si inserisce nell’Agenda della SM e patologie correlate 2030 e che «deve trovare la piena applicazione nel percorso della riforma della disabilità, e, ovviamente nel progetto di vita indipendente». AISM, inoltre, come componente stabile dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, ha partecipato alla definizione del nuovo Piano triennale d’azione per i diritti delle persone con disabilità, che comprende una specifica linea di intervento dedicata all’educazione e all’istruzione. L’obiettivo indicato dall’associazione è fare in modo che gli impegni non rimangano sulla carta, ma si traducano in tempi e risposte concrete da parte delle amministrazioni responsabili.
Per Pedicini il punto, alla fine, è soprattutto uno: «Nessun ragazzo o ragazza deve scegliere se curarsi o stare a scuola, perché una malattia non può trasformarsi nella rinuncia al proprio futuro».
di Ciro Oliviero
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18 Set, 2026 | Comunicare il sociale
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