ROMA – È stata licenziata con 374 sì e 75 no in prima lettura, la legge sul “Dopo di Noi” che passerà ora in Senato per essere approvata in via definitiva e che prevede un fondo pubblico da 150 milioni di euro in tre anni con i primi 90 milioni da sbloccare già nel corso del 2016. «È senza dubbio un primo ed importante passo verso la tutela del diritto all’autonomia e alla vita indipendente delle persone con disabilità e verso quella serenità che tanti genitori aspettano da tempo», afferma Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas Onlus – Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale, associazione che già da 58 anni si occupa, anche attraverso la Fondazione Nazionale Anffas Dopo di Noi, di raccogliere le istanze, i desideri e le preoccupazioni delle famiglie delle persone con disabilità intellettiva e/o relazionale rispetto al futuro dei propri congiunti e di tutelare, anche con risposte concrete, il diritto di queste persone ad avere una casa ed una famiglia anche quando quella d’origine non c’è più o non è più in grado di prendersene cura. L’Associazione ha seguito con attenzione l’iter della proposta di legge sin dai suoi albori, monitorando le sue evoluzioni ed intervenendo per far sì che il risultato dei lavori parlamentari corrispondesse il più possibile alle esigenze dei diretti interessati e fosse rispettoso di quanto previsto dalla nostra Costituzione e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
«Possiamo quindi esprimere soddisfazione», continua Speziale «per questo primo e importante passo in avanti su un tema che dovrebbe rientrare oggi tra le priorità dell’agenda politica, sia per dimensione del fenomeno che per complessità, ma al tempo stesso vogliamo ricordare a tutti gli attori istituzionali e non che il sì dell’Aula di Montecitorio non risolve di certo totalmente le problematiche del Durante e Dopo di Noi, della de-istituzionalizzazione delle persone con disabilità, anche non gravi, e delle centinaia di migliaia di persone e famiglie che quotidianamente vedono non adeguatamente applicate e finanziate le tante leggi esistenti troppo spesso causa di emarginazione ed esclusione sociale nonché angoscia per un presente ed un futuro pieno di incertezze e paure».
Conclude: «Quello che è certo è che questa legge è un punto di partenza importante e che fornisce un primo impianto per la realizzazione di adeguate ed innovative risposte nel quadro di un concreto progetto globale di vita della persona con disabilità, partendo sin dal “durante noi” e preparando la stessa a percorsi di vita autonoma ed indipendente nella massima misura possibile. Se anche le regioni e gli enti locali faranno bene la loro parte vi sarà finalmente per le persona con disabilità la possibilità di vivere in soluzioni abitative a dimensione di famiglia a partire dalla propria casa di abitazione, e per quelle che attualmente vivono in situazioni segreganti ed istituzionalizzanti di poter, finalmente, trovare risposte più idonee e civili. La nostra attenzione continuerà ad essere massima».
ROMA- Una lettera appello di Anffas Onlus – Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale al Presidente della Repubblica, al Presidente del Senato e alla Presidente della Camera per condannare senza mezzi termini la dichiarazione offensiva e denigratoria rilasciata da Maurizio Gasparri, vice presidente del Senato, durante il Family Day del 30 gennaio scorso (“… Guarda che è il Family Day, non l’Handicappato Day”, ndr )e chiedere un intervento tempestivo in merito.
«Sono parole che ci lasciano sconcertati- afferma Roberto Speziale, presidente nazionale di Anffas Onlus -soprattutto perché pronunciate da una persona che dovrebbe rappresentare una carica altissima dello Stato e che invece tratta i cittadini con disabilità come persone inferiori da disprezzare, calpestando non solo la loro dignità ma anche gli stessi valori della Costituzione Italiana su cui ha giurato e che invece ha dimostrato di non rispettare.Unendoci alle dichiarazioni del presidente Fish sull’argomento -prosegue Speziale – attendiamo ora una decisa presa di posizione da parte delle più alte cariche dello Stato Italiano su quanto accaduto, auspicando non solo che fatti del genere non si ripetano più ma soprattutto che il sig. Gasparri sia allontanato dal ruolo che ricopre. Una persona che si permette di fare affermazioni simili, cariche di disprezzo, odio e pregiudizio, non può in alcun modo rappresentare la Repubblica Italiana».
NAPOLI- Seduto di fronte a noi c’è Kevin (un nome inventato), occhi dolcissimi, pelle di ebano, gambe lunghe e un sorriso contagioso stampato sul viso. Ha ragione di sorridere, Kevin, ora, dopo tanta sofferenza, finalmente tutti i suoi sogni sono a portata di mano. O meglio di piede. Oggi ha 16 anni e vive a Cicciano, in provincia di Napoli, nella Comunità Alloggio “Villabate”, sotto la guida di uno staff di professionisti che si occupa di lui e degli altri 7 ospiti della struttura (tutti minori), con un’attenzione e un amore palpabili. Ma non è sempre stato così. Kevin, infatti, è nato a Brufut, in Gambia, ed è arrivato in Italia alla fine dell’estate 2014 con addosso nient’altro che una t-shirt e un paio di pantaloni e in testa un sogno grande: diventare un calciatore. «Sono partito dal mio Paese un venerdì notte, dopo un litigio con mio padre. Si era accorto che spesso, insieme a mio fratello, marinavamo la scuola per scappare al campo da calcio e così, stanco di rimproverarmi inutilmente, mi ha messo davanti ad una scelta: o resti qui e fai il tuo dovere, o parti per inseguire il tuo sogno. E io ho scelto di partire». Era il 2012, Kevin aveva solo 13 anni,ma ha deciso di intraprendere il viaggio verso il suo futuro. Ha percorso centinaia di chilometri con auto, pullman, camion e, infine, anche un terribile barcone. Solo per arrivare in Libia, Paese in cui si è imbarcato, ha impiegato un anno; un altro anno è passato, poi, nell’attesa di poter salpare.
Ci racconti il tuo viaggio?
«Ho attraversato il Senegal, il Mali, il Burkina Faso, la Nigeria- racconta-, poi il deserto e, infine, sono arrivato in Libia. Viaggiavamo di giorno, su mezzi sgangherati. Di notte si dormiva dove capitava, spesso a terra. In ogni nuovo Paese dovevo aspettare che mio padre mi facesse arrivare i soldi per ripartire, chiedevano sempre più soldi. Molti, arrivati a metà strada, erano costretti a tornare indietro. Arrivati in Libia, poi, ci hanno sistemati in una casa, eravamo tanti, e per un anno tutti sono stati costretti ad andare a lavorare per racimolare il necessario per proseguire il viaggio. Io sono stato fortunato, ero piccolo e così un ragazzo gentile si è preso cura di me, offrendosi di aiutarmi a pagare la mia traversata col suo lavoro. Ora siamo grandi amici».
Quanta paura hai avuto?
«Tanta. Ricordo che quando sono arrivato in Nigeria ero stanco, volevo tornare a casa, ma non si poteva. Allora ho desiderato arrivare il più in fretta possibile, ma non è stato così. Ci sono voluti undici giorni per attraversare il deserto, non me lo aspettavo. Ingenuamente, il primo giorno avevo già terminato tutta l’acqua che avevo portato con me. Per fortuna anche stavolta ho trovato persone buone che mi hanno aiutato. Ma è stata dura. Eravamo in dieci stipati in una piccola macchina, faceva caldo. Un uomo è morto durante la traversata, l’abbiamo seppellito lì nel deserto. E’ stato orribile».
Qual è stato il momento più terribile del viaggio?
«In Libia, al momento di imbarcarci, delle persone cattive ci hanno tolto tutto, per fino le scarpe. Ci hanno caricati su un vecchio gommone, era buio, eravamo tanti. Dopo due giorni in mare, finalmente, un elicottero ci ha avvistati ed ha allertato i soccorsi, ma all’improvviso il nostro capitano è fuggito via a bordo di un’altra imbarcazione sbucata dal nulla, squarciandoci il gommone. E’ stato il panico. La gente urlava, piangeva. Molti pregavano, qualcuno provava a buttare fuori l’acqua che entrava sempre più. Io ho avuto tanta paura, ho pensato di morire. Ad un tratto, abbiamo avvistato una grande nave che ci veniva incontro. Si sono avvicinati, parlavano italiano e ci lanciavano giubbotti di salvataggio. Le persone sul gommone, però, hanno iniziato ad agitarsi. Tutti urlavano e si spingevano tra loro per la fretta di salire. E’ stato allora che ho visto una mano tesa verso di me: era un uomo, un militare credo, mi ha tirato sulla nave e mi ha coperto subito con il suo giubbotto perché non avessi più freddo. Mi ha salvato».
Una volta arrivato al porto di Napoli, dopo due anni di silenzio, è finalmente riuscito a chiamare sua madre in Gambia. La povera donna, però, ci ha messo un po’ a capire chi ci fosse dall’altra parte del telefono: «Kevin non c’è, è morto» continuava a ripetere la donna tra le lacrime. Per fortuna Kevin è vivo, è arrivato nella sua terra promessa e adesso non vuole altro che realizzare il suo sogno. Ha talento il ragazzo, lo dicono tutti, e molte squadre di calcio si sono già interessate a lui. «Avevo 5 anni quando mio padre mi ha comprato il primo pallone e da allora non ho mai smesso di giocare. Ora sono qui e finalmente ho l’occasione di far vedere al mondo quello che so fare. E quando finalmente avrò abbastanza soldi, farò in modo che anche la mia famiglia possa venire a vedermi in Italia. Ma non come ci sono arrivato io. Voglio che loro viaggino comodamente su un aereo».
NAPOLI- Fervono i preparativi a Scampia, il corteo di carnevale è alle porte: per il 34° anno consecutivo la domenica di carnevale sarà caratterizzata da un’invasione di musica e colori, di carri e maschere prodotti con materiali di risulta e riciclati e su un tema di attualità, contrastando il concetto delle “più belle mascherine” (con vestiti acquistati), ma rivalutando il senso del carnevale come occasione di festa, sì, ma di denuncia delle storture della nostra società. Il tema suggerito quest’anno per il 34° Corteo di Carnevale di Scampia è «CONTINENTI E CONTENUTI ovverossia LA DERIVA DEGLI INCONTINENTI … ASPETTANDO LA PANGEA», in riferimento ai contrasti e alle guerre tra stati, croniche o nascenti che siano, e alle tante “soluzioni” e analisi sciorinate senza alcun nesso con la realtà e con le persone, ai contenuti spesso ignorati (volutamente o meno) e calpestati, ma anche al contenimento, spesso e volentieri con forme repressive, di ogni tentativo di resilienza e riappropriazione di spazi e diritti. La Pangea è il supercontinente primordiale, verso cui ri-tendiamo, o ci piacerebbe tendere, per non avere più distanze né barriere fisiche e mentali. Il corteo partirà domenica 7 febbraio 2016 alle 10:30 dalla sede del GRIDAS a Scampia.
ROMA – In Italia si stima ci siano 15mila persone che non hanno la possibilità di studiare, di sposarsi, di lavorare, di avere dei documenti, dei diritti. In Europa sono 600.000 a vivere in questo limbo. Persone che hanno perso o non hanno mai avuto la cittadinanza del loro Paese di origine. Apolidi. Una condizione che può diventare una condanna in un paese come l’Italia, dove il riconoscimento del loro status è praticamente impossibile: a causa di procedure inaccessibili, infatti, solo 606 persone hanno uno status di apolidia riconosciuto nel nostro Paese. Gli altri sono totalmente invisibili.
Il progetto Listening to the sun, realizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) con il sostegno della Open Society Foundations in Italia, ha l’obiettivo di realizzare una campagna di sensibilizzazione sulle difficoltà che incontrano le persone apolidi nella vita quotidiana, causate dall’impossibilità pratica di accedere a un riconoscimento legale della propria condizione.
La campagna #NonEsisto (www.nonesisto.org) attraverso i video e le foto di Denis Bosnic ci racconta le storie di Nyima, Sandokan, Elena e Ramadan. Filo conduttore è l’idea di esistenza negata agli apolidi, laddove la loro condizione non viene riconosciuta e con essa tutti i loro diritti e le loro opportunità. Per dirlo con le parole del Signor Halilovic “Sono apolide, anzi neanche apolide. Sono invisibile, perché ancora non ho il riconoscimento dello stato di apolidia…..Valgo zero”.
Una condizione che purtroppo si tramanda per generazioni e a pagare le conseguenze dell’apolidia sono spesso proprio i bambini. Molti figli nati nel nostro Paese da famiglie sfollate dalla ex Jugoslavia hanno ereditato la condizione di apolidia dai loro genitori o si sono ritrovati con una nazionalità incerta. Rappresentano la seconda o terza generazione e, per varie cause, non hanno avuto accesso a uno status riconosciuto. A causa di questa condizione di sostanziale irregolarità non possono neanche ottenere la cittadinanza italiana: la loro esclusione dai diritti di cittadinanza è un dramma sociale e un problema giuridico rilevantissimo, su cui abbiamo la possibilità e il dovere di intervenire.
Un rischio che potrebbero correre anche i rifugiati che stanno arrivando in Italia e in Europa e che ci pone di fronte alla sfida di individuare e prevenire possibili situazioni di apolidia tra i bambini che non hanno potuto ottenere la cittadinanza dei propri genitori o del proprio paese di provenienza. Questo può succedere ad esempio nel caso dei figli nati da madri siriane rimaste sole, che non possono trasmettere la cittadinanza ai loro figli a causa della legge siriana che lo permette solamente ai padri.
“L’apolidia è in sé una condizione estremamente complessa e dolorosa, perché presuppone l’inesistenza, la negazione del legame più importante che unisce un individuo al suo Stato: la cittadinanza. Ma questa condizione può divenire addirittura drammatica se non riconosciamo a queste persone identità e diritti. Tutti gli esseri umani hanno diritto ad avere una nazionalità, e coloro che ne sono sprovvisti hanno comunque diritto ad una protezione adeguata. Per questo motivo, con questa campagna vogliamo creare una sensibilità sul tema che possa favorire in Italia l’introduzione della legge sull’Apolidia, uno strumento normativo che possa garantire una procedura chiara, facilmente accessibile e fruibile per tutti coloro che hanno diritto a chiedere il riconoscimento di apolidia, e che includa una regolamentazione dei diritti della persona, durante l’iter e dopo l’eventuale riconoscimento” dichiara Fiorella Rathaus, direttrice del CIR.