Torna il campo estivo del Csv Napoli

NAPOLI – Sono 17 i giovani tra i 17 e i 24 anni che, accompagnati da tutor facilitatori ed esperti del mondo del volontariato, si metteranno in gioco prestando la loro opera e donando il proprio tempo alle associazioni della Penisola Sorrentina. Torna, infatti, il Campo Estivo di Formazione al Volontariato del Csv Napoli, che si terrà dal 17 al 23 luglio 2017 presso il camping Sant’Antonio di Seiano
Le associazioni “Genitori del 2000” , “Generazione Futura”, “AISM”, “Centro di cultura e Storia di Gragnano e Monti lattari Alfonso Maria di Nola” accoglieranno i giovanni aspiranti volontari nelle loro organizzazioni per farli vivere l’impegno volontario e spiegare il perché delle loro attività.
Ambiente, minori, diversità e turismo accessibile, sviluppo sostenibile saranno gli argomenti della formazione dei giovani, che attraverso un ventaglio di proposte sceglieranno come proseguire la loro attività nel mondo di volontariato.

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Un progetto di arte pubblica a cura di Collettivo Fx e Nemo’s Dal 26 giugno al 01 luglio 2017 Casa circondariale di Rimini

RIMINI – Riparte “Non me la racconti giusta”, il progetto di arte urbana all’interno delle carceri italiane a cura di ziguline, magazine di arte e cultura contemporanea, degli artisti Collettivo Fx e Nemo’s e del fotografo e videomaker Antonio Sena.

Dopo le intense esperienze dello scorso novembre nella Casa circondariale di Ariano Irpino e nella Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi, il gruppo prosegue il proprio percorso fisico ed interiore nelle carceri italiane, come sempre con l’obiettivo di accendere una discussione sul tema della reclusione e sul ruolo del carcere oggi. Così attraverso l’arte “Non me la racconti giusta” vuole attirare l’attenzione su una problematica che ci riguarda tutti ma che viene percepita come scomoda per la nostra società e spesso trascurata dalle istituzioni.

Il prossimo appuntamento si svolge dal 25 giugno al 01 luglio nella Casa di reclusione di Rimini e questa volta il progetto si avvale di nuove e interessanti collaborazioni. Innanzitutto, con l’artista riminese Filippo Mozone attivo dagli anni ’90 con uno stile molto personale che mescola writing, illustrazione, grafica e fotografia, il quale sarà al fianco di Nemo’s e Collettivo Fx nella gestione del laboratorio che vedrà protagonisti i detenuti.

L’associazione Il Palloncino Rosso, che ha creduto nel progetto e nella possibilità di dare una nuova visione al tema del carcere e di conseguenza, ha permesso di portarlo a Rimini, contribuendo alla creazione di una rete di sostenitori e operatori.

E ultimo ma non meno importante, Antonio Libutti, docente e regista, autore del documentario “Con gli occhia al muro” un film del 2016 che nasce dall’esigenza di restituire una panoramica sulla street art in Italia negli ultimi 10 anni, il quale ha supportato il progetto lavorando come mediatore tra l’istituto penitenziario e “Non me la racconti giusta”.

Con questo rinnovato team, “Non me la racconti giusta” varcherà la soglia della Casa circondariale di Rimini sempre con lo stesso proposito, ovvero, aprire una finestra sul carcere per far conoscere questa realtà all’esterno e contemporaneamente mettere a disposizione dei detenuti un progetto culturale che culminerà nella realizzazione di un intervento pittorico collaborativo e che permetterà agli stessi detenuti di gestire l’intero processo creativo, dalla determinazione dei contenuti, all’ideazione del soggetto, fino alla realizzazione materiale dell’opera.

Il modus operandi resta lo stesso, ovvero creare un tavolo di lavoro sul quale gli artisti pongono una serie di temi da sviluppare e, successivamente, la realizzazione di un intervento di arte pubblica in una specifica area del carcere individuata attraverso la collaborazione con la direzione e il brain storming in aula con i detenuti.

 

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Sardegna, trenta rifugiati collaborano con il Cnr per lo studio delle piante officinali tipiche del territorio

SASSARI – Uno studio del Cnr condotto anche grazie alla collaborazione di migranti sbarcati negli ultimi mesi in Italia. Succede in Sardegna, dove trenta richiedenti asilo del Centro di Prima Accoglienza di Castelsardo stanno collaborando con l’Istituto per il Sistema Produzione Animale in Ambiente Mediterraneo per attività di studio delle piante officinali autoctone dell’ecosistema sardo. In un terreno messo a disposizione dalla cooperativa Ecoservice che gestisce il Centro di Accoglienza di Baia Sunajola, l’Ispaam-Cnr ha avviato campi sperimentali per lo studio di specie naturali autoctone di lavanda, elicriso e rosmarino. Trenta migranti provenienti da Senegal, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Nigeria e Bangladesh, sono coinvolti nelle attività di coltivazione e prima trasformazione delle specie officinali utilizzate per l’estrazione di oli essenziali.

«Si tratta di un’iniziativa grazie alla quale si riescono a coniugare ricerca e accoglienza con una immediata ricaduta sociale del nostro lavoro che non può che farci piacere – dice Andrea Scaloni, direttore dell’Istituto per il Sistema Produzione Animale in Ambiente Mediterraneo che ha a Napoli il suo quartier generale – Questa collaborazione, inoltre, costituisce una preziosa occasione di approfondimento tecnico scientifico e di confronto nel reciproco interesse della conoscenza della coltivazione e per la valorizzazione di specie autoctone di interesse officinale».

«Il progetto è mirato allo studio delle caratteristiche morfo-fenologiche e produttive e delle tecniche di coltivazione più idonee ai fini della produzione di oli essenziali – dicono Giovanni Re e Simonetta Bullitta, i ricercatori della sede Ispaam di Sassari che coordinano la sperimentazione – Tutti i ragazzi stanno mettendo il massimo impegno in questa attività ed i risultati sono molto buoni».

Dalla Sardegna, dunque, giunge un esempio di ricerca e integrazione: «Le varie fasi di questo progetto riescono a sviluppare le abilità dei ragazzi in maniera positiva – conferma Pasquale Brau, presidente della cooperativa Ecoservice – Uno dei nostri obiettivi è promuovere lo sviluppo di attività che possano favorire l’integrazione e l’inserimento lavorativo dei migranti ospitati nella struttura di accoglienza. In futuro alcuni di loro potrebbero arrivare a gestire in autonomia attività di produzione di piante officinali: sarebbe uno straordinario risultato».

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Refugee Food Festival, l’integrazione passa per il cibo

ROMA – Qualche giorno fa è stata celebrata la Giornata mondiale del rifugiato, un appuntamento istituzionalizzato nel 2001. In Europa l’Italia è tra i paesi maggiormente coinvolti, anche perché ospita un numero importante di rifugiati. L’integrazione passa attraverso i molteplici aspetti della vita quotidiana. Anche attraverso la cucina. Per questo quest’anno è stato ideato il Refugee Food Festival, un festival appunto che facesse conoscere i rifugiati anche attraverso le rispettive tradizioni culinarie. Un festival che ha abbracciato diverse città europee nelle scorse settimane e che anche in Italia si è svolto in diverse città. Da Firenze a Milano, passando per Bari, fino a Roma. Proprio il 20 giugno la capitale ha ospitato l’appuntamento. L’incontro tra cibo e persone si è tenuto presso la sede romana di Eataly.

LA SCELTA DI ALTROVE – “Altrove è un ristorante dove lavorano uindici ragazzi di seconda generazione, in parte anche rifugiati, che provengono da tutto il mondo ed è figlio di un progetto nato da Matemù e soprattutto dalla onlus Cies (Centro informazione educazione sviluppo)”, ha detto il direttore di Altrove Sandro Balducci. Il Cies si occupa di rifugiati sin dalla sua nascita. Qualche anno fa ha dato vita al progetto Matemù nel quartiere Esquilino di Roma. Un progetto che ha ospitato in sei anni oltre quattromila giovani formandoli in varie arti. Dalla musica al teatro, ed ultima, solo in ordine di tempo, anche la cucina. Da qui è nata una scuola professionale di cucina e pasticceria, personale di sala. Dei ragazzi che si formano presso questa scuola quasi tutti riescono a trovare impiego in ristoranti sani dal punto di vista etico. Alcuni restano a lavorare proprio presso Altrove.

“È una giornata molto speciale. Come noi – ha detto la portavoce di Unhcr Italia, Carlotta Sami – stanno festeggiando questa giornata migliaia di persone in tutto il mondo. Per noi è fondamentale festeggiare la Giornata mondiale del rifugiato perchè i rifugiati hanno avuto delle difficoltà grandissime nella propria vita, ma sono persone molto determinate che vogliono ricostruire la propria vita”.

di Ciro Oliviero

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Chiusura dei Tribunali per i minori. Il Telefono Azzurro lancia l’allarme: «Sarà caos»

NAPOLI – «Non è possibile abolire un’istituzione che tutti hanno sempre definito come il fiore all’occhiello dell’Italia: basti pensare che in Austria, nel 2003, era stata tolta ed ora stanno cercando di reintrodurla». Lo sostiene con fermezza Emiliano Venditti, presidente nazionale del CAM Telefono Azzurro, lanciando l’allarme contro la riforma del processo civile che minaccia di smantellare l’intero sistema della giustizia minorile in Italia. Il disegno di legge 2284, già approvato alla Camera e adesso all’esame della Commissione Giustizia del Senato, prevede la soppressione dei tribunali e delle procure per i minorenni, da sostituire con sezioni specializzate all’interno dei tribunali ordinari. Tra i rischi principali ci sarebbe la perdita di specializzazione che caratterizza tali strutture, dotate di una composizione ‘mista’, con esperti in pedagogia e psicologia che affiancano i giudici togati e onorari, in un’ottica che non è soltanto punitiva ma soprattutto rieducativa. «Così verrebbero a mancare tutti gli esperti che accompagnano i giudici minorili nel loro delicato ruolo – continua Venditti –. E poi nel caos del tribunale ordinario un bambino che deve essere ascoltato non avrebbe l’attenzione che merita».
I bambini non possono aspettare i tempi lunghi della giustizia – Lo scorso 22 giugno il CAM Telefono Azzurro di Napoli ha organizzato una tavola rotonda al Tribunale per i Minorenni partenopeo, per discutere delle conseguenze della riforma e stilare un documento da presentare al Ministero della Giustizia. «Ci saremmo aspettati un’attenzione diversa sulla questione della giustizia minorile che si occupa, nel campo civilistico, di bambini che sono vittima di disagi, di abusi, di violenza, di maltrattamenti e non possono aspettare assolutamente i tempi lunghi della giustizia ordinaria, e nel campo penale di adolescenti che si rendono responsabili di reati talvolta molto gravi – ha detto Patrizia Esposito, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli –. Non possiamo non considerare con preoccupazione una riforma che guarda alla ristrutturazione della giustizia in termini di ripianamento delle risorse». Una ‘ristrutturazione’ in cui rientrerebbe anche il depotenziamento della procura: «Noi lavoriamo moltissimo nel campo civile, che è il campo della prevenzione e della tutela – ha aggiunto il procuratore della Repubblica Minorile di Napoli, Maria de Luzenberger –. Riceviamo migliaia di segnalazioni che istruiamo mediante i servizi sociali o con altri tipi di accertamenti e dalle segnalazioni nascono i nostri ricorsi; molte provengono dal Telefono Azzurro, che è uno strumento formidabile. Togliere energia e mezzi ad uffici che fanno soltanto questo, acquisendo negli anni competenze enormi, sarebbe sicuramente una perdita, specialmente nelle zone in cui i servizi sociali sono carenti». Una posizione «ferma e critica rispetto all’ipotesi dello smantellamento dei tribunali e delle procure per i minori» è arrivata, infine, dall’organo di autogoverno dei magistrati: «Nell’ambito delle proprie competenze e nell’assoluto rispetto del ruolo del legislatore – ha dichiarato Francesco Cananzi, membro del CSM –, il Consiglio ha proposto l’istituzione di un tribunale per la famiglia che abbia una struttura analoga al tribunale di sorveglianza, coniugando i principi di unicità della giurisdizione, di prossimità e di specializzazione».
Rieducare prima di punire – Nella relazione di sintesi per il 2016, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ricordato che il tasso di delinquenza giovanile nel nostro Paese è nettamente inferiore rispetto al resto d’Europa e agli Stati Uniti, con 19 minorenni in carcere ogni 100mila. Secondo Dario Bacchini, membro del CTS del Telefono Azzurro e docente di Psicologia dello Sviluppo all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, questo accade «perché abbiamo una cultura giuridica apprezzabile» strettamente connessa alla rieducazione. «Io credo che la giustizia debba fare il possibile per evitare che il minore possa identificarsi con un’etichetta negativa. Quanto più si dà la possibilità al minore di riconoscersi in un’identità deviante, tanto più aumenta la probabilità che ci siano recidive in futuro. Essere adolescenti non è soltanto un dato anagrafico, ma anche psicofisiologico: il cervello dell’adolescente è plastico. L’adolescenza corrisponde a una fase della vita in cui c’è una possibilità di trasformazione, di prendere posizioni diverse, di cambiare orizzonte valoriale. Allora se c’è plasticità è evidente che il discorso della giustizia si lega a quello educativo».

di Paola Ciaramella

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