La mappa della povertà: al Sud più italiani che stranieri si rivolgono alla Caritas

ROMA – Cala il numero di utenti ai Centri di ascolto Caritas dal 2015 al 2016 (anche se aumentano rispetto al 2014), diminuisce l’incidenza degli italiani mentre è in crescita il peso degli uomini e delle persone sole. In forte aumento i giovani adulti nell’età compresa tra i 18 e i 34 anni, contro un calo registrato per anziani e pensionati. Infine diminuisce il peso della grave marginalità e dei senza fissa dimora. Queste le tendenze registrate nell’ultimo triennio tra quanti si rivolgono ai Centri di Ascolto Caritas. I dati, raccolti nel Rapporto 2016 su povertà ed esclusione sociale in Italia “Vasi comunicanti” pubblicato oggi da Caritas italiana, provengono dai 1.649 centri di ascolto dislocati su 173 diocesi (pari al 79,3 per cento del totale) con una distribuzione piuttosto equa tra Nord, Sud e Centro. Tra gli stranieri prevalgono i cittadini di nazionalità marocchina (17,4 per cento) e romena (15,4 per cento), questi ultimi in diminuzione rispetto ad un anno fa, a fronte di una stabilità mantenuta a livello nazionale in termini generali di presenze. Tra le prime dieci nazionalità risultano anche: Albania, Ucraina, Nigeria, Tunisia, Senegal, Perù, Pakistan e Ecuador. Tra gli stranieri, inoltre, si conferma alta la percentuale di chi è in una situazione di regolarità giuridica, o perché in possesso di un permesso di soggiorno (76 per cento) o perché cittadino dell’Unione Europea. È invece contenuta la percentuale di chi è privo di un permesso di soggiorno (sono uno su dieci) o di chi non ha adempiuto alla formalità dell’iscrizione anagrafica (1,4 per cento). Nel corso del 2015 i profughi e i richiedenti asilo che si sono rivolti ai Centri di Ascolto Caritas sono stati 7.770. Si tratta in più di nove casi su dieci di uomini e di età compresa tra i 18 e i 34 anni (79 per cento), provenienti soprattutto da stati africani e dell’Asia centro-meridionale. In termini di bisogno prevalgono le situazioni di povertà economica, coincidenti soprattutto con la povertà estrema o con la mancanza totale di un reddito. Alto anche il disagio abitativo, sperimentato da oltre la metà dei profughi intercettati.Sebbene gli ultimi trend riguardino il primo semestre del 2016, i dati più dettagliati sono quelli del 2015. Un anno in cui 190.465 persone si sono rivolte ai centri, di cui più di quattro su dieci nelle regioni del Nord, più di 3 su dieci nel Centro Italia e circa due su dieci nelle strutture del Mezzogiorno, con uno sbilanciamento dovuto più ad una maggiore ricettività e dimensioni dei centri presenti al Nord e una più alta percentuale di presenze straniere che nel Settentrione hanno fatto riferimento alle Caritas diocesane (dove rappresentano il 64,5 per cento delle persone ascoltate, contro il 57 per cento di media nazionale). Tuttavia, spiega il rapporto, emergono quindi due diversi profili di povertà. “Un Nord e un Centro per i quali il volto delle persone aiutate coincide per lo più con quello degli stranieri – si legge nel testo – e un Mezzogiorno più povero e con una minor incidenza di immigrati, dove a chiedere aiuto sono prevalentemente famiglie di italiani. Anche le regioni del Centro-Nord, tuttavia, nel corso degli anni hanno registrato un vistoso aumento del peso degli italiani”.

Un’ulteriore cambio di tendenza riguarda il genere. I dati del 2015, infatti, mostrano una “parità di presenze tra uomini e donne a fronte di una lunga e consolidata prevalenza del genere femminile. Tale situazione, tuttavia, non è omogenea da Nord a Sud; nelle aree del Mezzogiorno infatti la presenza delle donne risulta ancora maggioritaria”. Un trend, quest’ultimo, che secondo quanto riferiscono alcune Caritas diocesane è dovuto al problema lavoro. “Gli uomini dal 2007 ad oggi risultano i più penalizzati in tema di occupazione – spiega il rapporto -: per loro cala vistosamente il tasso di occupazione, dal 70,5 al 65,5 per cento (a fronte di un aumento di quello femminile, dal 46,6 al 47,1 per cento); sale vistosamente il tasso di disoccupazione, che passa dal 4,8 del 2007 all’11,3 per cento del 2015. E i rischi di esclusione sociale per gli uomini che non possono contare su un impiego sono davvero molto alti”. E la fragilità occupazionale delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto, spiega la Caritas, “è un dato consolidato, stabile e in un certo qual modo prevedibile. I disoccupati e inoccupati insieme rappresentano il 60,8 per cento del totale”.

L’età media delle persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto Caritas è 44 anni anche se gli italiani sono mediamente meno giovani degli stranieri. Tra le storie intercettate, inoltre, prevalgono le persone coniugate (quasi la metà), seguite dai celibi o nubili (27 per cento circa). Infine separati e divorziati che insieme rappresentano il 15,7 per cento del totale. “Tra i maschi l’incidenza delle persone sole (celibi) risulta molto più alta della media – spiega il rapporto -. Al contrario sono più elevati tra le donne i casi di vulnerabilità familiare (vedove, separate legalmente e divorziate)”. Dai dati raccolti dalla Caritas, inoltre, il 65 per cento circa dichiara di avere figli. Centri di ascolto, quindi, che non sono frequentati solo da senza dimora, come qualcuno potrebbe pensare. E i dati confermano. “Il peso di questi ultimi risulta decisamente contenuto poiché rappresentano solo il 16,6 per cento delle persone ascoltate – spiega la Caritas -. In termini assoluti si tratta di circa 24mila individui (incontrati nel 2015), per lo più stranieri. Chiara anche in questo caso la difformità tra Nord e Sud del Paese: nel Mezzogiorno la percentuale di chi è privo di un domicilio scende all’8,7 per cento, arriva invece al 23,9 nelle regioni del Nord”.

Dai dati raccolti nel 2015 spiccano i casi di povertà economica (76,9 per cento) e di disagio occupazionale (57,2 per cento), seguiti dai problemi abitativi. Tra chi manifesta un disagio economico prevalgono le persone con reddito insufficiente o prive di qualsiasi forma di sostentamento, meno frequenti invece le situazioni di povertà estrema (6,2 per cento) o di sovra-indebitamento (4,2 per cento). Ai problemi di ordine materiale seguono, comunque, altre forme di vulnerabilità, in particolare i problemi familiari, quelli legati alla salute o ai processi di migratori. “Anche nel 2015 le domande più frequenti, indistintamente da italiani e stranieri, sono quelle relative a beni e servizi materiali (56,3 per cento) – spiega il rapporto -. All’interno di tale categoria prevalgono le richieste legate per lo più ai bisogni primari: viveri, vestiario, accesso alla mensa, servizi di igiene personale. Al secondo posto figurano le domande di sussidi economici, da impiegare soprattutto per il pagamento di bollette/tasse, canoni di affitto o spese sanitarie e richiesti in maniera più marcata da cittadini italiani. Seguono poi le richieste riguardanti il lavoro, formulate soprattutto da stranieri, le domande di alloggio e quelle inerenti prestazioni o l’assistenza sanitaria”.

 

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 “Pratiche e modi diversi … di essere cittadini. Il corso di cittadinanza La Piana del Sele e le sue potenzialità turistiche”

SALERNO – Martedì 18 ottobre 2016 convegno conclusivo per il corso di cittadinanza “La Piana del Sele e le sue potenzialità turistiche”. Una mattinata dedicata ai risultati e alle proposte progettuali elaborate durante il percorso didattico. Le attività avranno inizio alle ore 10.30, presso la sala conferenze del DISPAC  – Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale – Università degli Studi di Salerno.  Un percorso formativo incentrato su “La Piana del Sele e le sue potenzialità turistiche” che ha visto la partecipazione di 36 studenti di Archeologia e Beni Culturali e della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici. L’iniziativa è stata realizzata dal circolo di Legambiente Vento in Faccia di Bellizzi – Battipaglia, il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno. A sostenere il percorso Sodalis CSV Salerno nell’ambito dell’azione “Volontariato e giovani”.

Durante la mattinata sarà proiettato il video che ripercorre le tappe fondamentali del corso. Lezioni didattiche, visite in loco e strumenti di lavoro per valorizzare i contesti culturali.  Gli stessi studenti hanno poi partecipato alla redazione della proposta progettuale “Ecomuseo del paesaggio agrario della Piana del Sele” che sarà presentata in mattinata. Un progetto, quello dell’Ecomuseo, che intende illustrare l’importanza degli elementi geologici del territorio.  Un documento che intende promuovere il riconoscimento e la valorizzazione dei geositi (siti di interesse geologico) presenti tra Pontecagnano e Capaccio- Paestum. Beni poco conosciuti, come la paleofalesia di porta Marina, piattaforma di travertino su cui è stata l’antica città di Paestum, le sorgenti di Capo di Fiume e di San Benedetto e le paleodune che compongono il paesaggio costiero.

All’incontro saranno presenti Agostino Braca, presidente di Sodalis CSV Salerno, Alfredo Napoli, presidente di Legambiente Battipaglia- Bellizzi, Mariagiovanna Riitano, direttore del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno. Seguiranno gli interventi di Fausto Longo, professore del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno, Amedeo Rossi, MIUR, Vincenzo Amato, geologo, Valentina Del Pizzo, Legambiente Campania.

In chiusura gli interventi di Anna Savarese, vicepresidente Legambiente Campania, Vanessa Pallucchi, presidente nazionale Legambiente Scuola e Formazione. Modera Michele Buonomo, presidente Legambiente Campania.

 

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“La stanza di Eric”, quell’ansia sociale che uccide la voglia di vivere

Eric si sente solo. Eric è solo. A fargli compagnia c’è soltanto una sigaretta che non sa fumare, il bruciore che gli raschia la gola, e la casa disabitata in cui vive da moltissimo tempo. Affetto da ansia sociale, Eric comincia a rifiutare qualsiasi contatto con il mondo esterno all’età di diciassette anni, rinchiudendosi nella sua cameretta dove, poco a poco, non permette più a nessun membro della famiglia di mettere piede.

Scritto da Ismaela Evangelista e pubblicato da Les Flâneurs Edizioni, “La stanza di Eric” – questo il titolo del romanzo – affronta il tema del disagio e della vergogna che attanaglia molti giovani adolescenti e che, almeno una volta, nella vita, ha messo in difficoltà ognuno di noi. Da ragazzo bellissimo e promettente il protagonista, Eric, appunto, si trasforma in uomo violento e scostante, che dalla finestra della sua stanza guarda il mondo fuori, la vita che scorre, senza che per se stesso, per la sua esistenza, possa avvenire qualcosa di simile, un episodio degno di nota.

Voce narrante, pagina dopo pagina Eric ripercorre la sua storia in una lunga analessi che si spezza solo per dare spazio, di volta in volta, agli eventi del tempo presente: la sua condizione di trentacinquenne deformato nell’anima e nel corpo, incurante dell’aiuto offertogli dall’ormai adulta sorella, Emma; lo stesso aiuto che anni addietro ha rifiutato dai propri genitori. Ed è sul parquet della camera da letto di questi ultimi che inginocchiato, seppur dolorante, prende a scrivere le proprie memorie dopo averne distrutto interamente, con un’ascia, il mobilio. Quella di Eric sembra quasi una volontà di cancellazione, un voler fare spazio nel vuoto dell’incomprensione, dare un senso al dolore sordo che sembra debba esplodere da un momento all’altro: «Ero in tensione, come quando si è in attesa del singhiozzo che poi non arriva». Neanche sua madre, Lucia, riesce a fargli cambiare idea, a strapparlo alla stanza maledetta in cui ha scelto di trascorrere il resto dei suoi giorni. Non ci riesce nemmeno quando, la notte della vigilia di Natale, pur di stargli accanto prova ad accoccolarsi in una coperta sistemata alla meno peggio sul pavimento, ai piedi del letto del figlio che ha cresciuto con amore misto a preoccupante onnipresenza: «Mia madre non aveva ancora capito niente. Ma proprio niente di niente. Io avevo deciso il mio suicidio sociale».

Il reparto di psichiatria, l’istinto suicida, l’entrata in scena della psicologa Bianca, il ricordo degli anni sereni dell’infanzia segnano le tappe di un’esistenza fragile, tormentata, privata dei pochi, veri bisogni: quello di essere sinceramente abbracciato da un padre troppo dedito al lavoro e per niente alla famiglia; quello di essere rassicurato da professori che si rivelano troppo freddi, e che nulla hanno in comune con la dolcezza della maestra delle elementari, la maestra Pina. Quello, infine, di essere accettato nonostante le debolezze, le paure, i blocchi psichici: «La verità è che mi manca qualcuno a cui manco. Do le spalle al mondo, alle creature, al creatore, alla mia stessa casa».

“La stanza di Eric” è la storia di molti giovani che preferiscono la reclusione alla lotta per la vita pur di non sentirsi schiacciati da una società che non perdona chi è diverso, chi fa fatica a integrarsi perché particolarmente emotivo ma – è importante ricordare – a suo modo, speciale. Ismaela Evangelista, Psicologa Psicoterapeuta, affronta il tema dall’alto della sua professione, lanciando un messaggio significativo: un amorevole figura di riferimento che affianchi il paziente può migliorarne la condizione, alleggerirne il male di vivere, consegnargli una speranza quando l’unica prospettiva futura sembra essere un vicolo cieco.

 

di Francesca Coppola

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NEL 2018 A NAPOLI ASSEMBLEA FIODS (FEDERAZIONE INTERNAZIONALE DONATORI)

 

NAPOLI – L’assemblea della Fiods, Federazione internazionale donatori, si svolgerà a Napoli nel 2018. Il presidente Gianfranco Massaro ha accolto l’invito del numero uno di Avis Campania Raffaele Pecora. L’annuncio è avvenuto a Castel dell’Ovo durante la VI edizione del Congresso internazionale su Donazioni ed Emocomponenti, a cui hanno partecipato illustri esperti del settore provenienti da tutto il mondo come Peter Van den Burg, Karin Magnussen, Francoise Rossi, Yetmgeta Eyayou Abdella, Ravi Vengetassen, Martin Olsson e Dragoslav Domanovic. Tra i temi trattati: la qualità degli emocomponenti e del plasma; gruppo sanguigno molecolare e sierologia, nuovi decreti e rapporto Stato-Regioni, implementazioni dei patti di collaborazioni tra Who-Emro Fiods per il reclutamento dei donatori di sangue. “Ora la Regione ascolti le associazioni di volontariato per conservare l’obiettivo dell’autosufficienza, per noi motivo di orgoglio perché tanti anni fa ci proponemmo di diventare avanguardia culturale per permettere alla Medicina Trasfusionale campana di confrontarsi con gli standard scientifici ed organizzativi europei”, ha spiegato Pecora.

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Assunta Legnante, medaglia d’oro a Rio e tanta voglia di stupire ancora

NAPOLI – Assunta Legnante, nata a Frattamaggiore, ha vinto il suo secondo oro nel getto del peso alla paralimpiadi di Rio, confermandosi la migliore al mondo in questa specialità. Già recordista italiana, prima di diventare cieca, a Rio è stata il capitano della squadra d’atletica ed è da anni un punto di riferimento per tutto il panorama sportivo italiano.

Assunta, è arrivato un altro oro, che emozione si prova?

Innanzitutto soddisfazione perché questa medaglia è arrivata dopo un problema alla schiena e sudando fino all’ultimo lancio. Confermarsi a Rio è stato molto più difficile, a Londra ho vinto con 5 metri di distacco, mentre stavolta è stata gara vera.

I giornali durante la sua carriera hanno pensato di poterla vedere gareggiare con i normodotati, cercherà di farlo in futuro?

È stato detto più volte che potevo gareggiare con i normodotati in base alle misure dei miei lanci, però non è mai stato il mio obiettivo. Ora faccio parte di questo mondo e lo sento mio. In più gli sport paralimpici stanno crescendo, lo vediamo già da molto tempo guardando i risultati degli atleti nelle manifestazioni internazionali. Rammarichi non ne ho: ancora oggi ho il record italiano anche nei normodotati. Ricordiamoci che il mio caso non è isolato, non sono la prima atleta che passa allo sport paralimpico dopo una malattia o un’amputazione. Casi come il mio possono succedere anno per anno, quindi improvvisamente può entrare in qualsiasi disciplina un atleta di ottimo livello.

Sta crescendo anche l’attenzione generale per lo sport paralimpico?

L’attenzione sul mondo paralimpico si nota solo nell’anno dei giochi. Dura alcuni mesi e poi scompare. Quest’anno non trovo differenze, la gente purtroppo scopre la nostra esistenza solo per quattro o cinque mesi.

Che differenze c’è  tra gli atleti normodotati e tra quelli con disabilità?

Nel periodo in cui si svolgono i giochi olimpici non noto particolari differenze. Certo il premio nei giochi per normodotati è più sostanzioso (ride). Scherzi a parte non vedo grosse differenze tra l’atleta olimpico e quello paralimpico nemmeno agli occhi degli italiani durante i giochi. Siamo tutti italiani davanti ad un inno nazionale o una medaglia vinta. Personalmente ho un rapporto migliore con gli atleti paralimpici, semplicemente perché la delegazione è più piccola. In più nelle olimpiadi per normodotati le varie squadre viaggiano separatamente mentre noi, di solito, partiamo e rientriamo tutti insieme, quindi viviamo i giorni al villaggio olimpico e le varie gare più a stretto contatto.

Perché non si allena più in Campania?

Ormai sono 14 anni che non vivo più a Frattamaggiore. Prima sono andata a vivere ad Ascoli Piceno, poi da tre anni vivo a Porto Potenza Picena, in provincia di Macerata, e mi alleno a Civitanova Marche, che è a due passi. Il problema all’epoca era chiaro: ero una promessa nel mio sport e volevo diventare una certezza. Ho dovuto fare una scelta, all’inizio vivevo due settimane a Frattamaggiore e due ad Ascoli Piceno, poi mi sono trasferita definitivamente per avere la certezza degli allenamenti ed abbattere un ulteriore stress. A quei tempi per allenarmi in una pista d’atletica andavo a Villa Literno o a Formia. A Frattamaggiore, per anni, mi sono allenata in strada, vicino al cimitero di Sant’Arpino, ovviamente non era una situazione che poteva continuare a lungo.

In Campania c’è cultura sportiva?

Non c’è una cultura diffusa dell’atletica, anche se società sportive ce ne sono tantissime. Occorre voglia di far emergere l’atletica a Napoli e in Campania, che stenta ad affermarsi principalmente perché ci sono pochi stadi, poche piste d’atletica e l’attenzione c’è solo per il calcio. Penso che l’atletica in Campania sia addirittura in calo.

Perché un disabile dovrebbe fare sport?

Il nostro obiettivo primario è portar fuori i disabili, fargli capire che hanno ancora la possibilità di affermarsi come individuo. Nessuno deve farsi fermare dal loro proprio problema fisico e nemmeno si deve vergognare di averlo. Noi atleti paralimpici lavoriamo anche per questo: fare presentazioni, tour nelle scuole ed eventi di promozione è assolutamente necessario per diffondere cultura sportiva.

di Daniele De Somma

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AUTO ELETTRICHE E LAVORO MINORILE, UNA NUOVA RICERCA DI AMNESTY INTERNATIONAL

ROMA – Nei giorni del Motor Show di Parigi, dove verranno presentati alcuni nuovi modelli, Amnesty International ha sollecitato i principali produttori di auto elettriche a informare i consumatori sulle verifiche che stanno facendo per assicurare che la catena di rifornimento non si basi sul lavoro minorile e a rendere note le loro conclusioni.

General Motors (GM), Renault-Nissan e Tesla non hanno comunicato quali misure abbiano adottato per assicurare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo da bambini anche di soli sette anni non sia usato nelle batterie che alimentano le loro auto elettriche.

“Le auto elettriche potrebbero non essere così pulite come si pensa. I consumatori devono avere la certezza che le loro auto verdi non siano collegate alla miseria del lavoro minorile. I frequentatori del Motor Show di Parigi comprerebbero un’auto se sapessero che è costata l’infanzia di qualcuno?” – ha dichiarato Mark Dummett, ricercatore di Amnesty International su imprese e diritti umani.

“Dalle ricerche di Amnesty International emerge un sostanziale rischio che il cobalto estratto dai bambini finisca nelle batterie delle auto elettriche. Siccome questi veicoli vengono presentati come una scelta etica per automobilisti consapevoli dal punto di vista ecologico e sociale, le aziende che li producono devono chiarire e dimostrare che agiscono con diligenza nel procurarsi i materiali con cui li fabbricano” – ha proseguito Dummett.

Il cobalto è un componente fondamentale delle batterie al litio che alimentano le auto elettriche. Più della metà delle riserve mondiali di cobalto si trova nella Repubblica Democratica del Congo, dove si calcola il 20 per cento sia estratto a mano.

In un rapporto diffuso nel gennaio 2016, intitolato “Ecco ciò per cui moriamo”, Amnesty International aveva denunciato che bambini anche di soli sette anni lavorano in condizioni terribili nelle miniere artigianali di cobalto del sud del paese, senza la minima protezione, anche 12 ore al giorno per uno o due dollari, rischiando fortemente di perdere la vita in incidenti mortali (80 casi tra settembre 2014 e dicembre 2015) e di contrarre malattie a lungo termine ai polmoni.

Il rapporto citava i dati dell’Unicef secondo i quali nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo, la maggior parte dei quali estraendo cobalto.

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