27 Feb, 2023 | Comunicare il sociale
Le testimonianze dei sopravvissuti, il monito all’Europa, il grido d’accusa delle Ong. Il giorno dopo il naufragio avvenuto nel crotonese, che ha fatto registrare oltre 60 morti (un barcone carico di migranti si è spezzato all’alba di domenica dopo essere finito contro gli scogli a causa del mare agitato) il mondo del volontariato e del Terzo settore si interroga sull’ennesima tragedia che coinvolge i migranti che tentano di raggiungere le coste italiane.
Auser Nazionale esprime profondo cordoglio per le vittime di Cutro e le loro famiglie, manifestando «la rabbia per una tragedia che pare senza fine, per chi in questi ultimi anni si è solo occupato di criminalizzare l’immigrazione e le organizzazioni che operano per salvare vite di persone che attraversano il mare per fuggire da persecuzioni, guerre, carestie. Se ci fosse stato un piano, un programma di salvataggio e soccorso europeo, forse queste vite si sarebbero potute salvare. Se un decreto del governo non avesse ridotto l’operatività delle navi delle Ong, forse il destino di queste persone sarebbe stato diverso. I soccorsi non possono essere un crimine». Redattore Sociale (www.redattoresociale.it), invece, ha raccolto la testimonianza di Sergio Di Dato, coordinatore di People in the move, il progetto di Msf con base a Roccella Ionica, che ha prestato assistenza assieme agli altri operatori del team medico di Medici senza frontiere ai sopravvissuti al naufragio: «Ci hanno detto di aver iniziato a nuotare e di essere arrivati a riva, solo una volta in spiaggia si sono resi conto che molti non ce l’avevano fatta. Abbiamo sentito dire che bisogna impedire le partenze, ma siamo di fronte a persone che sono state costrette ad abbandonare tutto, per loro non c’è altra soluzione. Hanno scelto questa rotta per velocizzare l’arrivo in Europa, molti hanno familiari in altri stati Ue». Sempre su Redattore Sociale, è possibile leggere la ricostruzione della dinamica del naufragio e del numero delle persone a bordo: secondo alcuni 170, secondo altri 250 naufraghi. Sea Watch, l’organizzazione tedesca no-profit che opera nel Mediterraneo centrale, affida a Twitter il suo «dolore e sgomento» e rimarca: «Intollerabile che l’unica via d’accesso all’Europa sia il mare. L’assenza di missioni di ricerca e soccorso europee è un crimine che si ripete ogni giorno». Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, aggiunge: «Le immagini di questi corpi e di queste donne ci rimandano ad Aylan e a tutto quello che è successo negli ultimi dieci anni. Il nostro, il mio personale dolore oggi è un invito a non dividersi più. Non è più il tempo dell’indifferenza». E don Luigi Ciotti, presidente di Libera, spiega: «Nessuno lascia di sua spontanea volontà gli affetti, la casa, la terra affrontando viaggi rischiosi, in mano a organizzazioni criminali e in balia degli eventi atmosferici: freddo, tempeste, siccità. Lo fa solo perché costretto da un sistema economico intrinsecamente violento, sistema che colonizza, sfrutta e impoverisce vaste regioni del mondo. Lo fa perché l’Occidente globalizzato, in nome dell’idolo profitto, gli fa terra bruciata attorno offrendogli in alternativa sfruttamento se non schiavitù».
di Francesco Gravetti
fonte foto Agenzia DIRE (www.dire.it)
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27 Feb, 2023 | Comunicare il sociale
L’angoscia, l’alienazione dei personaggi del libro Cecità di Josè Saramago ( editore Feltrinelli, pagine 288, costo 12 euro) non possono non essere collegate a quelle vissute nel periodo di pandemia Covid. In una dimensione spaziale e temporale indefinita, l’autore rappresenta un’intera popolazione che diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Le vittime di tale malattia, improvvisamente esplosa, saranno rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e l’insensibilità altrui.
L’ autore, nel suo racconto fantastico, rappresenta l’indifferenza e l’egoismo di cui è capace l’uomo quando ha paura e viene meno l’uso della ragione. L’uomo, attraversato dall’indifferenza,si chiude in se stesso, diventa egoisticamente isolato e tremendamente pericoloso. Chi è indifferente dimostra debolezza, paura di dialogare, tristezza nel vivere e negatività nel rischiare. L’indifferenza si scontra con la vita stessa, perché la vita è incontro, gioco, rischio, rapporti, amore, pace. Siamo chiamati all’incontro e al confronto, sempre e in ogni luogo in cui siamo. L’indifferente, invece, è colui che sceglie di “disinteressarsi” di tutto e di tutti ed introduce spigolosità nel proprio vivere. Da tale atteggiamento nasce la situazione estrema nel quale si apre il non senso del proprio vivere e dunque la domanda di senso sul proprio esistere. Per la prima volta la vita appare nel suo non senso, nella sua a-razionalità (ossia, appunto, incoerenza): non vi è nulla di coerente perché la vita in sé non ha alcuna razionalità, né è dotata di alcun principio di non contraddizione da rispettare, per potersi dire, appunto, coerente. L’ordine rassicurante non è più tale e non è più neppure un ordine: il rassicurante si rovescia costantemente in inquietudine, il normale assurge a patologico. L’indifferenza genera insensibilità, distacco e freddezza. Le relazioni umane vengono fatte a brandelli. Un testo da leggere, con la consapevolezza che, forse tutti, siamo ciechi pur non essendolo.
Maria Rosaria Ciotola
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27 Feb, 2023 | Comunicare il sociale
Per far fronte alle grandi sfide che interessano il Pianeta – dalla crisi climatica alla costruzione di comunità sempre più sostenibili e coese – occorre mobilitare cittadine e cittadini attivi e responsabili, che abbiano gli strumenti giusti per incidere sulle politiche e far sentire la propria voce all’interno del dibattito pubblico.
Con questo proposito CSVnet, l’associazione dei 49 centri di servizio per il volontariato (Csv) italiani, e Legambiente hanno siglato un accordo che punta a favorire la cultura del volontariato, la collaborazione fra organizzazioni e istituzioni pubbliche e private – anche a livello europeo – e attività di formazione, ricerca e aggiornamento, rivolte in modo particolare ai giovani.
Una parte importante della collaborazione riguarda il supporto del sistema dei Csv alle attività formative organizzate da Legambiente nell’ambito del percorso Youth4Planet, che prevede il coinvolgimento di giovani attivisti sulle tematiche ambientali attraverso percorsi di facilitazione e formazione, anche informali, campagne di sensibilizzazione e attività di volontariato in aree protette e naturalistiche.
“Per il sistema dei Csv la tutela dell’ambiente non è un semplice slogan – dichiara Chiara Tommasini, presidente di CSVnet – ma un impegno costante finalizzato a supportare e sostenere migliaia di volontarie e volontari protagonisti di tante azioni cruciali per il futuro dei territori in cui vivono. Questa nuova collaborazione con Legambiente ci offre l’opportunità di rafforzare il lavoro su questi temi, forti dell’esperienza maturata dai Csv in oltre 20 anni di attività, in modo particolare nella formazione e promozione del volontariato fra i giovani e nelle scuole”.
“Cittadinanza attiva e volontariato ambientale insieme al grande impegno scientifico sono il cuore pulsante della nostra associazione da oltre 40 anni – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente -. Un impegno che si concretizza con numerose attività sul territorio: dai campi di volontariato alle campagne di impegno civico, come Puliamo il Mondo o Spiagge e fondali puliti, per arrivare alle tante attività di formazione scientifica, come ad esempio lo Youth Climate meeting che abbiamo organizzato in questi anni e che ha visto la partecipazione di centinaia di giovani, sempre più attenti e sensibili alle tematiche ambientali grazie anche all’effetto “Fridays For Future”. Con questo spirito e forti di questo background, siamo ben lieti di rafforzare quanto CSVnet già fa nel suo ruolo di sostegno allo sviluppo del volontariato e siamo convinti che insieme possiamo coinvolgere sempre più giovani verso i temi della sostenibilità ambientale”.
Tra le altre attività concordate con il protocollo d’intesa, che avrà la durata di un anno, c’è l’avvio di una cabina di regia per l’analisi dei bisogni e la progettazione di eventuali azioni per supportare le organizzazioni dei rispettivi enti, oltre a favorire ulteriori intese fra i propri associati a livello locale.
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27 Feb, 2023 | Comunicare il sociale
Per i più piccoli il treno è da sempre sinonimo di avventura e divertimento. Per questo motivo il Gruppo FS ha organizzato una giornata speciale a bordo di un treno storico per oltre cento bambini ospiti di diverse case-famiglia e strutture dedicate all’accoglienza di famiglie che hanno alle spalle situazioni di particolare complessità.
“Il Treno dei Bambini”, è questo il nome dell’iniziativa. Una giornata speciale che, a bordo di uno dei treni storici della Fondazione FS, ha preso il via da Roma Termini per arrivare a Pietrarsa e, da lì, raggiungere il Museo Nazionale Ferroviario.
Il convoglio storico è partito alle 9:50 dalla stazione di Roma Termini con a bordo circa duecento fra accompagnatori, genitori, bambini e ragazzi dai 6 ai 18 anni. Durante il viaggio un macchinista, un capotreno, un capostazione e il personale del Gruppo FS e di Fondazione FS hanno accompagnato i piccoli ospiti raccontando i loro mestieri e rispondendo alle loro domande per far conoscere più da vicino il mondo delle ferrovie.
All’arrivo a Pietrarsa i volontari e il personale FS impegnati nell’iniziativa hanno guidato i piccoli in visita al Museo Nazionale Ferroviario, una location unica dove è protagonista la storia ferroviaria italiana. Qui hanno anche potuto partecipare a giochi e incontri pensati appositamente per loro.
L’iniziativa è nata dalla collaborazione fra il Gruppo FS Italiane e le tante associazioni con le quali quotidianamente collabora. La solidarietà è da sempre un valore fondamentale per il Gruppo, guidato da Luigi Ferraris, in coerenza con l’adesione alla Carta Europea della Solidarietà, documento ispirato dal Trattato di Lisbona, sottoscritto dalle imprese operanti nel settore della mobilità con associazioni e istituzioni.
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24 Feb, 2023 | Comunicare il sociale
Si ponga fine al conflitto in Ucraina, cominciato esattamente un anno fa dopo l’invasione dell’esercito russo, e nelle altre zone di guerra troppo spesso dimenticate. Da Napoli parte un grido forte per la pace, urlato da circa 5000 persone tra studenti delle scuole del territorio, mondo dello spettacolo e della società civile, delle associazioni, della chiesa, dagli attivisti, dai cittadini ucraini presenti nell’area metropolitana. A organizzare la manifestazione di questa mattina, che cade in concomitanza con lo scoppio della guerra su larga scala in Ucraina il 24 febbraio 2022, partita a piazza Dante e terminata in piazza Municipio, la Comunità di Sant’Egidio insieme al Comune e alla Chiesa di Napoli con l’intento di coinvolgere soprattutto i giovani in nome della pace.
Il messaggio – «La pace è possibile e siamo felici che tanti giovani abbiano accolto l’appello» si ritiene soddisfatta Paola Cortellessa, rappresentante della Comunità di Sant’Egidio convinta che la «pace assicura il futuro dei giovani di tutto il mondo. La guerra è solo distruzione e dove c’è guerra non c’è futuro. Purtroppo la guerra sta diventando il mezzo per la risoluzione dei problemi invece la pace va ricercata». A condividere il messaggio il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi il quale sottolinea «la vicinanza» della città «al popolo ucraino, alla resistenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina» chiedendo al contempo «un percorso di pace perché i tempi ormai sono maturi per trovare finalmente una via d’uscita a un conflitto che sta costando tantissime vite umane». Manfredi ricorda come Napoli sia stata la «città che ha accolto più ucraini di tutti, questo è un luogo dove le tante diaspore del mondo hanno trovato sempre accoglienza. Ora la voce delle armi deve però essere sostituita dalla voce del dialogo perchè mai nessuna guerra si è conclusa con le armi». Gaetano Castello, vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Napoli, ammonisce: «La pace non si può ottenere guardando allo scempio, il rischio è che quelle immagini di distruzione e morte diventino un’abitudine mentre tutto questo deve suscitare sdegno. I giovani – il vescovo Castello – devono occuparsi di una pace che non è frutto di una politica delle armi, bisogna fare in modo che non si creino squilibri tali da fare scoppiare i conflitti. Tutti siamo con il popolo ucraino che porta nel cuore ferite e dispiace veder due popoli che pensano oggi di risolvere con il potere delle armi».
La marcia – La richiesta di stop alle ostilità in Ucraina e negli altri teatri bellici arriva non solo da piazza Dante dove si aprono gli interventi dal palco ma anche nel corteo che attraversando via Toledo e via Medina arriva sino in piazza Municipio dove i giovani, una musicale di ragazzi cingalesi, gli interventi di attori come Patrizio Rispo e scrittori come Maurizio De Giovanni animano la seconda parte della giornata. Tanta le bandiere gialle e blu dell’Ucraina sventolate dai cittadini del Paese ora in Italia, i cartelloni per veicolare parole di pace (“No war’’), la condanna dell’invasione del Cremlino. Ad aprire la marcia un grosso striscione con su scritto “Napoli città di pace’’ a cui si aggiungono le bandiere arcobaleno. «Più mandiamo armi, più le fabbrichiamo e più facciamo guerre. La nostra Costituzione, che è tra le più belle del mondo, dice che l’Italia ripudia la guerra», afferma padre Alex Zanotelli che alle parole del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin contro i costumi e le tradizioni dell’Occidente, anche dal punto di vista dei rapporti privati risponde così: «Parte tutto dal suprematismo bianco-ortodosso, loro si sentono portatori dei valori tradizionali dicendo che l’Occidente fa schifo e basta. Ma anche noi rifiutiamo l’altro, il nero: è la stessa logica della Russia che ora però la sta difendendo con le armi. Le unità dei vertici della chiesa ortodossa è chiara (basti pensare al patriarca Kirill, molto vicino al Cremlino ndr.) ma anche noi l’abbiamo fatto. È un processo da cui venir fuori, l’umanità o diventa plurale o siamo destinati a sbranarsi vicendevolmente. Le chiese dovrebbero prendere in mano questo discorso». Marina Saviano, docente di sostegno dell’Istituto Isabella d’Este Caracciolo, ricorda «come già prima che scoppiasse effettivamente il conflitto i ragazzi vivevano la situazione internazionale con profonda angoscia ed ecco perché abbiamo cercato di coinvolgere soprattutto i ragazzi delle Prime e delle Seconde. Un anno fa i ragazzi erano terrorizzati che ci fosse una guerra in un posto vicino ma non troppo, ora purtroppo sembrano assuefatti ma è necessario ricordare loro che mentre noi continuiamo con la nostra routine c’è chi muore sotto le bombe». «C’è stato un contraddittorio sull’argomento, abbiamo insegnato loro a confrontarsi anche con dialoghi serrati – si inserisce Carmen Aiello insegnante di italiano e storia della Isabella d’Este – Non c’è stato un pensiero unico, potrebbero ragionare di più anche scegliendo bene le fonti per capire bene le ragioni politiche, storiche, geografiche. Prima della guerra pochi studenti sapevano chi fosse Putin, ora lo sanno e anche Zelensky, il presidente ucraino, non sapeva chi fosse. E in verità nemmeno molti altri». Manuela, 17 anni, è una studentessa del Liceo Statale Comenio dei Colli Aminei. Su quanto sta accadendo sente di dire che «anche se è passato un anno dall’invasione dell’Ucraina e ci sono altre guerre in piccole forme, non ci si può fare l’abitudine ma non ho un’idea precisa su quanto accaduto perché ci sono troppe questioni economiche e politiche aperte. Putin lo conoscevamo anche noi poco, ora di più e credo sia egoista e siamo impaurite che il conflitto possa allargarsi». Irma, studentessa di 18 anni del Fonseca invece già conosceva il nuovo Zar del Cremlino: «Sapevamo già prima della guerra che fosse un dittatore ma ci siamo comunque stupiti dell’invasione dell’Ucraina, non ce l’aspettavamo». In ogni caso, aggiunge la sua amica di scuole Alessandra, «la colpa di questa situazione non è soltanto sua. Gli Stati Uniti da questa situazione credo ne stiano dando vantaggio e anche la Nato che fa finta di difendere ha interessi politici ed economici, stessa cosa l’Unione Europea. Non c’è al giorno d’oggi un leader internazionale capace di fare gli interessi di tutti, anche la visita a Kiev di Joe Biden è stata una messinscena. Ma odio anche il comportamento di Zelensky, che si fa i selfie e le foto nel suo salottino mentre il suo popolo muore ed è entrato anche in Italia parlando a Sanremo». Alessandra è comunque pronta a dire, immedesimandosi nel popolo ucraino, come sia «facile fare la guerra a chi è più debole senza potersi difendere». Irma chiosa con una frase che può mettere i brividi per una sorta di rassegnazione. «Più che paura c’è consapevolezza che il conflitto possa estendersi, è brutto vivere a 18 anni sapendo quanto possa accadere in futuro a causa della guerra, del cambiamento climatico per decisioni di potenti che non fanno mai l’interesse della gente».
Gli ucraini – Alla marcia tanti gli ucraini presenti, che intonano l’inno del proprio Paese come monito per la vittoria contro l’invasore russo. Lara Levchun, mediatrice culturale, è responsabile nazionale del sindacato Labor. Da quando nel suo Paese d’origine parlano le armi, ha cercato di dare sostegno e manforte ai suoi connazionali giunti a Napoli e in Campania, oltre 20.000 secondo dati ufficiali. «I napoletani sono stati accoglienti dando cibo, mettendo a disposizione case ai rifugiati. Inserire qui delle persone fuggite dalla guerra resta però difficile. Sarebbe bene avere un canale ben chiaro sulle procedure di sostegno con la Questura e con la Prefettura per costruirsi un futuro. Oggi – si rammarica Levchun – questo canale non c’è più e molti cittadini abitano nei posti più piccoli della regione perché costa meno un affitto, pagato di tasca propria insieme all’acquisto del cibo e accudire i figli». Anastasìa, 16 anni, è tra i giovani del coro esibitesi dal palco con una canzone ucraina perfetta per l’occasione che tradotta in italiano significa “Il nostro cielo’’ che dovrebbe essere protetto dagli attacchi russi. «Cerco di parlare con gli altri ragazzi per quanto sta accadendo ma non tutti hanno capito cosa significhi la guerra. Io ho parenti ancora lì, non lontano da Kiev, ci dicono che i russi cercano di bombardare le varie centrali però tentano di rassicurare sul loro stato di salute». Kathrin è un’adolescente ucraina di 15 anni, è in Italia dal marzo 2022 ospite dell’Officina delle Culture Gelsomina Verde di Scampia, dove studia al Liceo Elsa Morante, dopo essere scappata da Kiev con la mamma. «Sono arrivata in treno qui passando per la Polonia. Il viaggio è durato 3 giorni, quasi senza acqua e cibo. Quando ci hanno rifocillato, non sapevo nemmeno in quale Paese fossimo». Kathrin teme che la guerra possa durare ancora tanto e spiega perché. «Mio fratello è rimasto lì a combattere e mi dice che la situazione è complicata, almeno per buona parte del 2023 le ostilità non si fermeranno. Lui è un po’ stanco psicologicamente dai continui combattimenti, dorme per terra con uno zaino di 40 kg non è facile. Io però voglio tornare a casa mia in Ucraina, stare con i miei amici e rivedere mia nonna che non è potuta venire in Italia perché si è rotta la schiena e poi perché non vuole lasciare la sua casa». La 15enne poi racconta: «Avevo un amico russo, più grande di me. Ora però ho interrotto i rapporti perché dice che la Crimea è russa ma quella per noi è l’Ucraina, non possiamo accettare invasori sulla nostra terra». «E’ trascorso un anno e nulla è cambiato. Oggi non avrei voluto essere qui per commemorare un anno di guerra ma avrei voluto salire su questo palco per festeggiare la pace. Spero che un giorno l’amore possa farci vivere in un mondo di pace in cui la guerra non esista», aggiunge Karina Samoylenko, ballerina del Teatro San Carlo con madre ucraina e padre russo.
La giovane afghana – Nella giornata napoletana spazio anche per il dramma dell’Afghanistan, dal 2021 di nuovo in mano ai talebani. Fatima Mahdiyar, 22 anni in Italia da un anno e mezzo, dopo aver parlato dal palco di piazza Municipio, ci dice: «Sulla situazione del nostro Paese è calato il silenzio ma è terribile quanto accade: i talebani non permettono di fare nulla come mi racconta la mia famiglia che è ancora lì. Le donne non possono più studiare all’università e non c’è libertà. Sono a Napoli per studiare medicina ma non vorrei che il mondo non si dimenticasse di noi perché la nostra condizione è terribile, le persone sono da sole».
di Antonio Sabbatino
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24 Feb, 2023 | Comunicare il sociale
Fratelli La Bufala compie vent’anni e per l’occasione il brand capace di diffondere l’eccellenza della pizza napoletana in giro per il mondo, nato dal genio visionario di Geppy Marotta, coniuga profitto e sociale.
Dopo la prematura scomparsa del suo ideatore, il marchio è stato ben condotto dalla moglie Lelia Castellano, architetto e designer di ogni sede del gruppo e dalle sue figlie, diventando non solo una società di prestigio del settore enogastronomico, ma anche un punto di riferimento di un’economia “diversa”.
Dieci anni fa circa, infatti, dall’incontro tra Marotta e Antonio Franco, nacque “Finché c’è pizza… c’è speranza”, il progetto di formazione per pizzaioli, che ha sede nel carcere minorile di Nisida.
Successivamente, è stata la volta di “Pizzeria dell’Impossibile”, locale preso in gestione a Napoli nel quartiere Tribunali, dove non solo vengono tenuti corsi da 200 ore per 15 giovani provenienti da realtà poco felici, ma è stata istituita anche una mensa per clochard e cittadini in difficoltà.
Attenzione, però, l’impegno dell’azienda, non si sviluppa solo in campo etico, ma anche ecosostenibile, tramutandosi in riflettore sul territorio e sull’ambiente.
Nello scorso ottobre Francesco Miccoli, project civil engineer di “Fratelli La Bufala”, ha messo a punto il primo forno sostenibile, il “Leaf Oven”, un forno a legna Eco-compatibile che consente di cuocere la pizza a Basso Impatto Ambientale (BIA), senza l’esistenza di una canna fumaria e non producendo fuliggine, dimezzando i consumi della legna nel rispetto delle tempistiche imposte dalla tradizione napoletana.
Inoltre, in una zona come la Terra dei Fuochi, Fratelli La Bufala, ha confermato il suo impegno e sostegno verso un’azienda che coltiva basilico napoletano in idroponica e acquaponica. L’utilizzo di questa tecnica agricola, basata sulla sinergia e combinazione simbiotica di acquacoltura e idroponica, garantisce non solo un risparmio idrico del 95% rispetto all’agricoltura tradizionale, ma anche un minor sfruttamento del suolo.
di Annatina Franzese
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