Spreco alimentare: dalla grande distribuzione oltre 48mila tonnellate di cibo donate ogni anno. Banco Alimentare: “Rendere la donazione sempre più competitiva per le imprese”

In Italia la Grande Distribuzione Organizzata si conferma un attore centrale nella lotta allo spreco alimentare: ogni anno vengono donate per fini sociali oltre 48.000 tonnellate di prodotti alimentari, pari a circa 229 milioni di euro, grazie al contributo di circa 1.681 imprese.

 

È quanto emerge dalla ricerca promossa da Fondazione Banco Alimentare ETS e realizzata dal Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano, che ha analizzato il ruolo della distribuzione nel recupero delle eccedenze alimentari e dalla Fondazione per la Sussidiarietà, la quale ha svolto un’indagine statistica complementare a partire dai dati raccolti. Il progetto si inserisce in un percorso triennale volto a rafforzare la base conoscitiva del fenomeno delle eccedenze lungo l’intera filiera agroalimentare italiana, con particolare attenzione al ruolo della donazione, per il contrasto all’insicurezza alimentare.

 

Nonostante i risultati significativi, la donazione non è ancora una pratica diffusa: circa il 50% delle imprese della GDO dona le eccedenze“Si evidenzia una forte differenza di adozione della pratica tra Grandi (93% dei casi), Medie (54%) e Piccole aziende (43%). Per le imprese della GDO più grandi, la donazione è una decisione consapevole che si traduce in processi strutturati di gestione delle eccedenze, con la definizione di responsabili aziendali, il ricorso regolare alla misurazione e una partnership stabile per il recupero con enti del terzo settore specializzati, quali il Banco Alimentare. Queste osservazioni sono confermate dalle stime sulle quantità donate. Ad oggi, le Grandi imprese contribuiscono al 55% della quantità totale di prodotti alimentari donati, con donazioni medie pari a 274 tonnellate all’anno per impresa, ma per i prossimi anni si possono aprire importanti spazi anche per le Medie e Piccole imprese della GDO” – dichiara la Prof.ssa Prof.ssa Paola Garrone del Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano, responsabile scientifica del progetto.

 

Nel complesso, sono 56.859 le tonnellate di alimenti salvate dallo spreco e valorizzate con la donazione a scopo sociale e il riuso circolare (8.030 tonnellate). Ad esse si affiancano le promozioni commerciali e le scontistiche di vendita che portano alla valorizzazione economica di 107.759 tonnellate di alimenti.

 

“L’analisi statistica – osserva Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà – rivela i fattori che determinano più di altri la propensione delle imprese della Grande Distribuzione a donare: la facilità nella comunicazione con gli enti che ricevono aumenta di circa 13-14 punti percentuali la probabilità che l’impresa doni in modo continuativo; la presenza in azienda di un manager dedicato al surplus alimentare aumenta le donazioni di circa 8 punti percentuali; la prossimità territoriale dell’ente che riceve aumenta significativamente la continuità delle donazioni. Per ciò che riguarda le motivazioni che spingono le imprese a donare – continua Vittadini – quando sono legate prevalentemente all’intento di migliorare la reputazione dell’impresa (quindi sono indice di un comportamento opportunistico), si traducono poi in pratiche di donazione meno durature. Il fenomeno non riguarda le imprese che donano da più di 10 anni o che hanno un tasso di donazione superiore al 3%, le quali sembrano considerare questa pratica come parte integrante dell’identità della loro azione imprenditoriale.

 

La ricerca evidenzia inoltre che la donazione sociale può rappresentare una scelta sostenibile anche dal punto di vista economico, soprattutto quando i prodotti rischiano di rimanere invenduti o richiedono forti sconti per essere collocati sul mercato.

 

Questi dati confermano il valore strategico della collaborazione tra Banco Alimentare e la Grande Distribuzione – commenta Marco Piuri, Presidente della Fondazione Banco Alimentare ETS – ma ci dicono anche che esiste ancora un grande potenziale inespresso. Oggi solo una parte delle eccedenze viene effettivamente donata, mentre registriamo la richiesta delle 7.600 OpT con noi convenzionate, che assistono 1.800.000 persone in difficoltà, di ricevere un aiuto alimentare quantitativamente più importante. Negli ultimi dieci anni, dall’entrata in vigore della legge Gadda, il nostro recupero di eccedenze alimentari da questo canale è quintuplicato: un segnale concreto di quanto norme intelligenti e collaborazione tra pubblico e privato possano generare risultati importanti. Ma serve fare un passo in più e lavorare insieme alle imprese della GDO e alle Istituzioni per rendere la donazione sempre più economicamente competitiva. Quando donare è sostenibile anche dal punto di vista economico, si genera valore per tutti, soprattutto per chi è in difficoltà.”

 

Banco Alimentare si conferma il principale partner della GDO per il recupero delle eccedenze, scelto nel 29% dei casi e con un ruolo ancora più rilevante tra le grandi imprese, grazie alla capacità di garantire continuità operativa, efficienza logistica e tracciabilità dei flussi.

 

Alla luce dei nuovi obiettivi europei di riduzione dello spreco alimentare (-30% entro il 2030), lo studio evidenzia la necessità di rafforzare ulteriormente le pratiche di donazione e recupero, aumentando in modo significativo le eccedenze destinate al consumo umano.

L’articolo Spreco alimentare: dalla grande distribuzione oltre 48mila tonnellate di cibo donate ogni anno. Banco Alimentare: “Rendere la donazione sempre più competitiva per le imprese” proviene da Comunicare il sociale.

BULLISMO E CYBERBULLISMO: AL MANN LE ULTIME TAPPE DI “EDUCHIAMO AL RISPETTO”

Si concluderà al Museo Archeologico Nazionale di Napoli il ciclo “Educhiamo al rispetto. Insieme contro il bullismo” (L.R. n.11/2017), promosso dalla Regione Campania e realizzato da Scabec nell’ambito del progetto “Prevenzione e contrasto al fenomeno del bullismo e cyberbullismo”.

 

Gli ultimi appuntamenti sono in programma venerdì 15 maggio alle ore 15 e sabato 16 maggio alle ore 10. Le due giornate coinvolgeranno studenti, famiglie, docenti e comunità educative in occasioni di dialogo e approfondimento, con l’obiettivo di favorire una maggiore consapevolezza rispetto a fenomeni sempre più diffusi tra i giovani e promuovere valori come rispetto, ascolto e responsabilità condivisa.

 

Dopo il debutto proprio al MANN lo scorso 14 marzo, il progetto ha attraversato alcuni dei principali luoghi della cultura della Campania, facendo tappa alla Reggia di Caserta, alla Pinacoteca Provinciale di Salerno, al Museo del Sannio di Benevento e al Complesso Monumentale del Carcere Borbonico di Avellino. Un itinerario che ha trasformato musei e siti monumentali in spazi di dialogo e partecipazione, luoghi in cui l’esperienza culturale si è rivelata anche strumento di cura, accogliendo riflessioni e testimonianze su fenomeni che coinvolgono sempre più da vicino le giovani generazioni.

 

«Collegare il contrasto al bullismo e al cyberbullismo ai luoghi della cultura significa agire in profondità sul piano educativo. Questi fenomeni si combattono anche mettendo in discussione modelli fondati sulla competizione esasperata e sull’individualismo, promuovendo invece una cultura del “noi”, del rispetto e dell’inclusione», sottolinea Andrea Morniroliassessore alle Politiche sociali e alla Scuola della Regione Campania.

 

«La Regione Campania sostiene con convinzione questo progetto, che affronta una delle questioni più urgenti del nostro tempo. Offrire occasioni di confronto e consapevolezza significa contribuire alla costruzione di una società più equa e responsabile», dichiara Onofrio Cutaiaassessore alla Cultura della Regione Campania.

 

Anche gli appuntamenti conclusivi al MANN proporranno il format “Anticorpi di conoscenza su bullismo e cyberbullismo”, a cura della cooperativa sociale L’Isola che c’è, che intreccia contributi scientifici, linguaggi artistici e momenti partecipativi per favorire una riflessione più consapevole sui temi affrontati e sulle relazioni con gli altri. All’iniziativa prenderanno parte Speranza Marangelo, presidente della cooperativa, ed Enzo Marangelo, direttore artistico. Interverranno inoltre le psicoterapeute Annarita Di Sarno e Carmela Pulzone, l’avvocato Carmela Giacquinto, la content creator Raffaella De Maio, la scultrice Maria Emilia De Maio e il violoncellista Valentino Milo.

 

Elemento distintivo dell’intero progetto è stata la valorizzazione dei luoghi della cultura come presìdi educativi e relazionali: contesti nei quali il patrimonio artistico diventa strumento di cura, capace di stimolare empatia, inclusione e cittadinanza attiva, contribuendo a ricostruire legami e a contrastare forme di isolamento e disagio. A tutti i partecipanti sarà consegnato un papavero artigianale, simbolo di resilienza, attenzione verso gli altri e gentilezza, valori al centro dell’iniziativa.

 

Al termine degli incontri sono previste visite guidate gratuite alla mostra Parthenope. La Sirena e la città, pensate come esperienze condivise tra generazioni, attraverso un percorso tra storia, mito, archeologia e cultura contemporanea.

 

La partecipazione è gratuita fino a esaurimento dei posti disponibili, con prenotazione obbligatoria sulla piattaforma Eventbrite accessibile dal sito www.scabec.it.

L’articolo BULLISMO E CYBERBULLISMO: AL MANN LE ULTIME TAPPE DI “EDUCHIAMO AL RISPETTO” proviene da Comunicare il sociale.

Contro la noia, fino al precipizio: al Ridotto del Mercadante il racconto del vuoto esistenziale che attraversa le nuove generazioni

La Noia di Manuel Di Martino (spettacolo andato in scena al Ridotto del teatro Mercadante fino allo scorso 10 maggio) inquieta ben oltre il fatto di cronaca da cui prende avvio soprattutto perché racconta l’eccezione che rischia di diventare regola. La vicenda del senzatetto bruciato vivo — eco dichiarata del caso di Verona del 2017 — non viene infatti trattata come l’aberrazione di pochi individui deviati, bensì come il punto terminale di una tensione che appartiene diffusamente al presente: l’ossessione di sentire qualcosa, qualunque cosa, purché abbastanza forte da interrompere l’anestesia.

Il dispositivo inventato da Di Martino è tanto semplice quanto feroce. Quattro ragazzi si incontrano nel “Tempio” e si sfidano a inseguire l’attimo più intenso dell’esistenza altrui, a rubarlo, a reincarnarlo, a farlo proprio. Non importa se quell’attimo sia dolore, desiderio, lutto, violenza o amore: ciò che conta è l’intensità. Conta che la vita, finalmente, si faccia sentire. Fino a quando Renato (uno di loro, il leader) non confessa di aver bruciato vivo un clochard. A quel punto scatta (diremmo: finalmente) il cortocircuito.

Renato, quando rivendica di aver voluto “alzare l’asticella”, pronuncia forse la frase più contemporanea dell’intero testo. È la formula motivazionale che attraversa il lavoro, lo sport, i social, perfino le relazioni. Bisogna sempre superarsi, intensificarsi, eccedere il livello precedente. E l’asticella, una volta trasformata in principio morale, non può più restare ferma; esige continuamente che qualcuno la superi ancora. In questo senso La Noia coglie qualcosa di profondamente generazionale: il rischio che l’aspirazione, privata di qualunque misura, finisca per diventare una forma di violenza. Perché laddove ogni esperienza debba necessariamente essere più intensa della precedente, la vita ordinaria diventa insufficiente, opaca, quasi offensiva.

I personaggi

E allora la noia non appare più come semplice assenza di stimoli, ma come incapacità di abitare il tempo comune. È significativo che il “Tempio” sia costruito attorno al racconto: i protagonisti non vivono davvero se non quando possono trasformare ciò che accade in materia condivisibile, performativa, degna di essere rilanciata allo sguardo degli altri. Sembra quasi che l’esperienza, per esistere, debba essere continuamente validata. Non è difficile riconoscere in questo meccanismo un riflesso dell’ecosistema contemporaneo, dove l’intensità viene consumata rapidamente.

In questo equilibrio instabile, Thomas emerge come il personaggio più fragile e insieme più rivelatore. Quando, nel finale, lascia intuire che ad averlo trascinato dentro il gioco sia stato l’amore (o comunque un desiderio di prossimità, di appartenenza, di attrazione) lo spettacolo introduce improvvisamente una crepa inattesa. Perché fino a quel momento sembrava che il contrario della noia fosse soltanto l’eccesso; Thomas invece suggerisce che all’origine vi sia un bisogno affettivo, una fame di legame. E tuttavia è proprio lui a risultare il più debole, divorato dalla necessità di essere riconosciuto dagli altri. Come se Di Martino volesse insinuare che, in una generazione incapace di nominare fino in fondo i propri desideri emotivi, perfino l’amore finisca per assumere la forma di una dipendenza dal gruppo, di una disponibilità a lasciarsi trascinare oltre il limite pur di non essere esclusi.

Gli adulti

La Noia è anche uno spettacolo sugli adulti, benché gli adulti non compaiano mai in scena. Aleggia la figura del padre evocato e assente, così come quella della vittima, ridotta quasi a vuoto simbolico. Gli adulti sono il grande fuori campo dell’opera: non intervengono, non educano, non ascoltano, non comprendono. Ma sarebbe troppo semplice leggerne l’assenza come una mera accusa pedagogica. Più sottilmente, lo spettacolo sembra domandare se il vuoto dei giovani non sia anche il prodotto di un mondo adulto che ha trasmesso soprattutto il culto della performance, dell’eccezionalità, dell’intensità permanente, salvo poi scandalizzarsi quando quella logica venga portata alle sue conseguenze estreme.

Di Martino evita intelligentemente il moralismo proprio perché non costruisce mostri. I quattro protagonisti restano riconoscibili, attraversati da ironia, desiderio, vulnerabilità, slanci quasi infantili. È questo a disturbare davvero: la sensazione che il precipizio non si apra in un altrove incomprensibile, ma dentro dinamiche quotidiane, dentro parole che utilizziamo continuamente, dentro quell’ansia di vivere “qualcosa di forte” che il presente incoraggia senza tregua.

Alla fine La Noia lascia addosso una domanda più scomoda di qualunque condanna morale: che cosa accada a una società quando l’intensità diventi l’unico criterio possibile dell’esistenza, e quando tutto ciò che non produca eccitazione immediata — il silenzio, la lentezza, la cura, perfino l’amore — venga percepito come insufficiente. In quel vuoto, allora, non cresce soltanto la violenza. Cresce l’incapacità di riconoscere valore a una vita che non morda continuamente.

 

di Francesco Gravetti

L’articolo Contro la noia, fino al precipizio: al Ridotto del Mercadante il racconto del vuoto esistenziale che attraversa le nuove generazioni proviene da Comunicare il sociale.

Agricoltura, diritti e comunità: a Napoli il percorso di IRIS

Si parlerà di filiere etiche, sfruttamento del lavoro e comunità territoriali attraverso una giornata che proverà a mettere in relazione mondi spesso raccontati separatamente: agricoltura, attivismo civico, economia sociale, associazionismo e cittadinanza attiva. Venerdì 16 maggio, alle ore 10, Officina Gomitoli a Napoli ospiterà infatti “Filiere giuste, lavoro dignitoso, comunità attive”, iniziativa promossa nell’ambito del progetto IRIS – Investire Responsabilmente in Inclusione e Sostenibilità.

L’incontro nasce con l’obiettivo di costruire un confronto concreto sul tema del caporalato e dello sfruttamento lavorativo in Campania, tentando però di spostare lo sguardo anche sulle pratiche alternative già presenti nei territori. Non soltanto denuncia, dunque, ma anche il tentativo di immaginare reti sociali e produttive capaci di sottrarsi alle logiche dello sfruttamento attraverso modelli fondati sulla sostenibilità, sull’agroecologia e sulla partecipazione comunitaria.

Ad aprire i lavori saranno Vincenzo Di Giacomo e Imma D’Aquino di ADOC Napoli e Campania insieme a Giulio Iocco di NeXt Nuova Economia per Tutti e ReOrient, che introdurranno il progetto IRIS e il percorso territoriale che l’iniziativa intende avviare.

Il primo momento di confronto, previsto alle 10.30, sarà dedicato al rapporto tra agricoltura, lavoro ed ecologia, con un focus sul fenomeno del caporalato. Interverranno Gennaro Avallone dell’Università di Salerno, Gianfranco Nappi di Infiniti Mondi / Rigenera Campania e Miriam Corongiu de L’Orto Conviviale / La Buona Terra.

Alle 11.30 spazio invece a una tavola rotonda dal titolo “Chi costruisce alternative in Campania: verso un Patto di comunità per il contrasto al caporalato”, moderata da Giulio Iocco. Attorno allo stesso tavolo si ritroveranno rappresentanti di Slow Food Campania, Legambiente Campania, Libera Napoli, ActionAid Italia, CSV Napoli, Dedalus e diverse realtà cooperative e associative impegnate sul territorio.

In una fase storica in cui il lavoro agricolo continua a rappresentare uno dei luoghi più evidenti delle disuguaglianze sociali e della fragilità dei diritti, l’iniziativa prova dunque a interrogare non soltanto le responsabilità del sistema produttivo, ma anche il ruolo che possano assumere le comunità locali nella costruzione di pratiche economiche differenti. Perché il contrasto allo sfruttamento, sembra suggerire il percorso di IRIS, difficilmente potrebbe esaurirsi nella sola dimensione repressiva se non fosse accompagnato dalla capacità di creare legami territoriali, consumo consapevole e nuove forme di partecipazione sociale.

L’articolo Agricoltura, diritti e comunità: a Napoli il percorso di IRIS proviene da Comunicare il sociale.

«Quando il denaro diventa controllo»: il racconto della violenza economica sulle donne L’INTERVISTA

In Italia l’indipendenza economica delle donne non rappresenta ancora un asset strutturale, ma rimane spesso una condizione subordinata a dinamiche familiari e disparità sistemiche. I dati aggiornati al primo trimestre del 2026 evidenziano come la violenza economica sia un fenomeno radicato, frequentemente propedeutico a forme più gravi di abuso fisico e psicologico, pur risultando ancora ampiamente sottostimato. Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, infatti, il 40% delle donne in Italia ha subito una forma di violenza economica.

L’indicatore più allarmante riguarda l’accesso diretto ai mezzi di sussistenza: il 42% delle donne italiane non è titolare di un conto corrente personale, operando esclusivamente attraverso conti cointestati o delegando interamente la gestione finanziaria al partner. Per il 14% del campione, la privazione è totale; non esiste alcuna possibilità di spesa autonoma senza una previa autorizzazione. A questo scenario si aggiunge il dato previdenziale della Cisl di aprile 2026, secondo cui il 48,2% delle pensioni femminili è attualmente inferiore ai 750 euro mensili, frutto di carriere interrotte e divari retributivi che alimentano una dipendenza economica perpetua.

Le radici di questa disparità sono anche culturali. Gli stereotipi persistenti rilevati dall’ISTAT confermano una visione ancora patriarcale della famiglia, dove il 6,3% della popolazione ritiene che le decisioni più importanti spettino all’uomo, il 17,2% che sia suo compito provvedere alle necessità economiche e il 20,2% che la cura dei figli debba essere esclusiva responsabilità delle madri.

Manuela Morra

Manuela Morra

Questo squilibrio di potere appare strettamente correlato ai dati del Global Gender Gap Report 2025, che individua nel divario occupazionale il principale motore della dipendenza indotta. In un simile contesto, la capacità di reazione a scenari domestici abusivi viene drasticamente annullata dalla mancanza di risorse immediate. Il denaro smette di essere uno strumento di sussistenza e diventa, in casi disfunzionali, un dispositivo di controllo. Per esaminare i protocolli di manipolazione che sottendono a queste dinamiche e l’impatto della privazione materiale sulla psiche delle vittime, abbiamo chiesto un’intervista alla dottoressa Manuela Morra, psicoterapeuta (in foto).

La violenza economica è spesso definita un abuso “invisibile” poiché priva di segni fisici. Quali sono i primi segnali d’allarme, anche minimi, che dovrebbero far sospettare una deriva autoritaria nella gestione delle finanze? In altri termini, quando la gestione familiare condivisa cessa di essere un supporto e diventa una trappola per l’autonomia?



«Il tema della gestione del denaro è un argomento estremamente complesso e delicato che, inevitabilmente, emerge con forza nelle relazioni di coppia poiché il denaro rappresenta, in ultima analisi, una forma di potere. Nello specifico, la violenza economica è un aspetto ancora poco conosciuto e raramente trattato dai mass media o dai programmi che si occupano di abusi. Si tratta di una forma di violenza sottile, invisibile e subdola, che non lascia le tracce evidenti tipiche della violenza fisica, ma che spesso si accompagna alla violenza psicologica. Si può parlare di violenza economica quando la libertà della partner viene limitata attraverso un controllo costante, un limite o un’intromissione sistematica nella gestione delle finanze. Quando una persona non può accedere in autonomia alle risorse o a un conto bancario, finisce per dipendere totalmente dall’altro. Quest’ultimo acquisisce un potere assoluto, arrivando a monitorare ogni minima spesa o uscita effettuata dalla partner. Questa forma di abuso si manifesta anche quando viene impedito alla donna di lavorare. Spesso ciò avviene sotto il pretesto che “non servono due stipendi” o con l’invito a dedicarsi esclusivamente alla casa e ai figli. In questo modo, si riduce drasticamente lo spazio di autonomia della donna, privandola della possibilità di guadagnare e di essere padrona delle proprie risorse. Infine, la violenza economica si configura anche attraverso la creazione di debiti a nome della partner a sua insaputa o contro la sua volontà»

Analizzando l’identikit del maltrattante, notiamo spesso che il controllo economico viene “venduto” come una forma di protezione. Esistono dei modelli comportamentali o dei momenti di vulnerabilità della vittima che agevolano questa narrazione manipolatoria?

«È necessario precisare la necessità, quando parliamo di un argomento del genere, di creare una cornice di contesto che ci permetta di comprendere e spiegare determinate dinamiche. Questa precisazione è fondamentale perché dobbiamo tenere a mente che la relazione tra il genere femminile e il denaro è frutto di un percorso molto lungo e complesso, che ribadisce una differenza storicamente esistente tra l’approccio maschile e quello femminile ai soldi. Non dimentichiamo che, in epoche passate, le donne erano considerate ricche solo in quanto mogli di uomini facoltosi; erano definite benestanti unicamente per il vincolo strettissimo che le legava ai mariti, senza poter disporre nemmeno delle proprietà che portavano in dote nel matrimonio. Bisogna aspettare la metà del XIX secolo affinché le cose inizino a cambiare. Rispetto all’identikit dell’uomo che utilizza il potere economico per agire una forma di violenza, va precisato che non esiste un profilo specifico, quanto piuttosto delle modalità comportamentali ricorrenti. Come accennato, quando emerge il bisogno di controllo, il denaro diventa lo strumento che determina cosa la partner possa o non possa fare. Questo accade, ad esempio, quando i soldi stabiliscono un potere rigido attraverso frasi come “i soldi sono miei e decido io”, oppure quando il controllo viene mascherato da protezione o senso di responsabilità, con giustificazioni del tipo: “sono più incline a gestire bene le finanze” o “ho più dimestichezza, affidati a me perché sono più competente”. Spesso queste dinamiche affondano le radici nei modelli delle famiglie d’origine, dove il denaro era usato come strumento di potere, configurandosi quindi come una modalità appresa. Esistono inoltre situazioni che rendono la donna particolarmente vulnerabile: la partenza da una condizione di coppia monoreddito, la perdita dell’impiego, l’interruzione lavorativa a causa della maternità o eventi critici come una separazione. La vulnerabilità aumenta anche in presenza di squilibri di potere dettati da differenti status sociali, diversa cittadinanza o una marcata differenza d’età. Infine, un aspetto su cui prestare massima attenzione è l’utilizzo del denaro come strumento di premio o punizione: dover chiedere il permesso per utilizzare risorse comuni o essere sistematicamente scoraggiate quando si manifesta il desiderio di iniziare a lavorare e mettersi in gioco professionalmente sono segnali inequivocabili di questa dinamica»

Dottoressa, quanto pesano ancora i retaggi di una cultura maschilista sulla percezione che le donne hanno del proprio diritto al reddito? Sembra quasi che esista un timore reverenziale o una mancanza di legittimazione in ambiti come la finanza o la gestione della carriera



«Un altro passaggio fondamentale su cui è necessario prestare attenzione è il fatto che, sia per quanto riguarda la gestione economica sia per temi come la sessualità, proveniamo da culture profondamente maschiliste. Dobbiamo quindi inevitabilmente considerare la fatica che il genere femminile compie, ha compiuto e continua a compiere per sentirsi legittimato in questi ambiti. Basti pensare alle persistenti disparità nelle promozioni e nelle carriere, con professioni che restano ancora oggi maggiormente ad appannaggio maschile. Allo stesso modo, esiste tuttora una disparità di guadagno e di stipendio tra uomini e donne. Tutti questi aspetti aleggiano nella società attuale e vanno inevitabilmente a impattare sul tema della violenza economica che stiamo trattando»

C’è un aspetto paradossale che riguarda le donne con carriere consolidate e alti livelli di istruzione. Perché proprio chi ha faticato per ottenere un riconoscimento sociale sembra avere più difficoltà ad ammettere di essere vittima di violenza economica?

 

«È una sfumatura cruciale. Le donne che hanno raggiunto ruoli apicali e indipendenza economica faticano maggiormente a denunciare un cambiamento o una criticità nella propria vita lavorativa e finanziaria. Qui subentra una forte dissonanza cognitiva: la donna, forte del proprio percorso di ascesa sociale, si sente in dovere di saper gestire autonomamente ogni situazione economica. Questo innesca un profondo senso di vergogna e la spinge a razionalizzare o minimizzare l’abuso. A ciò si aggiunge l’investimento emotivo. Più il legame è stato considerato valido e centrale nella propria vita, più diventa doloroso riconoscere di trovarsi all’interno di una dinamica abusante»

Di fronte a questo “annebbiamento” emotivo e alla perdita di lucidità, qual è il percorso pratico e psicologico per riprendere in mano la propria vita? Da dove deve iniziare una donna per rompere la catena della dipendenza?



«Esistono delle dinamiche, soprattutto quando parliamo di relazioni abusanti e di forme di dipendenza, in cui si perde la lucidità. Questo non accade per mancanza di intelligenza o per l’incapacità di vedere le cose, ma semplicemente perché il coinvolgimento emotivo e l’investimento affettivo sono tali da rendere difficile osservare con chiarezza i modelli relazionali che si stanno vivendo con il partner. Innanzitutto, il primo passaggio fondamentale è cominciare a dare un nome preciso a quello che si sta subendo. Al di là del cercare definizioni teoriche, è utile soffermarsi su situazioni concrete. Per esempio: quanta fatica devo fare per disporre del denaro? Quante spiegazioni o giustificazioni devo fornire prima di poter effettuare un prelievo in banca per qualcosa che reputo importante? Un altro passaggio d’aiuto è il confronto con qualcuno che sia esterno alla dinamica: una persona non coinvolta è chiaramente più lucida e può rappresentare un parametro di realtà prezioso. È importante anche partire dall’ascolto delle proprie sensazioni: cosa succede dentro di me quando affronto questo argomento con il partner? Provo ansia? Mi sento in colpa? Ho paura? Faccio fatica a chiedere o a tirare fuori argomenti inerenti alla questione economica? In questi casi, il supporto psicoterapeutico è ovviamente prezioso. Si tratta di un’opportunità che una donna può concedersi per avere uno spazio neutro e obiettivo dove poter analizzare, insieme a un terapeuta, tutte le sfumature della relazione. Questo permette di ottenere una lettura e una visione molto più chiara della propria situazione. Come dicevamo all’inizio, la violenza economica si affianca spesso ad altre forme di abuso; se si subisce violenza psicologica, esiste inevitabilmente una forma di dipendenza. Riconoscerla è molto doloroso e faticoso, perciò avvalersi dell’ausilio di un professionista esterno e non coinvolto rappresenta un passaggio cruciale e un primo fattore di grande aiuto per comprendere appieno ciò che si sta vivendo»

 

di Carmela Cassese

L’articolo «Quando il denaro diventa controllo»: il racconto della violenza economica sulle donne <font color=”red”> L’INTERVISTA </font> proviene da Comunicare il sociale.