Muoversi in città. Esperienze e idee per la nuova mobilità in Italia

muoversicittaNAPOLI- Il nuovo libro di Anna Donati e Francesco Petracchini del Gruppo di Lavoro “Mobilità sostenibile” di Kyoto Club, edito da Edizioni Ambiente, approfondisce i temi della mobilità in Italia con particolare attenzione alle esperienze di nuova mobilità in città. Piani Urbani del Traffico, ZTL e Aree Pedonali nelle aree centrali, installazione dei varchi telematici di controllo e gestione, nuove reti tramviarie e metropolitane, pedaggio di accesso come area C, politiche per la mobilità ciclistica, e nuovi servizi di car sharing, car pooling e infomobilità. Curato da due esperti: Francesco Petracchini, ricercatore del CNR specializzato sui temi dell’inquinamento e Anna Donati ex Deputata e Senatrice della Repubblica ed ex assessore alla mobilità del comune di Napoli, tra i fondatori di GREEN ITALIA; si rivolge a tutti coloro che vorrebbero mettere in pratica nuove soluzioni tecnologiche, senza trascurare i trend storici.

«Il libro – raccontaa  Anna Donati coautrice del libro e tra le fondatrici di Green Italia- fa il punto sulle realizzazioni ed i progetti per la mobilità urbana in Italia a partire dal 1991, a seguito del primo provvedimento antismog. Molte città hanno realizzato ZTL, aree pedonali, varchi telematici, corsie riservate, reti tramviarie e potenziamento del trasporto pubblico, ma come ci ha dimostrato lo smog e le polveri sottili di fine anno, bisogna fare ancora di più. Ci vogliono piu autobus, treni regionali, veicoli elettrici, bicicletta e car sharing per muoversi in città. Napoli ha due casi di eccellenzache sono ricordati nel libro: il lungomare pedonale e la linea metropolitana, ma anche qui bisogna andare avanti per ridurre il traffico privato, migliorare il trasporto pubblico, la pedonalità e l’uso della bicicletta».

 

Esperienza di volontariato con Fondazione Mission Bambini

mission bambiniMILANO- Partire per un’esperienza di volontariato, anche breve, in Africa, Asia o America Latina. Obiettivo: partecipare da protagonisti a concreti progetti di aiuto all’infanzia in difficoltà. Non occorrono competenze specifiche e non ci sono costi aggiuntivi oltre a quelli di viaggio e assicurazione. Chi è interessato a saperne di più, è invitato a partecipare all’open day organizzato da Mission Bambini: Fondazione nata nel 2000, che ogni anno invia decine di volontari presso i progetti che sostiene all’estero (asili, scuole, case di accoglienza, centri di assistenza sanitaria). L’appuntamento è per sabato 20 febbraio (ore 14.30-17.30) presso la sede della Fondazione, in Via Ronchi 17 a Milano. La Fondazione Mission Bambini è una ONLUS laica e indipendente, nata nel 2000 per aiutare i bambini poveri, ammalati, senza istruzione, sfruttati ed emarginati. Sostiene progetti di accoglienza, assistenza sanitaria, sicurezza alimentare, istruzione. In sedici anni di attività Mission Bambini ha finanziato oltre 1.400 progetti di aiuto in 72 Paesi, in Italia e nel mondo, portando sostegno a 1.250.000 bambini e giovani. Per informazioni e iscrizioni : tel. 02 2100241, volontari@missionbambini.org www.missionbambini.org.

 

59 Rivoli,  dissacrare la visione elitaria dell’arte: «Cura tutte le malattie sconosciute» / REPORTAGE

PARIGI- Nel cuore di Parigi c’è la casa aperta dell’Arte. Non uno squat, non una galleria. Rivoli 59 è un centro sperimentale in cui si può assistere al processo creativo di 30 artisti nazionali e internazionali. A gennaio incontro una Parigi assediata dalle forze dell’ordine, pungolata dai controlli, spenta rispetto al solito, fino a che non esce un raggio di sole. Allora i francesi sono pronti a scendere coi loro bambini nei parchi o a ridere di nuovo anche nei caffè di Oberkamp, non lontano dal luogo della tragedia.   I media e i cittadini hanno parlato notte e giorno di ciò che è accaduto, per un mese, poi basta. E’ umano cercare di rimuovere il dolore.  I francesi hanno una dignità ammirevole nel mettere in atto questo processo.

Nell’andare avanti grazie al loro attaccamento alla bellezza. Sono abili, per dirla con le parole di Italo Calvino ne “Le Città Invisibili” a “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Un angolo di paradiso sulla terra, motore quotidiano di felicità è l’Arte. E’ questo che penso visitando il palazzo al numero 59 di Rue de Rivoli, l’arteria che taglia la rive droite di Parigi, la parte chic della città con il Louvre e le vetrine patinate. Rivoli 59 è invece “ni sacralisant (musée), ni marchand (galerie)”. E’ una casa aperta dell’arte di 6 piani gestita dal collettivo “Chez Robert, Électrons Libres”, nato il 1 novembre 1999 e aperto tutti i giorni. Bolle di sapone luminose decorano la facciata, a piano terra una vetrata mostra una sala (dove il fine settimana si tengono concerti) con un’esposizione di mosaici.

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Un portoncino liberty multicolore svela una scala ellittica dipinta in modo vivace e senza criterio.
Il viaggio nella “casa favolosa” ha inizio.  La sensazione iniziale di essere in uno squat cede il passo all’aria professionale degli studi. Al secondo piano Francesco, uno dei fondatori, dipinge figure affusolate con occhi curiosi e stupiti. «Buongiorno alla delegazione italiana- esordisce in un ottimo italiano-. Siamo nella casa favolosa. Quindici anni fa abbiamo “rubato” questo palazzo inutilizzato e ne abbiamo fatto uno squat dove, oltre a produrre arte, dormivamo. Il posto divenne così famoso che invece di cacciarci, la città decise che potevamo restare. Così abbiamo fatto un contratto con il Comune e oggi paghiamo il fitto simbolico di 130 euro.  Visitare la casa è desacralizzare l’arte poiché normalmente si va in un museo o in una galleria. Qui tutti possono guardare le opere e il loro processo di fabbricazione gratis». L’arte è qui un atto auto-ironico, che procura gioia mentre si compie, anche in chi osserva. Appunto Francesco si impadronisce della mia macchina fotografica e inizia a scattare. Les jeux sont faits : sono entrata di ruolo nel Paese delle Meraviglie.  Il mio Cicerone mi scorta dallo Svizzero Marocchino, un signore baffuto che dichiara di essere nato “esattamente” al confine tra Svizzera e Marocco e mi spiega scientificamente “l’effetto Rivoli 59”: «Qui le persone entrano stressate dal lavoro, tristi e dopo 40 minuti di visita sono felici perché l’arte cura tutte le malattie sconosciute. Non c’è uno scopo politico, la visione degli artisti di 59 Rue de Rivoli è “Non fare la guerra, fai l’arte”. A Parigi l’arte è apprezzata, ci sono un’infinità di sovvenzioni, ma per gli artisti già morti. Perciò ci sono tanti centri occupati». A Rivoli 59 ci sono 20 artisti permanenti e 10 residenti che possono “studiare” ed esporre per 3 o 6 mesi. Così in ogni visita è possibile trovare qualcosa di nuovo.
E’ qui per 6 mesi Leo Moroh, nato in Italia, ma non “necessariamente” italiano, per il quale l’arte è “un atto d’amore per la vita”. I suoi disegni, figure umane carnali e introspettive (a Milano ha realizzato un murales metà disegno e metà carne), sono accompagnati da frasi poetiche. «Stare qui è utilissimo – spiega-, ma non è l’unica strada per realizzarsi: c’è chi ci riesce anche in Italia e chi è bloccato dalla cultura, dalla famiglia o dalla politica. Bisogna rompere certi schemi e poi la realtà ti parla. Il mondo fuori è una proiezione del mondo dentro».

di Alessandra del Giudice

Raccolta fondi per le attività ludiche rivolte ai piccoli pazienti ospedalizzati

FIRENZE- Al Meyer il gioco è parte integrante della cura: riduce lo stress, allevia dolore e paura e garantisce ai piccoli pazienti il diritto di restare bambini anche durante il periodo in cui sono ricoverati. Sono questi gli obiettivi del progetto Gioco in Ospedale della Fondazione Meyer: un ventaglio di attività ludiche e creative pensate per rendere più piacevole e meno doloroso il tempo che i piccoli pazienti devono trascorrere all’Ospedale Meyer di Firenze, polo pediatrico nazionale di riferimento per la cura delle malattie complesse e rare. Il gioco in ludoteca, la cura dell’ortogiardino, le allegre visite in corsia degli “amici a quattro zampe” della pet therapy: sono questi alcuni dei servizi più apprezzati del progetto Gioco in Ospedale e che ogni giorno la Fondazione Meyer offre ai piccoli pazienti dell’Ospedale, nell’ambito di quella che può essere definita una “play therapy”. Proprio per sostenere queste attività dall’8 al 28 febbraio 2016 la Fondazione Meyer promuove la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi conSMS solidale al 45508. Si possono donare 2 euro per ciascun SMS e 2 o 5 euro per ogni chiamata da rete fissa allo stesso numero.

Il ricovero di un bambino rappresenta una brusca e spesso dolorosa interruzione della vita quotidiana, un improvviso venir meno dei propri punti di riferimento. In questa condizione il gioco e lo svago diventano dimensioni importanti per affrontare la malattia. Per questo, all’elevata competenza tecnologica e sanitaria, l’Ospedale pediatrico Meyer affianca una cura speciale per i suoi piccoli pazienti: l’attività ludica e creativa, perché il gioco e il sorriso sono le medicine migliori per alleviare paure e stress dei bambini costretti a un ricovero e agevolare il processo di cura e guarigione. La Fondazione Meyer è responsabile diretta di tutti gli interventi di animazione in ospedale, che garantisce quotidianamente anche grazie alla collaborazione con diverse associazioni amiche. A disposizione dei bambini ricoverati al Meyer c’è una coloratissima ludoteca, uno spazio accogliente e luminoso, dove i piccoli possono trovare balocchi e spazi in cui esprimere in tutta sicurezza il loro bisogno di muoversi e divertirsi. Il diritto al gioco è garantito anche a quei bambini che, per particolari condizioni di fragilità legate alla malattia, non possono allontanarsi dal reparto in cui sono ricoverati: le attività ludiche, in questi casi, si spostano direttamente nella stanza dei pazienti. Ad allietare la vita in corsia sono anche i dolcissimi e professionali cagnolini della Pet therapy. Gli amici a quattro zampe sono alleati preziosi per aiutare i bambini a superare la paura di alcuni esami o ridurre il trauma di manovre che possono risultare fastidiose. Tutti i cani che entrano al Meyer sono sottoposti a regolari controlli igienico-sanitari e sono appositamente scelti per operare in un contesto delicato come quello ospedaliero pediatrico. Ciascun cane è guidato da conduttori professionisti e regala coccole e tenerezza ai piccoli pazienti, accompagnandoli a fare un veloce prelievo, una visita o una semplice passeggiata in reparto.

La presenza di uno spazio dedicato a un ortogiardino permette infine ai bambini di mantenere vivo il contatto con la natura e la sua straordinaria ricchezza. Un ambiente tattile e olfattivamente diverso dagli spazi di cura, per un bambino ospedalizzato, diventa inoltre un importante stimolo alla guarigione. Realizzata nell’area esterna davanti alla ludoteca, quest’area verde offre ai bambini la possibilità di veder crescere, giorno dopo giorno, i prodotti di un vero e proprio orto. E attraverso i laboratori singoli e di gruppo i piccoli imparano a prendersi cura di piante e ortaggi, e imparano, allo stesso tempo, a prendersi cura di se stessi.

Debra e l’impegno per i bambini Farfalla: «Affrontare la malattia e superare i pregiudizi»

bambinoNAPOLI- Luca ha 5 anni e la sua pelle è sottile e fragile come le ali di una farfalla. Dalla nascita, infatti, deve fare i conti con una malattia genetica molto rara, l’Epidermolisi Bollosa, una patologia che provoca bolle e lesioni della pelle e delle mucose interne. Questa malattia, conosciuta proprio come Sindrome dei bambini Farfalla, colpisce nel mondo un bambino su circa 17mila nati mentre in Italia si registra un caso ogni 82mila nascite. Luca ama cantare e insieme alla sua mamma cerca di condurre una vita normale, nonostante la malattia e i pregiudizi. A settembre ha deciso di iscriversi a scuola, «è stata una battaglia importante, che siamo riusciti a vincere», racconta sua madre, Cinzia Pilo, una donna di 41 anni che solo cinque anni fa  ha scoperto cosa fosse l’Epidermolisi Bollosa. Oggi Cinzia è presidente di Debra Italia e Debra International, associazioni senza scopo di lucro che finanziano progetti di ricerca specifici sulla Sindrome dei bambini Farfalla, favoriscono lo scambio di conoscenze tra i medici ed offrono sostegno ai malati ed alle loro famiglie. «Il mio bambino è molto contento di andare a scuola, viene invitato alle feste di compleanno dei suoi compagni. I bambini così piccoli sono incredibili, loro non vedono alcuna differenza. Hanno imparato a interagire con mio figlio e sanno che lui ha pelle delicata. E’ perfettamente integrato». Circostanza che non si verifica fuori dalle mura scolastiche. «L’Epidermolisi Bollosa – racconta Cinzia – è una malattia molto visibile, insieme alle bolle, si vedono fasce e bende. Quando cammino per strada con mio figlio mi accorgo che viene fissato continuamente. Qualcuno ha finito addirittura per chiedermi se lo maltrattassi o se avesse subito un’ustione. Non capiscono perché nessuno conosce questa patologia».

Luca soffre di una forma molto grave di Epidermolisi Bollosa, l’EB distrofica, che causa, oltre alla rottura della pelle, anche la completa chiusura delle mani. Le dita dei bambini si uniscono gradualmente e poi si chiudono, provocando, nei casi più gravi, la completa perdita dell’uso delle mani sin dalla tenera età. «Per questo mio figlio ha dovuto già subire tre interventi nonostante sia così piccolo. Ovviamente – dice Cinzia – si tratta di operazioni complesse, invasive e molto dolorose. Alcuni ragazzi, proprio a causa del dolore provato dopo il primo intervento, piuttosto che subire una seconda operazione, scelgono di arrendersi al fatto che non potranno mai più usare le mani. Gli interventi, poi, devono essere continui perché i sintomi ricompaiono». Ogni giorno Cinzia deve preoccuparsi di cambiare le medicazioni a suo figlio, un’operazione che può durare fino a due ore.  «Quest’attività – spiega – viene compiuta quasi sempre dai familiari del paziente. E’ un’operazione che impatta molto sullo stile di vita delle persone». La stessa cura deve essere usata in occasione dei pasti. La sindrome, infatti, colpisce anche l’esofago che si restringe fino ad occludersi. Le pareti della bocca, poi, sono delicate al pari della pelle e questo impedisce ai bambini di ingerire i cibi più comuni come la pizza, la crosta del pane, o qualsiasi alimento duro. «Anche in questo caso – racconta Cinzia -, Luca impiega circa due ore solo per pranzare. Eppure non permetto mai che salti il momento del pranzo a scuola, con gli amici, la socializzazione è un fatto importante anche se l’impatto psicologico e sociale che la malattia può avere su un bambino o sulla sua famiglia è spesso trascurato. Io mi curo di questo aspetto ma siamo in pochi, qualcuno prova vergogna ed il rischio è i che ragazzi si trovino a vivere il resto della propria esistenza relegati in casa. Per questa malattia, infatti, non esiste una cura, dura tutta la vita, una vita fatta di privazioni e difficoltà quotidiane come il semplice scrivere o mangiare, una vita condotta spesso in carrozzina». Lo sconforto cresce nei casi più gravi di EB distrofica, caratterizzati da un’aspettativa di vita molto bassa. «Il tasso di mortalità infantile è alto, difficilmente si superano i 30 anni e si ha una possibilità molto aumentata di sviluppare il cancro della pelle. Anche in questo caso non c’è una cura diversa dall’amputazione di arti, gambe, braccia o mani o si deve affrontare un’elettrochemiaterapia».

Da presidente di Debra e volontaria dell’associazione da quattro anni, Cinzia Pilo ha un sogno, quello di dare voce a tutti i bambini e i ragazzi Farfalla. «Sono persone molto intelligenti che, proprio perché hanno problemi fisici, sviluppano maggiormente le proprie capacità intellettuali. Purtroppo, però, in pochi riescono ad accedere agli studi universitari. L’EB grava molto sull’economia delle famiglie, solo per acquistare le medicazioni, ogni famiglia deve spendere 50mila euro all’anno». Cinzia vorrebbe intervistare tutti i ragazzi Farfalla che hanno più di 14 anni o, se più piccoli, uno dei loro genitori. «Una ricerca del genere – spiega – non è mai stata eseguita nel mondo. Voglio che rispondano apertamente ad alcune domande, che dicano qual è l’impatto che la malattia ha nella loro vita quotidiana, come affrontano il dolore fisico e psicologico, le loro paure. Voglio che raccontino come si immaginano a trent’anni, come vedono il loro futuro oltre la malattia e oltre i pregiudizi».

di Nadia Cozzolino

GUARDA IL VIDEO SULLA SINDROME DEI BAMBINI FARFALLA