22 Mar, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI – Alcune di loro sono a Napoli da anni e non sanno neppure che qui c’è il mare. Sono giovanissime, spesso hanno appena quindici o sedici anni: arrivano nel nostro Paese con debiti enormi da restituire ai trafficanti – che oscillano tra 35mila e 60mila euro – e vengono buttate in strada, ridotte ad un corpo da mettere in vendita. Il dramma delle ragazze nigeriane vittime della tratta ai fini dello sfruttamento sessuale sta assumendo dimensioni impensabili fino a pochi mesi fa: nel 2016, secondo l’Associazione Internazionale per le Migrazioni, ne sono entrate in Italia oltre 10mila, mischiate ai flussi dei richiedenti asilo che fuggono da povertà e guerre. Da anni la cooperativa sociale Dedalus è capofila del progetto “Fuori Tratta” – finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità – e opera per arginare questa schiavitù dei nostri giorni, che colpisce non soltanto le donne costrette a prostituirsi, ma anche quanti vengono sfruttati per accattonaggio forzoso, lavoro para-schiavistico, attività illegali. Un percorso costellato di successi e difficoltà, di cui si è parlato il 20 marzo durante il seminario “Squarci… di futuro”, alle Officine Gomitoli di Piazza Enrico De Nicola, una delle sedi operative della cooperativa.
Dalla strada alla costruzione dell’autonomia – Il primo contatto parte dalla strada, come raccontano le due mediatrici culturali di Dedalus, Blessing Orowe, nigeriana, e Carmen Farauanu, di origine rumena, che hanno un ruolo delicatissimo e fondamentale: «Andiamo in strada – dice Carmen – innanzitutto per fare prevenzione sanitaria. Poi per dare alle ragazze informazioni di vario tipo: in molte non conoscono la lingua, il territorio, i servizi». «Quando scendo dal camper mi siedo proprio vicino a loro, nel posto dove lavorano, per non sentirmi diversa – aggiunge Blessing –. Diamo il nostro numero di telefono, offriamo caffè o the, facciamo complimenti. Quando le portiamo a fare le visite cominciano ad avere fiducia in noi e a raccontare la propria storia». Le tappe successive sono l’accoglienza e l’accompagnamento verso la costruzione dell’autonomia, attraverso il rafforzamento delle competenze necessarie per trovare un lavoro e l’assistenza legale per ottenere il permesso di soggiorno o lo status di protezione internazionale.
Una situazione di emergenza – «Fuori Tratta non si occupa soltanto dello sfruttamento a fini sessuali e non solo dello sfruttamento a fini sessuali che riguarda le donne nigeriane. Se però oggi abbiamo deciso di concentrare la nostra attenzione su questo tema è perché ne sentiamo proprio l’urgenza – spiega Enrica Di Nanni, coordinatrice del progetto –. Da settembre scorso abbiamo fatto circa 120 colloqui con donne e ragazze nigeriane e più di 50 accompagnamenti sociosanitari. Al momento seguiamo una settantina di donne e ragazze, di cui 30 sono accolte direttamente nelle strutture che fanno capo al progetto, le altre in strutture che fanno riferimento al sistema della protezione internazionale, nei centri Sprar o Cas». Attualmente la situazione che gli operatori stanno affrontando è di vera e propria emergenza: «Qui si presentano ragazze con la valigia che ci chiedono accoglienza e i posti che noi abbiamo a disposizione sono occupati. In molte sono incinte e l’accoglienza per loro non può esaurirsi in poco tempo». Nella casa rifugio di Dedalus per le vittime di tratta attualmente «abbiamo quattro donne, di cui tre in articolo 18 e una con richiesta di asilo – sottolinea la responsabile dell’area accoglienza della cooperativa, Tania Castellaccio –, e tutte sono in stato avanzato di gravidanza. Ciò fa sì che i tempi dell’accoglienza non siano coerenti con i loro bisogni, perché quando una donna arriva al settimo mese senza un documento le questioni da affrontare sono tantissime», a cominciare dall’accesso al sistema sanitario, fino al «problema di coloro che devono partorire e non hanno ancora un documento di riconoscimento. È un lavoro che non può essere assolutamente fatto in quattro o sei mesi».
Necessaria la sensibilizzazione a tutti i livelli – Secondo Roberta Gaeta, assessore al Welfare del Comune di Napoli, contro la schiavitù della tratta «il sistema di alleanze è fondamentale» e sono necessarie «azioni di contrasto e di sensibilizzazione a tutti i livelli. C’è una parte su cui vorrei che ci impegnassimo insieme che è la parte dei clienti, di quel mercato che evidentemente produce una domanda». E poi bisogna evitare «la separazione netta, la condanna, il giudizio, il sentirsi salvi perché si è distanti. L’esperienza che stamattina abbiamo condiviso va condivisa in maniera molto più ampia» perché si capisca che questa realtà fa parte della nostra società.
di Paola Ciaramella
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20 Mar, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI – In seguito all’audit dell’Azienda Ospedaliera Monaldi da parte del Centro Nazionale Trapianti l’attività trapiantologica viene bloccata e l’Azienda ospedaliera comunica in un articolo di aver già adottato al 6 dicembre 2016 un nuovo modello organizzativo funzionale all’assistenza di prassi, ma agli occhi della Federconsumatori e del Comitato Genitori questa risposta appare paradossale.
“Per oltre un anno abbiamo denunciato che il problema principale è l’inadeguatezza dell’accoglienza pre e post trapianto perché è in quelle fasi che sono morti i bambini – spiega Dafne Palmieri, portavoce del Comitato Genitori -. Se l’audit ha messo in luce la cattiva organizzazione del servizio, perché sospendere i trapianti e affermare al contempo che si può assicurare l’assistenza ai bambini? Il punto non è andare ad operarsi in un’altra regione, ciò che ci preoccupa è che se un nostro figlio sta male non riceva pronta e adeguata assistenza. Se il responsabile del team multidisciplinare, il case manager non c’è in ospedale a chi ci si rivolge in caso di emergenza se non esiste una procedura chiara e non ci sono più i medici esperti di cui ci fidavamo?”
Dopo l’audit tutti i bambini in lista d’attesa per il trapianto al Monaldi vengono cancellati e costretti ad iscriversi in altre regioni.
Tra gli eliminati dalla lista c’è Angelo, mandato a Bergamo benché fosse stato inserito per 4 anni in lista. E poi Sofia, che invece è rimasta ricoverata 3 mesi in cardiologia senza che sia stata mai inserita in lista trapianti. E Martina di 16 anni ,che è nata con una malformazione congenita e sospesa dalla lista a Napoli perché ritenuta in buone condizioni. “Ci siamo sempre trovati benissimo al Monaldi – spiega Umberto, papà di Martina-, avevamo come punto di riferimento dei medici esperti per qualsiasi problema, poi all’improvviso hanno cancellato Martina dalla lista d’attesa. Così l’abbiamo iscritta a Bergamo nonostante non poteva essere sospesa perché ha una difficoltà del cuore del 30%. Il punto è però che temiamo per la sua salute in caso di emergenze: se Martina ha una crisi e non c’è il medico capace di usare la macchina adatta mia figlia, visto che è stato trasferito in un altro reparto, mia figlia muore come sono morti altri bambini”.
“Una questione per la quale chiediamo fin dall’inizio risposte- sottolinea l’avvocato Carlo Spirito, responsabile dello sportello salute di Federconsumatori Campania – è secondo quali criteri e chi selezionava i bambini da mettere in lista. Le testimonianze dei genitori inducono a pensare che in alcuni casi la tardiva immissione in lista abbia giocato un ruolo rilevante sul destino dei loro figli.
L’organo competente per la trapiantologia in Campania era il CRT (Centro Regionale Trapianti) che è stato soppiantato dal DIT (Dipartimento Interaziendale Trapianti) che ha sede presso l’A.O. Cardarelli, istituito dal governatore Caldoro per “razionalizzare” il CRT con delibera DCA 30 del 2013 cui fa seguito il decreto n. 103 del 2013 che sottrae le funzioni al CRT, delibere che però non abbiamo trovato pubblicate sul Burc. Ad oggi il DIT è l’unica struttura d’Italia che svolge le funzioni dell’organo di legge (nelle altre regioni sono rimasti in essere i CRT). Mancando un regolamento pubblicato rimane difficile capire ruolo, funzioni e poteri del DIT le cui funzioni, come capiamo indirettamente leggendo una delibera della Asl Na2 del 2016: “operatività e funzionalità del Sistema Regionale Trapianti nelle more della definitiva attuazione del DIT sono supportate dal Centro Nazionale Trapianti”. C’è quindi un vuoto gestionale riempito dal Centro Nazionale Trapianti e, in mancanza di pubblicazione di liste d’attesa e di una carta dei servizi, la gestione dell’attività trapiantologica non è trasparente. Vorremmo che la Campania recuperasse la sua piena autonomia gestionale”.
A sostegno della questione sollevata dell’avvocato Spirito riportiamo degli stralci della dichiarazione di Claudio Napoli (A.O. Universitaria della Sun, servizio di immunologia clinica immunoematologia, medicina trasfusionale ed immunologia dei trapianti) coordinatore del CNT dal 2011 all’istituzione del DIT nel resoconto della 11 seduta di audizione della V commissione consiliare del 22/10/2015 che ebbe come argomento “La rete trapiantologica nella Regione Campania”: “Nel 2012 abbiamo trapiantato complessivamente 27 cuori e siamo diventati in quell’anno il primo centro trapianti di cuore d’Italia, ne abbiamo trapiantati ben 3 più del Niguarda che è un rispettabilissimo centro di trapianti di cuore del nord Italia. Che cosa è successo nel 2013? (…) I donatori totali di organi sono scesi da 60 a 51 e soprattutto nel secondo semestre, cioè da quando è stato istituito questo Dipartimento Interaziendale dei Trapianti, i dati sono stati particolarmente deludenti rispetto al semestre precedente (…). In questi anni 2013-2014 non sono state prese iniziative di campagne, di convegni sensibilizzatori sulla materia della donazione degli organi, che di fatto la condizione del Centro Nazionale Trapianti di essere il Coordinatore nazionale di quest’attività, ma di essere anche, di fatto, il gestore di quest’esperienza del Dipartimento Interaziendale di Trapianti ci colloca in una posizione di essere i controllori e i controllati nella stessa persona e ci mette anche nella condizione di non sapere per quale motivo non poter essere autosufficienti in una materia nella quale dovremmo essere autosufficienti, anzi, dovremmo cercare di crescere”.
Intanto il 9 febbraio 2017 l’Autorità Nazionale Anticorruzione su sollecito di Federconsumatori riscontra gravi omissioni degli obblighi di trasparenza da parte dell’Azienda Specialistica dei Colli di Napoli e richiede all’A.O. dei Colli l’adeguamento del sito internet istituzionale con particolare riferimento alla pubblicazione delle liste d’attesa e della carta dei servizi specifica per il centro trapiantologico.
di Alessandra Del Giudice
LEGGI L’INCHIESTA
Prima parte: L’ASSISTENZA AI TRAPIANTI PEDIATRICI SI È FERMATA A NAPOLI
Seconda parte: OTTO ANGELI IN DUE ANNI
Terza parte: LA STORIA DI IRENE
Quarta parte “IL DIRITTO AD UN’ASSISTENZA DI QUALITA’”
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20 Mar, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI – “Il bullo per essere tale ha bisogno del consenso. Se ai ragazzi insegniamo che non bisogna assecondare tale fenomeno, il bullismo viene di fatto arginato”. A dirlo è Giuseppe Pezza, preside dell’istituto tecnico “Galvani” di Giugliano (che si trova a pochi chilometri da Mugnano dove venerdì sera un 13enne è stato picchiato per strada da tre suoi coetanei) che da oltre un anno ha avviato un singolare progetto nella sua scuola e che sta andando avanti con discreto successo. Due-tre alunni per classe sono stati appositamente formati ad aiutare non solo le potenziali vittime di atti di bullismo ma anche gli stessi bulli. I ragazzi hanno seguito un vero e proprio seminario di formazione che ha visto in cattedra esperti e psicologi. Anche perché, fanno capire dalla scuola, bisogna valutare caso per caso, comprendere con attenzione se si tratta realmente di un fatto di bullismo o di altro. “Il bullo agisce – dice il preside Pezza – quando ha il consenso del gruppo. E se ai ragazzi spieghiamo che bisogna sempre dire no alla violenza e alla sopraffazione il bullo finisce per non non avere consenso non ha più il motivo per comportarsi in questo modo”. E sono proprio i ragazzi scelti e formati nelle varie classi, che tengono un colloquio costante con i loro docenti, a illustrare di continuo ai loro compagni questa strategia. “In questo modo – prosegue il dirigente scolastico – attuiamo un’opera di prevenzione costante che sta dando dei risultati soddisfacenti”.
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20 Mar, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI – Lux in Fabula compie 36 anni: un traguardo importante per l’associazione culturale flegrea che ha messo al centro delle sue attività lo studio dell’immagine. Lo fa con un happening, che si è aperto con una installazione partecipata ed è proseguito con filmati e momenti di riflessione su quanto prodotto dall’associazione.
L’evento – Sabato 18 marzo, le porte del Museo del Mare di Bagnoli si sono aperte al suono di una voce che annunciava lo sgombero del rione Terra, cuore pulsante di Pozzuoli, il cui abbandono, per il pericolo di bradisismo, ha lasciato una ferita nel cuore dei puteolani. La ripetizione della litania era accompagnata dal volo di palloncini bianchi – simbolo di chi, senza comprenderne il motivo, veniva forzato ad abbandonare la propria casa – con al cordoncino frasi, foto e cartoline dell’epoca, a rappresentare quel 2 marzo 1970 che non si cancella. L’installazione, Memoria appesa a un filo, ha fatto da sottofondo visivo e concettuale all’intera manifestazione. Nella sala gremita, a introdurre c’era Eleonora Puntillo: «Il ricordo dello sgombero del rione Terra fa parte della memoria dei luoghi: e la memoria non è una questione del passato – ammonisce la giornalista – ma deve essere bussola del presente e del futuro per non incorrere in errori e ripetizioni nocive».
Gli archivi online – Puntillo ha esposto due dei principali progetti che hanno caratterizzato il lavoro di Lux in Fabula, del presidente Claudio Correale e dei volontari che si alternano nella sede di Rampe dei Cappuccini a Pozzuoli: si tratta di bradisismo flegreo (www.bradisismoflegreo.it), archivio digitale che raccoglie la memoria dei cittadini, delle pubblicazioni e della carta stampata sulle due crisi di bradisismo che hanno scosso la città, nel ’70 e negli anni ’80. Il secondo e importante progetto di digitalizzazione e libero accesso alle risorse della conoscenza è il portale Città Vulcano (www.cittavulcano.wordpress.com).
Lo studio delle immagini – Claudio Correale ha poi condotto una lezione sugli strumenti che hanno anticipato la ricreazione dell’immagine, prima ancora del cinematografo: la meraviglia suscitata dal fotogramma in movimento, che trasportava le persone in mondi altri, sopravvive ancora oggi, «sebbene il tempo attuale sia caratterizzato da un’influenza massiva che i media esercitano sulle menti degli individui: studiamo l’immagine per difenderci dagli abusi di cui è e siamo vittime», spiega il presidente di Lux in Fabula. Prima del brindisi conclusivo, è stato proiettato Ardente, filmato dei Campi Flegrei ripresi da un drone in tutta la bellezza dei luoghi, la ricchezza di una storia millenaria, da conoscere e tutelare.
di Laura Longo
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15 Mar, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI- Emblematica della malasanità del Monaldi è la storia di Irene, che si svolge nel 2015 e si pone come spartiacque dello “smantellamento della cardioochirurgia pediatrica” denunciato dal Comitato dei Genitori dei bambini trapiantati e in attesa di trapianto. “Irene ha poco più di un anno quando arriva al Monaldi con una miocardite di origine virale – racconta Dafne Palmieri, portavoce del Comitato dei Genitori dei trapiantati di cuore e trapiantati adulti- e rimane ricoverata in cardiologia per mesi fino a quando si decide per il trapianto. Ma al Monaldi dichiarano di non poterla operare perché ha meno di due anni e l’ospedale non è attrezzato per curare bambini così piccoli, nonostante abbiano operato Simon di poco più di un anno. Così il Monaldi invia la bambina a Bologna e i genitori diciottenni, Arianna e Moreno, che non hanno la possibilità di vivere in un’altra città, lanciano un appello attraverso alcuni giornali per raccogliere i soldi necessari a mantenersi a Bologna. Noi genitori dei bimbi già trapiantati a Napoli leggiamo la notizia e ci riuniamo nel Comitato e raccogliamo soldi per sostenere la coppia. D’altra parte ci chiediamo: come mai i nostri figli sono stati operati a Napoli e stanno bene e Irene deve andare a Bologna? Da là ci è venuto il dubbio che l’ospedale non potesse più garantire l’attività svolta fino a quel momento”.
Il resto è cronaca: Irene viene portata in elicottero a Bologna. Tornata a Napoli, in seguito ad una crisi arriva al Monaldi dove va in arresto cardiaco e viene rianimata dal cardiochirurgo infantile Andrea Petraio che, esperto di assistenza meccanica, collega il cuore della bambina alla berlin-heart (la macchina speciale che consente di mantenere in vita il cuore), lo stesso medico esegue il trapianto di cuore il 20 maggio 2015. Dopo 3 mesi, come spesso succede a bambini trapiantati, Irene ha la febbre alta, la tosse e i genitori il 24 ottobre 2015 la portano al Monaldi dove i medici di turno sono il neo-primario della cardiochirurgia infantile Oppido e il cardiologo Colonna. I medici visitano la bambina e nonostante dall’ECG risulti un’elevata frequenza cardiaca di 180 battiti al minuto la rimandano a casa. Dopo meno di una settimana, il 30 ottobre la bambina ha una crisi cardiorespiratoria e muore all’Ospedale di Giugliano.
I genitori denunciano l’accaduto. Proprio in questi giorni lo specialista in cardiologia del Monaldi, Antonio Colonna, ha chiesto il giudizio abbreviato, mentre per il primario della cardiochirurgia pediatrica, Guido Oppido, la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio è stata rinviata al prossimo 4 maggio.
Nella relazione medico-legale autoptica sulle cause della morte di Irene firmata dal prof. Antonio Perna, dal dott. Pietro Tarsitano e dal cardiochirurgo Carlo Vosa si legge: “Gli elementi tecnici raccolti con lo studio della documentazione in atti, con lo studio dei dati anatomo – istopatologici rilevati nel corso delle operazioni autoptiche a Noi affidate ci permettono di affermare la sussistenza di profili di responsabilità professionale a carico dei sanitari del P.O. Monaldi dell’Azienda Ospedaliera dei Colli che, negligentemente e imprudentemente si limitarono ad un esame clinico senza nemmeno riportare i dati rilevati in cartella clinica, effettuarono solo un esame elettrocardiografico che evidenziò, peraltro, una frequenza cardiaca patologica (180 battiti al minuto) ed un esame ecografico FAST insufficiente per la diagnostica di rigetto cardiaco in atto. La piccola Del Medico con la storia di una grave patologia cardiaca e pregresso trapianto, lungo periodo con cuore artificiale, in presenza di uno stato febbrile e di una frequenza cardiaca elevata, andava subito ricoverata, monitorizzata, sottoposta ad un approfondito esame ecocardiografico ed una rx del torace e ad ulteriori esami diagnostici che avrebbero evidenziato segni del rigetto del cuore trapiantato con necessità di terapia e trattamento specifico. Ciò non accadde e la piccola fu dimessa con invio al pediatra curante, che sicuramente non poteva essere all’altezza di fronteggiare una simile e delicata situazione patologica. Va inoltre sottolineato che in Regione Campania l’unica struttura di riferimento per i Trapianti di Cuore e per l’assistenza post-trapianto è l’Ospedale Monaldi, per cui il continuo, necessario monitoraggio poteva e doveva essere effettuato solo in quella struttura ospedaliera“
di Alessandra del Giudice
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Prima parte: L’ASSISTENZA AI TRAPIANTI PEDIATRICI SI È FERMATA A NAPOLI
Seconda parte: OTTO ANGELI IN DUE ANNI
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