07 Set, 2026 | Comunicare il sociale
I Circoli dell’Ambiente e della Cultura Rurale vedono un collegamento ideale tra quanto accaduto ad Airola, quanto accaduto a Sparanise e la vicenda del grande sito di stoccaggio dei rifiuti di Giugliano. Non è nostra intenzione stabilire, responsabilità riconducibili a vicende del passato né sovrapporre situazioni che hanno caratteristiche e storie differenti – si legge in una nota inoltrata agli organi di stampa – è però difficile non cogliere, nella successione di questi episodi, il ripetersi di una dinamica che la storia ambientale della Campania ci ha già mostrato troppe volte. Cambiano i luoghi, cambiano gli impianti, cambiano gli uomini e le stagioni della politica, ma resta una costante: enormi quantità di rifiuti rimangono per anni a dormire nei territori e, prima o poi, qualcosa accade. Ad Airola come a Sparanise, il fuoco ha restituito improvvisamente alla collettività ciò che la quotidianità aveva finito per rendere quasi invisibile. Quei rifiuti che per anni sembrano immobili, dimenticati, finiscono per tornare protagonisti nel modo peggiore: attraverso il fumo, l’odore acre della combustione, l’allarme della popolazione e la necessità di verificare cosa sia stato immesso nell’ambiente. È una storia che si ripete perché quei siti, a differenza della memoria politica, non hanno memoria breve. Rimangono lì, continuano a contenere ciò che contenevano e continuano a rappresentare una potenziale fonte di rischio. Ed è per questo che Giugliano non può essere considerata una questione archiviata soltanto perché, in questo momento, non occupa le prime pagine dei giornali. La politica, nel frattempo, sembra spesso vivere una stagione nella quale la rappresentazione prevale sulla realtà, impegnata più a raccontarsi che a governare ciò che resta sul territorio. I cittadini, invece, fanno quello che possono: provano a vivere, a lavorare, a guardare avanti e, talvolta, anche a dimenticare. Ma i grandi accumuli di rifiuti non dimenticano e non scompaiono. Restano come una presenza silenziosa, quasi estranea al tempo della politica, fino a quando un nuovo incendio non riporta tutti al punto di partenza.
È questo il vero elemento che deve preoccuparci, fanno sapere dai Circoli: l’orologio dell’emergenza che continua a tornare indietro. Ogni volta si ricomincia dalle stesse domande, dagli stessi monitoraggi, dalle stesse paure e dalle stesse promesse di maggiore attenzione. Una sorta di Chernobyl che, nella percezione collettiva, rivive ogni volta uguale: non per le dimensioni dell’evento, naturalmente, ma perché ogni emergenza sembra consumarsi secondo lo stesso copione, per poi lasciare nuovamente sul territorio ciò che c’era prima. Ci ricordano che la questione dei rifiuti non finisce quando il rifiuto viene stoccato e che un sito apparentemente fermo può continuare ad avere una propria, inquietante vita. Per questo riteniamo che Giugliano debba essere osservata con attenzione. Perché il problema non è soltanto ciò che brucia oggi. Il problema è ciò che, domani, potrebbe tornare a bruciare. E sarebbe imperdonabile dover attendere ancora una volta una colonna di fumo per ricordarci che quei problemi non erano mai scomparsi.
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07 Set, 2026 | Comunicare il sociale
C’è una forza interiore capace di resistere alle macerie della storia e di parlarci ancora oggi. Da questa profonda riflessione nasce il libro di Anna Di Corcia “Le ragazze della resilienza. Edith Stein e Etty Hillesum: due donne in dialogo”, pubblicato dalla Giannini Editore nella collana La Cisterna. La prossima presentazione di terrà venerdì 11 settembre alle ore 18,30 presso la libreria Io Ci Sto, via Domenico Cimarosa, Napoli. Interverranno: Antonia Esposito docente di Filosofia e Storia, l’attrice Paola Cammarano e la musicista Cinzia Martone.
Il saggio mette in dialogo le figure di Edith Stein ed Etty Hillesum nel contesto dell’Europa tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, segnato dall’ascesa del Nazismo e dalla persecuzione degli ebrei. Attraverso l’analisi delle opere filosofiche, pedagogiche e delle conferenze di Edith Stein e delle lettere e dei quaderni del Diario di Etty Hillesum, il volume ricostruisce due percorsi umani e intellettuali diversi ma profondamente convergenti. Entrambe, vittime della deportazione ad Auschwitz a un anno di distanza l’una dall’altra, testimoniano una straordinaria forza interiore e una resilienza spirituale che continua a interrogare il presente.
Anna Di Corcia nasce ad Atri (TE) e vive a Napoli. È stata cultore della materia presso la Cattedra di Didattica del latino dell’Università Federico II di Napoli ed è docente di Lingua e Letteratura italiana e latina e Geostoria nella scuola secondaria di secondo grado, in particolare presso il Liceo “Pasquale Villari” di Napoli. Laureata in Lettere 5 moderne all’Università di Napoli “Federico II”, ha conseguito un Master di II livello in Beni culturali della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana. Giornalista pubblicista dal 2018, collabora con riviste d’arte e testate nazionali. Ha partecipato come relatrice a convegni internazionali sul rapporto tra poetica e cristianesimo e nel 2024 ha pubblicato con Loescher Memoria locorum. Paesaggi nella letteratura latina.
TITOLO: LE RAGAZZE DELLA RESILIENZA. EDITH STEIN: DUE DONNE IN DIALOGO
AUTORE: ANNA DI CORCIA
COLLANA: LA CISTERNA
EDITORE: GIANNINI EDITORE
PAGINE: 184
PREZZO: 16,00 €
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07 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Una rete di esercizi commerciali per rendere più concreto il sostegno alle famiglie che si trovano in condizioni di difficoltà economica. È questo l’obiettivo del piano promosso dal Comune di Torre del Greco per raccogliere le manifestazioni di interesse degli operatori commerciali corallini disponibili ad accettare i buoni spesa destinati ai cittadini individuati dai servizi sociali. L’iniziativa, in breve, punta a garantire alle persone e ai nuclei familiari beneficiari la possibilità di acquistare beni essenziali attraverso una rete di attività presenti sul territorio. Al progetto potranno aderire gli esercizi commerciali che hanno almeno una sede operativa a Torre del Greco e che vendono prodotti riconducibili alle necessità primarie. Tra le categorie ammesse rientrano generi alimentari, prodotti per l’igiene personale e per la pulizia della casa, articoli per la prima infanzia e prodotti parafarmaceutici, e in corso d’opera potrà inoltre essere autorizzata dall’amministrazione comunale la vendita di altri beni di prima necessità non presenti in questo primo elenco. Restano invece esclusi tabacchi e prodotti assimilati, alcolici e superalcolici, farmaci soggetti a prescrizione medica, ricariche telefoniche, giochi, lotterie e scommesse. L’esclusione riguarda anche beni e servizi che non siano riconducibili alle necessità essenziali dei nuclei beneficiari.
I buoni rappresentano un sostegno concreto per chi deve fare i conti con un bilancio familiare sempre più difficile da gestire, e nell’ottica delle varie riprese settembrine. L’obiettivo è infatti permettere alle persone individuate dai servizi sociali di utilizzare il contributo per le spese indispensabili della vita quotidiana, che in determinati periodi dell’anno pesano ancor di più.
Il sistema prevede che i buoni vengano utilizzati attraverso la tessera sanitaria del beneficiario. La tessera consentirà di identificare il titolare e registrare la transazione presso gli esercizi commerciali aderenti. Una modalità pensata per rendere il beneficio tracciabile e riservato esclusivamente alle persone ammesse alla misura.
I buoni potranno essere utilizzati fino al 31 gennaio del prossimo anno. Per gli esercizi interessati, invece, il termine per presentare la manifestazione di interesse è fissato alle ore 12 del 28 settembre prossimo. Le domande dovranno essere trasmesse tramite posta elettronica certificata all’indirizzo del Comune indicato nell’avviso.
La costruzione di una rete di negozi aderenti rappresenta un passaggio importante perché consente di avvicinare il sostegno pubblico alle esigenze quotidiane dei cittadini.
Non soltanto un contributo economico, dunque, ma uno strumento destinato a intervenire direttamente sulle necessità fondamentali. La misura si inserisce così nelle azioni di sostegno rivolte alle fasce più vulnerabili della popolazione. Dalle prossime settimane partirà così la costruzione dell’elenco degli esercizi presso i quali sarà possibile utilizzare i buoni. Un circuito pensato per trasformare l’aiuto economico in un sostegno immediatamente spendibile nella vita di tutti i giorni.
di Nadia Labriola
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07 Set, 2026 | Comunicare il sociale
A cinque anni dal ritiro delle forze internazionali e dal ritorno al potere dei talebani, le donne in Afghanistan continuano a incontrare ostacoli nell’accesso alle cure durante gravidanza, parto e periodo postnatale. Costi di trasporto e medicine, carenza di personale sanitario femminile, servizi insufficienti e restrizioni ai diritti delle donne compromettono la salute di madri e neonati e contribuiscono a mantenere il tasso di mortalità materna tra i più alti della regione. È quanto emerge da “Nascere sicuri, cure affidabili: il report di EMERGENCY sulla maternità in Afghanistan”, presentato il 6 settembre in chiusura del Festival della ong di Reggio Emilia. Il rapporto analizza le principali barriere che impediscono alle donne afgane di accedere a cure adeguate durante la gravidanza, il parto e il periodo postnatale, attraverso dati raccolti nelle strutture di EMERGENCY, questionari rivolti al personale sanitario di 32 strutture pubbliche afgane e gruppi di discussione nelle comunità locali.
Nel Paese, dove 21,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria e 14,4 milioni hanno bisogno di cure sanitarie [1], sono soprattutto donne e bambini a pagare il prezzo della crescente crisi economica e umanitaria. Il drastico calo dei finanziamenti internazionali, le tensioni regionali, i disastri naturali e la sistematica limitazione dei diritti delle donne stanno aggravando ulteriormente una situazione già critica.
Presente in Afghanistan dal 1999, EMERGENCY osserva da vicino queste difficoltà soprattutto nel Centro di maternità di Anabah, nella valle del Panshir, e nelle cliniche di cure primarie presenti in 5 province afgane, dove assiste gratuitamente donne e bambini. Qui le storie delle pazienti e del personale sanitario raccontano concretamente le barriere che le donne incontrano quotidianamente nell’accesso alle cure nella sfera della maternità.
Secondo il rapporto appena pubblicato le barriere economiche rappresentano uno dei principali deterrenti alla ricerca di cure da parte delle donne e delle loro famiglie. “Anche quando i servizi dovrebbero essere gratuiti – ha spiegato dal palco del Festival di Reggio Emilia Francesca Bocchini, coordinatrice ufficio advocacy EMERGENCY – i costi che le famiglie devono affrontare per esami e servizi specialistici sono molto alti poiché è necessario rivolgersi a strutture private.” Ad esempio, l’ecografia non è disponibile in nessuna clinica di base esaminata, mentre terapie intensive, banche del sangue e diagnostica avanzata sono concentrati in poche strutture che per questa ragione risultano sovraffollate. Degli ospedali analizzati, diversi si trovano spesso a dover accogliere due o tre pazienti per letto nei reparti di degenza.
Così, in 17 su 18 strutture primarie analizzate, le donne non accedono ai servizi o li raggiungono troppo tardi perché le famiglie non possono permettersi costi di medicine e trasporti. Anche questi ultimi sono infatti troppo dispendiosi, o inaccessibili nelle aree remote in cui le pazienti vivono. Le ambulanze sono disponibili solo in un terzo delle strutture analizzate: l’assenza di ambulanze attive 24/7 e adeguatamente equipaggiate risulta spesso fatale perché le famiglie devono provvedere autonomamente.
“Nel nostro distretto le strade sono molto impervie e non esistono mezzi di trasporto adeguati – spiega un partecipante al gruppo di discussione in Helmand* –. Quando una donna deve partorire, viene prima sistemata in un cesto di fortuna, poi trasportata da diverse persone sulle spalle e, in seguito, il cesto viene caricato su un asino per proseguire il viaggio. Molte volte muoiono durante questo viaggio.”
Un altro ostacolo, tra gli effetti più gravi delle restrizioni imposte negli ultimi cinque anni alle donne, è la crescente carenza di personale sanitario femminile. Nelle 18 strutture sanitarie primarie analizzate al di fuori della rete EMERGENCY, soltanto una dispone della presenza di una dottoressa. “Il divieto di accesso all’università e alla specializzazione limita infatti la possibilità di formare nuove ginecologhe e specialiste – ha proseguito Bocchini – con conseguenze dirette sulla qualità delle cure posto che per prassi culturale le donne vengono preferibilmente curate da donne. In molti casi sono quindi le ostetriche devono gestire le complicanze e le procedure d’emergenza senza poter contare sul supporto di specialisti.”
L’anello più debole lungo il percorso di cura materna e neonatale è il periodo postnatale: sia nelle strutture sanitarie primarie che in quelle ospedaliere analizzate la dimissione entro sei ore dal parto – e non dopo le raccomandate 24 – è una pratica diffusa in 25 delle 28 strutture analizzate, e, nonostante la familiarità con le pratiche di base per la cura del neonato, la consapevolezza della comunità riguardo alla necessità di controlli postnatali rimane limitata, lasciando una grave lacuna nelle conoscenze sulla salute post-parto sia per le madri che per i neonati.
“Nella società afgana – racconta poi una delle ginecologhe afgane del Centro di maternità di EMERGENCY ad Anabah* – non si sceglie autonomamente se recarsi in ospedale per una visita, ma ci si consulta con la famiglia, con la comunità, bilanciando esigenze logistiche ed economiche con esperienze passate, norme e prassi culturali. Anche durante la gravidanza la consapevolezza dell’importanza delle visite di controllo è molto limitata e questo può portare a una mancata identificazione di complicanze o fattori di rischio con gravi conseguenze per la salute della mamma e del neonato”. Lo dimostra ad esempio l’aumento del 45% dei ricoveri in terapia sub-intensiva al Centro di Maternità di EMERGENCY nell’arco di cinque anni.
Nonostante i membri della comunità abbiano raccontato di un cambiamento intergenerazionale, con un maggiore ricorso al parto nelle strutture sanitarie per una maggiore sicurezza, i dati raccolti da EMERGENCY evidenziano ancora un accesso tardivo all’assistenza prenatale: il 54% delle donne si presenta alle visite soltanto nel secondo o nel terzo trimestre di gravidanza e appena l’11% completa le quattro visite raccomandate.
“Quando sono rimasta incinta per la prima volta – racconta una partecipante al gruppo di discussione di Kabul* –, non ero consapevole dell’importanza di un’adeguata assistenza medica, né immaginavo che potessero insorgere gravi complicazioni. Non mi sono recata da un medico e nemmeno la mia famiglia ha compreso l’importanza di accompagnarmi alle visite di controllo. A causa di questa mancanza di consapevolezza e di cure tempestive, ho perso la mia bambina.”
Sia donne che uomini intervistati durante la ricerca hanno sottolineato poi in visite e ricoveri nelle strutture pubbliche la mancanza di una comunicazione diretta, di supporto emotivo e psicologico, e di un trattamento rispettoso sottolineando come quindi anche la sfera più emozionale della cura rappresenti un tassello fondamentale per garantire alle donne un accesso pieno e dignitoso al diritto alla salute.
“Il report dimostra che le difficoltà di accesso alle cure materne e neonatali non dipendono da un singolo fattore, ma dall’interazione di ostacoli economici, geografici, sociali e culturali che colpiscono in modo particolare le donne – ha concluso Bocchini –. L’esperienza di EMERGENCY dimostra che, anche nei contesti umanitari più difficili, è possibile ridurre queste barriere attraverso un modello integrato che garantisca continuità assistenziale, rafforzi l’assistenza primaria e assicuri percorsi di riferimento efficaci verso i livelli di cura più avanzati. Per questo chiediamo che la comunità internazionale non abbandoni l’Afghanistan, che alle donne vengano restituiti il diritto allo studio e al lavoro e che si investa nella formazione del personale sanitario e nel rafforzamento del sistema sanitario afgano attraversi aiuti a lungo termine.”
EMERGENCY è presente in Afghanistan con il Centro chirurgico per vittime di guerra di Kabul, il Centro chirurgico per vittime di guerra di Lashkar-gah (Helmand), il Centro chirurgico, il Centro pediatrico e il Centro di maternità di Anabah (valle del Panshir) e una rete di oltre 30 Posti di primo soccorso (FAP) e di Centri sanitari di base (PHC). Lo staff delle sue strutture è composto per il 20% da donne afgane di cui 76 sono ostetriche e 23 sono specialiste e specializzande in ginecologia e ostetricia. Dal 1999 ha curato oltre 8,5 milioni di persone in un Paese che oggi conta più di 48 milioni di abitanti. Dalla sua apertura nel 2003 il Centro di maternità di Anabah ha visto nascere oltre 100mila bambini.
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04 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Aveva 17 Genny Cesarano quando alle 4.50 del 6 settembre 2015 fu raggiunto da due colpi di pistola al petto, davanti alla Chiesa di San Vincenzo nella Sanità. Il ragazzo fu trasportato all’ospedale Pellegrini ma era ormai deceduto. La polizia scientifica trovò sul posto 18 bossoli di diverso calibro e si pensò ad uno scontro di matrice camorristica. Furono fatte molte manifestazioni a cui intervenne anche la Chiesa e l’11 settembre si svolsero i funerali di Genny. Dalle prime indagini emersero riferimenti al teatro delle azioni nella cosiddetta “paranza dei bambini”, scontri tra clan giovanissimi.
Nel 2019 la Corte di Appello confermò la conferma per tre responsabili e nel 2022 per un quarto che ebbe l’ergastolo. Tante le iniziative organizzate per Genny, vittima innocente della camorra, come la Notte Bianca e i Memorial in suo ricordo.
Domani nel Rione Sanità, infatti, si terrà la Seconda Edizione del Memorial Genny Cesarano. Il Memorial è stato organizzato dalla Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania con Libera – Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie, il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità, il Centro Sportivo Italiano, l’Associazione che porta il nome di Genny e con la Rete Educativa del Rione Sanità, che nei giorni 28 e 29 Ottobre terrà ulteriori iniziative nel segno della legalità e in memoria di Genny.
Domani si parte alle 9.30 al Campo Sportivo “San Gennaro dei Poveri” in vico San Gennaro dei Poveri, dove si terrà un quadrangolare di calcio all’insegna dello sport come veicolo educativo contro la violenza, alla presenza delle rappresentanze istituzionali del nostro territorio. Alle ore 12.30 si terrà la cerimonia di premiazione.
Alle ore 18, invece, nella Basilica di Santa Maria della Sanità, sarà celebrata una messa in memoria di Genny. Successivamente ci si sposta in Piazza Sanità per omaggiare la statua eretta in onore di Genny. In quell’occasione i rappresentanti della Rete Educativa del Rione Sanità riceveranno i volumi “Cyberbullismo e Benessere Digitale”, di Paolo Siani.
di Francesca Mari
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04 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Oggi, 4 settembre, si celebra la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, con lo scopo di abbattere i tabù e promuovere una visione integrale della salute affettiva, ponendo al centro soprattutto le nuove generazioni. Parlare di sessualità giovanile oggi significa esplorare i ragazzi nella loro interezza, unendo due sguardi complementari: quello rivolto alla dimensione interiore dell’individuo e quello focalizzato sul contesto sociale e divulgativo in cui i giovani crescono.
Per compiere questo viaggio a tutto tondo in questa giornata di riflessione sui ragazzi e sul loro futuro affettivo, abbiamo raccolto la testimonianza della Dott.ssa Sonia De Balzo, psicologa e psicoterapeuta, e del Dott. Vincenzo De Falco, psicologo, psicosessuologo e presidente della sezione Campania di ANLAIDS.
Il punto di vista clinico della Dott.ssa Sonia De Balzo offre una chiave di lettura fondamentale per esplorare la gestione delle emozioni nei ragazzi e la percezione del sé.
Quando parliamo di prevenzione e consapevolezza, non ci riferiamo solo all’aspetto medico. Cosa significa educare a un sesso consapevole ed emotivamente sano?
La prevenzione medica ti dice come evitare una gravidanza indesiderata o un’infezione. La prevenzione psicologica ti insegna a chiederti: perché lo sto facendo? Lo voglio davvero? Come mi sentirò dopo? Educare a un sesso consapevole vuol dire insegnare tre competenze che a scuola nessuno ci insegna. Ritengo che l’attenzione vada posta innanzitutto sull’argomento dell’alfabetizzazione emotiva, nello specifico saper riconoscere se sto facendo sesso per desiderio, per noia, per paura di essere lasciata, per sentirmi accettata; sulla regolazione emotiva, che mi aiuta a capire che posso fermarmi anche a metà se non mi sento più a mio agio, e che questo non è un fallimento; e soprattutto sulla responsabilità affettiva: capire che l’altro non è un corpo da usare, ma una persona con una sua storia emotiva. Un sesso attento alla salute emotiva è quello dopo il quale ti senti più integra, non più vuota. Per me prevenzione non è solo preservativo e pillola. Quello è il minimo. Prevenzione vera significa spostare l’attenzione dal “come non farsi male” al “come farsi bene”. Da Donna e da professionista del settore per me educare a un sesso consapevole significa insegnare che il tuo stato emotivo conta quanto il tuo stato di salute.
Dal punto di vista psicologico e relazionale, quali elementi definiscono una sessualità autenticamente libera e consapevole?
Oggigiorno a mio parere c’è un grande equivoco sulla parola “libero”. Tanti giovani pensano che libero significhi fare di tutto, con tutti, subito. Ma quella non è libertà, è spesso prestazione. Dal punto di vista psicologico, libero significa libero dal copione sociale, libero dalla visione patriarcale del porno, libero dal giudizio e soprattutto dall’ansia di dover dimostrare qualcosa. E consapevole significa soprattutto essere consapevole del mio corpo e dei miei limiti in quel giorno, in quel momento, che il desiderio non è sempre lineare, ma soprattutto che la sessualità è relazione, anche quando è un rapporto occasionale. Vivere la sessualità in modo sano non ti rende solo più felice a letto. Abbassa l’ansia, migliora l’autostima, ti insegna a mettere confini in tutti gli ambiti della vita. Chi sta bene nella sua intimità, sta meglio anche fuori. È fondamentale educare i giovani a dire di no senza paura, e sentirsi liberi di dire di sì senza vergogna.
Consapevolezza di sé, rispetto del corpo altrui e cultura del consenso possono prevenire violenza e prevaricazione?
Questa è una domanda di grande importanza. A mio avviso la violenza non nasce mai dal sesso, nasce dal potere. E la prevaricazione inizia molto prima di un atto fisico: inizia quando ignoro un “non so”, un corpo che si irrigidisce, uno sguardo che chiede di fermarsi. Per questo dico sempre che il consenso non è un modulo da firmare, è una cultura della Consapevolezza di sé. Una persona che non conosce i propri confini non può nemmeno difenderli. Significa educare al rispetto del corpo che non è a nostra illimitata disposizione. È considerare un territorio che mi viene aperto solo se invitato. Cultura del consenso per me significa insegnare che il consenso è libero, entusiasta, reversibile e specifico. Se educhiamo i giovani così, non stiamo solo prevenendo la violenza sessuale, stiamo prevenendo relazioni manipolatorie, possessive, dove uno vale più dell’altro. E questa è la vera prevenzione perché la violenza non parte mai da un pugno. Parte da quando non ti ascoltano.
Ci sono secondo Lei delle regole da insegnare ai giovani di oggi?
Si: proteggersi è un atto d’amore per se stessi; conosci te prima di farti conoscere da altri; piacere, non prestazione.
La vostra associazione propone di offrire strumenti concreti di prevenzione ed educazione alla salute per le nuove generazioni. Di cosa hanno davvero bisogno i giovani in Campania per fare prevenzione ed essere informati in modo sicuro?
I giovani hanno bisogno di informazioni corrette, accessibili e prive di giudizio. La prevenzione non può limitarsi a dire ai ragazzi cosa non devono fare: dobbiamo fornire loro gli strumenti per comprendere il proprio corpo, le relazioni, la sessualità, le infezioni sessualmente trasmissibili, la contraccezione e l’importanza del consenso. In Campania, come in molte altre realtà, è fondamentale creare luoghi e occasioni in cui un ragazzo possa fare una domanda senza sentirsi giudicato. Scuola, famiglia, servizi sanitari, associazioni e professionisti devono lavorare insieme. Oggi significa anche educare alla capacità di riconoscere le fonti affidabili sul web. Internet può essere una grande risorsa, ma non tutto ciò che troviamo online è informazione. Un giovane deve sapere a chi rivolgersi quando ha un dubbio e deve poter incontrare professionisti preparati, capaci di parlare il suo linguaggio. La vera prevenzione nasce dalla consapevolezza: conoscere significa poter scegliere, e poter scegliere significa essere più liberi e anche più responsabili.
Infatti oggi spesso i ragazzi cercano informazioni sul web o nella pornografia. Come si aiuta un giovane a passare da una visione distorta del sesso a una sessualità davvero consapevole e rispettosa?
Non credo sia utile demonizzare né il web né la pornografia. Dobbiamo piuttosto aiutare i giovani ad essere consapevole delle scelte, comprendere la differenza tra rappresentazione e realtà. La pornografia NON nasce con l’obiettivo di educare alla sessualità: propone una rappresentazione costruita, spesso estrema e priva di quella dimensione fondamentale che nella vita reale è fatta di emozioni, comunicazione, reciprocità e consenso. Educare alla sessualità significa quindi parlare anche di ciò che raramente viene mostrato online: il diritto di dire sì, ma anche il diritto di dire no; il rispetto dei tempi dell’altro; la possibilità di cambiare idea; il dialogo; la protezione della salute e, soprattutto, l’idea che il piacere non possa mai essere separato dal rispetto. Un ragazzo non va fatto sentire in colpa per le proprie curiosità. Va aiutato a sviluppare senso critico. Dobbiamo insegnargli a chiedersi: quello che sto vedendo rappresenta davvero una relazione sana? C’è reciprocità? C’è consenso? C’è rispetto? Quando diamo ai giovani strumenti culturali e affettivi, la pornografia smette di essere un modello da imitare.
C’è un legame tra educazione alla libertà e prevenzione della violenza di genere?
La libertà sessuale, se correttamente intesa, è innanzitutto libertà di autodeterminazione. Significa che ogni persona deve poter scegliere del proprio corpo, delle proprie relazioni e della propria sessualità senza subire pressioni, discriminazioni o violenze. Ma la libertà non significa assenza di regole: significa, al contrario, riconoscere l’altro come persona libera quanto noi. Per questo il consenso è centrale. Non basta che non ci sia un “no”: deve esserci una scelta libera, consapevole e rispettata. La cultura del possesso nasce quando l’altra persona viene considerata qualcosa che ci appartiene. Educare alla libertà significa invece insegnare fin da giovani che amare qualcuno non significa possederlo, che una relazione non dà diritto di controllare l’altro e che la gelosia non è una prova d’amore. Anche abbattere i pregiudizi è prevenzione. Quando una società smette di giudicare le scelte personali sulla base di stereotipi e comincia a parlare apertamente di affettività, consenso, rispetto e parità, diventa più difficile normalizzare quei comportamenti di controllo e sopraffazione che possono essere alla base della violenza. La violenza di genere non si combatte soltanto intervenendo quando è già avvenuta. Si combatte anche prima, attraverso l’educazione alle relazioni sane.
Qual è il messaggio più importante che vorrebbe lasciare oggi a un ragazzo o a una ragazza che ha dubbi sulla propria sessualità, sul proprio corpo o sulle proprie relazioni?
Non abbiate paura di fare domande e non abbiate paura di chiedere aiuto. Non esistono domande stupide quando si parla di salute, sessualità e relazioni. Cercare informazioni corrette e confrontarsi con un professionista non significa avere un problema: significa prendersi cura di sé. E soprattutto, vorrei che ogni giovane imparasse una cosa semplice ma fondamentale: il proprio corpo non è qualcosa di cui vergognarsi e quello dell’altra persona non è qualcosa che ci appartiene. La sessualità può essere libera soltanto quando è consapevole, consensuale e rispettosa.
di Carmela Cassese
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