SIN: “CONTRO LA SEPSI NEONATALE OGNI MINUTO CONTA”

La sepsi continua a rappresentare una delle principali emergenze sanitarie mondiali e una delle più importanti cause di mortalità nei neonati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), rimane una delle principali cause di morte nei primi 28 giorni di vita, soprattutto nei prematuri e nei Paesi a basso reddito. A livello internazionale la letalità è stimata intorno al 10-20%, con valori più elevati nelle forme più gravi e nei bambini con peso molto basso alla nascita. Ogni anno migliaia di famiglie vengono colpite da questa patologia che, se riconosciuta tempestivamente, può essere curata con successo.

In occasione del World Sepsis Day, che ricorre il 13 settembre, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) richiama l’attenzione delle istituzioni, della comunità medico sanitaria e dell’opinione pubblica, sull’importanza della diagnosi precoce, della prevenzione delle infezioni neonatali e della ricerca scientifica, che negli ultimi anni ha compiuto importanti passi avanti.

Nel neonato l’esordio della sepsi può essere particolarmente insidioso. I sintomi iniziali possono essere molto sfumati: difficoltà ad alimentarsi, ridotta reattività, alterazioni della temperatura corporea, difficoltà respiratoria, colorito pallido o marezzato. Anche poche ore di ritardo nella diagnosi possono modificare significativamente la prognosi.

Una delle maggiori criticità della sepsi neonatale è rappresentata dal fatto che la conferma diagnostica e la terapia mirata sono basate sulle indagini colturali (il gold standard è l’emocoltura) che richiedono tempo, spesso anche 36-72 ore.

 “Negli ultimi anni sono stati sviluppati nuovi strumenti diagnostici basati su: PCR multiplex, metagenomica, trascrittomica, metabolomica, profilazione genica dell’ospite”, spiega il Prof. Mario Giuffrè, Segretario del Gruppo di Studio di Infettivologia Neonatale della SIN. “Queste tecnologie potrebbero consentire di identificare l’infezione molte ore prima rispetto ai metodi tradizionali, permettendo di iniziare precocemente la terapia antimicrobica e, al tempo stesso, di personalizzarla utilizzando le molecole più adeguate caso per caso e riducendo l’uso improprio di antibiotici”.

 Un tema particolarmente rilevante riguarda, infatti, la crescente diffusione di microrganismi multiresistenti, che rende ancora più importante investire in programmi di prevenzione delle infezioni, sorveglianza microbiologica e stewardship antimicrobica, per ridurre l’uso inappropriato degli antibiotici senza ritardare il trattamento dei neonati realmente affetti da sepsi.

Nel 2025 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il primo Target Product Profile dedicato allo sviluppo di test rapidi per identificare le infezioni batteriche gravi nei neonati e nei lattanti. L’obiettivo è disporre di esami eseguibili anche nei contesti con limitate risorse, capaci di distinguere rapidamente le infezioni batteriche da quelle virali guidando la terapia specifica.

Nel 2026 sono state aggiornate le linee guida della Surviving Sepsis Campaign dedicate all’età pediatrica. Tra i messaggi principali è stata sottolineata l’importanza del riconoscimento sempre più precoce, del trattamento tempestivo, della somministrazione di antibiotici entro la prima ora nei casi di shock settico, dell’intensificazione e miglioramento del follow-up, con particolare riferimento agli esiti a lungo termine dopo la dimissione.

“L’Italia dispone di un’efficiente rete di Terapie Intensive Neonatali (TIN) che partecipano a programmi nazionali di sorveglianza delle infezioni neonatali”, afferma il Prof. Massimo Agosti, Presidente SIN. “Le attività di ricerca e le reti collaborative promosse dalla SIN, tra cui INN-SIN (Italian Neonatal Network della SIN), consentono oggi di raccogliere dati epidemiologici nazionali sulle infezioni neonatali, confrontando gli indicatori di qualità tra le TIN, monitorando i pattern microbiologici e le resistenze agli antibiotici, promuovendo protocolli condivisi di prevenzione e trattamento, sviluppando progetti di miglioramento continuo della qualità assistenziale. Grazie a queste reti è stato possibile migliorare negli ultimi anni la qualità dell’assistenza, promuovere l’uso appropriato degli antibiotici e monitorare l’epidemiologia delle infezioni neonatali”.

Il Gruppo di Studio di Infettivologia Neonatale della SIN, inoltre, ha più volte richiamato l’attenzione sull’importanza della prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza e del contenimento della diffusione dei patogeni multiresistenti nelle TIN. La prevenzione, infatti, rimane lo strumento più efficace.
Tra gli interventi prioritari emergono il ruolo di un’assistenza ostetrica qualificata, la prevenzione delle infezioni materne, l’igiene delle mani e l’allattamento al seno. Sono altrettanto cruciali l’uso appropriato degli antibiotici e l’efficacia dei sistemi di sorveglianza delle infezioni in TIN.

Le infezioni invasive rappresentano, infatti, ancora una delle principali complicanze del neonato prematuro ricoverato in Terapia Intensiva Neonatale. Nei neonati a termine la sepsi precoce è oggi relativamente rara, con un’incidenza stimata largamente inferiore a 1 caso ogni 1.000 nati vivi, grazie soprattutto allo screening materno per Streptococcus agalactiae e alla profilassi antibiotica intrapartum per i casi a rischio. Nei grandi prematuri e nei neonati di peso estremamente basso (<1500 g), invece, la sepsi tardiva continua a rappresentare una delle complicanze più frequenti durante il ricovero, con incidenze che possono superare il 15-20% nei pazienti più vulnerabili, sebbene variabili tra i diversi centri.

“La sepsi, se pur raramente, può colpire anche un neonato apparentemente sano. Conoscerne i segnali significa salvare vite. La ricerca ci offre oggi strumenti sempre più sofisticati, ma il fattore più importante rimane il riconoscimento precoce e l’accesso tempestivo alle cure”, conclude il Presidente SIN Agosti.

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Diversi roghi, una stessa emergenza: quando i rifiuti tornano a bruciare

Ci sono incendi che raccontano un’emergenza. E poi ci sono incendi che raccontano una storia che sembra non finire mai. Quelli di Afragola e Giugliano, divampati a pochi chilometri di distanza, appartengono alla seconda categoria. Sono episodi diversi, nati in contesti differenti, ma finiscono per riportare al centro la stessa domanda: quanto siamo ancora lontani da una gestione dei rifiuti capace di prevenire, invece di rincorrere le emergenze? Ad Afragola le fiamme hanno raggiunto la Masseria Antonio Esposito Ferraioli, il più grande bene confiscato alla criminalità organizzata dell’area metropolitana di Napoli, distruggendo circa quattro ettari di frutteto. Il rogo è partito dalla zona di via Lampedusa, un’area che da anni viene indicata come luogo di abbandono incontrollato di rifiuti. Il forte vento ha favorito la propagazione delle fiamme fino all’interno della Masseria, colpendo alberi e coltivazioni costruiti nel corso degli anni.

«Da oltre vent’anni via Lampedusa, che collega Casoria ed Afragola, è una discarica a cielo aperto conosciuta da tutti», racconta Giovanni Russo, direttore della Masseria Ferraioli. «Sabato 5 settembre l’ennesimo rogo, con l’aiuto del forte vento, è riuscito a entrare in Masseria distruggendo quattro ettari di frutteto». La sua testimonianza restituisce alla vicenda una dimensione che va oltre il danno ambientale. Quegli alberi rappresentavano infatti una parte di un percorso di riappropriazione del territorio costruito nel corso degli anni. Un terreno sottratto alla criminalità e restituito alla collettività che, proprio attraverso l’agricoltura, la socialità e le attività ambientali, aveva provato a costruire un’altra idea di futuro. Per questo Russo chiede di intervenire sulla strada, mettere in sicurezza l’area e fermare la sequenza di sversamenti e roghi. La Masseria deve poter tornare a far crescere quei quattro ettari e continuare il lavoro di rigenerazione sociale e ambientale avviato dalla sua comunità.

Poche ore dopo, a Giugliano, un altro incendio ha riportato l’attenzione su un’altra delle ferite più note della Campania, Taverna del Re. Qui a bruciare sono state le ecoballe, quelle stesse che da oltre vent’anni rappresentano il simbolo di una stagione dell’emergenza rifiuti che avrebbe dovuto essere temporanea e che invece continua a produrre conseguenze. Nel sito di Giugliano sono state accumulate, a partire dai primi anni Duemila, enormi quantità di rifiuti imballati. La rimozione delle ecoballe è iniziata nel 2016, ma il lavoro non è ancora terminato. Nei diversi siti campani è stato rimosso circa il 70 per cento del materiale, mentre a Taverna del Re resta ancora una quantità significativa di rifiuti da trasferire.

È il paradosso che rende il rogo di Giugliano particolarmente significativo. Mentre si continua a lavorare per eliminare una delle eredità dell’emergenza rifiuti, una parte di quei rifiuti torna a bruciare. In entrambi i casi il fuoco arriva alla fine di una catena. Ad Afragola ci sono gli sversamenti abusivi lungo una strada conosciuta da anni come luogo di abbandono. A Giugliano ci sono invece rifiuti che aspettano da decenni di essere definitivamente rimossi.

«Afragola e Giugliano sono episodi diversi, ma ci dicono la stessa cosa: sui rifiuti continuiamo troppo spesso a intervenire quando l’emergenza è già esplosa», osserva Vincenzo Capasso, presidente di Let’s do It! Italy. L’associazione, che ha partecipato come terzo interveniente al procedimento sulla Terra dei Fuochi davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, richiama la necessità di rafforzare soprattutto la prevenzione. «Dopo la sentenza CEDU sulla Terra dei Fuochi chiediamo ai Comuni più fermezza nella prevenzione: individuare gli abbandoni, rimuoverli rapidamente e intervenire sulle segnalazioni. Con TrashOut possiamo mappare le criticità in tempo reale, ma una segnalazione non può restare un punto su una mappa: deve diventare un intervento concreto», aggiunge Capasso.

Il punto, infatti, non è soltanto riuscire a spegnere un incendio. È evitare che un cumulo di rifiuti abbandonati possa diventare, prima o poi, un rogo. Significa intervenire rapidamente sugli sversamenti, controllare le aree maggiormente esposte, rispondere alle segnalazioni dei cittadini e impedire che una discarica abusiva possa sedimentarsi fino a diventare parte del paesaggio. Il tema della prevenzione assume un peso ancora maggiore dopo la sentenza con cui, nel gennaio 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto una violazione del diritto alla vita in relazione alla gestione dell’inquinamento prodotto dalla crisi dei rifiuti e dagli sversamenti illegali nella Terra dei Fuochi. La Corte ha chiesto all’Italia di mettere in campo una strategia complessiva per affrontare il fenomeno, accompagnata da un sistema di monitoraggio indipendente e da una maggiore informazione della popolazione.

Ma prevenire significa anche proteggere ciò che, in questi territori, è già stato restituito alla collettività. È la riflessione che arriva da Dario Catania di N’Sea Yet, che mette insieme i due episodi e richiama la necessità di non lasciare soli i territori e le realtà che ogni giorno se ne prendono cura. «Non è possibile dover subire ancora questi danni ambientali servono controlli e servono soluzioni concrete. Si deve pretendere l’avvio della rimozione definitiva di tutte le ecoballe aprirle e recuperare la parte riciclabile. Non lasciarle ancora lì dando la possibilità che accadano questi disastri ambientali. Inoltre bisogna proteggere i beni comuni: Lo Stato deve difendere i beni confiscati alle mafie e sostenere chi li custodisce ogni giorno, non vanno solo assegnati e poi abbandonati. C’è da tutelare il lavoro che le associazioni svolgono nella rigenerazione dei luoghi. Sono fiducioso degli sforzi della Regione Campania con il presidente Fico e l’assessora all’ambiente Pecoraro nell’andare in questa direzione», dichiara Dario Catania.

di Ciro Oliviero

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ALLERTA METEO SU TUTTA LA CAMPANIA PER TEMPORALI IMPROVVISI

La Protezione Civile della Regione, in considerazione delle valutazioni del Centro Funzionale sugli scenari meteorologici in atto e sulla loro evoluzione, ha emanato un avviso di allerta meteo di colore Giallo valida dalle 22 di oggi giovedì 10 settembre fino alle 14 di domani venerdì 11 settembre, su tutta la Campania.
Si prevedono rovesci e temporali improvvisi, soprattutto nelle ore notturne. Il quadro meteo si presenta caratterizzato da instabilità: i fenomeni temporaleschi potranno avere rapidità di evoluzione e saranno possibili anche grandine, raffiche di vento e fulmini che potrebbero arrecare danni alle coperture e alle strutture esposte e causare la caduta di alberi o rami.
L’avviso emanato dal Centro Funzionale della Protezione Civile regionale e diramato ai Comuni dalla Sala Operativa Unificata (SORU) evidenzia un rischio idrogeologico con fenomeni di impatto al suolo come allagamenti, esondazioni, scorrimento superficiale delle acque nelle sedi stradali, innalzamento dei livelli idrometrici dei corsi d’acqua minori, caduta massi e frane dovute alla fragilità dei suoli, possibili fenomeni di rigurgito dei sistemi di smaltimento delle acque meteoriche.
Si raccomanda alle autorità competenti di porre in essere tutte le misure strutturali e non strutturali atte a prevenire, mitigare e contrastare i fenomeni previsti secondo le rispettive pianificazioni comunali di Protezione Civile.
In ordine alle possibili raffiche di vento, si ricorda altresì alle autorità competenti di verificare la corretta tenuta del verde pubblico e delle strutture esposte alle sollecitazioni atmosferiche.

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Poggioreale celle piene e spazi irrisori: quando il carcere diventa una questione sociale

Nel carcere di Poggioreale il problema non è soltanto quanti detenuti ci sono. È quanti spazi mancano, quante attività diventano difficili da realizzare, quante possibilità di reinserimento rischiano di restringersi. Ad oggi, secondo i dati del Ministero della Giustizia, nella casa circondariale napoletana erano presenti 2.309 persone detenute, a fronte di 1.616 posti regolamentari. Ma 259 di quei posti non sono disponibili. Significa che, sulla base dei posti effettivamente utilizzabili, oltre 2.300 persone si trovano a condividere una struttura che dispone formalmente di poco più di 1.350 posti. È un numero che racconta da solo una parte della storia. E proprio quel numero, però, rischia di diventare una statistica se non si prova a capire cosa significhi concretamente vivere, lavorare e costruire percorsi di reinserimento dentro una struttura sottoposta a una pressione così forte.

Poggioreale è da anni uno dei simboli del sovraffollamento penitenziario italiano. Ma nel 2026 la situazione continua a peggiorare. Già ad aprile il Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive segnalava 2.264 detenuti a fronte di 1.616 posti regolamentari e appena 1.341 disponibili, con un tasso di affollamento del 169 per cento. «Ormai non si può più parlare di emergenza carceri perché il sovraffollamento c’è da oltre 20 anni. Servono più misure alternative e migliorare il trattamento rieducativo», aveva evidenziato Ciambriello. In pochi mesi le presenze sono ulteriormente aumentate. Il problema, dunque, non riguarda soltanto le dimensioni delle celle. Il sovraffollamento finisce per incidere sull’intero funzionamento dell’istituto. Sulla possibilità di garantire assistenza sanitaria adeguata, sulle attività trattamentali, sulla formazione, sul lavoro. E ancora sui colloqui con le famiglie e sulla possibilità di costruire quei percorsi che dovrebbero accompagnare la persona detenuta verso il ritorno nella società.

Non è un caso che, durante una visita a Poggioreale dello scorso luglio, il Garante campano Samuele Ciambriello abbia parlato anche della carenza di personale. Con una mancanza pari a circa 200 agenti della polizia penitenziaria. Anche sul fronte sanitario sarebbero presenti criticità importanti, con pochi infermieri e appena due psichiatri. Mancano anche due amministrativi, quattro educatori. Le docce presenti sono 348. I bidet solo 142. I servizi igienici che hanno una porta sono 537. Tra i detenuti ci sono anche 12 persone con disabilità. Altri numeri che aiutano a leggere ancora più da vicino la sofferenza della struttura e delle persone ristrette che la popolano.

Il carcere non è fatto soltanto di celle e agenti. È una comunità complessa nella quale convivono persone detenute, personale penitenziario, operatori sanitari, educatori, insegnanti, volontari, associazioni. Quando uno degli elementi va in sofferenza, le conseguenze si riversano sull’intero sistema. E la questione riguarda tutta la Campania. Ad aprile 2026 erano 8.016 le persone detenute negli istituti penitenziari regionali, a fronte di 6.173 posti regolamentari. Più della metà dei detenuti campani, inoltre, aveva una pena residua compresa tra zero e tre anni. Un dato che apre una riflessione importante sull’utilizzo delle misure alternative alla detenzione e sulla possibilità di costruire percorsi diversi dal carcere quando le condizioni giuridiche lo consentono.

Il Garante campano ha indicato proprio nelle misure alternative, negli interventi sulla salute mentale, nella gestione delle dipendenze e nel rafforzamento delle politiche sociali territoriali alcuni degli strumenti necessari per ridurre la pressione sugli istituti. «Il sistema penitenziario italiano è oltre il punto di rottura. Parlare di rieducazione in queste condizioni è un’ipocrisia di Stato. Servono interventi immediati e coraggiosi. Non si può continuare a gestire un’emergenza strutturale con il silenzio delle istituzioni», ha detto Ciambriello.

di Ciro Oliviero

 

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Coloni e “pulizia etnica”: così si consuma la rottura tra Londra e Israele

Una crisi diplomatica che nasce da un dossier tutt’altro che astratto: la vita quotidiana di migliaia di famiglie palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania, strette tra l’espansione degli insediamenti israeliani e un conflitto a Gaza che dura ormai da tre anni. Lo scontro tra Londra e Tel Aviv, esploso nelle ultime ore, riporta al centro del dibattito internazionale una domanda che riguarda da vicino chi si occupa di diritti e giustizia sociale: cosa succede quando un governo occidentale definisce apertamente “illegali” gli insediamenti dei coloni e denuncia il rischio di una “pulizia etnica”?

Il governo laburista britannico guidato da Andy Burnham ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. All’iniziativa di Londra si sono affiancati altri 11 Paesi, tra cui Canada e Francia, con l’esclusione dell’Italia. Israele ha risposto con la stessa durezza, disponendo la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme est.

Le parole di un ministro che si dice “amico” di Israele

A dare corpo alla svolta britannica è stato il ministro degli Esteri Ed Miliband, che alla Camera dei Comuni ha formalizzato la definizione degli insediamenti come entità illegali, richiamando in particolare l’espansione del contestato progetto E1 in Cisgiordania. Figlio di una famiglia ebraica di origine polacca fuggita dal nazismo, Miliband ha rivendicato le proprie radici e ricordato i familiari uccisi nell’Olocausto, dichiarandosi “amico” di Israele e condannando senza ambiguità l’antisemitismo e il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Proprio per questo le sue parole hanno avuto un peso particolare quando ha parlato di una politica dei coloni e del governo Netanyahu che sta rendendo “impossibile” la prospettiva di una soluzione a due Stati, riferendosi tanto alle devastazioni di Gaza quanto al terrorismo dei coloni estremisti in Cisgiordania. Il ministro ha inoltre accusato l’esecutivo israeliano di ignorare consapevolmente i segnali di una pulizia etnica, aggravata — a suo dire — dai toni incendiari usati da ministri come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, e ha definito comprovati i crimini di guerra commessi da Israele, rimettendo alla giustizia internazionale l’eventuale riconoscimento anche delle accuse di genocidio.

La replica di Israele e la lista nera dei parlamentari britannici

Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha respinto le accuse come «scandalose e false», annunciando oltre alla chiusura del consolato anche l’inserimento in una lista nera di un attivista e di undici deputati della sinistra britannica vicini alla causa palestinese — tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn — ai quali sarà vietato l’ingresso in Israele. Una misura che solleva interrogativi non secondari sul piano dei diritti civili e della libertà di espressione politica, dal momento che colpisce parlamentari eletti per le loro posizioni pubbliche.

Un fronte europeo diviso

Sul piano internazionale, la vicenda mette in luce le fratture dell’Unione europea di fronte alla crisi mediorientale. Un’eventuale adesione collettiva dei 27 alle sanzioni contro i coloni richiederebbe l’unanimità, oggi bloccata dalle resistenze di Paesi come Germania e Italia. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha ribadito la preferenza per decisioni condivise a livello europeo anche in materia commerciale, sottolineando che il Regno Unito, fuori dall’Unione, si muove secondo logiche proprie.

Resta sullo sfondo il nodo più delicato, quello che più interessa chi guarda alla vicenda da una prospettiva sociale e umanitaria: il destino delle comunità palestinesi che vivono sotto la pressione della colonizzazione in Cisgiordania e la popolazione di Gaza, dopo tre anni di conflitto segnati da quelle che la stessa fonte britannica ha definito sofferenze “indicibili” per uomini, donne e bambini.

Il nodo irrisolto del 7 ottobre: cosa sapeva Netanyahu

Alla tensione diplomatica con Londra si aggiunge, nello stesso giorno, una rivelazione che riguarda direttamente le famiglie delle vittime del 7 ottobre 2023 e il loro diritto a conoscere la verità su quanto accaduto prima del massacro. Secondo un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz — che anticipa un nuovo libro del giornalista Shlomi Eldar — ricostruisce come il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe personalmente avvertito Netanyahu, in una telefonata di 45 minuti a fine settembre 2023, che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando un attacco contro Israele.

Secondo la ricostruzione, quell’avvertimento non sarebbe mai stato trasmesso ai vertici dell’intelligence israeliana. Una circostanza che riaccende il dibattito pubblico sulle responsabilità istituzionali per le falle di sicurezza che precedettero l’attacco, in un contesto in cui la commissione d’inchiesta ufficiale resta bloccata: le forze politiche non hanno ancora trovato un accordo sulla sua composizione e il dossier è stato rinviato alla prossima Knesset, dopo le elezioni. Netanyahu ha definito l’inchiesta di Haaretz una “menzogna totale”, negando che la telefonata con bin Zayed sia mai avvenuta in quel periodo, mentre gli allora vertici dell’intelligence militare e dello Shin Bet affermano di non essere stati informati di alcun avvertimento emiratino.

La vicenda arriva a 49 giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre e si inserisce in una campagna elettorale in cui il premier continua a presentarsi come garante della sicurezza nazionale, pur in un clima segnato da sospetti e teorie contrapposte su chi, nei vertici politici e militari, sapesse cosa e quando. Per le famiglie delle vittime e per l’opinione pubblica israeliana, resta aperta una domanda che va oltre la contesa politica: quella sulla piena trasparenza istituzionale dovuta a chi ha perso una persona cara nell’attacco più sanguinoso della storia recente del Paese.

Resta sullo sfondo il nodo più delicato, quello che più interessa chi guarda a entrambe le vicende da una prospettiva sociale e umanitaria: da un lato il destino delle comunità palestinesi che vivono sotto la pressione della colonizzazione in Cisgiordania e la popolazione di Gaza, dopo tre anni di conflitto segnati da sofferenze definite “indicibili” per uomini, donne e bambini; dall’altro il diritto delle famiglie israeliane colpite dal 7 ottobre a una verità istituzionale completa sulle responsabilità di quel giorno.

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PNEUCAST: OGNI 100 MILA GOMME RICOSTRUITE SI POSSONO RISPARMIARE 29 MILIONI DI LITRI DI PETROLIO

La nuova frontiera dell’economia circolare potrebbe essere già sulle nostre strade. Uno pneumatico non deve necessariamente diventare un rifiuto quando il battistrada arriva alla fine della sua prima vita: se la carcassa conserva le caratteristiche tecniche necessarie, può essere ricostruito e tornare a circolare. Ed è proprio qui che emergono numeri sorprendenti. La ricostruzione permette di salvare il 77% dei materiali originari dello pneumatico. Ogni 100 mila pneumatici ricostruiti si possono così risparmiare 29 milioni di litri di petrolio, 5 mila tonnellate di altre materie prime strategiche e 2.700 tonnellate di CO2, evitando contemporaneamente che 6.500 tonnellate di pneumatici arrivino prematuramente a fine vita.

«Siamo abituati a pensare alla sostenibilità dello pneumatico quando dobbiamo smaltirlo. Ma la vera economia circolare comincia prima: significa utilizzare più a lungo ciò che abbiamo già prodotto, quando naturalmente esistono le condizioni tecniche e di sicurezza per farlo» osserva Roberto Castigliani, oggi alla guida dello storico brand Castigliani Gomme (CastiglianiGomme.it), controllato dalla Pneucast Petroli.

L’Osservatorio Pneucast ha provato a tradurre questi numeri in una dimensione più immediata: mezzo milione di pneumatici ricostruiti corrisponderebbero a 145 milioni di litri di petrolio risparmiati, 25 mila tonnellate di altre materie prime preservate e 13.500 tonnellate di CO2 evitate. Si tratta di una simulazione e non di quantitativi effettivamente registrati sul mercato, costruita per rappresentare la dimensione potenziale del fenomeno.

Ma la questione non riguarda soltanto l’ambiente. Secondo Castigliani Gomme, uno pneumatico ricostruito può avere un prezzo mediamente inferiore di almeno il 40% rispetto a uno nuovo, mentre una carcassa tecnicamente idonea può, in determinate applicazioni, essere sottoposta nuovamente al processo di ricostruzione.

«La sostenibilità non può essere soltanto uno slogan ESG, ma deve diventare risparmio di materie prime, energia ed emissioni senza mai derogare alla sicurezza: il punto è passare dalla cultura dell’usa e sostituisci a quella del controlla, recupera e riutilizza» sostiene Roberto Castigliani.

La dimensione del problema emerge anche osservando ciò che accade quando gli pneumatici arrivano effettivamente a fine vita: nel 2025 il solo sistema Ecopneus ha raccolto in Italia 199.408 tonnellate di pneumatici fuori uso (PFU), equivalenti agli pneumatici di 24,9 milioni di automobili, attraverso circa 52 mila richieste di prelievo presso oltre 20 mila punti di generazione.

Per la prima volta il recupero di materia ha così raggiunto il 51% dei flussi, superando il recupero energetico fermo al 49%. Il bilancio ambientale della filiera nel 2025 quantifica in 131 mila tonnellate le emissioni di CO2 equivalente evitate e in oltre 1,2 milioni di MWh le risorse fossili risparmiate.

Sono due facce della stessa economia circolare, ma non vanno confuse: ricostruire significa prolungare la vita utile dello pneumatico prima che diventi un rifiuto; riciclare significa recuperare materia quando lo pneumatico è ormai fuori uso.

Il 2026 segna inoltre un passaggio importante sul piano regolatorio. Il Regolamento ONU numero 108, pubblicato il 6 marzo 2026 nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea, disciplina l’omologazione della produzione degli pneumatici ricostruiti destinati principalmente a determinate categorie di autoveicoli e rimorchi e stabilisce specifici requisiti per l’accettazione delle carcasse e per il processo produttivo.

«Non stiamo parlando di rimettere in strada uno pneumatico usurato. La ricostruzione è un processo industriale regolamentato, nel quale la carcassa viene selezionata e controllata e lo pneumatico viene sottoposto alle procedure previste per poter tornare sul mercato. La sicurezza viene prima della sostenibilità: soltanto ciò che è tecnicamente idoneo può avere una seconda vita» puntualizza Roberto Castigliani.

Ed è proprio questo, secondo l’Osservatorio Pneucast, il punto sul quale potrebbe giocarsi una parte della transizione ecologica dell’automotive. Non soltanto produrre veicoli meno inquinanti, ma allungare la vita dei componenti, ridurre l’impiego di materie prime vergini e trasformare il rifiuto nell’ultima opzione, anziché nella prima. «Per decenni abbiamo misurato il valore di uno pneumatico chiedendoci quanti chilometri potesse percorrere. Oggi dobbiamo aggiungere una seconda domanda: quante risorse possiamo evitare di consumare prima di sostituirlo? Se riusciamo a salvare il 77% dei materiali originari, quella seconda vita non è soltanto un risparmio economico. È materia prima che non dobbiamo produrre di nuovo» conclude Roberto Castigliani.

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