ROMA- Amnesty International presenta l’indagine, realizzata in collaborazione con Doxa, “Gli italiani e le discriminazioni” e spiega cosa ne pensa il Paese dell’incidenza in Italia e nel mondo dei fenomeni di violenza di genere, omofobia, bullismo. Lo studio, realizzato su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta (18-70 anni), è stato presentato dall’organizzazione che dà così il via alla campagna di raccolta fondi con il 5×1000. I dati emersi su queste forme di discriminazione non sono incoraggianti. Per sei italiani su dieci la violenza sulle donne è aumentata in questi ultimi anni e sempre più spesso si sentono notizie in cui si parla di femminicidio. Ma, a pensarla così, sono quasi 7 donne su 10, contro il 50% degli uomini. C’è un restante 40% di italiani per i quali il fenomeno è rimasto invariato e che se ne parla di più in ragione dello spazio che a determinate notizie viene dato da media e social media. A minimizzare il problema sono soprattutto gli uomini: il 47 per cento di loro risponde così contro il 30% delle donne. “Le discriminazioni, in ogni loro forma, sono ancora oggi all’ordine del giorno e sappiamo che c’è ancora tanto da fare” dichiara Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Che sottolinea come dall’indagine Doxa emerga una maggiore consapevolezza degli italiani, che iniziano a vedere il problema. Valutazioni confermate dai preoccupanti dati sulle discriminazioni in Italia. Infatti, nel 2017, dei 355 omicidi commessi, 140 sono femminicidi. Di fatto, sebbene il numero degli omicidi commessi nell’ultimo anno sia diminuito dell’11% dal 2016 e del 25% negli ultimi 4 anni, il numero dei femminicidi è rimasto invariato. Ma le donne non sono le uniche a subire discriminazioni.
LE DISCRIMINAZIONI BASATE SULL’ORIENTAMENTO SESSUALE – Il 61,3% dei cittadini tra i 18 e i 74 anni ritiene che in Italia gli omosessuali siano molto o abbastanza discriminati. D’altronde è stato oggetto di insulti e umiliazioni il 35,5% della popolazione Lgbti contro il 25,8% degli eterosessuali. E, in generale, il 40,3% delle persone Lgbti afferma di essere stato discriminato nel corso della vita, il 24% a scuola o in università mentre il 22% sul posto di lavoro. La consapevolezza c’è, ma anche un evidente retaggio culturale che continua a camminare in direzione opposta. Questo, infatti, è il Paese dove il 55,9% si dichiara d’accordo con l’affermazione “se gli omosessuali fossero più discreti sarebbero meglio accettati”, mentre per il 29,7% “la cosa migliore per un omosessuale è non dire agli altri di esserlo”. L’Italia è spaccata. “La legge che istituisce le unioni civili per le coppie formate da persone dello stesso sesso, approvata a maggio 2016 dal Parlamento – spiega l’indagine – è considerata come un passo di civiltà per un italiano su due, che vede un reale cambiamento nei diritti delle persone omosessuali negli ultimi anni”. L’86% degli italiani pensa che le persone omosessuali debbano avere gli stessi diritti degli altri, dato in aumento rispetto al 72% di una ricerca pubblicata nel 2016. Ma per le coppie omosessuali c’è ancora tanto da fare e questo viene confermato da un italiano su cinque per cui, nonostante i progressi fatti, le coppie omosessuali sono ancora vittime di omofobia.
LA PAURA DEL BULLISMO – In molti casi, discriminazioni e violazioni dei diritti umani avvengono già tra i ragazzi. Altro fenomeno in crescita, infatti, secondo sette italiani su dieci, è quello del bullismo. Quasi la metà degli intervistati (45%) pensa che si sia verificato un incremento del fenomeno proprio a causa della grande cassa di risonanza fornita dai social media. Un ulteriore 26% crede che la crescita sia dovuta al costante clima di incitamento all’odio e alla discriminazione presente sui media. Per un italiano su quattro, invece, il bullismo è sempre stato presente e non ci sono differenze sostanziali rispetto al passato, se non un incremento delle denunce. La verità è che in Italia, un ragazzo o una ragazza su due, tra gli 11 e i 17 anni, ha subìto episodi di bullismo e circa il 20% ne è vittima assidua, cioè subisce prepotenze più volte al mese. Se il bullismo non è un fenomeno nuovo, sicuramente lo è il cyberbullismo. Secondo i dati Istat, il 22% dei ragazzi italiani che utilizzano Internet e smartphone (oltre il 90%) sono derisi e umiliati in rete. Per quasi il 6%, più di 210mila di loro, ciò avviene più volte al mese.
Anche quest’anno al fianco di Amnesty International a sostegno della campagna e della lotta alle discriminazioni c’è chef Rubio, artefice di ricette di solidarietà per persone e situazioni disagiate, dal ‘pasto sospeso’ per migranti e indigenti alle lezioni di cucina in carcere per i detenuti. “Confermo la mia scelta – spiega – perché la tutela dei diritti umani riguarda tutti noi ed è fondamentale continuare nelle grandi battaglie per affermare i diritti di chi non ha voce, sia in Italia che nel mondo”.
NAPOLI- Presentato lo spot ufficiale del Napoli Bike Festival. Protagoniste le bici chopper dal design unico, realizzate delle sapienti doti artigiane di Carmine Spiniello, produttore e collezionista di bici custom, guidate da una simpatica comitiva di ciclisti hippy. Riconfermata la regia di Stefano Russo, dopo il successo dello spot dell’ultima edizione con la partecipazione di Fabio De Caro, mentre per quest’anno ruolo da protagonista al femminile con Mariasilvia Malvone. Bicycle Revolution, è il tema dell’edizione 2018. Rivoluzione è girare al contrario, scardinare l’ordine a cui siamo assuefatti, rivoluzione è ribaltare il punto di vista in modo da potere osservare le cose da un’altra prospettiva. Questo è quello che fa la bici e chi la usa. Lo spot si concentra sulla rivoluzione individuale della protagonista e su quella collettiva del gruppo di bikers. Lo spot è prodotto da Napoli Pedala, che organizza per la settima edizione consecutiva il Festival, che si terrà il 4.5.6 Maggio. Appuntamenti principali il 4 Maggio con il concerto in Galleria Principe di Napoli, di Sandro Joyeux, il 5 maggio con la mega pedalata del #pedaloper che attraverserà tutta la città con partenza alle 17.00 dalla Bicycle House (Galleria Principe di Napoli) ed il gran finale con il bike village per tutta la giornata del 6 maggio dalle 10 alle 19, per la prima volta al Real Bosco di Capodimonte. Programma in aggiornamento su www.napolibikefestival.it
NAPOLI Si intitola “Interventi sulle dipendenze da gioco d’azzardo e altre dipendenze comportamentali” il corso promosso da CSV Napoli e finalizzato alla formazione di operatori volontari capaci di operare nelle attività di prevenzione psico-pedagogica e di contrasto al variegato mondo delle dipendenze comportamentali. 60 ore suddivise in 12 incontri che permetteranno ai corsisti di imparare a riconoscere i segnali precoci dei soggetti che manifestano una dipendenza da comportamenti additivi. Il corso, gratuito, prenderà il via giovedì 3 maggio. Per partecipare compilare il form che segue entro e non oltre giovedì 26 aprile. L’iniziativa è organizzata in collaborazione ed in collegamento con la CAMPAGNA NAZIONALE “METTIAMOCI IN GIOCO”.
ROMA- E’ previsto per questa mattina a Roma, al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Consiglio Nazionale del Terzo Settore. Ad annunciarlo sul proprio profilo facebook è Enrico Maria Borrelli, presidente Amesci e componente dello stesso Consiglio. All’ordine del giorno l’ adozione delle linee guida per l’individuazione delle modalità di coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle attività dell’impresa sociale, le linee guida per la realizzazione di sistemi di valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte dagli enti del terzo settore, le linee guida per la redazione del bilancio sociale degli enti del terzo settore, lo schema di decreto per l’adozione delle Linee guida sul bilancio sociale degli enti del terzo settore.
«Durante la prigionia in Libia mi hanno usato come bersaglio umano, rendendomi quasi cieco. Poi viaggiando su un gommone per arrivare in Italia, sotto i miei occhi ho visto morire uomini e donne a decine. Ma ho pregato Dio e così sono riuscito a sopravvivere». Si commuove mentre racconta il dramma vissuto. Sanna Manneh ha 20 anni e viene dal Gambia – nell’Africa occidentale – come il cugino Buba Manneh e Lamin Saidykhan, entrambi suoi coetanei. Insieme a loro e a Famakan Keita, che di anni ne ha 19, i quattro ragazzi vivono in Italia da oltre tre anni e mezzo, dopo un incontro in Sicilia che ha cambiato le loro vite. Quello con Antonio Mattone, della Comunità di Sant’Egidio e sua moglie Gabriella Pugliese, i loro «papà e mamma napoletani», che li hanno salvati da un destino incerto una volta sbarcati dalla Libia sulle coste siciliane. A tracciare le tappe di questa lunga e bella storia di integrazione è per primo Lamin. Scappato, come gli altri due, dal suo Paese per sfuggire alla dittatura di Yahya Jammeh durata 23 anni, Lamin è arrivato in Italia il 9 giugno 2014. «Quando partii dalla Libia su un barcone eravamo 104 persone. Lì ho incontrato Sanna, Buba e Famakan». Il passato riaffiora di continuo nella mente di Lamin. Specie quando da bambino andava a scuola e a pescare per aiutare la famiglia. «Trasportavo cassette con bibite. Poi fui rapito da una banda che, per rilasciarmi, voleva un riscatto. Allora scappai e viaggiai per 23 settimane prima di raggiungere l’Italia». La prima tappa fu Pozzallo (Ragusa), dove il ragazzo fu accolto in un centro di prima accoglienza. «Ci rimasi una notte, poi mi trasferirono a Portopalo di Capo Passero (Agrigento), dove invece di tre giorni insieme agli altri minori siamo rimasti tre mesi». Ed è qui che lui e i suoi amici hanno incontrato Mattone e la moglie. «Non li ringrazieremo mai abbastanza per averci donato una nuova vita», sottolinea il ragazzo, che vive con Buba all’Istituto dei Salesiani al Vomero. Lamin ha usufruito di un tirocinio lavorando da Mc Donald’s. «Adesso ho finito, ma sono in attesa di altro», dice. Tifoso degli azzurri, sogna di diventare un calciatore. «Ho giocato nel ruolo di difensore nella squadra del Cantalice (Rieti) durante la permanenza in un altro centro di accoglienza – spiega – e ora vorrei incontrare il mio mito, Hamsik». Ma insegue anche un altro sogno Lamin: iscriversi a Ingegneria meccanica. Sogni che s’incrociano con quelli degli altri tre. Ma che si scontrano con un passato indelebile. Come quello di Buba: «per venire in Italia ho impiegato un anno e tre mesi. Sono stato prima in Senegal, poi in Mali, in Niger e infine in Libia, da dove sono partito a bordo di una pick up, dove eravamo in 27 ammassati l’uno sopra l’altro, finanche donne incinte. Ne ho visti morire tanti ma non potevo aiutarli perché mi avrebbero ammazzato». Anche Buba lavorava da Mc Donald’s e ora è in attesa di un nuovo lavoro. E come Lamin ama il calcio: «Il mio idolo è Mertens». «Ma la cosa che più mi piace – aggiunge – è vivere a Napoli. Qui non è l’inferno che dicono». Toccante la testimonianza di Sanna, che oggi lavora nel servizio civile della Caritas di Castellammare. «Il mio terzo papà è il direttore, don Domenico Lenenti. Grazie a lui sono andato nelle scuole a raccontare la mia storia ed è stato emozionante vedere i ragazzi commuoversi dopo aver ascoltato dal vivo qualcosa che di solito sentono in tv». Sanna, che a un convegno ha ricevuto anche l’abbraccio del ministro della Difesa Roberta Pinotti, ha vissuto un’esperienza drammatica in Gambia: «lì i diritti umani non esistono, non c’è libertà di pensiero». Ma le ferite più profonde per lui sono quelle che gli hanno segnato fisico e animo: «un giorno insieme ad alcuni amici stavamo andando a un forum e le milizie ci fermarono portandoci in un casolare abbandonato, dove ci hanno picchiato per settimane con armi, calci e pugni. Ho rischiato di perdere la vista, perché mi hanno colpito con una fionda e ho dovuto sottopormi a un delicato intervento, ma non vedo più bene come prima», racconta. E soprattutto anche per lui l’odissea degli interminabili viaggi dal Gambia alla Libia per raggiungere l’Italia: «è durato tre mesi camminando a piedi nel deserto in mezzo alle mine». Infine Famaka, 19 anni, accolto da don Carmine Giudici, parroco della Cattedrale di Sorrento. Partito dal Mali a 14 anni, è orfano di padre e ha vissuto il calvario del carcere in Libia: «Una signora mi aveva accolto in casa, ma quando sono uscito mi hanno fatto prigioniero per 8 mesi». «Intorno a loro si è creata una grande rete di solidarietà, integrazione e accoglienza», aggiunge Mattone. E a suggellarla ci sono i sorrisi di Lamin, Buba, Sanna e Famakan scappati da un inferno dove, per fortuna, non torneranno più.
La casa di produzione cinematografica Maxima Film di Marzio Honorato e Germano Bellavia ha diffuso un comunicato in riferimento ai manifesti che tanto stanno facendo discutere, affissi a Potenza per promuovere un convegno contro la violenza sulle donne previsto nella città lucana il prossimo 13 aprile. La Maxima Film si dissocia dal messaggio contenuto nella campagna affissioni degli organizzatori del convegno di Potenza i quali, viene spiegato nel comunicato, “senza autorizzazione utilizzano e decontestualizzano la frase slogan del cortometraggio”. Sui manifesti, infatti, viene utilizzato il titolo e lo slogan del cortometraggio “Amore, ma se mi uccidi, dopo a chi picchi?”, prodotto dalla Maxima Film e presentato nel 2017 all’Ospedale Cardarelli di Napoli in supporto alle attività del “Centro Dafne – Codice rosa a sostegno delle donne vittime di violenza”, che dopo la pubblicazione del corto ha visto raddoppiare in breve tempo le denunce contro la violenza sulle donne, a conferma del successo raggiunto in poche settimane dal cortometraggio, visualizzato in rete su vari siti da oltre 5 milioni di persone.
La Maxima Film chiede l’immediata rimozione dei manifesti, a tutela dei diritti d’autore e di proprietà intellettuale della Maxima Film, “perché il messaggio sociale diffuso attraverso le affissioni è palesemente errato e fuorviante”.