Colombia, il primo Paese produttore a dire “no” al fossile

Stop alle nuove concessioni per l’estrazione di petrolio e gas. Questo l’annuncio del nuovo governo di Bogotà al Forum economico mondiale di Davos, che farebbe della Colombia la prima grande nazione produttrice a mettere un freno all’estrazione di combustibili fossili. Una scelta ambientalista di portata storica, soprattutto per un Paese produttore. La Colombia, infatti, basa gran parte della sua economia sull’estrazione di petrolio, gas e carbone: il greggio è il primo prodotto di esportazione per il Paese sudamericano, che si colloca anche come sesto esportatore di carbone al mondo; da solo il carbone rappresenta un terzo del prodotto interno lordo. Il neo Presidente Gustavo Petro, leader del partito Colombia Humana e primo Presidente di sinistra della storia del Paese, durante la campagna elettorale, conclusasi in agosto, è stato promotore di una rivoluzionaria proposta ambientalista per la Colombia, votata a privilegiare la lotta ai cambiamenti climatici e la salvaguardia del patrimonio naturale, a discapito della ricchezza proveniente da nuove esplorazioni e nuove trivellazioni. Un impegno che si basa su un programma ambientalista ed ecologista, che prevede una graduale riduzione della dipendenza economica del Paese dalle fonti fossili, in vista di una futura ma inevitabile transizione energetica. Una vera e propria scommessa green che si spera possa essere economicamente compensata dai grandi investimenti sulle rinnovabili, come l’istallazione di imponenti impianti solari nella regione desertica di La Guajira, in comproprietà con le comunità indigene Wayuu, e dalla crescita di tutti i settori collegati al turismo e al rilancio naturalistico del Paese. Con la trasformazione in legge dell’impegno a ridurre la produzione di fonti fossili, la Colombia entrerebbe a far parte della Beyond Oil and Gas Alliance (BOGA), un’alleanza di paesi che ha deciso, di comune accordo, di mettere un freno alle fonti energetiche inquinanti. La Beyond Oil and Gas Alliance (BOGA) è nata durante i lavori della Cop26 di Glasgow, dalla volontà di Danimarca e Costa Rica di farsi promotori di una exit-strategy internazionale dai combustibili fossili, nel rispetto degli Accordi di Parigi. Piena adesione alla BOGA è arrivata da Francia, Irlanda, Portogallo, Groenlandia, Svezia, Nuova Zelanda, Galles e da stati subnazionali come Quebec, Stato di Washington e California, che si sono impegnati a non concedere nuove licenze di estrazione ed esportazione di petrolio e gas naturale. Gli stati membri della BOGA, complessivamente, non superano lo 0,2% della produzione mondiale di combustibili fossili, mentre la Colombia, da sola, conta una produzione che supera l’1% del totale. Un impegno, quello della Colombia, che valica persino i propri confini nazionali. Il Presidente Petro e la vicepresidente, l’attivista per l’ambiente Francia Marquez, si sono impegnati a far si che la compagnia petrolifera di Stato Ecopetrol, che estrae petrolio in tutte le Americhe, sia protagonista della transizione energetica nel continente. Nata soprattutto per proteggere la foresta amazzonica, la proposta si basa sulla creazione e la vendita di carbon credit , che compenserebbero economicamente la riduzione delle estrazioni, e di conseguenza le tonnellate di CO2 non emesse in atmosfera.

Un programma ambizioso che, prima di essere attuato, dovrà affrontare la resistenza di una parte della classe politica e imprenditoriale colombiana, ancora molto legata alle ricchezze non ancora estratte da un sottosuolo ancora inesausto. Al contempo, dovrà fare i conti con il potere delle lobby del fossile, con gli interessi capitalistici e gli equilibri geopolitici nell’America del Sud. Davanti al Presidente ecologista Gustavo Francisco Petro Urrego, naturalizzato italiano, economista, e ancor prima militante della guerriglia rivoluzionaria di sinistra M-19, quattro anni di mandato che si prospettano difficili. D’altronde, una tale visione lungimirante sulla sostenibilità energetica e ambientale, si fatica a vederla persino nelle politiche degli Stati importatori di energia fossile, che avrebbero solo da guadagnare e poco da perdere da una strutturale transizione verso fonti rinnovabili. D’altro canto, se è giusto aspettarsi una vera rivoluzione verde, non esiste terra più fertile del Sud America.

di Valerio Orfeo

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2022, ennesimo annus horribilis del clima

Come i precedenti, anche il 2022 è stato un anno che ricorderemo per la violenza dei disastri climatici. Gli eventi estremi hanno interessato più di due terzi delle Nazioni del Pianeta, confermando il trend in costante crescita, in termini di frequenza e intensità, dei fenomeni. Anche durante l’anno appena trascorso, la natura ha continuato a manifestare gli effetti dell’impatto dell’uomo sull’ecosistema, con le modalità ormai note negli ultimi due decenni. Un ricco carnet di calamità naturali che va dalla siccità alle inondazioni, dai cicloni alle tempeste di neve. Particolarmente devastanti sono stati gli effetti del cambiamento climatico in Pakistan, dove, ad agosto scorso, un terzo del territorio nazionale è stato sommerso dall’acqua. L’ alluvione è stato fatale per 1739 persone e 12867 ne hanno pagato fisicamente le conseguenze, ma i numeri, già impietosi, degli effetti dell’inondazione sono in realtà molto più ampi: quasi 900000 case e 700000 ettari di coltivazioni sono stati distrutti e più di 2 milioni di persone sono rimaste senza un tetto e senza un lavoro. I monsoni, che nel 2022 si sono presentati con intensità tripla rispetto alla media, hanno causato una scia di fame e povertà che, secondo molte organizzazioni umanitarie, non si dissiperà tanto presto. Secondo il rapporto “Weather, Climate and Catastrophe Insight 2023 di AON, primo gruppo nel mondo e in Italia nella consulenza dei rischi e delle risorse umane nell’intermediazione assicurativa, il disastro del Pakistan, costato quasi 15 miliardi di dollari, sfiora soltanto il podio della tragica classifica delle conseguenze economiche del riscaldamento globale. In totale, nel solo 2022, il cambiamento climatico è costato 313 miliardi di dollari, il 4% in più della media degli ultimi 20 anni. Se guardiamo la classifica globale, si aggiudica il primo posto l’uragano di categoria 4 “Ian” che, il passato autunno, ha interessato Stati Uniti e Cuba, causando 107 morti e 100 miliardi di danni. Segue al secondo posto la siccità che ha colpito l’Europa la scorsa estate, considerata dagli esperti la peggiore degli ultimi 500 anni. Le ondate di caldo anomalo hanno causato la morte di 16000 persone e fatto contare danni per 22 miliardi di dollari. Si contendono il terzo posto con il Pakistan gli Stati Uniti, che hanno subito danni per più di 15 miliardi di dollari, a seguito delle ondate di calore e della siccità di inizio estate. Sono in totale 29 i disastri climatici degni di nota a livello mondiale. Tra questi, le ondate di calore in Cina, le peggiori della storia, nel Sahel, in Nigeria e nel Corno d’Africa e le inondazioni nel versante orientale dell’Australia, continuamente raggiunto da precipitazioni eccezionali, con oltre 2300 mm di pioggia caduti in 9 mesi e mezzo nella sola Sydney; vasti e anomali eventi di fusione tardivi dei ghiacci in Groenlandia, causati da un settembre eccessivamente mite, sono da annoverarsi tra i disastri più gravi dell’intero anno, anche se economicamente poco significativi.

Nel 2022, il cambiamento climatico si è fatto percepire in maniera più decisa anche in Italia: gli eventi climatici estremi sono stati il 55% in più rispetto al 2021. Percentuali che crescono unitamente anche alla percezione della preoccupazione della popolazione sugli scenari climatici futuri.

di Valerio Orfeo

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Formazione medica e innovazione tecnologica: la cooperazione italiana migliora la salute in Ciad

Formazione e innovazione tecnologica sono i due capisaldi del nuovo progetto di cooperazione che l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, in cordata con altre realtà italiane e internazionali, ha elaborato con l’obiettivo di migliorare la salute degli abitanti del Ciad, Paese dell’Africa centrale con una situazione economica, sociale e sanitaria molto fragile.

Attraverso la formazione medica specialistica e la creazione di nuovi servizi ospedalieri basati su tecnologie moderne – dove Chirurgia Generale, Cardiologia e Gastroenterologia sono le tre branche maggiormente interessate – il progetto punta a rendere il Servizio Sanitario Nazionale del Ciad più efficiente, moderno e attento alle fasce deboli della popolazione.

Forte la collaborazione tra gli enti in rete: in prima linea l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata insieme alla Fondazione Magis (Ong dei gesuiti con sede a Roma e presente in Ciad) e all’Istituto per i Sistemi Biologici (ISB) del Centro Nazionale Ricerche (CNR), che collaborano con i due ospedali presenti nella capitale N’Djamena: l’Ospedale Universitario di Riferimento Nazionale e l’Ospedale Universitario Le Bon Samaritain.

Il progetto è finanziato dall’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) di Khartoum e gode della stretta collaborazione con il Ministero della Salute del Ciad, che lo ha inserito nel Piano di Politica Nazionale Sanitaria 2016-2030.

Il progetto – dal titolo “Progetto Sanità Italia-Ciad: Formazione e Innovazione Tecnologica AID 12582” – è stato infatti presentato pochi giorni fa al Ministro della Salute e della Solidarietà Nazionale ciadiano Abdelmadjid Abderahim da una delegazione italiana in missione in Ciad, guidata da Giuseppe Tisone, professore ordinario di Chirurgia Generale e direttore della Scuola di Specializzazione di Chirurgia Generale all’Università di Roma Tor Vergata.

“L’incontro con il Ministro è stato un primo passo molto importante” racconta Tisone. “L’obiettivo della nostra missione è stato verificare sul campo la reale fattibilità del progetto. La visita agli ospedali locali ci ha confermato una situazione di arretratezza di strutture e strumentazioni mediche, motivo per cui intendiamo procedere parallelamente con la formazione, sia in Italia sia in Ciad, e con la ristrutturazione del gruppo operatorio. Per questo secondo aspetto è stato fondamentale l’incontro con il Ministro, rimasto soddisfatto delle nostre proposte, poiché la consapevolezza da parte del governo di dover rafforzare il Sistema Sanitario è necessaria per avviare concretamente un processo di rinnovamento”.

Dal punto di vista sanitario, il Ciad presenta un quadro di grande fragilità, basti pensare che l’OMS ha fissato la soglia di 23 medici e infermieri disponibili ogni 10mila abitanti; e in Ciad ci sono solo 0,4 medici ogni 10mila abitanti, cioè su una popolazione di 17 milioni di persone si contano 5mila infermieri e solo 700 medici.

Continua Tisone: “Noi abbiamo il dovere di intervenire, un passo alla volta: iniziamo migliorando la chirurgia mininvasiva, poi analizzeremo i risultati e procederemo con altri passi, sempre in nome della collaborazione. Per il futuro stiamo già elaborando un progetto dedicato al trapianto di rene, per far fronte all’insufficienza renale cronica, da effettuare in un primo tempo in Italia, a Tor Vergata, e poi in Ciad trasferendo le competenze”.

 Nel concreto il progetto prevede in 3 anni il potenziamento delle competenze e delle infrastrutture per migliorare i servizi ospedalieri, con l’obiettivo di raggiungere nel complesso 4mila pazienti, che avranno così la possibilità di accedere alle cure, cioè di accedere al diritto fondamentale alla salute di qualità finora negato.

Le azioni previste sono localizzate nella capitale N’Djamena, cioè nell’Ospedale Universitario di Riferimento Nazionale e nell’Ospedale Universitario Le Bon Samaritain, ma si prevedono ricadute su tutto il Paese.

Il progetto ha un approccio “One Health”, ovvero un approccio integrato, fondato sulla collaborazione, che punta a bilanciare in modo sostenibile la salute di persone, animali e ambiente, ovvero i 3 regni che devono essere in equilibrio per raggiungere la salute globale, nella consapevolezza che la variazione di uno modifica anche gli altri.

“Un approccio molto sentito in Ciad, dove l’uomo è molto più a contatto con la natura e gli animali rispetto ai Paesi più sviluppati. È questo infatti un insegnamento che i ciadiani danno a noi italiani, e noi in cambio offriamo gli strumenti adeguati per migliorare le cure. Questo è il valore aggiunto della cooperazione” commenta il capo progetto Vittorio Colizzi, docente di Immunologia e Patologia all’Università di Roma Tor Vergata.

 

Nel dettaglio, il progetto consiste nel potenziamento della formazione dei medici ciadiani attraverso percorsi di studio di perfezionamento, borse di studio e stage, missioni in loco e insegnamento in videoconferenza da parte di docenti italiani. Parallelamente avviene il rafforzamento di piattaforme tecnologiche, innovative per il Ciad, cioè l’insieme di strumentazioni, protocolli, materiali e software che garantiscono il funzionamento complesso di piattaforme diagnostiche, cliniche e chirurgiche. Il doppio potenziamento delle competenze e delle infrastrutture permette di migliorare e creare nuovi servizi ospedalieri: Chirurgia Laparoscopica, Servizio cardiologico (ECG e ecocardiografia), Servizio gastro-epatologico.

In questi ambiti si prevede anche il rinnovamento delle Scuole di specializzazione, affidato a docenti italiani in mission in Ciad. Al termine del percorso di studi, saranno selezionati 5 specializzandi per stage di perfezionamento in Italia all’Università di Roma Tor Vergata. Previste Scuole di specializzazione di Gastroenterologia ed Epatologia (fondamentale per l’incidenza epidemiologica delle epatiti virali) e una Scuola in Chirurgia, con formazione specifica in laparoscopia (tecnica chirurgica poco invasiva, che non richiede trasfusione di sangue ed è quindi soggetta a minore rischio di infezioni batteriche, oltre a minori costi e tempi di ricovero).

Inoltre viene istituito un Corso post laurea annuale di Cardiologia, con lezioni teoriche, training di elettrocardiografia ed ecocardiografia, tutoraggio in corsia e in ambulatorio cardiologico. Questa formazione, unita alla dotazione di strumentazioni come gli ecocardiografi, danno la possibilità ai medici delle province lontane dalla capitale di effettuare gli screening base, curare i pazienti non gravi e inviare così agli ospedali centrali solo i casi più urgenti.

 

“Le Scuole di specializzazione sono il cardine del progetto poiché costituiscono la base delle azioni di rafforzamento del nostro Sistema Sanitario. Ci permettono infatti di formare specialisti capaci di far fronte alle nuove sfide sanitarie che ci aspettano” commenta Choua Oucheimi, professore ordinario di Chirurgia Generale all’Università di N’Djamena e coordinatore locale del Progetto. “Ho grandi aspettative da questa cooperazione. Il rapporto con l’Italia è iniziato quando è scoppiato il Covid, poiché in Ciad avevamo bisogno della diagnostica di laboratorio e i colleghi italiani ci hanno aiutato davvero molto. Da qui è nato un confronto costante che ci ha permesso anche di definire i bisogni primari del nostro Paese, uno dei più poveri al mondo, dove è prioritario il tema delle risorse umane”.

 

Un’altra area di studio importante del progetto riguarda la ricerca sulle piante medicinali per comprenderne le proprietà curative e gli effetti benefici sulla salute.

“Nell’attuale contesto del Ciad, l’80% della popolazione si cura con le piante, mentre solo il restante 20% si avvicina alle medicine occidentali. In realtà non possono essere considerate due medicine alternative, bensì complementari, sempre nell’ottica dell’approccio One Health e quindi del rispetto dell’ambiente” racconta Colizzi. “Ci sono dati scientifici che dimostrano che alcune piante sono importanti alleate nella prevenzione poiché contengono nel loro genoma (microRNA) dei tratti genici tipici anche dell’uomo dove, se assenti, le piante possono supplire”.

 

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Emergenza freddo: la giunta approva ulteriori posti destinati ad accogliere i cittadini senza dimora

Altri 45 posti letto per i cittadini senza dimora sono stati disposti per fronteggiare l’ emergenza freddo; di questi, 25 saranno allestiti nel teatro del Dormitorio Pubblico ed altri 20 nella tenda riscaldata che sarà installata presso il Binario della Solidarietà. I posti letto saranno operativi dal 1° febbraio e saranno mantenuti sino a marzo. La decisione, adottata oggi dalla Giunta su proposta dell’assessore al Welfare Luca Trapanese, raddoppia la disponibilità riservata  all’accoglienza dei più bisognosi. Questi ulteriori posti si aggiungono a quelli già messi a disposizione dal principio  ell’emergenza: 15 nel Centro Tanucci, 20 nel Dormitorio Pubblico comunale al secondo piano e altri 10 sempre nel dormitorio pubblico al piano terra con un’accessibilità anche senza documenti.

In totale quindi 90 posti letto extra per contrastare in maniera efficace e costruttiva l’emergenza freddo.   Si struttura così sempre di più, per i cittadini senza dimora, un servizio che guarda alle persone, che mira a interagire in maniera diretta, costruendo un rinnovato rapporto di fiducia con i servizi sociali e le Unità di Strada che lavorano ogni giorno sui territori.

Questo sistema straordinario di accoglienza  ha dato la possibilità alle equipe multidisciplinari presenti al CPA (Centro Prima Accoglienza del Comune) di intercettare e inserire  in maniera stabile e definitiva utenti nuovi che solo per l’emergenza freddo si sono fatti avvicinare e sono così  entrati nelle Strutture.

“La nuova  strategia di accoglienza messa in atto per il Piano Freddo di quest’anno è motivata dalla necessità di costruire con gli utenti bisognosi nuove relazioni di fiducia, offrendo sempre più servizi personalizzati, e che diano agli utenti  benefici duraturi oltre che immediati per rispondere all’emergenza – ha spiegato l’Assessore Luca Trapanese – Un’accoglienza più efficace e basata sulle necessità complesse dei  fratelli senza dimora che sostituisce quella impersonale e inefficace prevista precedentemente all’interno delle Stazioni Metro”.

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A Napoli il murale di Jorit per Mario Paciolla. La mamma: «Per noi è omicidio, restituiamogli dignità»

Sarà realizzato su una facciata del liceo scientifico Elio Vittorini il ritratto di Mario Paciolla firmato dallo street artist Jorit e da inaugurare il 28 marzo prossimo, giorno in cui sarebbe caduto il compleanno del cooperante morto in Colombia. Il progetto Un murale per Mario Paciolla è stato presentato questa mattina in conferenza stampa  presso la Sala del Capitolo nel Complesso Monumentale San Domenico Maggiore a Napoli dai genitori di Mario, Anna Maria Motta e Giuseppe Paciolla, insieme con Simone Campora del collettivo Giustizia per Mario Paciolla, la vicesindaco del Comune di Napoli Laura Lieto e il presidente di Gesco Sergio D’Angelo. Sono intervenuti anche Sergio Colella consigliere delegato dal sindaco per la Città Metropolitana e Rosaria Désirée Klain responsabile di Articolo 21 per la Campania mentre le avvocatesse Alessandra Ballerini ed Emanuela Motta che assistono la famiglia Paciolla hanno mandato due interventi video. Ha moderato la conferenza il giornalista Claudio Silvestri.

Il murale firmato Jorit e dedicato alla memoria di Mario sarà realizzato con il sostegno di Gesco e della società Argo e grazie a una raccolta fondi sulla piattaforma GoFundMe. L’Elio Vittorini si è reso disponibile ad ospitare l’opera su una facciata del liceo (il nulla osta sarà ratificato da un consiglio d’istituto agli inizi di febbraio), d’intesa con il Comune e la Città Metropolitana di Napoli.

«Il Comune si sta adoperando affinché si possa realizzare questo tributo a Mario e il suo volto diventi per tutti parte della nostra vita quotidiana e del panorama di questa città. Il murale sarà la testimonianza collettiva di una comunità che si riconosce attorno a un uomo che ha vissuto per la pace», ha detto la vicesindaco Laura Lieto, mentre delegato del sindaco per la Città metropolitana Sergio Colella ha ricordato l’importanza degli ideali per i giovani per i quali il murale «dovrà essere un messaggio potente e Mario un esempio per tutti». Sergio D’Angelo, che con Gesco e la cooperativa Nclick sostiene la campagna di comunicazione e di crowdfunding necessaria per affrontare le spese del murale, ha detto che «non vogliamo solo omaggiare la memoria di Mario ma denunciare quanto è accaduto e l’inaccettabile silenzio calato sulla sua morte, anche da parte di chi avrebbe dovuto proteggerlo, come l’Onu. Contro la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma, dovrebbero attivarsi per chiedere la verità sulla morte di Paciolla il Ministero degli Esteri e lo stesso Parlamento». Jorit ha spiegato che il senso del suo intervento artistico sarà quello di «dare un messaggio positivo: Mario è diventato un eroe suo malgrado. Con il murale voglio valorizzare ciò che ha fatto, renderlo una figura importante nella memoria della “tribù umana”» come pure Simone Campora del Collettivo “Giustizia per Mario Paciolla” ha ricordato che il suo volto «si affaccerà su una strada del suo quartiere: Mario guarderà noi e noi guarderemo lui per non dimenticare» e Desirée Klain ha assicurato il sostegno di Articolo 21 alla campagna di raccolta fondi su GoFundMe. «Mario era un difensore dei diritti umani, ha speso la sua vita ed è morto per questo. La sua è una storia dolorosa che merita verità e giustizia e il fatto che sarà un artista internazionale come Jorit a realizzare il murale aiuterà a uscire fuori dai confini campani» ha detto l’avvocatessa Emanuela Motta, che ha ricordato anche che è possibile lasciare messaggi anonimi, caricare foto e video sulla piattaforma marioveritas.org per sostenere la ricerca della verità sulla sua morte. «Mario è morto sul lavoro, impropriamente lo si definisce “volontario” – ha ribadito l’avvocatessa Alessandra Ballerini – ed è chiara la responsabilità dell’organizzazione per cui lavorava. Era un giovane uomo, un giornalista rigoroso e generoso ed è anche per tutte queste ragioni che non crediamo all’ipotesi del suicidio, oltre che per le molte evidenze che abbiamo dai nostri periti». Infine la mamma di Mario, Anna Maria Motta, ha spiegato perché Jorit: «Pensiamo che l’internazionalità di questo artista possa fare viaggiare la storia di Mario. Abbiamo la certezza che saprà interpretare il sorriso dei suoi occhi e la sua profondità. È una maniera per ribadire che noi non archiviamo. Quello di Mario è un omicidio, per noi è chiarissimo ed è importante prima di tutto restituirgli dignità».

Link per la campagna di crowdfunding: https://gofund.me/3b107270

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In 200 a Firenze per la presentazione del Manifesto dei Csv: «Associazioni diventino punto di riferimento nelle comunità»

Un Manifesto come bene collettivo di una comunità in cammino, frutto di mesi di confronto per ripensare, in un’ottica di sviluppo, i servizi alle associazioni e potenziare il valore aggiunto delle risorse di un sistema capace di creare legami sociali e connessioni fra soggetti diversi che operano nelle comunità.

Con l’esperienza di 25 anni di lavoro in tutta Italia per accompagnare e sostenere le organizzazioni, i Centri di servizio per il volontariato (Csv) hanno avviato una nuova stagione di impegno, che parte dal processo appena concluso di riorganizzazione, a seguito della riforma del terzo settore, e che oggi li accredita con un nuovo ruolo nella società italiana di agenti di sviluppo del volontariato nei territori.
Il Manifesto di intenti è stato presentato il 27 e 28 gennaio a Firenze, nel corso del convegno “Fare bene insieme, consolidare ed evolvere. Luoghi per parlare di vision” organizzato da CSVnet, l’associazione nazionale dei Csv, in collaborazione con il Cesvot e con il sostegno di Crédit Agricole Italia e Innovation Center Fondazione CR Firenze.
Un momento per fare il punto sulle nuove sfide e condividere il documento frutto del lavoro di un anno cui hanno dato il loro contributo centinaia fra presidenti, consiglieri, dirigenti e operatori di Csv, ma anche esperti e stakeholder di settore, ad iniziare dal mondo delle fondazioni di origine bancaria che, sotto il controllo della fondazione Onc, finanziano i Centri.

Il documento, dal titolo “I CSV come agenti di sviluppo del volontariato nei territori. Un manifesto per fare bene insieme” disponibile sul sito di CSVnet a questo link, fissa i principi che orienteranno gli sforzi e gli investimenti dei Csv: promuovere la crescita delle esperienze associative; alimentare la collaborazione tra le realtà del volontariato; favorire la cooperazione tra volontariato, istituzioni e imprese; valorizzare le forme emergenti di volontariato; animare la cultura della convivenza, del dono e dell’aiuto; sviluppare le capacità organizzative del volontariato; riconoscere l’orizzonte dei diritti, focalizzare i problemi e le sfide dei territori a livello nazionale.
“Il Manifesto – commenta Chiara Tommasini, presidente di CSVnet – è il frutto di un intenso processo di partecipazione in cui ogni attore è stato coinvolto per ridefinire la vision del nostro sistema. Siamo partiti dall’esigenza di rileggere i bisogni del volontariato e approfondito i temi connessi alla sua azione.
Abbiamo di fronte due grandi sfide: in primo luogo favorire l’empowerment delle associazioni per fare in modo che sviluppino il loro potenziale organizzativo e la loro capacità di contare su nuove risorse. In secondo luogo, promuovere un lavoro di animazione territoriale per fare si che le associazioni diventino punto di riferimento per le comunità, ad iniziare dalla pubblica amministrazione ma anche per imprese e fondazioni, per co-programmare e co-progettare le politiche di sostegno alle fragilità e di cura del territorio. Per fare questo – conclude Tommasini – dobbiamo viverci come agenzie di sviluppo del volontariato e lo faremo grazie alla direzione che questo Manifesto imprimerà al sistema”.
Ai lavori, a cui hanno partecipato circa 200 persone esponenti dei 49 Csv operanti in Italia, si sono svolti venerdì 27 e sabato 28 gennaio. Alla tavola rotonda conclusiva, moderata da Francesco D’Angella di Studio Aps, hanno preso parte, insieme alla presidente di CSVnet Chiara Tommasini, il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci, il presidente di Acri Francesco Profumo e la portavoce del Forum terzo settore Vanessa Pallucchi.

La versione in grafica del Manifesto è disponibile a questo link.

In allegato una foto dei protagonisti della tavola rotonda: da sinistra Francesco Profumo, Maria Teresa Bellucci, Chiara Tommasini, Vanessa Pallucchi.

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