Focus sull’autonomia differenziata: rischi reali o opportunità? INTERVISTA DOPPIA

Le grandi differenze geografiche, strutturali, economiche e sociali tra le regioni italiane da diversi anni rendono particolarmente delicata e discussa la questione relativa all’autonomia differenziata. Fioccano le paure e i contrasti, nonostante le riassicurazioni del Governo che sottolinea a più riprese che non si vuole dividere il Paese, né favorire Regioni che già viaggiano a velocità diversa rispetto alle aree più deboli dell’Italia.  In sintesi, la finalità perseguita dal Governo è quella di «dare seguito al processo virtuoso di autonomia differenziata già avviato da diverse Regioni italiane secondo il dettato costituzionale e in attuazione dei principi di sussidiarietà e solidarietà, in un quadro di coesione nazionale».  L’esecutivo ha impostato il processo di attuazione del regionalismo differenziato su due direttrici: quella del procedimento di determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione; quella della presentazione alle Camere di un disegno di legge per l’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione. Intanto, la società civile si è mobilitata e si sta mobilitando, in maniera capillare, per informare e creare consapevolezza in modo da far leva sul Parlamento e ritrovare una capacità politica di elaborazione di una visione prospettica, più tesa all’interesse generale di una nazione unita, che rispetti e valorizzi le diversità.

 

Per capirne di più, abbiamo intervistato due esperti, Luca Gori e Marco Musella 

 

Luca Gori è ricercatore in diritto costituzionale. E’ stato membro del gruppo di lavoro, costituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, su delibera del Consiglio nazionale del terzo settore, sulla disciplina dei rapporti fra Pubblica amministrazione e Terzo settore. Attualmente è componente del Comitato scientifico per la promozione dell’economia sociale nei rapporti internazionali del Ministero del Lavoro d delle Politiche sociali.

 

I livelli essenziali delle prestazioni omogenei, finanziati ed esigibili in ogni parte d’Italia, sono il presupposto fondamentale per un sistema di welfare inclusivo e universalistico, fondato sul riconoscimento di diritti e pari opportunità per tutte le persone. Una definizione attesa da ben 22 anni può realisticamente concretizzarsi in pochi mesi? 

L’art. 117, secondo comma, lett. m) Cost. attribuisce alla competenza legislativa dello Stato la «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale». Credo che sia necessario interrogarsi, preliminarmente, sul significato di questa espressione. Nell’interpretazione che si è largamente affermata è necessario ricondurre a ciascuno dei diritti civili e sociali previsti in Costituzione – nella Costituzione vivente, vorrei dire – una serie di prestazioni che rendono quei diritti effettivi. Già qui si registra un primo punto problematico: le prestazioni possono essere rese in una pluralità di modalità (direttamente dallo Stato; attraverso un meccanismo concessorio o accreditamento a favore di privati; attraverso attività positive o astensioni, ecc.) e non sono tutte già codificate o codificabili in termini assoluti (ad es., le prestazioni riferite al diritto all’abitazione potrebbero essere diverse da territorio in territorio, in relazione ad una pluralità di variabili). All’interno di quelle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, poi, logicamente si dovrebbe individuare una soglia (il livello essenziale) al di sotto della quale si compromette l’effettività stessa di quel diritto. In termini logici, cioè, vi dovrebbe essere una graduabilità della prestazione: al grado cui corrisponde il “livello essenziale”, la prestazione dovrebbe essere garantita su tutto il territorio nazionale, con un finanziamento certo e con una tutela per il cittadino. Il modello della legge n. 42/2009 in tema di federalismo fiscale assumeva esattamente questa prospettiva, in un quadro normativo nel quale, però, i livelli essenziali non erano stati ancora definitivi complessivamente (l’attuazione a regime del federalismo fiscale slitta di anno in anno, infatti). Attualmente, la legge di bilancio per il 2023 ha avviato un percorso di definizione dei LEP, che culminerà con l’adozione di DPCM di ricognizione dei LEP vigenti (art. 1, comma 793 ss., legge n. 197/2022).  L’elemento di maggiore difficoltà è costituito dal fatto che il legislatore, nel corso di oltre vent’anni di legislazione del Titolo V della Costituzione, non ha definito i livelli essenziali. Si può dire che il Parlamento non ha adeguato il proprio metodo della propria legislazione e l’organizzazione dell’amministrazione non ha tenuto conto di questa dialettica fra esigenza unitaria/possibile differenziazione, con l’eccezione (probabilmente) del solo settore sanitario (i LEA in sanità sono stati definiti, da ultimo, con il DPCM 12 gennaio 2017). Si è in presenza, in questa fase, di una evidente accelerazione, determinata dall’esigenza di dare attuazione al c.d. regionalismo differenziato. Si avverte cioè che il presupposto per differenziare l’autonomia spettante alle diverse Regioni debba essere la definizione di un tessuto unitario di “livelli essenziali” di prestazioni. Ci sono quindi queste due tendenze che spingono verso due direzioni e che richiederanno un lasso congruo tempo ed una guida “coordinata” dei due processi, che non saranno – a mio giudizio – brevissimi. L’uno sta alimentando l’altro ed è necessario leggere in due percorsi (LEP e differenziazione) in parallelo.

In che maniera può essere scongiurato il “regionalismo delle disuguaglianze” e quali garanzie per la coesione per un Paese già segnato da profondi divari territoriali? 

Una premessa. Il regionalismo delle diseguaglianze è già una realtà di fatto, pur in un contesto giuridico-costituzionale nel quale le diverse Regioni a statuto a ordinario hanno il medesimo regime. Quindi, la domanda da porsi è, probabilmente, se il regionalismo differenziato non finisca per “cristallizzare” il regionalismo delle diseguaglianze o, addirittura, per aggravarlo. Questa è la prospettiva corretta nella quale porsi. Non mi pare corretto ritenere che oggi ci sia un quadro omogeneo che il regionalismo differenziato rischierebbe di compromettere.  Quali percorsi per evitare che ciò avvenga? Da un lato, il regionalismo delle diseguaglianze già presente dovrebbe essere contrastato oggi con interventi di perequazione ordinaria e straordinaria, così come richiesto dall’art. 119 Cost., e con un equilibrato passaggio al sistema dei fabbisogni standard per i diversi livelli di governo.  Non si deve dimenticare, in ogni caso, che il regionalismo si fonda su un certo tasso di “differenziazione”: il regionalismo, infatti, implica che, pur nel quadro definito dalla Costituzione e dallo Stato, un certo tasso di autonomia residui in capo alle Regioni per poter compiere scelte di policies per lo sviluppo e la coesione dei territori. Senza questo tasso di autonomia, il regionalismo non ha senso. Si avrebbe un mero de-concentramento di funzioni dal centro, ma non autonomia. Su questo è bene intendersi: la “differenziazione” è un valore, in una forma di stato regionale. E’ il riconoscimento delle specificità, delle vocazioni, delle caratteristiche proprie di un territorio. Questo è uno degli assi portanti della riforma costituzionale del 2001.  Nel corso degli anni della crisi economico-finanziaria si è assistito al più grande accentramento di poteri legislativi e amministrativi, nonché di controllo della finanza dal centro. Il giudizio condiviso è che, alla mortificazione del ruolo delle Regioni, non sia corrisposto una maggiore efficienza o efficacia, con un contenzioso costituzionale letteralmente esploso. Quasi per “reazione”, oggi il “pendolo” si è spostato lungo l’asse di un riconoscimento di maggiore autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria. L’oscillazione di questo ideale pendolo è uno dei problemi principali del regionalismo italiano: a “fiammate” regionaliste sono seguite stagioni di “grande freddo”, in un contesto nel quale gli enti locali sono stati poco valorizzati e la loro riforma non portata a compimento (si pensi alla penosa vicenda delle Province). La mia chiave di lettura è che oggi le Regioni italiane (o meglio, una parte di esse più avanzata economicamente), cerchi nell’intesa bilaterale con lo Stato – che è alla base della differenziazione così come delineata dall’art. 116, terzo comma, Cost. – la garanzia di una “posizione” che non sia costantemente rimessa in discussione e che attribuisca spazi di autonomia certi sia sotto il profilo dell’autonomia normativa, dell’autonomia amministrativa e di quella finanziaria. Equivale a dire che ogni Regione cerca un “tavolo a due” con lo Stato. Non si può leggere le vicende attuali senza tenere conto di questa evoluzione più recente.  Posto che l’art. 116, terzo comma, Cost. in tema di differenziazione è in Costituzione dal 2001, a me pare un elemento di “garanzia” che, finalmente, oggi si discuta di una legge-quadro di sua attuazione, rinunciando all’idea che la differenziazione si possa fare direttamente, ciascuna Regione negoziando in autonomia col Governo (come è avvenuto fra la fine della XVII legislatura col Governo Gentiloni e l’inizio della XVIII legislatura col Governo Conte – I).  Certamente, questo modello di contrattazione richiede istituti forti posti a presidio dell’unità nazionale e, in particolare, degli istituti di perequazione. Su questi aspetti il dibattito è meno evidente, ma è comunque presente, specialmente fra gli addetti ai lavori. Si riflette, oggi, sul fatto che alcune funzioni – pur previste dalla Costituzione – non siano trasferibili, ma che debba esservi una sorta di “limite implicito” alla differenziazione. Ad es., sulle norme generali sull’istruzione, è evidente che i margini di differenziazione sono stretti; così come sulla giustizia di pace. Personalmente, riterrei che uno studio materia per materia, per le funzioni che ciascuna di esse implica, potrebbe aiutare a de-ideologizzare il dibattito ed a impostare correttamente la dialettica fra differenziazione /omogeneità in grado non solo di scongiurare nuove diseguaglianze, ma forse di invertire la tendenza di quelle che già ci sono.

 

 

Marco Musella è professore ordinario di economia politica presso l’Università Federico II di Napoli dal 1 novembre 2002, insegna oggi Economia Politica nei corsi di laurea magistrale di Managment. del Patrimonio culturale e di Filosofia

L’Italia è un treno che corre a due velocità, dove gioca un ruolo fondamentale la questione delle Autonomie locali, schiacciate dal neocentralismo regionale, con la debolezza dei Comuni, l’inadeguatezza delle Province, delle Città metropolitane e di Roma capitale. L’autonomia differenziata sembra voler dare una prospettiva di maggiore coesione sociale per ridurre i divari territoriali, semprechè il Governo lavori insieme alle Regioni e agli Enti locali con l’obiettivo di far crescere tutto il Paese. Quale il suo parere in merito?   

Innanzitutto una premessa: l’economista che parla di norme aiuta, forse, a comprenderne la coerenza con il contesto in cui si inseriscono e con la sua evoluzione possibile e, al tempo stesso, aiuta a capirne l’efficienza rispetto ai risultati attesi sia in termini di come vengono incentivati comportamenti coerenti con gli obiettivi desiderati sia in termini di uso corretto delle risorse. Si tratta, come è evidente, di tematiche complesse ed è importante che l’economista accetti il confronto con altri studiosi e non abbia la pretesa di essere il possessore di strumenti di analisi migliori degli altri. Egli non è mai un interprete delle norme, anche se può contribuire a comprenderne il senso; ed è più che mai evidente che altri scienziati sociali sono indispensabili per dare risposte più complessive alle domande. Voglio anche dire che se non bastano gli economisti neanche ci si può accontentare dei soli giuristi. Dal mio punto di vista, ad esempio, la questione della storia dei divari territoriali e del loro aggravarsi a seguito dell’introduzione dell’Autonomia differenziata è stata troppo enfatizzata, perdendo di vista che il nocciolo della questione è più l’unità del Paese e la perdita di peso ulteriore della dimensione “Italia” nella coscienza collettiva, e quindi nella politica e nell’economia, che l’aggravarsi (probabile, ma qui le previsioni richiederebbero qualche elemento storico, politico e culturale in più rispetto a quelli messi in campo) del divario tra Nord e Sud; un divario, se ci riflettiamo attentamente, che va avanti da un po’ di tempo, anche nelle sue dinamiche di acutizzazione, per ragioni che pure andrebbero approfondite meglio, superando logiche di pura lamentela affidate troppo spesso a chi sul Sud lucra soldi e potere. Io ritengo che la questione più preoccupante sia affidare a entità istituzionali senza storia – e che, francamente, non mi sembra abbiano brillato per efficienza ed efficacia nella loro azione, anche negli ultimi anni – spazi e potere ulteriori sacrificando, invece, ancora una volta realtà locali di dimensione minore, più vicine ai cittadini e ricche di identità storico-culturale assai maggiori. Quando poi penso che una forte spinta a questa autonomia differenziata a dimensione regionale venga da un egoismo fiscale, con il quale neanche i governatori regionali hanno fatto i conti fino in fondo, temo che ci stiamo incamminando su una strada di maggiori conflittualità sociali, a dimensione anche geografica, ma non solo, che le nuove Regioni avranno più difficoltà a gestire e che lo Stato centrale o osserverà da lontano senza intervenire o finirà per affidarne la soluzione ad azioni scomposte e repressive. Poi, se la storia andrà in questa direzione, faremo tutti i conti, al sud come al nord, con nuovi scenari dentro i quali leggere in modo nuovo opportunità e minacce e fare le nostre scelte individuali, sociali e politiche.

 

Tra le 23 materie di legislazione concorrente del testo costituzionale, approvato 22 anni, troviamo la ricerca scientifica e tecnologica, la cultura e l’ambiente, le casse di risparmio e gli enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Quali i rischi da scongiurare per non aggravare il divario del nostro Paese?

Ad esser sincero penso, anche qui da economista con studi sul diritto risalenti ad alcuni decenni fa, che l’idea della competenza legislativa concorrente non aiuti la chiarezza, inquini inesorabilmente la gerarchia delle fonti e, quindi, la certezza del diritto, dando minore efficacia al sistema delle regole che guidano la nostra vita concreta, sia a livello di istituzioni che di singoli. Questo, però, sarebbe un lungo discorso che ci porterebbe fuori strada, anche se non dobbiamo ignorare che l’Autonomia differenziata proposta dall’attuale Governo e da alcune Regioni si inserisce in un quadro di evoluzioni normative confuso (vedi quantità di ricorsi alla Corte Costituzionale per conflitti di attribuzione) e, almeno per me, è difficile credere che contribuirà a semplificarlo. È chiaro, poi, che alcune materie sembrano già oggi attraversare le fratture in atto nel Paese – tra sud e nord, tra città e campagna, tra aree interne ed aree costiere – e l’ulteriore assottigliarsi della dimensione nazionale delle leggi che le regolano avrà l’effetto, almeno in una prima fase, di accentuare distanze e separazioni. Per ciascuno degli esempi proposti nella domanda si può immaginare conseguenze del tipo che dicevo con l’aggravante che vi saranno veri e propri tentativi di colonizzazione che i più attrezzati proverranno a realizzare a danno dei territori e dei gruppi più deboli. Su questo bisognerà costruire una resistenza maggiore di quella oggi in atto (perché i fenomeni di cui parlo sono già ampiamente in atto) e resistere significherà sollevare barriere. Faccio solo l’esempio delle casse di risparmio; già oggi lo squilibrio tra aree è difficile da accettare anche perché vi è un drenaggio di risorse finanziarie che viaggia dalle aree deboli alle aree forti ed è difficile credere che l’autonomia differenziata invertirà questa tendenza; resisterà richiederà di alzare barriere, ma Unione europea e Stato nazionale lo consentiranno? Quali conflitti nasceranno?




di Giovanna De Rosa

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“5 libri”, nella rubrica social di Callysto la cultura e l’arte al servizio dei giovani

Si chiama “5 libri” l’iniziativa social di Callysto aps pensata per invogliare i giovani, ma non solo, alla lettura. Nel corso di tutta l’estate, persone di spicco del mondo della cultura, dell’arte, della musica, dello spettacolo, del sociale, dello sport, della comunicazione consiglieranno sulla pagina Instagram di Callysto 5 libri da leggere. Ognuno di loro suggerisce i libri facendo un atto d’amore genuino verso la lettura e verso gli utenti a cui si rivolgono.

“5 libri” è alla sua seconda edizione: lo scorso anno riscosse notevole successo, con messaggi e feedback molto positivi. Quest’anno ha inaugurato la rubrica il musicista Dario Sansone, frontman dei Foja. Seguiranno, in ordine sparso, l’attrice Giuliana De Sio, l’attore Massimiliano Gallo, Daniele Decibel Bellini, l’amatissima voce dello Stadio Maradona, l’Archivio Fotografico Riccardo Carbone, il direttore del Museo Mav di Ercolano Ciro Cacciola, il copywriter e docente di comunicazione Alfonso Cannavacciuolo, la cantante Assia Fiorillo e tanti altri nomi della cultura e dell’arte.

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Il Museo dell’Acqua di Napoli entra a far parte della Rete Mondiale UNESCO dei Musei dell’Acqua. È il primo di una città del Sud Italia

È stata presentata presso la Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, l’adesione del Lapis Museum – Museo dell’Acqua di Napoli nella Rete Mondiale Unesco dei Musei dell’Acqua. Napoli è la prima metropoli del Sud Italia ad essere ammessa nella rete scientifica dell’Unesco, denominata Global Network of Water Museums (WAMU-NET). La rete è stata fondata dal Programma Idrologico Intergovernativo (IHP) dell’Unesco per promuovere usi sostenibili del bene più prezioso per la vita. Il Global Network of Water Museums conta attualmente più di 90 membri in 41 diversi paesi nel mondo, di cui oltre una ventina in Italia, e i suoi musei fanno registrare, insieme, circa 20 milioni di visitatori all’anno.

Il sito internet di riferimento – dove da oggi si trova anche il Museo dell’Acqua di Napoli – è www.watermuseums.net

La conferenza stampa è stata introdotta da Raffaele Iovine, presidente dell’Associazione Pietrasanta Polo Culturale Ets, che gestisce il Lapis Museum – Museo dell’Acqua di Napoli. Sono intervenuti: la presidente di ABC Acqua Bene Comune Alessandra Sardu; l’assessore regionale al Turismo Felice Casucci; il presidente di TE.AM Centro Studi Internazionale Territorio Ambiente e Beni Culturali Antonio Tosi. In collegamento da Venezia interverrà inoltre Eriberto Eulisse, direttore esecutivo del Global Network of Water Museums (WAMU-NET). Il Lapis Museum – Museo dell’Acqua è stato inaugurato nel sottosuolo della Basilica della Pietrasanta nel 2021 dall’Associazione Pietrasanta Polo Culturale Ets in collaborazione con ABC. Il Museo ha riattivato due enormi vasche ricavate dal tufo scavato sotto ai Decumani in epoca greca (circa 2400 anni fa, quando Napoli fu fondata). Oggi sono raggiungibili anche grazie a un ascensore “archeologico” realizzato con il contributo della Regione Campania. Il valore scientifico e storico del Museo dell’Acqua viene ogni giorno illustrato da guide esperte che accompagnano visitatori e studiosi lungo il percorso sotterraneo, animato da giochi di luce e infografiche.

«Il Museo rappresenta un bene comune della città – dichiara Raffaele Iovine, presidente dell’Associazione Pietrasanta – e, grazie all’adesione alla rete Unesco, intende non solo contribuire alla tutela di questo straordinario patrimonio archeologico ma anche impegnarsi a promuovere politiche attive sul tema dell’acqua, incrementando le attività di educazione a un suo corretto uso e accogliendo sempre di più un turismo responsabile».

«Il riconoscimento Unesco è motivo di grande gioia – sottolinea Alessandra Sardu, presidente ABC – e certamente da conto dell’importante lavoro che è stato condotto negli anni per la valorizzazione del sito. Come ABC siamo orgogliosi di aver sostenuto questo progetto, di enorme valore storico culturale, e perfettamente in linea con la mission dell’azienda che è quella di valorizzare l’acqua come bene comune in tutte le sue manifestazioni». «Esprimo l’auspicio che un tema così importante e trasversale – dichiara l’assessore regionale al Turismo Felice Casucci – quale cardine dei progetti di sviluppo economico-sociale della Regione Campania, si affermi nella consapevolezza civica, grazie anche all’iniziativa Unesco. La cultura dell’acqua è il fondamento della vita e della relazione politico-istituzionale».

«L’affiliazione del Museo dell’Acqua di Napoli “Lapis” alla Rete Mondiale Unesco dei Musei dell’Acqua – spiega Eriberto Eulisse, direttore esecutivo del Global Network of Water Museums – conferma non solo la centralità del patrimonio storico partenopeo di civiltà delle acque nel bacino del Mediterraneo, ma anche il ruolo che oggi tutte le istituzioni devono svolgere per promuovere nuove attività educative verso usi più lungimiranti della risorsa – da quelli domestici e quotidiani a quelli su più vasta scala – per fondare una “nuova convivenza” con il bene più prezioso

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LEGGE DI CURA PER I DISABILI GRAVI, ISTITUITO IL TAVOLO TECNICO PERMANENTE

Legge regionale di iniziativa popolare per il diritto alla cura, convoca il tavolo tecnico in Regione Campania per la sua approvazione. Ad incontrarsi martedì scorso per discutere i termini di quella che dovrà essere l’impianto della legge, i rappresentanti del Comitato promotore Diritto alla cura, a partire dalla presidente dell’associazione #iosononicolo Annamaria Ruggiero; la dottoressa Libera D’angelo, consulente della Commissione sanità. il Presidente della V commissione sanità Vincenzo Alaia; il presidente della commissione bilancio Franco Picarone. E ancora: il direttore generale del dipartimento salute Antonio Postiglione, il responsabile Tutela della salute Ugo Trama, la presidente della commissione politiche sociali Carmela Fiola, la dirigente Maria Rosaria Canzanella, numerosi consiglieri regionali come Roberta Gaeta, Vittoria Lettieri, Giuseppe Sommese e Valeria Ciarambino.

Di cosa si è discusso- Comunicare il Sociale fu il primo ad occuparsi dell’iniziativa della raccolta firme per l’approvazione in consiglio regionale della legge in supporto ai malati psichici, neurologici e sensoriali con patologie gravemente disabilitanti. Furono raccolte e depositate lo scorso 10 gennaio oltre 11.300 firme (la soglia minima era 10.000), con l’ok dell’aula – l’accettazione da parte da I Commissione permanente (Ordinamento Civile, Ordinamento della Regione, Risorse Umane, Affari Generali) avvenne a febbraio –  ancora non ottenuto perché il testo non è ancora approdato in Consiglio regionale. Nonostante la volontà dell’ente regionale ad arrivare al risultato, affermano dal Comitato, “bisogna agire in fretta. Per questo, in attesa della legge, la giunta aveva già predisposto una delibera, ma si è deciso che la delibera verrà rielaborata alla luce di tutte le indicazioni fornite dal Tavolo Tecnico e che prima di essere portata in giunta verrà valutata nello stesso Tavolo tecnico’’ che “sarà permanente e strutturale in modo secondo quanto assicurato dal presidente della V Commissione Vincenzo Alaia’’. Dal Comitato danno ulteriori indicazioni dall’esito dell’incontro dei giorni scorsi. “Ci sarà anche, da parte della Regione, una rilevazione per verificare l’effettivo fabbisogno di posti letto. Per ora ne sono garantiti 281 e la stima attuale è tra 800 e 1.200, ma sarà appurato l’effettivo numero necessario, sia ora che in prospettiva’’. Altra notizia ritenuta “molto importante”: verrà fermata quella che è stata chiamata la “deportazione in RSA”. È stato l’avvocato Postiglione a garantire che tutti i malati che sono attualmente curati in strutture specializzate non verranno trasferiti, Alcuni distretti infatti stavano procedendo, tra infinite contestazioni, a questi trasferimenti, che ora saranno sospesi’’.

Le dichiarazioni di Annarita Ruggiero – Annarita Ruggiero, portavoce del Comitato Diritto alla Cura e presidente dell’associazione #iosononicolo, mamma di un ragazzino di 11 anni con lo spettro autistico e che sensibilizza il più possibile sulla necessità di avere una legge che ne regolamenti la cura, afferma:  «Stiamo trovando nella Regione una straordinaria disponibilità, una volontà assoluta di arrivare alla soluzione di un problema che per molte persone rappresenta la possibilità non solo di continuare ad avere le cure di cui hanno bisogno ma addirittura di poter sopravvivere.  Siamo grati a tutti per questo. Accogliamo con favore il fatto di accelerare i tempi con una delibera della giunta, per poter agire con urgenza in attesa che la legge faccia il suo percorso». La Ruggiero sottolinea anche come la «vittoria che otterremo non sarà solo dei malati e delle loro famiglie ma di tutti, perché renderà la nostra regione più giusta, più umana e anche un punto di riferimento per le altre regioni. E sarà merito di persone come quelle che oggi erano al Tavolo Tecnico».

di Antonio Sabbatino

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Migranti, a Palermo il Polo per i servizi ai cittadini

Il Polo Sociale Integrato è una finestra per i servizi dei cittadini stranieri a Palermo. La Mission persegue una finalità: “supportare per includere”. L’ intervento diretto sul campo da parte degli operatori sociali risponde a molteplici esigenze presentate dagli utenti: sportello d’ascolto, mediazione culturale, assistenza sociale, supporto psicologico, orientamento al lavoro, assistenza legale.

Il Centro Orientamento per Stranieri si prefigge i seguenti obiettivi:

garantire l’accesso dei cittadini stranieri ai servizi territoriali; supportarli nella comprensione dei diritti e dei doveri; mediare l’accesso dei cittadini stranieri nel mondo del lavoro e facilitare la creazione di rapporti di lavoro al bando di ogni politica di sfruttamento e logiche derivate dall’economia sommersa; favorire e incitare le azioni di denuncia relative alla violenza in ogni sua declinazione.

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Ecco le “Stanze Blu”, alloggi speciali dedicati ai piccoli malati in viaggio per curarsi

Blu come la pace, l’armonia, la calma. Come il mare e il cielo. Blu come le Stanze Blu, progettate da A Casa Lontani Da Casa – rete nazionale di alloggi solidali – e dedicate a bambini e adolescenti costretti a lasciare la propria casa per intraprendere un percorso di cure.  Sì, perché la migrazione sanitaria – un fenomeno che ogni anno coinvolge circa 800mila persone – riguarda anche i più piccoli, colpiti spesso da tumori infantili e malattie rare che richiedono periodi anche lunghi di permanenza nei pressi dei centri di cura.

Scoprire di essere malati è sempre un’esperienza stressante, accompagnata da mille preoccupazioni: quando la malattia riguarda un bambino il peso emotivo da sopportare è ancora più gravoso. E non solo.

Curarsi lontano non è semplice nemmeno dal punto di vista economico: in base ai dati Censis, i costi per vitto e alloggio ammontano al 50% della spesa complessiva della trasferta sanitaria. Ai problemi economici si aggiungono spesso quelli psicologici: chi deve intraprendere un percorso terapeutico lontano da casa è costretto ad affrontare anche spaesamento e solitudine. Un’esperienza difficile per gli adulti e, soprattutto, per i bambini, che hanno bisogno di stabilità e punti di riferimento fissi.

Le Stanze Blu nascono proprio per questo. Sono la risposta concreta ai bisogni più urgenti dei piccoli malati e delle loro famiglie: si tratta di alloggi che fanno parte della Rete ristrutturati da un team di architetti volontari di A Casa Lontani Da Casa per essere ancora più accoglienti e a misura di bambino. Tutto questo grazie al generoso aiuto di chi ha creduto nel progetto: imprese, associazioni, privati, tra cui anche personaggi noti, come Michele Foresta, in arte Mago Forest.

Peculiarità delle Stanze Blu è l’arredamento, caratterizzato da mobili e complementi dipinti nelle tonalità di blu, colore per eccellenza della serenità e della piacevolezza, le sensazioni che A Casa Lontani Da Casa vuole trasmettere ai piccoli ospiti e alle famiglie che le occuperanno.

Il progetto non si limita alla ristrutturazione degli alloggi ma prevede anche la copertura di ogni costo legato alla trasferta sanitaria: entrare in una Stanza Blu, per i giovani malati e le loro famiglie, significa non doversi preoccupare di nulla, oltre che sentirsi protetti, a casa, accolti e compresi proprio nel momento più difficile.

“Siamo molto fieri di questo progetto che ci ha permesso di fare un passo avanti nella nostra filosofia di accoglienza: accogliere per noi significa regalare momenti di serenità a chi soffre per la malattia e la lontananza. I giovanissimi, quando si ammalano, devono affrontare lunghi percorsi di cura. Abbiamo pensato a farli sentire “a casa” e alleggerire le preoccupazioni economiche delle famiglie. Non è necessario avere un basso reddito di partenza per impoverirsi quando si è costretti a viaggiare per le cure: pensate a quanto possono incidere  6 mesi, un anno in trasferta sul bilancio di una famiglia media. Questa non è la priorità di chi cura, ma è diventata una delle nostre.”- afferma Guido Arrigoni, Presidente di A Casa Lontani Da Casa.

La prima Stanza Blu è già stata realizzata, all’interno della Casa di Accoglienza dell’Associazione Domus Dei di viale Papiniano a Milano: sono stati rimodernati i locali, adeguati gli impianti e rinnovati gli arredi, anche grazie al prezioso contributo dell’artista Eleonora Guido, in arte Le Noir, che ha creato un murales per rendere lo spazio ancora più accogliente per i più piccoli che è diventato il simbolo di tutte le Stanze Blu.

Inaugurata lo scorso 31 marzo, dal 3 aprile è stata occupata dai primi ospiti, il piccolo Alessandro, 2 anni, a Milano per intraprendere un percorso di fisioterapia a seguito di un intervento chirurgico a una mano, e la sua mamma Cinzia, all’inizio preoccupata che il figlio potesse reagire negativamente alla repentina modifica della sua quotidianità ma poi piacevolmente sorpresa dalla capacità di adattamento dimostrata dal piccolo: “Alessandro è rimasto incantato dal murales. L’ambiente gli è piaciuto subito, è sempre stato tranquillo nonostante questo importante cambiamento. La Stanza Blu è davvero bella, intima e accogliente. C’è tutto quello che ci serve. Sono davvero felice di aver trovato questa casa, è perfetta per noi”.

Grazie alle Stanze Blu, anche tanti altri piccoli ospiti degli alloggi della rete potranno trovare un ambiente accogliente e adatto alle loro esigenze. Come Annina, quarta figlia di una famiglia numerosa originaria di Sondrio, affetta da una rara malattia neuromuscolare per la quale non esiste ancora una cura ma che deve essere tenuta costantemente sotto controllo, e attualmente in cura presso il centro neurologico Besta di Milano. O Filippo, undicenne a cui è stato diagnosticato un terribile osteosarcoma, che si trova ancora in cura a Milano e che, insieme alla sua famiglia, sta ricevendo sostegno economico e psicologico dagli operatori e dai volontari di A Casa Lontani Da Casa.

Per A Casa Lontani Da Casa essere una Rete significa molto: significa condividere gli stessi valori e obiettivi, lavorare quotidianamente con impegno sinergico per offrire ai migranti sanitari e alle famiglie un supporto concreto. Come ha dimostrato Valentina, volontaria di A Casa Lontani Da Casa che, in occasione dell’inaugurazione della prima Stanza Blu, ha scelto di donare personalmente alla famiglia ospite dell’alloggio la prima spesa di generi alimentari.

Una Rete che unisce vite e storie, alcune delle quali sono state raccontate in Curarsi Lontano, il primo podcast dedicato al tema della migrazione sanitaria realizzato da A Casa Lontani Da Casa e scaricabile presso tutte le principali piattaforme online.

Storie di dolore, ma anche di speranza: quella che, grazie alle Stanze Blu, la rete vuole donare anche ai suoi ospiti speciali, i piccoli che devono affrontare una grande sfida – la lotta alla malattia – e un lungo viaggio. Lontani da casa.

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