A Napoli, Reggio Calabria e Messina formati 50 ragazzi neet: il bilancio del progetto Se.Po.Pas

“Che farei oggi senza aver partecipato a questo progetto? Non lo so, è la domanda che mi faccio anche io”. Il vero senso del lavoro è nelle parole di Christian, 18nne di Napoli che sta concludendo i due anni del progetto Se.Po.Pas (Sentieri, Ponti e Passerelle) che ha preso 75 ragazzi e ragazze sedicenni che avevano lasciato la scuola a Napoli, Reggio Calabria e Messina e li hanno portati su strade professionali, prendendoli per mano con grande attenzione a saper ora fare un lavoro ma soprattutto a saper affrontare il mondo della vita lavorativa con la giusta voglia. Il progetto è stato selezionato da “Con i bambini” nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, diretta dal presidente Marco Rossi Doria. “Con il progetto Se.Po.Pass, selezionato da Con i Bambini – spiega Rossi Doria – nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile viene data la possibilità agli adolescenti che hanno lasciato la scuola di avere un tempo ben pensato per uscire dal rischio di marginalità e costruire una nuova partenza nella vita. La riflessione sui dispositivi attivati e sulle biografie dei ragazzi e ragazze serve per validare modelli nuovi nel contrasto precoce alle disuguaglianze. Grazie al Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile abbiamo sostenuto 600 progetti in tutta Italia e coinvolto più di 500 mila minori insieme alle proprie famiglie. I progetti come Se.Po.Pass vedono il coinvolgimento di istituzioni, associazioni di terzo settore, scuola, insomma tutto ciò che è comunità educante in un approccio fondato su azioni molteplici che promettano futuro a chi parte con meno nella vita”.

In Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, i numeri neet fanno emergere che ci sono molti ragazzi in condizione di disagio tra 16 e 19 anni, pochi ma importantissimi anni in cui si lascia la scuola, non si lavora ma non ci si forma. Questa è la base da cui è partito il progetto. A Napoli i corsi, oltre al tirocinio nei diversi luoghi di lavoro, si sono tenuti al Parco Quartieri Spagnoli.  “A Napoli sin dagli anni ‘90 – spiega Giovanni Laino, vicepresidente dell’Associazione Quartieri Spagnoli e coordinatore nazionale di Se.Po.Pas – realizziamo progetti con l’Associazione Quartieri Spagnoli, abbiamo una grande esperienza preziosa in Se. Po. Pas. lavorando su un gruppo ragazzi che vengono da enormi numeri a Napoli di giovani che hanno carenze familiari e su cui la scuola non funziona. Noi lavoriamo per risarcirli, dandogli motivazione e fiducia su iniziative di lavoro ma soprattutto per avere l’atteggiamento costruito nei laboratori e nella prima esperienza di lavoro che insegna a come muoversi nel mondo lavorativo, un diritto di cittadinanza basilare”. Laino, che per il progetto è stato autorizzato dal Dipartimento di Architettura partner del progetto,  sottolinea che i neet minorenni di oggi “non sono solo dispersione scolastica – dice  – ma sedicenni che lasciano le classi e vivono disorientati per condizioni ambientali, familiari e rischiano di essere da adulti solo richiedenti di assistenza. Noi lavoriamo proprio per dare ai ragazzi capacità di camminare con le proprie gambe. E’ l’avvio con ottimi risultati di un esperimento che abbiamo progettato con Marco Rossi Doria a Napoli, Messina e Reggio Calabria per elaborare un modello da presentare poi al Miur, perché sono problemi strutturali che vanno affrontati dalle istituzioni”.

A Reggio Calabria si è partiti nel primo anno con 36 ragazzi, diventati poi 22 fino a dicembre del secondo anno e 19 che alla fine hanno seguito il corso e attivato il tirocinio. “Attraverso la realizzazione delle azioni del progetto SePoPass – spiega Cristina Ciccone, pedagogista e coordinatrice del progetto in Calabria – abbiamo risposto in maniera mirata e precisa a bisogni reali di ragazzi che vivono in rioni di forte disagio e che non volevano frequentare la scuola. Abbiamo tentato di creare le condizioni per poter dare loro pari opportunità e, quindi, garantirgli il diritto alla crescita e allo studio. Ciò grazie alla sinergia tra le diverse risorse territoriali, ma avendo come valore aggiunto una rete nazionale che si è offerta come contenitore di confronto per mettere a punto buone prassi di intervento nell’affrontare emergenze sociali”. Anche a Messina oltre la metà dei venticinque ragazzi iscritti stanno concludendo positivamente il percorso, con prospettive di reale ripresa di alcuni giovani. La pedagogista Antonia Rosetto Ajello, supervisore della didattica del Polo di Messina spiega come “le attività laboratoriali realizzate per piccoli gruppi – sottolinea –  hanno consentito ai ragazzi di acquisire consapevolezza delle proprie capacità e una maggiore sicurezza personale. Per altri ancora è stata l’occasione di relazionarsi con adulti e contesti diversi da quelli cui sono abituati: non tutti hanno accettato la sfida del cambiamento. Tuttavia i risultati positivi ci rendono soddisfatti. Già dopo il primo anno ponte, e ora anche a seguito del tirocinio, qualcuno ha deciso di riprendere il percorso scolastico per conseguire il diploma. Nei prossimi mesi gli interventi saranno ancora più personalizzati e mirati a rafforzare i processi di cambiamento già avviati, facilitando anche l’acquisizione di certificazioni e le relazioni col mondo delle aziende”. Nelle tre città il progetto ha dovuto superare anche le difficoltà della fase pandemica oltre ad una scarsa cooperazione delle scuole.

 “Il progetto è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minori­le. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Ter­zo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a ri­muovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giu­gno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organiz­zazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD. www.conibambini.org”.

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“Un documento alle Camere per tutelare i caregiver”

“Un documento unico da sottoporre alle Camere per garantire maggiori sussidi ai caregiver, con più azioni concrete e durature nel tempo”. La proposta parte da Sant’Antonio Abate, a margine del convegno “Aiutiamo chi aiuta. Caregiver e Stato. Proposte concrete del prendersi cura”, organizzato dall’Associazione di Cultura Politica Communitas.
Il dibattito ha preso spunto dalla presentazione del libro “Infinito Presente”, edito dalla Sperling & Kupfer, del giornalista e scrittore Flavio Pagano, un’opera che fa riflettere sul valore e l’importanza dei ricordi e sulla complessità delle malattie neurodegenerative. Presente all’evento anche all’assessore regionale Felice Casucci.
“Non più solo contributi una tantum – è il pensiero di Casucci – ora serve una vera proposta di riconoscimento giuridico della figura del Cura Cari, estesa a chi si prende cura dei propri familiari, rinunciando spesso al proprio tempo, al proprio lavoro e a tutele che sono limitate a chi è già inserito nel mercato lavorativo, a discapito di chi non ci è ancora riuscito”.
“Durante il convegno – afferma Ilaria Abagnale, sindaca di Sant’Antonio Abate – è emerso in modo evidente quanto lo Stato sia vicino ai caregiver, i Cura Cari, soprattutto in termini di proposte ed iniziative legislative, e quanto sia importante fornire opportunità e programmi di intervento per le persone con disabilità. La criticità emersa ha fatto sì che questo incontro fosse ancora più produttivo, attuando la proposta di stilare un documento unico da sottoporre alle Camere. È stato un momento di grande condivisione di conoscenze, esperienze e progetti, che ci motivano a continuare a lavorare per garantire un supporto adeguato a coloro che si prendono cura delle persone con disabilità”.
L’evento è stato promosso da Donatella Donadio, presidente del consiglio comunale di Sant’Antonio Abate insieme al presidente dell’Associazione Communitas, Almerigo Pantalone. All’incontro erano presenti: Valeria Ciarambino (vicepresidente del Consiglio regionale), Fulvio Frezza (consigliere segretario del Consiglio regionale), Filippo Fordellone (docente Università Tor Vergata), Pina Tommasielli (medico) e Antonella Marchese (consigliera comunale di Furore).

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Le disuguaglianze di genere? Sono anche climatiche

In tutte le regioni del mondo, le donne hanno un ruolo cruciale nella cura della famiglia, nell’economia domestica e nella crescita dei figli. Un ruolo che ancora troppo spesso non viene debitamente riconosciuto. Siccità e degrado del suolo, come, più in generale, tutti i fenomeni estremi legati al cambiamento climatico, tendono ad aumentare anche l’onere dell’assistenza non retribuita e del lavoro domestico, che ancora troppo spesso ricade sulle spalle di donne e ragazze. Secondo lo studio dell’UNCCD, United Nations Convention to Combat Desertification, “Gli impatti differenziati della desertificazione, del degrado del suolo e della siccità su donne e uomini”, il genere continua a essere uno dei più forti indicatori di svantaggio al mondo; l’annosa questione dell’uguaglianza di genere rimane infatti un problema irrisolto nella quasi totalità dei Paesi. Lo studio ha rilevato che le donne sono più esposte degli uomini agli effetti dei cambiamenti climatici, a causa di un concatenarsi di differenti fattori socio-economici e culturali che le vedono spesso schierate in prima linea, con più doveri che diritti. Ancora oggi nel mondo, quasi la metà della forza lavoro agricola globale è femminile, ma meno di un proprietario terriero su cinque è donna; il diritto delle donne di ereditare la proprietà del marito continua ad essere negato in oltre 100 Paesi. Le agricoltrici, le imprenditrici e le organizzazioni femminili sono sottorappresentate nelle principali iniziative, programmi e processi politici decisionali del territorio: il mancato riconoscimento delle donne come agricoltrici e la mancanza di accettazione sociale del coinvolgimento delle donne in alcune attività agricole possono anche portare alla loro esclusione dagli spazi decisionali, dall’accesso al credito, all’informazione e ai servizi. La ricerca mostra che l’accesso limitato al processo decisionale, le disuguaglianze strutturali e le leggi discriminatorie hanno un impatto negativo sull’accesso delle donne al finanziamento: non avere titoli fondiari utilizzabili come garanzia, come la mancanza di un incarico sicuro, ostacolano l’accesso delle donne a prestiti e crediti, limitando anche il loro accesso a servizi di istruzione e formazione. Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti attraverso la finanza ambientale multilaterale pubblica, imponendo, ad esempio, l’analisi di genere obbligatoria durante la progettazione. Nonostante gli sforzi fatti, però, la parità di genere, anche quando conquistata di diritto, non sembra essere sempre culturalmente accettata. Così, anche nei Paesi in cui le donne hanno gli stessi diritti legali degli uomini di possedere e accedere alla terra, come nel caso della Costa Rica, solo il 15,6% della proprietà agricola è di proprietà delle donne. In Asia centrale e il Caucaso, nonostante l’uguaglianza legale di genere, le donne possiedono in media solo il 23% della terra; in Medio Oriente e Nord Africa solo il 4% delle donne possiede titoli fondiari. In Sri Lanka, solo il 3% ricoprono posizioni di comando nel settore agricolo, il 97% sono uomini. Eppure la responsabilità della salute e della sopravvivenza della famiglia rimane un onere di madri e figlie. Quando si verificano periodi di siccità e impoverimento del suolo, la scarsità di provviste va ad influire sulla distribuzione del cibo all’interno della famiglia: le donne tendono a mangiare porzioni più piccole o a saltare i pasti, che spesso è causa di dolori di stomaco, vomito, debolezza, diarrea e malnutrizione. Lo studio ha anche scoperto che la scarsità di cibo è legata alla maggiore incidenza di aborti spontanei e di mortalità materna e infantile.

Durante i periodi siccitosi, il lavoro di “prendersi cura degli altri” è espresso in parte dall’attesa in fila per l’acqua, dopo aver percorso lunghe distanze a piedi. A livello globale, le donne trascorrono complessivamente 200 milioni di ore al giorno solo per andare a prendere l’acqua. Uno studio pionieristico condotto in Sud Africa conclude che i metodi di trasporto dell’acqua imporrebbe carichi fisici eccessivi, aumentando considerevolmente l’incidenza di disturbi muscoloscheletrici e disabilità correlate. L’incidenza di problematiche alla colonna spinale del campione preso in esame è risultata del 69%. Del quale, il 38 % trasporta contenitori, poggiati sulla testa (peso medio 19,5 kg) per una distanza media di 337 metri.

“Le donne sono le principali attrici negli sforzi globali per ridurre e invertire il degrado del suolo. Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei paesi, le donne hanno accesso e controllo sulla terra ineguali e limitati. Non possiamo raggiungere la neutralità del degrado del suolo senza l’uguaglianza di genere e non possiamo escludere metà della popolazione dalle decisioni di gestione del territorio a causa del loro genere.”, ha dichiarato Ibrahim Thiaw, Segretario esecutivo dell’UNCCD.

di Valerio Orfeo

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Raffaele De Luca è il nuovo Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio

Il Ministro dell’Ambiente e Sicurezza Energetica, on. Gilberto Pichetto Fratin, con decreto 204 del 26.06.2024, ha nominato l’Avvocato Raffaele De Luca Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. La nomina decorre dalla data del 29.06.2023.

L’Avvocato Raffaele De Luca, Sindaco del Comune di Trecase in carica, da nove anni, ha già ricoperto il ruolo di Commissario Straordinario dello stesso Ente Parco dal gennaio 2023.

Durante il suo periodo come Commissario Straordinario dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, il Presidente De Luca ha intrapreso un percorso di ascolto delle istanze del territorio, incontrando le Istituzioni locali.

“È per me un onore ed una grande emozione – ha dichiarato il Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, Avv. Raffaele De Luca –, anche in qualità di primo cittadino di uno dei Comuni del Parco, ricoprire questo incarico così prestigioso e strategico per il territorio.

È un incarico di grande responsabilità – prosegue il Presidente Raffaele De Luca – che mi accingo a svolgere con il massimo entusiasmo ed impegno, insieme alle istituzioni, alle associazioni e a tutti i soggetti portatori di interessi, per conseguire gli obiettivi di tutela e di valorizzazione dell’ambiente, di promozione dell’agricoltura e di consolidamento del turismo sostenibile.

Dedicherò grande attenzione al rapporto con tutti i sindaci della Comunità del Parco e con loro stabilirò un confronto continuo.

 Il Parco Nazionale del Vesuvio deve diventare punto di riferimento e volano di sviluppo per l’intero territorio metropolitano. La collaborazione e la professionalità di tutto il personale dell’Ente Parco sarà fondamentale. Sono sicuro che, con il coinvolgimento ed il sostegno di tutti, raggiungeremo questi obiettivi.   

Ringrazio – ha concluso il Presidente – il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Prof. Gilberto Pichetto Fratin, per la scelta e per la fiducia accordatami, il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca per aver manifestato l’intesa sulla nomina.”

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Minori vittime di violenze: ecco il protocollo per la loro tutela

Un intervento il più possibile tempestivo e mirato, che parte dalla segnalazione del caso specifico al referente dell’Ufficio di Servizio Sociale per i minorenni. Dopo i primi approfondimenti, scatta l’attuazione delle disposizioni in materia di tutela dei minorenni che, a partire dai casi più gravi come ad esempio la violenza sessuale, prevede un’assistenza affettiva e psicologica. Un lavoro sinergico, dove entrano in gioco varie professionalità. È il contenuto principale del protocollo operativo di orientamento territoriale per la presa in carico e la tutela dei minorenni vittime di reato che vivono nel territorio della città di Napoli. A sottoscrivere il documento, questa mattina al Centro Europeo di Studi Nisida, i rappresentanti della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli. La Procura della Repubblica del Tribunale di Napoli. Il Centro di Giustizia Minorile della Campania. E ancora: la Regione Campania, l’Asl Napoli 1 Centro, il Comune di Napoli, la Questura di Napoli e il Comando Provinciale dei Carabinieri di Napoli. A coordinare il progetto, Defence for Children International Italia.

Il protocollo e la spiegazione-Il protocollo sottoscritto, in estrema sintesi, mette a punto un dispositivo che integra le procedure già in atto per presa in carico ma si avvarrà di un maggior coordinamento tra le istituzioni coinvolte, in nome di quella famosa rete che per ciò che concerne i minori vittime o potenzialmente vittime di reato risulta essere ancora più importante. I primi casi potranno essere trattati sin da subito, poi si entrerà nel vivo presumibilmente già dopo l’estate.  «Spesso – afferma Pippo Costella, direttore Defence for Children Italia –  la firma di un protocollo prelude a qualcosa. Questo in realtà è un percorso conclusivo dopo un lavoro di 2 anni per proteggere i minorenni vittime di reati, che non si protragga con delle procedure che non sono a misura di minori». Fondamentale per Costella è «intervenire in modo rapido, per fare facilitare il percorso di ritorno alla normalità facendo emergere situazioni altrimenti non affrontare. Il senso è creare una sinergia tra tutte le istituzioni del territorio non creando ulteriori sofferenze ai ragazzini. Un minorenne che si trova in certe vicissitudini deve affrontare l’aspetto legale, psicologico, a volte distanziamento dalla situazione di cui è stato protagonista».

Gli altri interventi

Ruolo centrale nelle individuazioni delle professionalità a tutela dei minori l’avrà l’Asl Napoli 1 Centro. Il direttore generale dell’Azienda sanitariaFIR locale napoletana, Ciro Verdoliva, dice: «Stiamo lavorando sulla medicina di prossimità. Un protocollo come questo, equivale a una medicina di prossimità in favore di minori e a maggior ragione per quelli ristretti e verso ragazzi di genitori ristretti. Daremo loro un supporto psicologico. È l’inizio di un percorso, che specifica chi deve fare cosa per chi. Abbiamo bandito un concorso per l’assunzione di psicologi che scadrà il prossimo martedì. Penso che già da settembre i nostri psicologi saranno operativi, che andranno a integrarsi con le altre discipline» Sulla mappatura? «La faremo con il protocollo, tirando fuori con dati statistici sul fenomeno di chi ha subito e/o ha assistito a violenza risponde il dg Verdoliva. «La tutela dei minorenni è materia complicata, comporta un esborso economico, di risorse. C’è la necessità di rafforzare questi servizi con un salto di qualità» si dice convinto l’assessore regionale alla Legalità Mario Morcone. Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi ricorda il ruolo «dei centri educativi del Comune, aiutando a dare ai giovani una seconda chance di ritorno alla normalità in un momento in cui i fenomeni di violenza che riguardano i giovanissimi sono sempre più numerosi. L’emergenza che tocca le grandi aree metropolitane e che tocca particolarmente Napoli». A domanda specifica su cosa scorge nei ragazzi incontrati in contesti pubblici e non solo, Manfredi si dice, «da padre, molto preoccupato perché capisco che la fragilità dei minori deve essere accompagnata da una società che sia in grado di ascoltarli e di proteggerli. La precocità di alcuni comportamenti, l’abuso di alcool, un uso distorto dei social fanno sì che gli episodi di bullismo che ci sono sempre stati nella nostra società vengano amplificati». Importante per il primo cittadino è anche «il ruolo delle famiglie che spesso non riescono a garantire quel presidio di vicinanza che aiuterebbe questi ragazzi a percorrere strade più appropriate».

Le parole del procuratore

Maria De Luzenberger, procuratore generale al Tribunale per i Minorenni di Napoli, a margine della firma del protocollo di stamattina, non può fingere sulla realtà dei fatti rispetto al tema della violenza minorile. «Dal punto di vista della delinquenza minorile è un momento abbastanza grave. Non c’è un aggravamento dal punto di vista numerico – stando ai numeri che arrivano alla nostra Procura – quanto piuttosto rispetto alla modalità, alla violenza, all’uso delle armi con una diffusione invece esponenziale. Ovviamente, questo ci porta ad avere attenzione al fenomeno» e il protocollo operativo di orientamento territoriale va proprio nella direzione dell’impegno a «sostegno delle vittime, anche per poter diminuire quel numero di persone che non denunciano. Sappiamo che chi resta vittima ha una serie di difficoltà nell’ambito del procedimento giudiziario, del processo soprattutto se si tratta di minorenni». Per il procuratore De Luzenberger, «il percorso è difficile e oneroso». Ma c’è un filo conduttore rispetto ai tanti episodi di violenza con protagonisti i minorenni della città di Napoli (ma anche tantissimi dell’area metropolitana, della Regione Campania e al dire il vero in tantissime parti d’Italia)? Per il procuratore generale al Tribunale per i Minorenni di Napoli è «l’assenza della scuola. I ragazzi che delinquono e commettono atti violenti hanno alle spalle abbandoni scolastici o dei percorsi non portati a termine. L’abbandono della scuola è indice anche di una cattiva educazione in famiglia e indica che tipo di famiglia c’è alle spalle» conclude il concetto Maria De Luzenberger, che sul protocollo firmato afferma: «I numeri non sappiamo ancora quali saranno. Prenderemo sicuramente in carico le vittime dei reati più gravi, omicidio, violenze familiari, minorenni che subiscono o assistono alle violenze ai danni delle proprie madri, reati quindi commessi da minorenni e che da maggiorenni, per poi estendere questo dispositivo il più possibile. Al dispositivo partecipa la Procura Ordinaria per una maggiore integrazione fra i vari operatori, servizi sociali, le due Procure, forze dell’ordine. A volte non c’è la presa in carico della vittima o si arriva in ritardo, i tempi dei minorenni non sono quelli dei maggiorenni e il fattore tempo può essere determinante. Il progetto è innovativo, mai fatto prima d’ora in Italia. Il sistema l’abbiamo ideato ed è pronto per essere attuato. Per il momento partiamo da Napoli, poi lo potremmo estendere alla provincia se la cosa funzionerà. Ma nulla vieta, qualora ce ne sia la necessità, di intervenire in altri territori dell’area metropolitana».

Di Antonio Sabbatino

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Ecosistema Vivara, “riflettori” sull’isola riaperta alle visite

Dai progetti per la digitalizzazione 3D dell’isolotto, compresa la sua parte sommersa, alla tutela della sua straordinaria biodiversità, fino alle ultime evidenze archeologiche, preziose tracce di insediamenti riferibili all’età del Bronzo rinvenute nel corso delle campagne di scavo: una giornata di studi dal titolo “Ecosistema Vivara” sottolinea, venerdì 30 giugno, il percorso di valorizzazione della Riserva Naturale Statale, riaperta al pubblico, dopo un lungo periodo di chiusura, lo scorso 27 maggio, e che ha registrato un flusso costante e ordinato di persone che si sono prenotate alle visite guidate naturalistiche, quasi 1500 in un mese. Nella sala consiliare del comune di Procida (ore 14.30, ingresso libero), istituzioni e ricercatori racconteranno al pubblico le tappe del rilancio di Vivara, avviato negli ultimi mesi dal Comitato di Gestione della Riserva Naturale Statale, in piena armonia con la famiglia Diana, proprietaria dell’isolotto.

Ad aprire i lavori, moderati da Marianna Ferri, i saluti del sindaco di Procida, Dino Ambrosino, del direttore  della Divisione II (Gestione Aree Protette) del Ministero dell’Ambiente, Antonio Maturani, del vice presidente della Regione Campania Fulvio Bonavitacola, dell’assessore al Turismo della Regione Campania Fulvio Casucci, del Soprintendente ABAP Area Metropolitana di Napoli Mariano Nuzzo, dell’assessore con delega a Vivara del Comune di Procida Antonio Carannante e di Francesca Diana, che rappresenta la proprietà dell’isola. Interverranno poi il Generale Ciro Lungo, Comandante Regionale dei Carabinieri Forestali, il direttore dell’area marina protetta Regno di Nettuno Antonino Miccio e il presidente del Parco Regionale dei Campi Flegrei Francesco Maisto.

A seguire l’intervento di Michela Caiazzo, presidente Gruppi Ricerca Ecologica Campani.
I lavori entrano poi nel vivo con una serie di relazioni scientifiche.
Vincenzo Morra e Leonardo Repola del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse (Distar) dell’Università degli Studi di Napoli della Federico II racconteranno il progetto di digitalizzazione 3D che sta portando alla creazione di un modello geo-archeologico di Vivara, con potenziali vantaggi per la sua protezione idrogeologica e, soprattutto, con la possibilità di comprendere come la natura risponda, in un luogo non antropizzato, ai cambiamenti climatici in atto. Facendo di Vivara un vero e proprio laboratorio a cielo aperto.

Di nuove prospettive archeologiche parlerà invece Massimiliano Marazzi, responsabile della Missione Archeologica Vivara e protagonista delle ultime straordinarie scoperte, che hanno dimostrato come l’isola fosse abitata sin dal diciassettesimo secolo avanti Cristo.
Di biodiversità vegetale e dei suoi cambiamenti parlerà Annalisa Santangelo del Dipartimento di Biologia dell’università degli Studi di Napoli Federico II; di fauna, con particolare attenzione alle rotte migratorie degli uccelli, alle specie nidificanti sull’isola, ai chirotteri e ai coleotteri, Gabriele De Filippo e Domenico Fulgione del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Napoli. Sulle misure di conservazione della ZSC (zona speciale di conservazione) verte la relazione di Sandro Strumia del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Biologiche e Farmaceutiche dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, che sottolineerà come le stesse misure imposte nella fruizione di non determinano solamente limitazioni, ma costituiscono le fondamenta su cui costruire una gestione sostenibile della biodiversità condivisa tra i diversi portatori di interesse.
Il tema del monitoraggio ecologico della copertura arborea dell’isola è il filo conduttore dell’intervento di Giovanna Battipaglia, docente di ecologia forestale presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Ambientali Biologiche e Farmaceutiche della “Vanvitelli”), che racconterà dei primi campionamenti di querce monumentali, che hanno portato alla datazione degli individui di Quercus puberscens, con un’età stimata a più di 250 anni e presenterà i risultati dei sopralluoghi cominciati nel 2020 per monitorare lo stato di salute eco-fisiologico delle querce presenti sull’isola e in particolare degli individui secolari.
A Michelina Ruocco dell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR è affidato un report sul monitoraggio e sulle azioni di contenimento di agenti patogeni nella foresta di Quercus ilex e Quercus rotundifolia, presente sull’isola.

Al coordinatore del Comitato di Gestione dell’Isola di Vivara, Nicola Scotto di Carlo, il compito di legare, con una relazione finale, i singoli interventi per comporre un unico quadro d’insieme che esprima l’approccio multidisciplinare per la tutela e la valorizzazione dell’intero ecosistema Vivara, con il diretto coinvolgimento delle Istituzioni locali, regionali e nazionali e di una serie di enti di ricerca e dipartimenti universitari campani: convergenza, integrazione ed inter-operabilità le parole chiave per proiettare la gestione dell’ecosistema Vivara nell’immediato futuro.

Vivara continua a essere visitabile dal martedì alla domenica, previa prenotazione sul sito ufficiale www.vivarariservanaturalestatale.it), con l’accompagnamento delle guide naturalistiche della riserva e con un percorso della durata di circa 3 ore, per un massimo di 25 persone per volta (un numero pensato per preservare l’isolotto), e con due turni giornalieri ( 9.00 e 17.00 dal 1° giugno al 14 settembre), con un ticket di ingresso di 10 euro a persona (5 euro per i residenti dell’isola di Procida, 3 euro il ticket ridotto per i minori fino a 12 anni).

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