Mensa sociale San Vincenzo de Paoli, luogo di incontro e di opportunità

Costruire un nuovo percorso di vita, dopo un passato difficile, aiutando chi sta passando un simile periodo di difficoltà. Non solo una terapia d’urto per la propria autostima, ma anche un’azione concreta in favore degli altri che hanno bisogno di sentirsi accolti. Veronica e Luciano sono due tra i volontari della Mensa San Vincenzo De’ Paoli inaugurata nel marzo 2022 nella chiesa al civico 30 di via Santa Sofia, alle spalle di via San Giovanni a Carbonara nel pieno centro storico di Napoli. Ogni giorno alla mensa sono cucinati una quarantina di pasti per gli indigenti del territorio, sia napoletani che provenienti da altri mondi: si tratta di senza fissa dimora, persone con fragilità fisiche, dipendenti da alcool e droghe, sulla soglia o già dentro la povertà. Ad animare ogni giorno la mensa sono donne e uomini, giovani e meno giovani, dai trascorsi turbolenti e da un futuro da costruire giorno per giorno. Tra questi ci sono Veronica e Luciano.  Lei è entrata in un programma di messa alla prova che le consente di operare alla mensa, dopo aver avuto guai con la legge perché accusata di truffa. Luciano è invece volontario alla San Vincenzo De’ Paoli, si sta ricostruendo un futuro dopo tanti anni di dipendenza degli stupefacenti.

L’odissea e la speranza di Veronica – Veronica, che accetta di parlare a patto però che non la si ritragga in volto, ha solo 36 anni ma tanta vita vissuta. Residente a piazza Mercato insieme alla madre, racconta il motivo per il quale è alla Mensa di San Vincenzo de’ Paoli. «Il mio Iban – afferma mentre distribuisce i bigliettini per prenotare un pasto e per dare anche altre – è stato clonato. Per questo motivo sono stata accusata di truffa, ma in realtà la truffa l’ho subita e mi sono ritrovata ad avere guai con la giustizia. Io non ho commesso nulla ma a nome mio sono risultate ben 8 truffe online» assicura più volte Veronica a cui il mondo è cascato addosso per questa storia e sta cercando di riprendersi in attesa che il momento di chiarezza divenga completo. «Il giudice mi ha dato la possibilità, ed è la seconda volta, di fare la messa alla prova perché ero incensurata e luglio sono arrivata alla Mensa di San Vincenzo de’ Paoli». Per Veronica il segreto è quello di «trovare il modo di andare d’accordo con tutti trovando un giusto equilibrio. Non è facile stare insieme alle altre persone che magari hanno avuto delle difficoltà, ti devi adattare. Non mi sono ambientata subito, poi ho trovato l’intesa con gli altri perché come si dice a Napoli dove vado “faccio casa’’». Infatti oltre a servire ai tavoli alla chiesa di via Santa Sofia fa anche le pulizie, accoglie le persone. Sull’interazione con gli altri, la 36enne aggiunge: «Con gli operatori e gli altri volontari diventiamo una cosa sola. Le persone che vengono alla pensa per un pasto, ti fanno capire a modo loro che hanno bisogno di attenzioni». Le strade tortuose dell’indigenza sono battute, molto spesso per costrizione, a causa di diversi fattori. Uno di questi è il lavoro povero, sottopagato, offerto senza alcun diritto. Prima della storia giudiziaria che l’ha coinvolta, questo percorso l’ha intrapreso suo malgrado anche Veronica. «Lavoravo in un’impresa di pulizia a Casandrino, ma poi non ho retto più. Scendevo alle 6 del mattino e tornavo alle 8 di sera, viaggiavo in treno da Napoli a Frattamaggiore, andata e ritorno. Sapete quanto mi pagavano? 600 euro al mese, tutti i giorni tranne la domenica. A volte non riuscivo nemmeno a trovare un treno per tornare e dormivo proprio a Frattamaggiore da un’amica». Veronica vede oggi il futuro meno a tinte fosche. D’altra parte ha solo 36 anni, ha ancora un bel po’ di vita davanti a sé. «A me piace viaggiare, conoscere persone – dice sorridendo – Io sono nata per arrangiarmi. Non c’è un mestiere preciso che mi piacerebbe fare ma sono pronta a tutto pur di essere felice. Da giovane ho fatto la parrucchiera, ma pure se dovessi fare altro va bene lo stesso l’importante è migliorare». Veronica poi, sapendo che è giunta ora di preparare i tavoli e accogliere le persone all’ora di pranzo per il pasto, conclude con un rammarico. «Vorrei aver avuto la testa sulle spalle da giovane, come ce l’ho adesso. Forse sarebbe stato tutto diverso per me. Da ragazzina era scapestrata, mi divertivo anche se non ho mai fatto reati ma semplicemente voglia di vivermi le giornate». Cosa che con consapevolezza e un po’ di fortuna, Veronica potrà sicuramente fare da qui in avanti.

Il passato oscuro di Luciano-  Ha gli occhi tristi ma non rassegnati, Luciano. Nei suoi 57 anni di vita, ha concesso molto al lato oscuro che alberga in ogni animo umano. Originario del quartiere di San Giovanniello, alle spalle di piazza Carlo III, l’uomo ha combattuto per anni con i demoni della tossicodipendenza. Alla Mensa di San Vincenzo de’ Paoli prima era un ospite, ora serve ai tavoli stando vicino a chi come lui ha vissuto e vive nel mare dell’incertezza. Anche con lui, preferiamo non insistere nello scattare una foto. «Per tanti anni – ricorda – sono stato schiavo degli stupefacenti. Compravo droga dappertutto e mi sono trovato a dormire in stazione alla Stazione Centrale come un clochard. Ero diventato magrissimo». L’uomo svela del perché ha cominciato a dilettarsi con l’eroina, la cocaina e le pasticche. «A me piaceva stare in strada, fare il vagabondo. Mia madre diceva di stare attento ma non le davo ascolto: è stata colpa mia se sono caduto nel tunnel della droga. Un amico, dopo un furto di un appartamento, invece di darmi parte del provento della refurtiva mi ha dato il corrispettivo in stupefacenti. Ho sperimentato e ci sono caduto subito. A causa della mia necessità di drogarmi, mi sono macchiato di diversi reati e per questo sono finito in carcere circa 10 anni fa per un cumulo di pena. Sono stato a Poggioreale e a Spoleto». Proprio al carcere di Spoleto, attraverso una borsa lavoro e altre attività, Luciano ha iniziato a svoltare: «Lavoravo l’orto in carcere e quanto prodotto lo portavo nelle scuole grazie all’affidamento concessomi. Quel periodo, parliamo di circa 5 anni fa, mi è servito tantissimo consentendomi di ripulirmi. Una volta scontata la pena, ho smesso di fare cazzate». A completare la riabilitazione di Luciano ci hanno pensato le sedute psicologiche al Sert di Fuorigrotta. Il 57enne ora dorme e mangia alla Casa della Gente in via Foria e da qualche mese fa il volontario alla Mensa di San Vincenzo de’ Paoli dove a detta di tutti si impegna tantissimo. «I gruppi di ascolto con gli psicologi e gli esperti sono stati utili e ora alla mensa mi trovo benissimo con gli altri che ci lavorano. Ho anche fatto pace con la mia famiglia, che il diavolo della droga mi ha reso lontana». Difficile trovare una persona che più di Luciano possa capire l’inferno di chi vive per strada con una dipendenza e perché povero. «Conosco la loro sofferenza. Quando vedo i tossici della zona di Porta Capuana (l’area non distante da via Santa Sofia spesso frequentata da chi passa tutti il giorno a cercare una dose da consumare ndr.) la voglia di drogarmi non ce l’ho più e anzi cerco di aiutare chi è ancora dipendente portandolo alla mensa per un pasto. A volte cedo anche il mio pasto e cerco di convincere chi ha bisogno di andare in comunità». Luciano ha ancora una grande voglia di vivere, cerca la serenità. «Spero di trovare una donna che mi possa stare accanto per quello che sono. In passato ho avuto delle fidanzate, ma per colpa della droga le trascuravo. Ora sarebbe diverso, potrei affrontare le responsabilità di un vero rapporto di coppia».

La parola a Giuseppe-  Giuseppe Maienza coordinatore della mensa sociale della Mensa San Vincenzo De’ Paoli, che esiste dal 1979, è ogni giorno in via Santa Sofia a coordinare le attività a partire da quella della distribuzione del cibo. «Noi come associazione – afferma –  andiamo a curare due aspetti: il sostegno alimentare, offrendo un posto a tavola quotidianamente a 40 persone e la fornitura di vestiti. Oltre ai senza fissa dimora della zona arrivano qui molti napoletani che si avvicinano alla terza età e che attendono l’arrivo della pensione sociale visto che il reddito di cittadinanza è stato smantellato. Ospitiamo anche diversi. tossicodipendenti». Questi ultimi, essendo spesso sotto l’effetto di sostanze e quindi non lucidi, aggiunge Maienza, «non arrivano puntuali al pranzo.La maggior parte di loro provengono dalla provincia di Napoli, viaggiando in treni che io ho ribattezzato come gli ultimi della propria vita. Una volta giunti alla Stazione Centrale, questi soggetti rimanendo tra piazza Garibaldi e Porta Capuana per tutto il tempo alla ricerca di droga: è davvero degradante Noi cerchiamo di avere un approccio per il quale possiamo dare loro sostegno, ma non è facile vista la mole di persone». Maienza, come fatto in passato dagli stessi referenti della San Vincenzo de’ Paoli, non risparmia una critica al Terzo Settore. «Non c’è un coordinamento tra i vari enti. Si fanno passi brevi che incidono nell’immediato ma non a lungo termine. Di questo, hanno colpa tutti».

di Antonio Sabbatino

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Orizzonti. Il nuovo numero di Comunicare il Sociale

«Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce». È una frase attribuita al filosofo cinese Lao Tzu che ci invita a riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte. Perché il proprio orizzonte si può scegliere. O, almeno, si può allargare. Di orizzonti tratta il numero di settembre/ottobre di Comunicare il Sociale, con interviste, storie, approfondimenti, editoriali. La rivista viene consegnata con cadenza bimestrale agli enti del Terzo settore di tutta la Campania, che si impegnano a diventare punti di distribuzione sul territorio.
Comunicare il Sociale è anche sfogliabile. Questo il link
qui, invece, la versione in pdf

Movimento dehoniano europeo: a Napoli si cercano volontari

Il Movimento dehoniano europeo, la cui sede è a Marechiaro, nasce tra il 1992/1997, grazie ad un gruppo di studenti dell’ITC “Mario Pagano” di Napoli. Riunitisi sul Monte Faito , presso una villa dei padri dehoniani, decisero di dar vita ad una realtà organizzativa capace di stimolare il concetto di cittadinanza europea. L’iniziativa che ben presto si ampliò a sessanta partecipanti, è partita con 15 ragazzi guidati da Padre Muzio Ventrella fermamente convinto della necessità di canalizzare l’azione volontaristica, ma organizzata e agita all’interno di “imprese sociali” più strutturate e attrattive, anticipando i concetti che ora, sempre più, stanno prendendo forma anche a livello istituzionale.

Da allora, ispirati dal pensiero di Padre Dehon per il quale la Chiesa “deve saper mostrare che non è solo in grado di formare anime pie, ma anche far regnare la giustizia sociale di cui i popoli sono avidi”, infinite le iniziative realizzate a sostegno dei fragili del mondo. Dapprima fu raggiunta la  Bielorussia, ove i ragazzi scoprirono le conseguenze devastanti di Chernobyl, fino a raggiungere la popolazione del Madagascar e tutti quei paesi in via di sviluppo.

Gema  Carretero Pardo, presidente del MDE, sottolinea  la forte valenza sociale dei progetti in corso finalizzati a sviluppare competenze ed esperienze per l’inclusione socio-lavorativa e l’autonomia, per tutti.

L’inclusione è un diritto basato sulla piena partecipazione delle persone con disabilità in tutti gli ambiti della vita, rispettando la dignità e valorizzando la diversità, senza discriminazioni, attraverso interventi equi e appropriati e il superamento di ostacoli e pregiudizi. Essa è effettiva solo con la diretta partecipazione delle persone escluse e discriminate, disabilitate rispetto all’ambiente nel quale vivono.

L’idea è che solo con un cambiamento della logica della presa in carico, che non sia più solo prettamente “assistenziale” è possibile andare nella giusta e autentica direzione dell’inclusione.

Per MDE, secondo la dott.ssa Pardo, è importante intervenire anche nell’area della formazione per gli Operatori del settore, affinché acquisiscano, attraverso una formazione multidisciplinare, quelle competenze che avvicinino il mondo socio-sanitario a quello delle tecnologie assistive, che possano aiutare la riabilitazione, l’autonomia, l’interazione scolastica, lavorativa e sociale delle persone con ogni tipo di disabilità, età e patologia invalidante. Uno degli ultimi progetti dove stiamo intervenendo a livello europeo, con Spagna e Portogallo, ad esempio, prevede un cross training tra Operatori, proprio con questo obiettivo. Indica , poi, il bisogno di figure professionali che abbiano competenze multisettoriali, da quello socio-sanitario a quello psicologico, a quello tecnologico, a quello umano, magari anche con un pizzico di disponibilità al volontariato.
Il lavoro di gruppo, se ben gestito, può sopperire, a volte, a queste carenze, creando uno scenario cooperativo di scambio di competenze e crescita reciproca.
Costante il tentativo di creare un  ambiente confortevole, sia tra le figure professionali citate prima che tra i partner dei progetti ai quali partecipiamo. Ad esempio stiamo attualmente lavorando ad un progetto multidisciplinare che vede coinvolte ben sette associazioni del terzo settore: “HubAbile, l’Hub delle Abilità” che muove dalla necessità di dare risposte, nuove e più efficaci, ai problemi irrisolti o nascosti che condizionano la vita sociale e relazionale dei minori e minori adolescenti con particolare riferimento a persone con disagi e disabilità, permanenti o temporanee, che vivono in contesti multiproblematici dovuti a inadeguatezza della funzione genitoriale e mancanza di processi di inclusione.

Il progetto, finanziato dalla Regione Campania con fondi ministeriali, coinvolge una serie di professionalità nel campo della psicologia, dell’assistenza sociale, della comunicazione, delle tecnologie assistive, e attività laboratoriali per la promozione della cultura della lettura, della corretta alimentazione e stili di vita, delle tecnologie abilitanti.  Il MDE che  interviene in diversi ambiti, dall’assistenza alle persone con disabilità alla tutela dell’ambiente, dai servizi sanitari e socio-assistenziali all’animazione culturale , necessita di un potenziamento delle risorse volontaristiche adeguatamente competenti, empatiche, disponibili, capace di stare in gruppo , di donarsi e donare

Per questo notevole carico di responsabilità sociale, il volontariato è per la dottoressa Pardo un lusso, che non tutti possono permettersi senza rinunciare ad altre cose della propria vita.
Se si è pronti a qualche rinuncia si può fare volontariato e si è enormemente appagati e gratificati da questa scelta.

Il movimento dehoniano, seguendo anche le iniziali  indicazioni di padre Muzio Ventrella, continua a fare del suo meglio per dare seguito al suo pensiero.

 

                                                                                              di Maria Rosaria Ciotola

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“Il contributo dell’Arma dei Carabinieri alla Liberazione di Napoli”, evento dell’Anpi a Somma Vesuviana

“Il contributo dell’Arma dei Carabinieri alla Liberazione di Napoli”, il titolo dell’incontro organizzato da Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) con il patrocinio del Comune di Somma Vesuviana in collaborazione con l’Arma che si terrà a Somma Vesuviana giovedì 12 ottobre alle ore 10,30 al teatro Summarte (via Roma 15). Non soltanto un convegno con ospiti importanti, ma anche un concerto della Fanfara del 10° Reggimento carabinieri Campania. L’appuntamento rientra nel calendario nazionale degli eventi organizzati dall’Anpi per la celebrazione degli 80 anni delle Quattro Giornate di Napoli, l’insurrezione popolare con cui, tra il 27 e il 30 settembre 1943, permise ai napoletani di liberare la città dall’occupazione delle forze nazifasciste. Al convegno sono previsti i saluti di Domenico Parisi Presidente Anpi Sezione di Somma Vesuviana, del sindaco Salvatore Di Sarno, gli interventi di  Alessandro D’acquisto fratello del vicebrigadiere, medaglia d’oro al Valor Militare, Salvo D’Acquisto, relatori  Ciro Raia Coordinatore Regionale Anpi, Antonio Leone ricercatore Università degli Studi del Molise, colonnello Claudio Mazzarese Fardella Mungivera vicecomandante della Legione Carabinieri Campania, modera Gabriella Bellini Giornalista, direttore de “Laprovinciaonline” .

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“Noi doniamo”, rapporto sul dono in Italia: segnali di ripresa

Torna positivo il trend delle donazioni in Italia, anche se siamo ancora lontani dai livelli precedenti alla pandemia.  La sesta edizione del rapporto annuale “Noi doniamo”, curato dall’Istituto Italiano della Donazione (IID) in collaborazione con CSVnet in occasione del Giorno del Dono che si è tenuta il 4 ottobre, ha indagato lo stato dell’arte delle tre principali tipologie di dono: la donazione economica (denaro), la donazione di capacità e tempo (volontariato) e quella biologica (sangue, organi etc.). Per ciascuno di tali ambiti il rapporto misura le pratiche e la propensione al dono delle persone residenti in Italia, con dati generali accompagnati da approfondimenti tematici affidati ad esperti e centri di ricerca.

Sono partner del progetto Osservatorio sul dono: ASSIF, BVA Doxa, Caritas Italiana, Centro Nazionale Sangue, Centro Nazionale Trapianti, CSVnet, EuConsult Italia, FIDAS, Osservatorio di Pavia, Scuola di Fundraising di Roma, Walden Lab.

“Un risultato che ci aspettavamo e in cui speravamo anche se quelle che vediamo sono solo le prime luci in fondo ad un tunnel ancora lungo. Nel 2022, anno di riferimento di questa edizione dell’indagine, si cominciano ad avvertire i primi segnali di ripresa rispetto alle pratiche di dono degli italiani, dopo i difficili e contrastati anni dell’emergenza pandemica. Anche il dono, come tutte le sfere della vita pubblica e privata degli individui, non può non subire i colpi dalle crisi che, a più livelli, stiamo vivendo. Va sottolineato però che le organizzazioni del terzo settore hanno dimostrano una sostanziale tenuta e sono state premiate per la loro capacità di reagire e di innovare, anche se la strada è ancora lunga e tortuosa. La sfida è combattere l’astensionismo dal dono e intercettare nuove forme di partecipazione, per coinvolgere sempre più persone a mettersi in gioco ed esprimere concretamente, anche attraverso il dono, il proprio personale contributo”, commenta il presidente dell’Istituto Italiano della Donazione Stefano Tabò

“Noi doniamo” analizza anzitutto il comportamento donativo tramite versamento di denaro per buone cause e in particolare per il non profit, utilizzando diverse fonti, come l’Indagine sulle Raccolte Fondi dell’Istituto Italiano della Donazione che traccia una fotografia approfondita sulle raccolte fondi del non profit; le ricerche BVA Doxa “Italiani solidali” su un campione di 2000 individui attraverso interviste in profondità; l’indagine multiscopo sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana” (AVQ) condotta da Istat su un campione di 25.000 italiani residenti in 800 comuni.

Se con il 2020 e l’esplosione della pandemia la generosità era aumentata (anche se direzionata per lo più direttamente ai bisogni scaturiti dall’emergenza a discapito del terzo settore) il 2021 aveva fatto registrare un calo in quasi tutte le dimensioni donative. Nel 2022 si nota invece una ripresa generalizzata delle pratiche di dono, anche se quasi tutti gli indici presi a riferimenti nel presente rapporto non hanno ancora raggiunto i livelli pre-pandemia.

Nel 2022 il numero di cittadini che affermano di aver donato almeno una volta denaro ad un’associazione è salito al 12,8% della popolazione con età maggiore di 14 anni (+ 0,8 %): un trend che ha ricominciato a crescere dopo l’arresto del 2021 quando era stato registrato un calo di 2,3 punti percentuali, arrivando a toccare quota 12% dopo il lieve aumento (dal 13,4% al 14,3%) del 2020 (Istat). Il sostegno alle associazioni rimane stabile tra gli uomini mentre aumenta tra le donne (+1,0 punto percentuale) e tra la popolazione di 35-44 anni (+2,1 punti percentuali). La crescita si concentra nelle regioni del Sud (+1,2 punti percentuali) e nei Comuni fino a 2 mila abitanti (+2,5 punti percentuali). Dare contributi in denaro alle associazioni continua ad essere un’attività poco diffusa tra i giovani (meno del 6% tra i giovani di 14-24 anni) e raggiunge il massimo tra le persone di 45-74 anni (tra il 14% e il 17%).

Se andiamo ad osservare anche il mondo delle donazioni informali (quelle non transitano dalle organizzazioni non profit) i dati rilevati da BVA Doxa mostrano un dato in netto aumento: un italiano su due ha fatto almeno una donazione informale nel 2022. Aumenta infatti di 14 punti percentuali la quota di coloro che nei 12 mesi precedenti l’intervista hanno effettuato almeno una donazione di questo tipo, passando dal 36 al 50%.

Come evidenzia l’analisi fatta da ASSIF, cresce in valore assoluto di 5.484 unità il numero degli Enti Iscritti (da 74.173 a 79.657), ma considerando l’alta quota di Enti Esclusi (8.281) il numero reale di Enti Ammessi cala di 1.052 unità (da 72.550 a 71.498).
Benché il numero di enti iscritti continui ad aumentare, ancora più di 1 ente su 6 (il rapporto era 1 su 10 nel 2021) mostra una limitata capacità di sfruttare efficacemente il potenziale dello strumento. 13.946 Enti, il 17,5% del totale, hanno raccolto meno di 100€.  Sta agli Enti del Terzo Settore, prima che ai contribuenti, migliorare la loro cultura del fundraising per promuovere uno strumento di sussidiarietà fiscale così impattante come il 5xmille.

Il titolo dello spot IID Donare rende felici, divenuto lo strumento principale della comunicazione sul Giorno del Dono, è supportato da indagini di nuova generazione che, nell’ambito delle neuroscienze, danno una lettura inedita del fenomeno donativo. Illustra Cinzia Di Stasio, Segretario Generale IID: “Per la prima volta il nostro report riporta una sintesi della letteratura scientifica che mette in relazione i funzionamenti cerebrali con la volontà di donare, sotto determinati stimoli visivi/auditivi. L’indagine che trovate nel capitolo dedicato, realizzato dal Centro di Ricerca di Neuromarketing “Behavior and Brain Lab IULM”, indaga il ruolo di diversi fattori (ormonali, di predisposizione emotiva, fisiologici…) che spingono maggiormente le persone a donare o a non donare. Interessante notare come gli stati emotivi di benessere (la felicità) e l’atto di donazione siano strettamente collegati. La donazione infatti produce una risposta di gratificazione negli individui, inducendoli a provare una sensazione di felicità.

Si registra, inoltre, una crescita dei volontari, con un marcato aumento tra le fasce di giovani e giovanissimi.  Nel 2022 la tendenza degli anni precedenti di calo del numero di cittadini impegnati in attività di volontariato ha iniziato ad invertirsi, guadagnando un punto percentuale: l’8,3% dei cittadini afferma di svolgere attività gratuite in associazioni di volontariato. Cresce anche la quota di coloro che dichiarano di svolgere tali attività al di fuori delle associazioni, passando dal 2,1% del 2021 al 2,7% del 2022. Ciò nonostante, i dati Istat, presentati nel capitolo dedicato, rilevano comunque che il volontariato continua a dare segnali di sofferenza, sicuramente anche a causa della pandemia. Il fenomeno merita di essere indagato con grande attenzione negli anni successivi alla raccolta dei dati del censimento, i cui risultati completi saranno presentati entro dicembre 2023.

La ripresa della pratica volontaria nelle associazioni di volontariato riguarda tutte le fasce di età, ma per alcune assume una crescita più accentuata. La fascia dei giovanissimi (14 – 17 anni) fa un balzo in avanti di 2,5 punti percentuali (dal 3,9 al 6,4%), quella dei 18 e 19enni passa dall’8,9 al 9,4%, la fascia 20 – 24 anni dall’8,9 al 9,2%.

In merito alla distribuzione per area geografica, le regioni del nord si confermano quelle con maggiore propensione all’impegno gratuito nelle associazioni (10,2%). Al Nord-Ovest e Nord-Est la percentuale è infatti del 10,2%, al Centro dell’8%, mentre al Sud del 6% e nelle Isole del 5,4%La probabilità di impegno sale al diminuire della densità abitativa: è nei piccoli Comuni fino a 2.000 abitanti che si incontra la maggiore propensione ad impegnarsi nelle associazioni (10,4%) mentre nelle più grandi aree metropolitane la quota è meno significativa (7,6%).

 
Per quanto riguarda le donazioni di sangue il quadro del 2022 registra un miglioramento con alcune forti criticità rilevate dal Centro Nazionale Sangue (CNS). Nel 2022 i donatori di sangue sono stati 1.660.227, dato in leggera crescita rispetto al 2021 e che si avvicina sempre di più ai livelli pre pandemia. Grazie a queste donazioni sono state realizzate circa 2,8 milioni di trasfusioni a vantaggio di 639mila pazienti, con una media di circa 5,4 trasfusioni ogni minuto.

Nel 2022 in Italia i trapianti e le donazioni di organi, tessuti e cellule staminali emopoietiche hanno visto un trend di crescita. La Rete trapianti del Servizio sanitario nazionale ha confermato l’ulteriore aumento rispetto al 2021, completando di fatto il totale recupero dei livelli di attività precedenti all’emergenza Covid, e segnando in molti casi le migliori performance assolute mai realizzate dal sistema trapiantologico nazionale. I dati sono stati diffusi dal Centro Nazionale Trapianti che sottolinea come le donazioni di organi solidi hanno superato quota 1.800 in un anno: sono state complessivamente 1.830 (+3,7%), 1.461 da donatori deceduti e 369 da viventi. Un risultato frutto in particolare di un nuovo aumento delle donazioni potenziali segnalate in rianimazione (2.662, +4,1%), che fanno un nuovo passo verso i livelli pre-Covid.

L’incremento delle donazioni ha portato all’aumento dei trapianti: il numero complessivo è stato di 3.887, quasi 100 in più rispetto al 2021 (+2,5%) e secondo miglior risultato di sempre. Ma sono ancora troppi i “no” nelle dichiarazioni di volontà alla donazione depositate nel Sistema informativo trapianti al 31 dicembre 2022. Le dichiarazioni di volontà hanno superato quota 14 milioni e mezzo: 72% i consensi e 28% le opposizioni registrate in vita che restano alte specialmente nelle regioni del Sud dove sfiorano o, in qualche caso, superano il 40%.

Il rapporto completo è scaricabile qui

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