“Coloriamo la vita” il recupero del murales dedicato alla piccola Noemi nel giorno del suo compleanno
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Un ritratto intenso quello che emerge dalle pagine del libro “Nessuno mi sfiori invano. Racconto di vita e di dialogo tra culture, generazioni e fedi diverse”, l’opera biografica di Diana Pezza Borrelli a cura di Tiuna Notarbartolo. Il libro è pubblicato dalla Giannini Editore nella collana Sorsi. La prossima presentazione si terrà presso la libreria The Spark Creative Hub, Mondadori Bookstore, via degli Acquari, Napoli, venerdì 13 marzo alle ore 17,30. Dopo i saluti di Giulia Giannini della Giannini Editore, dialogheranno con Diana Pezza Borrelli: Teresa Armato assessora alla Cultura del Comune di Napoli e Carlo Fusco docente presso la Pontificia Università Gregoriana. Modererà la giornalista e direttrice del Premio Elsa Morante Tiuna Notarbartolo.
“Nessuno mi sfiori invano. Racconto di vita e di dialogo tra culture, generazioni e fedi diverse” è un viaggio intenso, appassionato e profondamente umano nella vita di una donna che ha scelto il dialogo come percorso esistenziale e potente strumento di cambiamento sociale. Con straordinaria sensibilità e determinazione, l’autrice ci accompagna attraverso una narrazione ricca di emozioni e riflessioni, raccontando un’esperienza di vita intrecciata con l’impegno civile, politico e spirituale. Al centro del racconto, l’appartenenza al Movimento dei Focolari e la dedizione al dialogo interreligioso e interculturale si trasformano in una testimonianza vibrante. Attraverso ricordi personali, incontri che hanno segnato il cammino e progetti concreti di solidarietà, il volume intreccia storie di relazioni umane capaci di sfidare e superare barriere ideologiche, sociali e religiose. Dalle aule scolastiche ai tavoli della politica, dalle iniziative locali fino all’impegno per la pace in contesti internazionali, “Nessuno mi sfiori invano” diviene una dichiarazione d’intenti: un invito a vivere con passione e coraggio, testimoniando che ogni esistenza, quando spesa per gli altri, può diventare un seme di speranza capace di fiorire nel mondo.
Diana Pezza Borrelli nata nel 1944 a Orta di Atella (CE), durante gli anni della guerra, l’autrice ha dedicato la sua vita all’insegnamento e all’impegno sociale. Diplomata all’Istituto Superiore di Educazione Fisica, ha insegnato attività motorie fino al 1998, quando un incidente sul lavoro l’ha costretta al pensionamento anticipato. Con un profondo spirito di servizio, ha svolto un ruolo attivo nella politica locale, fondando iniziative come “Un albero per la vita” e promuovendo progetti di solidarietà nel quartiere Pizzofalcone di Napoli. Nel 2011 è stata eletta consigliera municipale, continuando a lavorare per la comunità e per il dialogo tra culture e religioni.
Profondamente ispirata dal carisma di Chiara Lubich, l’autrice ha partecipato a numerosi incontri internazionali e collaborato con associazioni di donne per l’empowerment femminile. Ha condiviso la sua storia in diverse trasmissioni televisive, rilasciando interviste e testimonianze su temi di pace, inclusione e dialogo universale.
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Da detenuti a operatori agricoli. E ad addetti al confezionamento. È il percorso formativo che l’Università Popolare di Caserta e la Casa di reclusione di Aversa hanno portato avanti con successo in questi mesi e che si è concluso con gli esami finali e la consegna degli attestati di formazione professionale rilasciati dalla Regione Campania nelle scorse ore.
Non è il primo risultato dell’ente casertano nel sistema penitenziario. Qualche settimana fa un’altra storia di riscatto ha visto insieme l’Università Popolare di Caserta e il Carcere militare giudiziario di Santa Maria Capua Vetere “Caserma Ezio Andolfato”, unico istituto di questo tipo attivo in Italia dal 2005: venti detenuti hanno difatti conseguito la qualifica di manutentore del verde. Quello di Aversa è dunque un nuovo capitolo, scritto con la stessa coerenza e determinazione, che conferma la vocazione dell’ente a portare la formazione professionale là dove può fare la differenza più concreta.
“L’Università Popolare di Caserta è stata tra le prime in Italia a credere nell’importanza di portare la formazione professionale all’interno delle strutture penitenziarie”, racconta Nicola Troisi, alla guida dell’ente casertano. “Crediamo che il reinserimento in società passi obbligatoriamente per un’alternativa concreta. Fornire competenze spendibili è uno dei modi che abbiamo per perseguire questo obiettivo: trasformare la detenzione in una reale occasione di riscatto e ridurre il rischio di recidiva”.
I due corsi – Operatore Agricolo e Addetto al Confezionamento dei prodotti alimentari – sono stati condotti all’interno della struttura penitenziaria dai docenti Nicola Duffreducci e Angelo Miranda, che con spirito di abnegazione hanno coinvolto gli allievi-detenuti in un percorso che unisce competenza tecnica e progetto di vita. Il risultato pratico è la coltivazione di fragole e altri prodotti agricoli nei terreni interni all’istituto, con il successivo confezionamento per la vendita a Km 0 nel territorio di Aversa: una filiera breve, certificata, capace di generare lavoro reale.
Anche la scelta della tipologia di corso non è casuale. Continua Troisi: “Investire in figure come l’operatore agricolo e l’addetto al confezionamento significa guardare a un sistema agroalimentare locale che ha bisogno di professionalità formate e certificate. La filiera corta, il Km 0, la sostenibilità: sono temi che il mercato del lavoro chiede con sempre maggiore urgenza. E noi vogliamo che i nostri allievi siano pronti a rispondere a questa domanda”.
Il percorso è stato reso possibile dalla collaborazione delle istituzioni della Casa di Reclusione di Aversa. A credere fortemente in questa opportunità la direttrice Stella Scialpi, la comandante della Polizia Penitenziaria Francesca Acerra, il dirigente dell’area trattamentale Angelo Russo, la responsabile Anna Bonacci e la direttrice del CPI di Aversa Marisa Schiano, che hanno condiviso la visione e sostenuto il progetto con convinzione.
“Abbiamo trovato ad Aversa, come a Santa Maria Capua Vetere, un’istituzione che ha creduto in questo progetto e un gruppo di persone che lo ha abbracciato con serietà. Il carcere, inteso come luogo di rieducazione e riscatto, può davvero trasformare la pena in un percorso di reinserimento sociale e di riumanizzazione. Siamo certi che continueremo a costruire percorsi simili, di utilità concreta e grande impatto”, conclude Troisi.
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Una manifestazione pubblica per accendere i riflettori sulle condizioni delle carceri italiane e sulle conseguenze che queste producono non solo sui detenuti ma sull’intera società. È il senso dell’iniziativa in programma martedì 10 marzo alle ore 15 in piazza Cenni, davanti all’ingresso del Palazzo di Giustizia di Napoli, promossa da associazioni, realtà del terzo settore e organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti.
Lo slogan scelto è diretto: «Le carceri italiane producono disperazione e recidive». Un messaggio che denuncia un sistema penitenziario che, secondo i promotori, troppo spesso finisce per negare dignità, salute e diritti fondamentali, invece di favorire percorsi di reinserimento sociale.
All’iniziativa hanno aderito numerose associazioni e realtà del volontariato e dell’impegno civile, tra cui Libera contro le mafie, Antigone, Acli, Sale della Terra, Dedalus, CNCA, Progetto QuartopianO, Liberi di Volare, Terra di Confine, Yairaiha ETS, Carcere Vi.Vo, il Volontariato carcerario dell’ex OPG “Je so’ pazzo”, il Movimento Forense e l’associazione Veropalumbo.
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Piazza Garibaldi diventa, nel corso del mese di marzo, Una bella piazza per i diritti delle donne con una programmazione di eventi multidisciplinari e partecipativi – tra musica, danza, arti figurative, libri – che vogliono stimolare una riflessione originale su come le donne contribuiscono alla trasformazione culturale e sociale del nostro tempo, cercando ispirazione nel recente passato, guardando alle sfide del futuro e puntando a decostruire stereotipi e pregiudizi alla base della persistente violenza maschile contro le donne.
Una bella piazza per i diritti delle donne si inserisce nella programmazione di Marzo Donna 2026 del Comune di Napoli ed è promossa dalla Fondazione Una Nessuna Centomila insieme alla cooperativa sociale EVA, e in collaborazione con COMICON e Coreapoli, il consorzio Unicocampania, Prime Minister – Scuola di politica per giovani donne, e con la cooperativa sociale Dedalus, capofila del progetto di rigenerazione urbana Bella Piazza, percorso di co-gestione pubblico-privato degli spazi pubblici di piazza Garibaldi sostenuto da Fondazione Con il Sud insieme a una rete di enti e fondazioni.
Questo il calendario delle iniziative proposte, il punto di ritrovo è la Portineria Garibaldi (Piazza Garibaldi 152):
Mercoledì 11 marzo | ore 17 | RaParità, laboratorio estemporaneo di rap con Lucariello per riflettere sull’equità di genere e sull’educazione sessuo-affettiva, e decostruire stereotipi e pregiudizi nel linguaggio della musica più amata da ragazzi e ragazze.
Giovedì 19 marzo | ore 17 | Presentazione del libro Antropocene digitale. Rischiare insieme sulle soglie del futuro di Adam Arvidsson e Vincenzo Luise (UTET), con il prof. Adam Arvidsson, sociologo, Università degli Studi di Napoli Federico II. Al termine Figlie d’ ’a tempesta, performance della scuola Giselle Movement FLC su coreografie di Luciana Trulio.
Venerdì 20 marzo | ore 17 | Presentazione del libro Il sostegno precoce alla genitorialità per prevenire il maltrattamento di Marianna Giordano e Olga del Guercio (FrancoAngeli), con Marianna Giordano, presidente del CISMAI, e Carmen Festa, psicologa e psicoterapeuta, EVA.
Sabato 21 marzo | ore 11-13 | Living Library – Biblioteca vivente “Donne che fanno storia, oggi”: uno spazio di incontro e confronto in cui le storie prendono voce attraverso una Biblioteca Vivente animata dalle ragazze di Prime Minister – Scuola di politica per giovani donne. La performance partecipativa è a cura di Angela Laurenza, presidente e direttrice esecutiva della scuola.
Dal 23 al 27 marzo | ore 10-19 | Se io non voglio tu non puoi, allestimento in Piazza Garibaldi, a cura del Consorzio Unicocampania, della mostra realizzata dagli studenti e studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Napoli in collaborazione con la Fondazione Una Nessuna Centomila e COMICON per riflettere sul tema del consenso e della libertà di scelta nelle relazioni di intimità, oltre abusi e violenze.
Martedì 24 marzo | ore 17 | Presentazione del libro Predatori. Sesso e violenza nelle mafie (Fandango) con l’autrice Celeste Costantino, Antonio Nicaso, esperto di ‘ndrangheta, Lella Palladino, sociologa, fondatrice della cooperativa EVA e vice presidente di Una Nessuna Centomila. Letture dell’attrice Cristina Donadio. Modera la conversazione Giulia Minoli, presidente della Fondazione Una Nessuna Centomila.
Sabato 28 marzo | ore 17 | WE ARE K – Danza, Donne, K-pop, flashmob di danza su brani di artiste K-Pop in collaborazione con COMICON realizzato da giovani ballerine della community locale coordinate da Coreapoli. A seguire Random Dance, pratica diffusa della cultura K-Pop per coinvolgere il pubblico e vivere la danza come momento di espressione personale e collettiva.
Lunedì 30 marzo | ore 17 | Presentazione della graphic novel Troppo libera (Tunué) di Assia Petricelli e Giorgio Riccardi, che racconta la vita e le sfide della scultrice Camille Claudel. Insieme agli autori Giulia Milanese di A Voce Alta.
Tutti gli eventi sono gratuiti.
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«La prossima volta chiudiamole le gambe», chiedo scusa piangendo. «Ho pensato: stai zitta o non ti opera, chiedi scusa che è solo colpa tua». Salgo sul lettino. Il medico esordisce chiedendomi: «Chi dobbiamo ringraziare per questo regalo, il marito o l’amante?». Se questa scena sembra difficile da credere è perché, nella maggior parte dei casi, storie così non arrivano mai davvero nello spazio pubblico. Restano dove sono nate: nella memoria di chi le ha vissute. Raccontate forse a un’amica, qualche volta a una terapeuta. Quasi mai fuori da lì. È proprio da questo punto che parte il lavoro della psicoterapeuta Federica Di Martino, che ha iniziato a raccogliere testimonianze di donne che hanno affrontato un’interruzione volontaria di gravidanza. Non statistiche, non opinioni, ma vita reale. Da questo ascolto è nata la pagina “Igv e sto benissimo”, che nel giro di poco tempo si è trasformata in un luogo di raccolta inatteso, una sorta di archivio informale di memoria collettiva. Arrivano messaggi privati, email, racconti scritti di getto o rielaborati a distanza di anni. Alcuni sono durissimi: visite mediche trasformate in momenti di giudizio, battute fuori luogo, interrogatori e inquisizioni.
Ma non è solo questo. Scorrendo le testimonianze emerge un dato interessante: l’esperienza dell’IVG non ha un solo registro emotivo. Accanto ai racconti più difficili compaiono anche storie diverse, spesso meno rappresentate nel discorso pubblico. Donne che descrivono la scelta come lucida, ponderata. Donne che parlano di sollievo, di equilibrio ritrovato, di una decisione vissuta senza il senso di colpa che spesso viene dato per scontato. È probabilmente qui che il progetto trova la sua cifra più originale. La pagina non propone una narrazione alternativa a quella dominante: la allarga. Il risultato è un archivio che cresce giorno dopo giorno, soprattutto su Instagram e Facebook, e che funziona anche come luogo di riconoscimento. Chi legge spesso si imbatte in qualcosa di familiare, che diventa per molte donne una constatazione silenziosa: non è accaduto solo a me.
Federica, quando hai capito che queste storie avevano bisogno di uno spazio pubblico?
«Il progetto nasce nel 2018 e prende ispirazione da una pagina francese, IVG, je vais bien, merci , che raccoglieva le testimonianze di donne che avevano abortito per provare a scardinare una narrazione molto diffusa: quella dell’aborto raccontato solo come un’esperienza necessariamente traumatica, dolorosa, qualcosa di cui vergognarsi e di cui parlare il meno possibile. Da lì, insieme alla psicologa Elisabetta Canitano dell’associazione Vita di Donna Onlus, abbiamo pensato che fosse importante portare un progetto simile anche in Italia. L’idea era creare uno spazio in cui le donne potessero raccontare la propria esperienza in prima persona, sottraendola a un racconto pubblico che spesso parla al posto loro, dicendo cosa dovrebbero provare e come dovrebbero sentirsi. In un certo senso abbiamo cercato di recuperare, attraverso i social, lo spirito delle pratiche di autocoscienza degli anni Settanta: mettere insieme le storie, ascoltarle, far emergere la pluralità delle esperienze. Da una parte questo permette a chi ha vissuto un’interruzione di gravidanza di riprendersi la propria voce e la propria narrazione. Dall’altra offre anche un punto di riferimento a chi si trova ad affrontare quella scelta e spesso non sa a chi rivolgersi o dove trovare informazioni affidabili. In Italia l’aborto è ancora circondato da un forte silenzio sociale. Se ne parla molto, ma molto meno con le donne che lo hanno vissuto. Il progetto nasce proprio dal desiderio di rompere questo silenzio e restituire complessità a un’esperienza che viene ancora troppo spesso ridotta a uno stigma».
Oltre alla raccolta delle testimonianze, c’è anche una dimensione concreta di supporto. Cosa fate quando una donna vi contatta?
«Le persone ci scrivono in momenti molto diversi. A volte tutto parte da un test di gravidanza e dalla paura di affrontarne l’esito. Altre volte c’è già una gravidanza indesiderata e la richiesta è capire come interromperla. Noi offriamo supporto psicologico, ma anche informazioni pratiche: spieghiamo le procedure, come ottenere il certificato necessario, quali strutture sul territorio garantiscono il servizio e quali percorsi sono davvero accessibili. Quando serve, l’accompagnamento diventa anche fisico. Io vivo in Campania e, se me lo si chiede, posso accompagnare personalmente in ospedale. Si tratta di una presa in carico della persona a 360 gradi, priva di qualsiasi giudizio».
C’è una storia che ti è rimasta particolarmente impressa?
«Sì, quella di una ragazza costretta ad andare in Olanda per poter abortire, perché aveva superato i limiti previsti in Italia. Non ha affrontato soltanto una scelta complessa, ma anche un viaggio costoso e difficile, organizzato in fretta. È una storia che racconta bene quanto l’accesso all’aborto, pur essendo un diritto, dipenda anche troppo spesso dalle condizioni economiche e logistiche delle persone».
Nel dibattito pubblico si citano spesso opinioni ideologiche, ma meno i dati. Qual è la situazione in Italia?
«Parlare di dati oggi è molto complicato, perché quelli ufficiali sono vecchi e incompleti. Il report annuale sull’attuazione della legge 194 dovrebbe essere pubblicato ogni anno a febbraio, ma siamo a oltre un anno di distanza dall’ultimo aggiornamento e continuiamo a discutere numeri che in molti casi si riferiscono al 2022. Questo significa che il dibattito pubblico si basa su informazioni che non fotografano davvero la realtà attuale: non raccontano l’accesso ai servizi, l’impatto dell’obiezione di coscienza o le difficoltà concrete che le persone incontrano nei territori. L’ultimo dato disponibile indicava un tasso di obiezione tra i medici intorno al 63,8%, ma senza aggiornamenti è difficile capire come stia evolvendo la situazione. Per questo molte associazioni stanno cercando di raccogliere dati dal basso, attraverso testimonianze e monitoraggio delle strutture sanitarie. Le storie raccolte mostrano spesso problemi molto concreti: reparti dove l’obiezione rende di fatto impossibile accedere alla procedura o servizi che, pur previsti dalla legge, non vengono garantiti. Il punto è che senza dati aggiornati diventa difficile anche discutere seriamente di politiche pubbliche».
Dalle testimonianze raccolte emergono anche storie di violenza…
«Non sempre si tratta di una violenza esplicita, spesso tutto inizia con la negazione delle informazioni o con la loro distorsione. Un esempio riguarda il certificato necessario per avviare la procedura di interruzione della gravidanza. Molti medici si rifiutano di compilarlo, sostenendo che l’unico luogo in cui sia possibile ottenerlo sia il consultorio. In realtà la legge 194 parla di “medici di fiducia”: ciò significa che anche il medico di base può redigerlo e non ha facoltà di negarlo. Tuttavia molte persone non lo sanno e finiscono per fare giri infiniti nel tentativo di ottenere qualcosa che dovrebbe spettare loro di diritto.
A questo si aggiungono spesso comportamenti giudicanti o moralizzanti. In molti racconti emerge l’idea implicita che una gravidanza indesiderata sia una colpa da espiare. Si parla, ad esempio, di un uso strumentale di alcune pratiche, come l’ascolto del battito fetale, proposto o imposto senza una reale necessità clinica ma con un intento emotivo o dissuasivo, accompagnato da frasi come: “Questo è il tuo bambino, senti come cresce”. Parole che fanno accapponare la pelle e che dovrebbero indurci a interrogarci. La domanda, però, resta: chi monitora tutto questo? Chi si occupa di controllare ciò che accade nei singoli ospedali e consultori? La legge 194 parla delle Regioni, ma nei fatti non esistono report chiari che mostrino quale tipo di monitoraggio venga effettivamente svolto. Molto di ciò che sappiamo emerge soprattutto dalle testimonianze delle donne che decidono di raccontare la propria esperienza, anche in anonimato. La violenza può quindi assumere forme diverse: ostacoli burocratici, informazioni incomplete o nascoste, pressioni psicologiche e atteggiamenti moralizzanti».
Oltre al dibattito politico, quali interventi strutturali sarebbero oggi necessari per garantire un accesso reale e uniforme all’IVG in Italia?
« Prima di tutto servono dati aperti, aggiornati e disaggregati, che permettano di capire davvero cosa accade nei territori e nelle singole strutture sanitarie. Senza informazioni trasparenti diventa molto difficile monitorare l’applicazione reale della legge e individuare dove il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza venga effettivamente garantito e dove, invece, emergano ostacoli. Un secondo punto riguarda l’applicazione concreta delle linee guida del 2020, che prevedono tra le altre cose la deospedalizzazione della pratica abortiva e la possibilità di erogare il servizio anche nei consultori. Nella realtà queste indicazioni vengono applicate solo in poche regioni. Questo apre anche una riflessione più ampia sul progressivo depotenziamento dei consultori pubblici, spesso privati di personale e risorse negli ultimi anni. Contemporaneamente assistiamo all’utilizzo di fondi pubblici destinati anche a realtà e movimenti apertamente contrari all’aborto. Infine, sarebbe utile avviare una riflessione più ampia sulla legge 194, che risale al 1978 e che prevede una serie di pratiche incompatibili con la realtà attuale. Si tratta di una legge nata da un compromesso storico. Oggi, forse, sarebbe necessario ripensare il sistema affinché l’aborto non sia vissuto come una condizione a cui le donne sono costrette perché prive di alternative, ma come una scelta consapevole, legata al diritto di autodeterminarsi sul proprio corpo e di decidere se portare avanti o meno una gravidanza. E poi c’è un ultimo punto che spesso resta fuori dal dibattito: la corresponsabilità. Esiste ancora una narrazione implicita secondo cui le donne “restano incinte da sole”. Nel discorso pubblico raramente vengono chiamati in causa gli uomini, neppure quando si parla di contraccezione e responsabilità condivisa».
di Carmela Cassese
L’articolo Aborto in Italia, quando mancano i dati parlano le storie,intervista a Federica Di Martino proviene da Comunicare il sociale.