Carceri e diritti negati, manifestazione davanti al Tribunale di Napoli

Una manifestazione pubblica per accendere i riflettori sulle condizioni delle carceri italiane e sulle conseguenze che queste producono non solo sui detenuti ma sull’intera società. È il senso dell’iniziativa in programma martedì 10 marzo alle ore 15 in piazza Cenni, davanti all’ingresso del Palazzo di Giustizia di Napoli, promossa da associazioni, realtà del terzo settore e organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti.

Lo slogan scelto è diretto: «Le carceri italiane producono disperazione e recidive». Un messaggio che denuncia un sistema penitenziario che, secondo i promotori, troppo spesso finisce per negare dignità, salute e diritti fondamentali, invece di favorire percorsi di reinserimento sociale.

All’iniziativa hanno aderito numerose associazioni e realtà del volontariato e dell’impegno civile, tra cui Libera contro le mafie, Antigone, Acli, Sale della Terra, Dedalus, CNCA, Progetto QuartopianO, Liberi di Volare, Terra di Confine, Yairaiha ETS, Carcere Vi.Vo, il Volontariato carcerario dell’ex OPG “Je so’ pazzo”, il Movimento Forense e l’associazione Veropalumbo.

 

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Una Bella Piazza per i diritti delle donne: dall’11 al 30 marzo numerosi eventi in Piazza Garibaldi a Napoli

Piazza Garibaldi diventa, nel corso del mese di marzo, Una bella piazza per i diritti delle donne con una programmazione di eventi multidisciplinari e partecipativi – tra musica, danza, arti figurative, libri – che vogliono stimolare una riflessione originale su come le donne contribuiscono alla trasformazione culturale e sociale del nostro tempo, cercando ispirazione nel recente passato, guardando alle sfide del futuro e puntando a decostruire stereotipi e pregiudizi alla base della persistente violenza maschile contro le donne.

Una bella piazza per i diritti delle donne si inserisce nella programmazione di Marzo Donna 2026 del Comune di Napoli ed è promossa dalla Fondazione Una Nessuna Centomila insieme alla cooperativa sociale EVA, e in collaborazione con COMICON e Coreapoli, il consorzio UnicocampaniaPrime Minister – Scuola di politica per giovani donne, e con la cooperativa sociale Dedalus, capofila del progetto di rigenerazione urbana Bella Piazza, percorso di co-gestione pubblico-privato degli spazi pubblici di piazza Garibaldi sostenuto da Fondazione Con il Sud insieme a una rete di enti e fondazioni.

Questo il calendario delle iniziative proposte, il punto di ritrovo è la Portineria Garibaldi (Piazza Garibaldi 152):

Mercoledì 11 marzo | ore 17 | RaParità, laboratorio estemporaneo di rap con Lucariello per riflettere sull’equità di genere e sull’educazione sessuo-affettiva, e decostruire stereotipi e pregiudizi nel linguaggio della musica più amata da ragazzi e ragazze.

Giovedì 19 marzo | ore 17 | Presentazione del libro Antropocene digitale. Rischiare insieme sulle soglie del futuro di Adam Arvidsson e Vincenzo Luise (UTET), con il prof. Adam Arvidsson, sociologo, Università degli Studi di Napoli Federico II. Al termine Figlie d’ ’a tempesta, performance della scuola Giselle Movement FLC su coreografie di Luciana Trulio.

Venerdì 20 marzo | ore 17 | Presentazione del libro Il sostegno precoce alla genitorialità per prevenire il maltrattamento di Marianna Giordano e Olga del Guercio (FrancoAngeli), con Marianna Giordano, presidente del CISMAI, e Carmen Festa, psicologa e psicoterapeuta, EVA.

Sabato 21 marzo | ore 11-13 | Living Library – Biblioteca vivente “Donne che fanno storia, oggi”: uno spazio di incontro e confronto in cui le storie prendono voce attraverso una Biblioteca Vivente animata dalle ragazze di Prime Minister – Scuola di politica per giovani donne. La performance partecipativa è a cura di Angela Laurenza, presidente e direttrice esecutiva della scuola.

Dal 23 al 27 marzo | ore 10-19 | Se io non voglio tu non puoi, allestimento in Piazza Garibaldi, a cura del Consorzio Unicocampania, della mostra realizzata dagli studenti e studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Napoli in collaborazione con la Fondazione Una Nessuna Centomila e COMICON per riflettere sul tema del consenso e della libertà di scelta nelle relazioni di intimità, oltre abusi e violenze.

Martedì 24 marzo | ore 17 | Presentazione del libro Predatori. Sesso e violenza nelle mafie (Fandango) con l’autrice Celeste CostantinoAntonio Nicaso, esperto di ‘ndrangheta, Lella Palladino, sociologa, fondatrice della cooperativa EVA e vice presidente di Una Nessuna Centomila. Letture dell’attrice Cristina Donadio. Modera la conversazione Giulia Minoli, presidente della Fondazione Una Nessuna Centomila.

Sabato 28 marzo | ore 17 | WE ARE K – Danza, Donne, K-pop, flashmob di danza su brani di artiste K-Pop in collaborazione con COMICON realizzato da giovani ballerine della community locale coordinate da Coreapoli. A seguire Random Dance, pratica diffusa della cultura K-Pop per coinvolgere il pubblico e vivere la danza come momento di espressione personale e collettiva.

Lunedì 30 marzo | ore 17 | Presentazione della graphic novel Troppo libera (Tunué) di Assia Petricelli e Giorgio Riccardi, che racconta la vita e le sfide della scultrice Camille Claudel. Insieme agli autori Giulia Milanese di A Voce Alta.

Tutti gli eventi sono gratuiti.

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Aborto in Italia, quando mancano i dati parlano le storie,intervista a Federica Di Martino

«La prossima volta chiudiamole le gambe», chiedo scusa piangendo. «Ho pensato: stai zitta o non ti opera, chiedi scusa che è solo colpa tua». Salgo sul lettino. Il medico esordisce chiedendomi: «Chi dobbiamo ringraziare per questo regalo, il marito o l’amante?». Se questa scena sembra difficile da credere è perché, nella maggior parte dei casi, storie così non arrivano mai davvero nello spazio pubblico. Restano dove sono nate: nella memoria di chi le ha vissute. Raccontate forse a un’amica, qualche volta a una terapeuta. Quasi mai fuori da lì. È proprio da questo punto che parte il lavoro della psicoterapeuta Federica Di Martino, che ha iniziato a raccogliere testimonianze di donne che hanno affrontato un’interruzione volontaria di gravidanza. Non statistiche, non opinioni, ma vita reale.  Da questo ascolto è nata la pagina “Igv e sto benissimo”, che nel giro di poco tempo si è trasformata in un luogo di raccolta inatteso, una sorta di archivio informale di memoria collettiva. Arrivano messaggi privati, email, racconti scritti di getto o rielaborati a distanza di anni. Alcuni sono durissimi: visite mediche trasformate in momenti di giudizio, battute fuori luogo, interrogatori e inquisizioni.

Ma non è solo questo. Scorrendo le testimonianze emerge un dato interessante: l’esperienza dell’IVG non ha un solo registro emotivo. Accanto ai racconti più difficili compaiono anche storie diverse, spesso meno rappresentate nel discorso pubblico. Donne che descrivono la scelta come lucida, ponderata. Donne che parlano di sollievo, di equilibrio ritrovato, di una decisione vissuta senza il senso di colpa che spesso viene dato per scontato. È probabilmente qui che il progetto trova la sua cifra più originale. La pagina non propone una narrazione alternativa a quella dominante: la allarga. Il risultato è un archivio che cresce giorno dopo giorno, soprattutto su Instagram e Facebook, e che funziona anche come luogo di riconoscimento. Chi legge spesso si imbatte in qualcosa di familiare, che diventa per molte donne una constatazione silenziosa: non è accaduto solo a me.

Federica, quando hai capito che queste storie avevano bisogno di uno spazio pubblico?

«Il progetto nasce nel 2018 e prende ispirazione da una pagina francese, IVG, je vais bien, merci , che raccoglieva le testimonianze di donne che avevano abortito per provare a scardinare una narrazione molto diffusa: quella dell’aborto raccontato solo come un’esperienza necessariamente traumatica, dolorosa, qualcosa di cui vergognarsi e di cui parlare il meno possibile. Da lì, insieme alla psicologa Elisabetta Canitano dell’associazione Vita di Donna Onlus, abbiamo pensato che fosse importante portare un progetto simile anche in Italia. L’idea era creare uno spazio in cui le donne potessero raccontare la propria esperienza in prima persona, sottraendola a un racconto pubblico che spesso parla al posto loro, dicendo cosa dovrebbero provare e come dovrebbero sentirsi. In un certo senso abbiamo cercato di recuperare, attraverso i social, lo spirito delle pratiche di autocoscienza degli anni Settanta: mettere insieme le storie, ascoltarle, far emergere la pluralità delle esperienze. Da una parte questo permette a chi ha vissuto un’interruzione di gravidanza di riprendersi la propria voce e la propria narrazione. Dall’altra offre anche un punto di riferimento a chi si trova ad affrontare quella scelta e spesso non sa a chi rivolgersi o dove trovare informazioni affidabili. In Italia l’aborto è ancora circondato da un forte silenzio sociale. Se ne parla molto, ma molto meno con le donne che lo hanno vissuto. Il progetto nasce proprio dal desiderio di rompere questo silenzio e restituire complessità a un’esperienza che viene ancora troppo spesso ridotta a uno stigma».

Oltre alla raccolta delle testimonianze, c’è anche una dimensione concreta di supporto. Cosa fate quando una donna vi contatta?

«Le persone ci scrivono in momenti molto diversi. A volte tutto parte da un test di gravidanza e dalla paura di affrontarne l’esito. Altre volte c’è già una gravidanza indesiderata e la richiesta è capire come interromperla. Noi offriamo supporto psicologico, ma anche informazioni pratiche: spieghiamo le procedure, come ottenere il certificato necessario, quali strutture sul territorio garantiscono il servizio e quali percorsi sono davvero accessibili. Quando serve, l’accompagnamento diventa anche fisico. Io vivo in Campania e, se me lo si chiede, posso accompagnare personalmente in ospedale. Si tratta di una presa in carico della persona a 360 gradi, priva di qualsiasi giudizio».

C’è una storia che ti è rimasta particolarmente impressa?

«Sì, quella di una ragazza costretta ad andare in Olanda per poter abortire, perché aveva superato i limiti previsti in Italia. Non ha affrontato soltanto una scelta complessa, ma anche un viaggio costoso e difficile, organizzato in fretta. È una storia che racconta bene quanto l’accesso all’aborto, pur essendo un diritto, dipenda anche troppo spesso dalle condizioni economiche e logistiche delle persone».

Nel dibattito pubblico si citano spesso opinioni ideologiche, ma meno i dati. Qual è la situazione in Italia?

«Parlare di dati oggi è molto complicato, perché quelli ufficiali sono vecchi e incompleti. Il report annuale sull’attuazione della legge 194 dovrebbe essere pubblicato ogni anno a febbraio, ma siamo a oltre un anno di distanza dall’ultimo aggiornamento e continuiamo a discutere numeri che in molti casi si riferiscono al 2022. Questo significa che il dibattito pubblico si basa su informazioni che non fotografano davvero la realtà attuale: non raccontano l’accesso ai servizi, l’impatto dell’obiezione di coscienza o le difficoltà concrete che le persone incontrano nei territori. L’ultimo dato disponibile indicava un tasso di obiezione tra i medici intorno al 63,8%, ma senza aggiornamenti è difficile capire come stia evolvendo la situazione. Per questo molte associazioni stanno cercando di raccogliere dati dal basso, attraverso testimonianze e monitoraggio delle strutture sanitarie. Le storie raccolte mostrano spesso problemi molto concreti: reparti dove l’obiezione rende di fatto impossibile accedere alla procedura o servizi che, pur previsti dalla legge, non vengono garantiti. Il punto è che senza dati aggiornati diventa difficile anche discutere seriamente di politiche pubbliche».

Dalle testimonianze raccolte emergono anche storie di violenza…

«Non sempre si tratta di una violenza esplicita, spesso tutto inizia con la negazione delle informazioni o con la loro distorsione. Un esempio riguarda il certificato necessario per avviare la procedura di interruzione della gravidanza. Molti medici si rifiutano di compilarlo, sostenendo che l’unico luogo in cui sia possibile ottenerlo sia il consultorio. In realtà la legge 194 parla di “medici di fiducia”: ciò significa che anche il medico di base può redigerlo e non ha facoltà di negarlo. Tuttavia molte persone non lo sanno e finiscono per fare giri infiniti nel tentativo di ottenere qualcosa che dovrebbe spettare loro di diritto.
A questo si aggiungono spesso comportamenti giudicanti o moralizzanti. In molti racconti emerge l’idea implicita che una gravidanza indesiderata sia una colpa da espiare. Si parla, ad esempio, di un uso strumentale di alcune pratiche, come l’ascolto del battito fetale, proposto o imposto senza una reale necessità clinica ma con un intento emotivo o dissuasivo, accompagnato da frasi come: “Questo è il tuo bambino, senti come cresce”. Parole che fanno accapponare la pelle e che dovrebbero indurci a interrogarci. La domanda, però, resta: chi monitora tutto questo? Chi si occupa di controllare ciò che accade nei singoli ospedali e consultori? La legge 194 parla delle Regioni, ma nei fatti non esistono report chiari che mostrino quale tipo di monitoraggio venga effettivamente svolto. Molto di ciò che sappiamo emerge soprattutto dalle testimonianze delle donne che decidono di raccontare la propria esperienza, anche in anonimato. La violenza può quindi assumere forme diverse: ostacoli burocratici, informazioni incomplete o nascoste, pressioni psicologiche e atteggiamenti moralizzanti».

Oltre al dibattito politico, quali interventi strutturali sarebbero oggi necessari per garantire un accesso reale e uniforme all’IVG in Italia?

« Prima di tutto servono dati aperti, aggiornati e disaggregati, che permettano di capire davvero cosa accade nei territori e nelle singole strutture sanitarie. Senza informazioni trasparenti diventa molto difficile monitorare l’applicazione reale della legge e individuare dove il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza venga effettivamente garantito e dove, invece, emergano ostacoli. Un secondo punto riguarda l’applicazione concreta delle linee guida del 2020, che prevedono tra le altre cose la deospedalizzazione della pratica abortiva e la possibilità di erogare il servizio anche nei consultori. Nella realtà queste indicazioni vengono applicate solo in poche regioni. Questo apre anche una riflessione più ampia sul progressivo depotenziamento dei consultori pubblici, spesso privati di personale e risorse negli ultimi anni. Contemporaneamente assistiamo all’utilizzo di fondi pubblici destinati anche a realtà e movimenti apertamente contrari all’aborto.  Infine, sarebbe utile avviare una riflessione più ampia sulla legge 194, che risale al 1978 e che prevede una serie di pratiche incompatibili con la realtà attuale. Si tratta di una legge nata da un compromesso storico. Oggi, forse, sarebbe necessario ripensare il sistema affinché l’aborto non sia vissuto come una condizione a cui le donne sono costrette perché prive di alternative, ma come una scelta consapevole, legata al diritto di autodeterminarsi sul proprio corpo e di decidere se portare avanti o meno una gravidanza. E poi c’è un ultimo punto che spesso resta fuori dal dibattito: la corresponsabilità. Esiste ancora una narrazione implicita secondo cui le donne “restano incinte da sole”. Nel discorso pubblico raramente vengono chiamati in causa gli uomini, neppure quando si parla di contraccezione e responsabilità condivisa».

di Carmela Cassese

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Il cardinale di Napoli sui conflitti che stanno devastando il pianeta: “fermatevi, restituite il futuro”

Lettera di don Mimmo Battaglia rivolta ai “mercanti di morte”. Un intervento che invita a riflettere e lancia un grido di allarme.

Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.

Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri,
sotto il pianto dei bambini,
sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda:
“Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo.
Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla
ferita del fratello.

Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile:
peccato?

Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città
devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una
lingua per raccontare il dolore.

E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i
soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica:
tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia
permanente.
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.

Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il
commento stanco di un notiziario.
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi
tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o
nemico:
esiste solo l’abisso.
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.

Abbiate un sussulto.
Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene
progettata senza odore e senza volto.

Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con
merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte,
che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”

Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni
vita.
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.”

 

† don Mimmo Card. Battaglia

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Sport e inclusione, protocollo tra il Garante dei disabili della Campania e Libertas

Promuovere la pratica sportiva tra le persone con disabilità come strumento di inclusione, autonomia e benessere. È con questo obiettivo che il Garante dei Diritti delle Persone con Disabilità della Regione Campania, l’avvocato Paolo Colombo, ha sottoscritto un protocollo d’intesa con il Centro Nazionale Sportivo Libertas Aps, storico ente di promozione sportiva attivo dal 1945, rappresentato dal legale rappresentante pro tempore Andrea Pantano.

L’accordo punta a rafforzare l’accesso allo sport per le persone con disabilità, riconoscendone il valore non solo dal punto di vista fisico ma anche psicologico e sociale. L’attività sportiva, infatti, rappresenta uno strumento fondamentale per favorire l’autostima, il benessere psicofisico, l’autonomia personale e la piena partecipazione alla vita della comunità.

Nel primo anno di collaborazione, Libertas si impegna a garantire una serie di condizioni agevolate rivolte alle associazioni e agli atleti coinvolti nel progetto. In particolare è previsto il tesseramento gratuito per tutti gli atleti e i soci con disabilità iscritti alle associazioni partner. A questo si aggiunge una tutela assicurativa agevolata, con polizze a prezzi scontati per i volontari e coperture specifiche di responsabilità civile verso terzi per le associazioni sportive dilettantistiche e le realtà del terzo settore che prenderanno parte alle attività.

Il protocollo prevede inoltre un supporto tecnico dedicato alle associazioni, con procedure di affiliazione semplificate e consulenza per l’organizzazione di eventi sportivi inclusivi, con l’obiettivo di favorire la partecipazione e l’abbattimento delle barriere che ancora limitano l’accesso allo sport per molte persone con disabilità.

«La pratica sportiva – sottolinea il Garante Paolo Colombo – rappresenta uno strumento fondamentale per promuovere inclusione e pari opportunità. L’auspicio è che sempre più persone con disabilità possano cogliere questa opportunità e che altri operatori del settore vogliano intraprendere iniziative analoghe, che saranno certamente sostenute».

Per informazioni e adesioni è possibile contattare Pietro Esposito, consigliere nazionale Libertas e referente per la disabilità e l’inclusione, all’indirizzo email pietro.esposito@libertasnazionale.it oppure al numero 3318508309.

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TuttiColori cerca volontari per attività di doposcuola

L’associazione napoletana TuttiColori cerca nuovi volontari per le sue attività pomeridiane.

L’organizzazione di volontariato, fondata da Suor Lucia Sacchetti – che purtroppo nell’ultimo periodo non più è più a Napoli – ha sede nel cuore del Rione Sanità a Napoli, in Vico Palma, e ospita circa un centinaio di bambini e ragazzi per attività di doposcuola, creatività e esercizio motorio.

Mentre al mattino gli educatori e i volontari tengono lezioni di italiano a stranieri provenienti da Sri Lanka, Ucraina e Capo Verde, il pomeriggio Casa TuttiColori di Vico Palma e le altre due sedi dislocate, ovvero l’Ozanam a Piazzetta San Severo a Capodimonte e il piccolo “basso” di Via Cinesi (luogo che la Diocesi ha affidato all’associazione in quanto bene confiscato alla camorra), si riempiono di bambini di scuola primaria e ragazzi della secondaria che chiedono di essere supportati nello svolgimento dei compiti.

E’ proprio per quest’attività pomeridiana di aiuto scolastico che TuttiColori cerca nuove risorse che a titolo volontaristico dedichino il loro tempo e le loro competenze.

Nonostante non sia richiesta una particolare formazione, essere educatori – spiega la referente Isabella Sacco- è sicuramente preferibile. «Così come sarebbe perfetto avere tutor volontari che abbiano competenze nell’educazione motoria perché nel chiostro della sede di Piazzetta San Severo a Capodimonte c’è spazio sufficiente affinché i ragazzini possano svolgere ginnastica in sicurezza, dopo essersi impegnati nei doveri di scuola» aggiunge la docente che da anni assieme a colleghi in attività e in pensione e a giovani studenti liceali e universitari prestano servizio volontaristico di tutoraggio per il doposcuola.

L’associazione, sul territorio dal 2011, prima come progetto “Amici di Stefano”, dedicato al giovane napoletano prematuramente scomparso che in tutta la sua gioventù ha dedicato tempo ed energie ai ragazzi del rione Sanità, e poi dal 2012 come TuttiColori, svolge un ruolo chiave per tantissime famiglie perché consente a tanti bambini di essere impegnati e supportati in luogo protetto che permette loro di svagarsi con coetanei ma soprattutto impegnarsi proficuamente tra i banchi di scuola, in un quartiere dove la dispersione scolastica è ancora elevata.

Per potersi candidare inviare mail a info@tutticolori.it

di Emanuela Nicoloro

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