09 Mag, 2025 | Comunicare il sociale
L’argomento è spinoso, la strada da imboccare per fare chiarezza è scivolosa e piena di insidie e la (non) comunicazione sui social molto spesso crea ancora più caos. La guerra talvolta parte dalle parole, dal cattivo uso che se ne fa, dalla mancanza di conoscenza dei termini che si utilizzano. Sionista, antisionista, antisemita, ebreo, islamico, palestinese. Quante volte al giorno ascoltiamo o leggiamo queste parole, e quanto le comprendiamo per davvero?
Il conflitto israelo-palestinese in questi mesi sta sconvolgendo nuovamente il Medio Oriente. Notizie drammatiche si susseguono e, inevitabilmente, gli effetti si fanno sentire anche sul web attraverso i social che fanno da cassa di risonanza alle opinioni più disparate, anche da un punto di vista “locale”. Proprio in questi giorni una piccola guerra si è scatenata, tra i leoni da tastiera e non solo, in seguito alla polemica suscitata dalla presa di posizione di una ristoratrice di Santa Chiara a Napoli che ha messo alla porta una comitiva di israeliani che avrebbe esaltato le azioni di forza del governo Netanyahhu nella striscia di Gaza.
Andare a smembrare tutte le componenti della marmellata del linguaggio quando viene infettato da mancanza di conoscenza, violenza e tuttologia è complicato visto che molto spesso la guerra – quella via social – viene combattuta senza conoscere le proprie armi, appunto le parole, il significato dei termini utilizzati per sostenere le proprie ragioni, creando sempre più confusione e gettando benzina sul fuoco della polemica.
A provare a fare chiarezza arriva in aiuto il professore di Sociologia del Mondo Arabo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, Antonello Petrillo.
Innanzitutto, professore, qual è il significato della parola sionismo?
«Il sionismo è un movimento politico religioso nato nel XIX secolo che mirava a costituire in Palestina uno stato israeliano per accogliere gli ebrei dispersi nel mondo. Nasce con il risollevarsi dei nazionalismi nel mondo e al rigurgito dell’antisemitismo. Ma l’essere ebrei non coincide certo con l’essere sionisti».
Tornando alla vicenda dalla quale prendiamo spunto, è venuta fuori la parola “sionista”. Vogliamo chiarire? Chi è oggi un sionista?
«Non c’è alcuna offesa in sé nel termine “sionista”. L’errore a monte è che spesso l’antisionismo viene confuso con l’antisemitismo. Un ebreo non si sente offeso se viene chiamato sionista, magari non lo è ma non è questo il punto. Ad esempio, è un po’ come se dicessimo di qualcuno che è leghista e invece non lo è ma è appartenente a un altro partito politico. Il sionismo è un movimento che ha fondato lo Stato di Israele, ma che non coincide con l’essere ebreo. In definitiva essere ebrei ed essere sionisti non è assolutamente la stessa cosa».
A cosa è dovuta la confusione sul significato di questi termini?
«Innanzitutto perché fa comodo a Israele. Dire che se sei contro di me, contro i massacri di Gaza, contro il genocidio, contro la pulizia etnica sei automaticamente contro gli ebrei e quindi antisemita, fa comodo. Palesemente le due cose non coincidono. Infatti i nazisti erano antisemiti ma non antisionisti. E oggi molti dei governi che appoggiano Israele, compreso il nostro, sono filo-sionisti, ma non sono necessariamente immuni dall’antisemitismo».
Con la stessa chiarezza possiamo spiegare la differenza tra l’essere ebreo e l’essere israeliano?
«Essere ebreo è identificarsi con una cultura religiosa, non è essere etnicamente qualcosa di preciso perchè geneticamente non esiste l’ebreo. Gli ebrei nel corso del tempo si sono mescolati con tantissime altre popolazioni. Purtroppo l’ala radicale del sionismo contemporaneo rivendica, invece, una sorta di appartenenza etnico-razziale che non esiste. L’autoidentificazione si sviluppa soprattutto a seguito delle persecuzioni, cresce sicuramente quando papa Paolo IV nel 1555 istituisce i ghetti affermando che gli ebrei sono una razza a parte, il popolo che ha ucciso Cristo. Ovviamente, vivendo nei ghetti, essendo impossibilitati a uscire, a sposarsi con altre persone, gli ebrei hanno incorporato questa idea. Un po’ come, parafrasando e semplificando, il popolo rom, che geneticamente non esiste. Però un rom sente di far parte di quella particolare cultura. I nazisti, al tempo, andavano a chiedere ai rabbini chi fosse considerato ebreo e la risposta fu che erano da considerarsi ebrei tutti quelli che erano figli di madre ebrea. Un parametro che ha paradossalmente aiutato il Nazismo nella sua follia sterminatrice. Un paradosso tragico che si verifica ogni volta che una popolazione viene inferiorizzata. A un certo punto capita che ci si senta davvero ciò che gli avversari pensano di te, ti senti appartenente ad una razza. Ma gli ebrei non sono una razza, sono una cultura religiosa».
Ed essere israeliano, invece?
«Dentro Israele le razze esistono. Palestinesi a parte, gli ebrei orientali, i Mizrahim, che vivevano da sempre in Medio Oriente, sono stati oggetto di pesanti discriminazioni da parte dei “nuovi arrivati” europei, di cultura “europea”, gli askenaziti, insieme ai loro fratelli di pelle scura provenienti dall’Etiopia, i Falascia. Fino a tempi assai recenti nessuno di loro ha avuto accesso, per esempio, a cariche di governo. Un razzismo aperto tra ebreo ed ebreo dentro Israele, alla base anche della terribile crisi politica che il paese vive oggi».
Come si passa dalla posizione antisemita delle destre europee all’ammirazione dei governi di destra per Israele?
«Da quando le destre hanno ricominciato a prendere piede in Europa e in tutto l’Occidente ha fatto comodo nascondere l’antisemitismo, fatto di stereotipi che vedevano l’ebreo avaro, uccisore di Cristo eccetera, eccetera, mentre cresceva l’ammirazione per Israele, autentico modello per tutti coloro che auspicano politiche dure verso ciò che è diverso da noi e che avvertiamo come una minaccia (i migranti per esempio). Nel 2016 è arrivata la dichiarazione dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance, un’organizzazione intergovernativa) sull’antisemitismo, che fa sostanzialmente coincidere antisemitismo e critica al sionismo e allo stato di Israele».
Ma non è l’unica definizione di antisemitismo.
«Nel 2021 a Gerusalemme, duecento studiosi, in gran parte ebrei, si riunirono per rilasciare la Dichiarazione di Gerusalemme, nella quale si afferma che l’antisemitismo non coincide con l’avversione alle politiche di Israele, ma è un riproporre quegli antichi stereotipi legati agli ebrei. In definitiva non è che tutto il mondo ebraico, fuori e dentro Israele, sia concorde con le politiche del governo».
Ma cosa significa essere semiti?
«Essere semiti significa appartenere a una determinata popolazione che nasce in Medio Oriente. Semiti sono anche gli arabi, quindi attribuire l’antisemitismo al palestinese o a un siriano o a un libanese, è una cosa assurda. Quando leggiamo che un palestinese è antisemita perché è contro lo Stato di Israele è assurdo, perchè il palestinese è un semita. La stessa lingua araba è semita, esattamente come l’ebraico. Si fa una confusione enorme. Anche l’”islamofobia”, il nostro fastidio per i musulmani che vengono in Europa per sfuggire a fame e guerre, è – a rigore – una forma di antisemitismo. Gli ebrei che sono in Italia sono persone in genere integrate, spesso benestanti, sono come noi. Ma quelli che arrivano dal Maghreb o dalla Siria, poveri, somaticamente diversi da noi, ci fanno paura. L’islamofobia è un volto dell’antisemitismo perchè se la prende con un’etnia semita. Quindi far coincidere antisemitismo e antisionismo è una cosa sbagliatissima. Sull’antisionismo c’è un errore di fondo fatto quando l’Unione europea ha recepito la dichiarazione di Stoccolma dell’IHRA invitando i governi degli stati membri ad adottare leggi sulla base di tale dichiarazione. In pratica se io critico lo Stato di Israele sono antisemita per legge. Questo anche in Italia, anche se l’applicazione da noi è più blanda rispetto a paesi come la Germania o il Regno Unito».
di Nadia Labriola
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09 Mag, 2025 | Comunicare il sociale
Il 13 e 14 maggio Napoli diventa il cuore pulsante del dialogo sociale e della partecipazione civica con il Forum delle Comunità Attive e delle Reti Solidali, promosso dalla Fondazione Super Sud. L’iniziativa si svolgerà a Palazzo Ricca (Via dei Tribunali, 213), sede della Fondazione Banco di Napoli, e rappresenta un appuntamento chiave per rilanciare un processo collettivo di rigenerazione urbana, innovazione sociale e cooperazione tra istituzioni e società civile.
Nato con l’obiettivo di creare connessioni tra realtà diverse ma unite dalla volontà di generare cambiamento, il Forum si rivolge a tutto l’ecosistema del terzo settore: associazioni, cooperative, organizzazioni di volontariato, enti locali, cittadini attivi e rappresentanti delle istituzioni saranno chiamati a confrontarsi su nuovi modelli di sviluppo centrati sulle comunità e le loro risorse. Il tutto secondo una visione di welfare generativo, che non si limita a rispondere ai bisogni ma valorizza le energie locali e promuove la corresponsabilità nella costruzione del bene comune.
Questa seconda edizione del Forum sarà un grande laboratorio di idee e pratiche condivise, in cui discutere di politiche sociali, co-progettazione, inclusione, riappropriazione degli spazi urbani e contrasto alla povertà educativa. I partecipanti prenderanno parte a momenti di confronto, lavoro e ispirazione reciproca, con l’obiettivo di far emergere visioni comuni e progetti concreti capaci di incidere sul tessuto sociale ed economico dei territori.
Il Forum non vuole essere solo uno spazio di riflessione, ma anche un’occasione per attivare reti, alleanze e nuove forme di collaborazione tra pubblico e privato. Un’opportunità per connettere pratiche locali e politiche nazionali, mettendo al centro dell’agenda pubblica le sfide e le opportunità delle comunità educanti italiane.
Il Forum delle Comunità Attive e delle Reti Solidali si conferma così come un’esperienza collettiva che parla il linguaggio dell’impegno, della responsabilità condivisa e della speranza concreta in un futuro più giusto, inclusivo e partecipato.
Programma
GIORNO 1 – 13 maggio
Ore 10.00 – Saluti istituzionali e apertura dei lavori (Plenaria)
Rigenerazione urbana e innovazione sociale per le politiche del territorio
Saluti istituzionali:
- Giovanni D’Avenia, Presidente Fondazione Super Sud
Introduzione:
- Raffaele Sibilio, Professore di Sociologia Generale, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
Interventi:
- Orazio Abbamonte, Presidente Fondazione Banco di Napoli
- Laura Lieto, Vicesindaco del Comune di Napoli
- Domenico Credendino, Presidente Fondazione Carisal
- Giulio Maggiore, Presidente Osservatorio sull’Economia Civile della Regione Campania
- Francesco Pirone, Professore di Sociologia dei processi economici e del lavoro, Università di Napoli “Federico II”
- Giovanna De Rosa, Direttore CSV Napoli
- Francesco Emilio Borrelli, Deputato della Repubblica Italiana
Conclusioni:
- Alessandra Locatelli, Ministro per le Disabilità
Modera: Barbara Landi, giornalista Il Mattino
Ore 15.00 – Tavolo Tecnico 1:
Rigenerazione urbana e inclusività dei luoghi
- Vincenzo Gargiulo, Avvocato
Ore 16.00 – Tavolo Tecnico 2:
Inclusione sociale per la rigenerazione urbana
- Gianluca Voci, Architetto e amministratore di Zooarchitecture, redattore del progetto RLM
- Giuseppe Brandi, Avvocato esperto di terzo settore
- Emanuele Russo, Presidente Cooperativa La Sorte
- Vincenzo Pisciottano, Ingegnere ambientale, Cooperativa Agriadvisor
Ore 17.00 – Tavolo Tecnico 3:
Innovazione sociale e rigenerazione urbana per il contrasto alla povertà educativa
- Autilia Cozzolino, Ricercatrice, Centro Studi SRM – Ufficio Economia Territoriale, Imprese e Terzo Settore
- Paola Buonanno, Sociologa e cultore di Sociologia Generale, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
GIORNO 2 – 14 maggio
Ore 10.00 – Plenaria finale e restituzione dei lavori
Rigenerazione urbana e innovazione sociale per le politiche del territorio: per un nuovo inizio
Restituzione dei tavoli tematici:
- Raffaele Sibilio, Professore di Sociologia Generale, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
Interventi:
- Nicola Ricci, Segretario Generale CGIL Napoli e Campania
- Melicia Combierati, Segretario Cittadino CISL Napoli
- Giovanni Mensorio, Consigliere regionale della Campania
- Luigi Della Gatta, Presidente ANCE Campania
- Adriano Giannola, Presidente SVIMEZ
Modera: Francesco Gravetti, Giornalista e Redattore Comunicare il Sociale
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09 Mag, 2025 | Comunicare il sociale
Maternità in Italia e in Campania: donne sempre più sole e penalizzate. E’ quanto emerge nell’analisi redatta da Save the Children, che ormai da 10 anni in vista della Festa della Mamma, sviluppa il rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2025”. Uno studio che traccia il rapporto tra genitori donne e occupazione lavorativa. All’interno dell’indagine è presente anche “l’Indice delle Madri”, elaborato dal’Istat, cioè una classifica delle Regioni italiane dove per le mamme è più facile o difficile vivere. Anche quest’anno, l’Indice riporta la Provincia Autonoma di Bolzano in cima ai territori amici delle madri, seguita da Emilia-Romagna e Toscana, mentre fanalino di coda, come nella scorsa edizione, risulta la Basilicata, preceduta in fondo alla classifica da Campania, Puglia e Calabria.
Le mamme single risultano le più penalizzate, dove l’ostacolo per l’occupazione è evidenziata dalla combinazione di fattori come la bassa istruzione, la giovane età e la residenza nel Mezzogiorno. Nel dettaglio, dal punto di vista territoriale, si conferma una netta frattura tra Nord e Sud. Nel 2024, il tasso di occupazione delle mamme single tra i 25 e i 54 anni supera l’83% nel Nord, sia per le madri con almeno un figlio minore che per il totale delle madri sole, mentre nel Mezzogiorno non va oltre il 45,2%, con un leggero aumento rispetto al 2023. Nel Centro si registra una crescita più contenuta, ma comunque positiva. Questi dati segnalano un miglioramento, ma anche la persistenza di un forte squilibrio territoriale.
Il 20% delle donne smette di lavorare dopo essere diventata madre, percentuale che sale al 35% tra le madri di figli con disabilità. Una scelta spesso dettata dall’assenza di servizi per l’infanzia e dalla mancata condivisione dei compiti di cura all’interno delle famiglie. Nella dimensione Lavoro solo 5 regioni risultano al di sopra della media Italia: Marche (102,752) capofila, Piemonte (101,510), Abruzzo (101,066), Liguria (100,517) e Toscana (100,025). La regione meno virtuosa è la Campania (82,175), preceduta da Sicilia (83,036), Provincia Autonoma di Trento (84,741) e Puglia (85,410). L’Emilia-Romagna (97,124) rispetto all’anno passato perde una ulteriore posizione passando dal 10° all’11° posto, quando nel 2022 si attesta prima. La Lombardia (99,389) invece, guadagna una posizione conquistando il 6° posto.
L’Italia occupa il 96° posto su 146 Paesi nel mondo in relazione alla partecipazione femminile al mondo del lavoro, mentre rispetto al gender gap retributivo si trova alla 95esima posizione. Inoltre, più di una donna su quattro (26,6%) nel nostro Paese è a rischio di lavoro a basso reddito, mentre la stessa condizione interessa un uomo su sei (il 16,8%). I dati sul divario salariale a sfavore delle donne preludono a una penalità ancora più netta quando queste decidono di mettere al mondo un figlio: la child penalty. Il 77,8% degli uomini senza figli è occupato, ma la percentuale sale al 91,5% tra i padri (92,1% per chi ha un figlio minore e 91,8% per chi ne ha due o più), mentre per le donne la situazione è molto diversa: lavora il 68,9% tra quelle senza figli, ma la quota scende al 62,3% tra le madri (65,6% per chi ha un figlio minore e 60,1% con due o più). Dai dati si evince che mentre gli uomini con figli sono più presenti nel mercato del lavoro degli uomini senza figli, per le donne avere figli è associato a una minore occupazione lavorativa.
Altro dato allarmante nel 2024 riguarda il calo delle nascite: il 2,6% (-370mila) rispetto all’anno precedente. Inoltre le donne fanno figli sempre più tardi, con l’età media al parto di 32,6 anni. Il Sud e le Isole hanno registrato i cali più significativi di nuove nascite, rispettivamente del 4,2% e del 4,9%. In questo panorama di crisi demografica, le mamme single sono quelle che si trovano spesso ad affrontare ulteriori difficoltà in termini di supporto sociale e stabilità economica.
di Adriano Affinito
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09 Mag, 2025 | Comunicare il sociale
Dal carcere alla montagna, dall’informazione alla salute, passando per l’intercultura, l’educazione e l’inclusione: sono questi alcuni dei temi al centro degli incontri proposti dal sistema dei Centri di servizio per il volontariato (Csv) allo stand “Le parole del volontariato” in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dal 15 al 19 maggio 2025.
A promuovere l’iniziativa il Csv Vol.To di Torino, CSVnet, l’associazione nazionale dei Centri di servizio per il volontariato (Csv) insieme a CSVnet Piemonte – la sua articolazione piemontese – e al Csv della Valle d’Aosta.
Nello spazio espositivo del Lingotto, il programma dello stand “Le parole del volontariato”- padiglione Oval (T136-U135) proporrà oltre quindici appuntamenti con uno sguardo a più voci su come il volontariato contribuisca oggi a rendere più vivibili le nostre comunità, ad educare alla cittadinanza e a generare nuove narrazioni sociali. I temi spaziano dall’intercultura alla salute, dalla protezione civile alla disabilità, dalla scuola al carcere, intrecciando esperienze territoriali e riflessioni nazionali.
Tra i protagonisti volontari, operatori del terzo settore e dei Csv provenienti dal resto d’Italia, giornalisti, ricercatori e rappresentanti delle istituzioni, chiamati a confrontarsi in brevi talk aperti al pubblico. Alcuni incontri saranno inoltre occasione per presentare pubblicazioni nate da progetti sociali ed educativi, in cui il volontariato diventa punto di partenza per racconti collettivi e percorsi di cambiamento. Il tutto rilanciato ovviamente sui social network di tutti i Csv coinvolti.
Lo stand sarà infine uno spazio di orientamento: per chi desidera conoscere più da vicino il mondo del volontariato, dal servizio civile ai percorsi formativi, grazie alla possibilità di dialogare direttamente con operatori e volontari presenti.
Il programma
La giornata inaugurale – il 15 maggio – si aprirà con il talk del Csv di Torino “Leggere è esercizio complesso dopo un trauma cranico”, in cui sarà presentata la pubblicazione Zara la Zanzara – una storia musicale collettiva che celebra la resilienza e il potere trasformativo dell’arte. Al pomeriggio nel talk del Csv di Cuneo “Animare i territori per generare collaborazione tra le comunità” si parlerà del cambiamento del ruolo del volontariato e delle comunità oggi. “L’informazione che fa volontariato” è il titolo del talk curato dal Csv di Asti Alessandria, in collaborazione con La Stampa sulla rubrica speciale dedicata al volontariato della provincia di Alessandria.
Il programma del 16 maggio si aprirà alle 11 con il talk a cura del Csv di Novara Vco “Sussidiarietà e…Welfare territoriale” per presentare il Rapporto annuale della Fondazione per la Sussidiarietà Ets. Alle 14:30, lo stesso Csv organizza “Cosa nasce dall’incontro fra pubblico, privato e Terzo settore?” sull’esperienza e le buone prassi della città di Novara.
Un ricco pomeriggio sarà quello curato dal Csv Valle d’Aosta, CSVnet Piemonte e Csv Torino che organizzano, rispettivamente: “Quando l’adrenalina diventa inclusiva”, sull’esperienza del progetto “Alpinisti InSuperAbili” per l’accompagnamento sulla cima del Breithorn a 4.165 metri di persone con disabilità; “Le case di comunità: l’apporto del volontariato”, sul nuovo modello organizzativo per l’assistenza di prossimità; “Fiumi di culture. Affluenze – influenze – confluenze”, un dialogo tra il progetto Fiumi di Culture e altre iniziative territoriali che promuovono il patrimonio multiculturale a Torino.
Sono quattro gli incontri previsti sabato 17 maggio. Si comincia con “Parole comuni. Il Percorso verso un libro scritto a più mani dalla Cev – comunità educante di Vercelli” a cura del Csv di Biella Vercelli; a seguire il Csv Valle d’Aosta organizza “La montagna che accoglie: sport e fragilità” in cui si parlerà anche della nuova frontiera della “sci terapia”. Al pomeriggio, con il Csv di Torino si parlerà di “Protezione civile: un sistema complesso a tutela dei cittadini”.
Tra gli appuntamenti anche i due eventi a cura di CSVnet, che mettono al centro la narrazione del volontariato e il ruolo culturale della rete dei Csv.
A chiudere la giornata del 17 maggio, infatti, il talk “Pagine di impegno” porterà all’attenzione del pubblico alcune esperienze editoriali nate dai Csv della Toscana e dell’Umbria: libri e ricerche che raccontano il volontariato non come gesto isolato, ma come visione trasformativa della realtà.
Domenica 18 maggio sarà protagonista il nuovo corso di VDossier, il web magazine del volontariato promosso da CSVnet insieme ai 49 CSV italiani. Nel talk “Le parole del volontariato. Il racconto innovativo di VDossier”, si parlerà di come storie, interviste e approfondimenti possano svelare il volto meno visibile – ma profondamente generativo – dell’impegno civile, offrendo nuove chiavi di lettura sul volontariato di oggi.
Seguirà “Generazione solidale: scegli la versione migliore di te” a cura di Csv Torino sulla capacità degli Enti del Terzo Settore di ispirare e coinvolgere i giovani nel volontariato. Il talk vedrà anche la partecipazione di Davide D’Urso, comico e content creator torinese.
“Una penna per due mani: il libro che abbatte i pregiudizi” è invece il titolo del talk a cura di Csv Asti Alessandria sul progetto di EFFATÀ, scritto dai detenuti della Casa di Reclusione di Quarto e dagli studenti dell’istituto “A. Monti” di Asti per sensibilizzare all’accettazione delle diversità. A seguire il talk di Csv Torino “Prendersi cura del proprio cuore: prevenzione ed educazione”.
Il programma de “Le parole del volontariato” si chiuderà nell’ultima giornata del Salone con il talk “Giovani smarriti”, a cura di Csv Torino, un libro in cui eventi drammatici e incomprensibili coinvolgono giovani apparentemente normali, spingendo a riflettere su cause profonde come bullismo, dipendenze e autolesionismo.
Sul sito del Csv di Torino tutte le informazioni e il programma completo dello stand.
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09 Mag, 2025 | Comunicare il sociale
La chiave dell’inserimento nel mondo del lavoro per le giovani generazioni, alla fine del quinquennio di studi, è nella formazione costante e, soprattutto, nella pratica sul campo, cimentandosi fin dalle esperienze di alternanza scuola-lavoro nelle attività quotidiane che vivono le aziende, supportati da personale esperto. È la strategia alla base dell’accordo tra l’Istituto superiore Marconi di Torre Annunziata e la Solacem, l’impresa che da oltre mezzo si occupa di logistica portuale sul molo oplontino, sbarcando, movimentando e distribuendo cereali nel centro-sud Italia e nel bacino del Mediterraneo.
L’intesa raggiunta tra la scuola, diretta dalla preside Agata Esposito, e il General Manager dell’azienda Giuseppe Rocco, che già collabora con il Marconi all’Its Academy di cui l’Istituto superiore torrese è socio fondatore, apre le porte del mondo del lavoro ai giovani alunni iscritti all’indirizzo di Elettronica ed Elettrotecnica. Alcuni ragazzi hanno già iniziato un periodo di Pcto – i Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento – affiancando i periti elettrotecnici durante le attività che impegnano quotidianamente la Solacem. Processi automatizzati che gestiscono attraverso il Plc – controllore logico programmabile – o manutenzioni ai motori asincroni trifase presenti nelle due torri mobili.
Un accordo che rafforza la sinergia tra pubblico e privato, tra scuola ed impresa, da un lato indispensabile per la curvatura dei profili in uscita dall’istituto superiore oplontino, sempre più attinenti ed in linea con le esigenze aziendali al fine di ridurre il mismatch tra il mondo del lavoro e quello della formazione. Dall’altro l’apertura della Solacem al territorio e alle giovani generazioni, restituendo a queste ultime soft e hard skills che potranno spendere nel mondo del lavoro alla fine del percorso di studi.
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08 Mag, 2025 | Comunicare il sociale
Slow Fish 2025 è molto più di un evento, è un invito a esplorare, conoscere e gustare tutto ciò che lega il cibo al mare, alle comunità costiere e agli ecosistemi acquatici. È tutto pronto per la dodicesima edizione, che si svolge dall’8 all’11 maggio al Porto Antico di Genova: «Slow Fish compie 20 anni e torna puntualmente per affrontare, attraverso il gusto e la convivialità, temi cruciali per il futuro di tutti. A partire da un paradosso: ci siamo scordati del mare – ha dichiarato Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia -. Lo abbiamo trasformato in meta per le vacanze, in qualcosa da sfruttare senza limite. E ci siamo scordati che la vita viene dal mare, a cominciare dal 50% dell’ossigeno che respiriamo. Allo stesso modo ci siamo dimenticati dei pescatori, non riconosciamo il valore di un mestiere antichissimo e sapiente, che implica un rapporto viscerale con il mare e una conoscenza profonda dei fondali, delle specie ittiche, dei cicli di riproduzione di ciascuna di esse. A Slow Fish parleremo di questo, e di come reinventare il mestiere del pescatore perché possa diventare un’opportunità per i giovani. Parleremo delle centinaia di specie aliene che stanno rimpiazzando i pesci del Mediterraneo. Ma anche di acque dolci e di lagune, passando dalle Valli di Comacchio, sul Delta del Po, a Cabras, in Sardegna. Scopriremo di mangiare regolarmente squali senza saperlo. Parleremo di paesaggi costieri e di turismo slow. E lo faremo con tantissime attività: degustazioni, laboratori per bambini e famiglie e un mercato che permetterà di incontrare pescatori e produttori costieri di tutta Italia».
Slow Food Italia, organizzatrice dell’evento con il patrocinio del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e della Regione Liguria, ha fortemente voluto Slow Fish 2025: «Un traguardo importante, che abbiamo voluto onorare nonostante le difficoltà organizzative di questa edizione – aggiunge Daniele Buttignol, amministratore delegato di Slow Food Promozione durante la conferenza di preview dedicata ai giornalisti -. La scelta di confermare l’evento è un riconoscimento alla Liguria e a Genova per il percorso fatto in questi 20 anni su temi che hanno avuto e avranno una notevole importanza per il nostro futuro. L’attenzione all’ambiente, al tema delle plastiche nei nostri mari, l’individuazione di modelli di pesca sostenibili che possano garantire un futuro a chi decide di dedicare la propria vita al mare e alla pesca, il tutto visto attraverso la lente della gastronomia, del cibo, dei paesaggi costieri, del turismo, sono per noi elementi imprescindibili».
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