09 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Una crisi diplomatica che nasce da un dossier tutt’altro che astratto: la vita quotidiana di migliaia di famiglie palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania, strette tra l’espansione degli insediamenti israeliani e un conflitto a Gaza che dura ormai da tre anni. Lo scontro tra Londra e Tel Aviv, esploso nelle ultime ore, riporta al centro del dibattito internazionale una domanda che riguarda da vicino chi si occupa di diritti e giustizia sociale: cosa succede quando un governo occidentale definisce apertamente “illegali” gli insediamenti dei coloni e denuncia il rischio di una “pulizia etnica”?
Il governo laburista britannico guidato da Andy Burnham ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. All’iniziativa di Londra si sono affiancati altri 11 Paesi, tra cui Canada e Francia, con l’esclusione dell’Italia. Israele ha risposto con la stessa durezza, disponendo la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme est.
Le parole di un ministro che si dice “amico” di Israele
A dare corpo alla svolta britannica è stato il ministro degli Esteri Ed Miliband, che alla Camera dei Comuni ha formalizzato la definizione degli insediamenti come entità illegali, richiamando in particolare l’espansione del contestato progetto E1 in Cisgiordania. Figlio di una famiglia ebraica di origine polacca fuggita dal nazismo, Miliband ha rivendicato le proprie radici e ricordato i familiari uccisi nell’Olocausto, dichiarandosi “amico” di Israele e condannando senza ambiguità l’antisemitismo e il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Proprio per questo le sue parole hanno avuto un peso particolare quando ha parlato di una politica dei coloni e del governo Netanyahu che sta rendendo “impossibile” la prospettiva di una soluzione a due Stati, riferendosi tanto alle devastazioni di Gaza quanto al terrorismo dei coloni estremisti in Cisgiordania. Il ministro ha inoltre accusato l’esecutivo israeliano di ignorare consapevolmente i segnali di una pulizia etnica, aggravata — a suo dire — dai toni incendiari usati da ministri come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, e ha definito comprovati i crimini di guerra commessi da Israele, rimettendo alla giustizia internazionale l’eventuale riconoscimento anche delle accuse di genocidio.
La replica di Israele e la lista nera dei parlamentari britannici
Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha respinto le accuse come «scandalose e false», annunciando oltre alla chiusura del consolato anche l’inserimento in una lista nera di un attivista e di undici deputati della sinistra britannica vicini alla causa palestinese — tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn — ai quali sarà vietato l’ingresso in Israele. Una misura che solleva interrogativi non secondari sul piano dei diritti civili e della libertà di espressione politica, dal momento che colpisce parlamentari eletti per le loro posizioni pubbliche.
Un fronte europeo diviso
Sul piano internazionale, la vicenda mette in luce le fratture dell’Unione europea di fronte alla crisi mediorientale. Un’eventuale adesione collettiva dei 27 alle sanzioni contro i coloni richiederebbe l’unanimità, oggi bloccata dalle resistenze di Paesi come Germania e Italia. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha ribadito la preferenza per decisioni condivise a livello europeo anche in materia commerciale, sottolineando che il Regno Unito, fuori dall’Unione, si muove secondo logiche proprie.
Resta sullo sfondo il nodo più delicato, quello che più interessa chi guarda alla vicenda da una prospettiva sociale e umanitaria: il destino delle comunità palestinesi che vivono sotto la pressione della colonizzazione in Cisgiordania e la popolazione di Gaza, dopo tre anni di conflitto segnati da quelle che la stessa fonte britannica ha definito sofferenze “indicibili” per uomini, donne e bambini.
Il nodo irrisolto del 7 ottobre: cosa sapeva Netanyahu
Alla tensione diplomatica con Londra si aggiunge, nello stesso giorno, una rivelazione che riguarda direttamente le famiglie delle vittime del 7 ottobre 2023 e il loro diritto a conoscere la verità su quanto accaduto prima del massacro. Secondo un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz — che anticipa un nuovo libro del giornalista Shlomi Eldar — ricostruisce come il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe personalmente avvertito Netanyahu, in una telefonata di 45 minuti a fine settembre 2023, che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando un attacco contro Israele.
Secondo la ricostruzione, quell’avvertimento non sarebbe mai stato trasmesso ai vertici dell’intelligence israeliana. Una circostanza che riaccende il dibattito pubblico sulle responsabilità istituzionali per le falle di sicurezza che precedettero l’attacco, in un contesto in cui la commissione d’inchiesta ufficiale resta bloccata: le forze politiche non hanno ancora trovato un accordo sulla sua composizione e il dossier è stato rinviato alla prossima Knesset, dopo le elezioni. Netanyahu ha definito l’inchiesta di Haaretz una “menzogna totale”, negando che la telefonata con bin Zayed sia mai avvenuta in quel periodo, mentre gli allora vertici dell’intelligence militare e dello Shin Bet affermano di non essere stati informati di alcun avvertimento emiratino.
La vicenda arriva a 49 giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre e si inserisce in una campagna elettorale in cui il premier continua a presentarsi come garante della sicurezza nazionale, pur in un clima segnato da sospetti e teorie contrapposte su chi, nei vertici politici e militari, sapesse cosa e quando. Per le famiglie delle vittime e per l’opinione pubblica israeliana, resta aperta una domanda che va oltre la contesa politica: quella sulla piena trasparenza istituzionale dovuta a chi ha perso una persona cara nell’attacco più sanguinoso della storia recente del Paese.
Resta sullo sfondo il nodo più delicato, quello che più interessa chi guarda a entrambe le vicende da una prospettiva sociale e umanitaria: da un lato il destino delle comunità palestinesi che vivono sotto la pressione della colonizzazione in Cisgiordania e la popolazione di Gaza, dopo tre anni di conflitto segnati da sofferenze definite “indicibili” per uomini, donne e bambini; dall’altro il diritto delle famiglie israeliane colpite dal 7 ottobre a una verità istituzionale completa sulle responsabilità di quel giorno.
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09 Set, 2026 | Comunicare il sociale
La nuova frontiera dell’economia circolare potrebbe essere già sulle nostre strade. Uno pneumatico non deve necessariamente diventare un rifiuto quando il battistrada arriva alla fine della sua prima vita: se la carcassa conserva le caratteristiche tecniche necessarie, può essere ricostruito e tornare a circolare. Ed è proprio qui che emergono numeri sorprendenti. La ricostruzione permette di salvare il 77% dei materiali originari dello pneumatico. Ogni 100 mila pneumatici ricostruiti si possono così risparmiare 29 milioni di litri di petrolio, 5 mila tonnellate di altre materie prime strategiche e 2.700 tonnellate di CO2, evitando contemporaneamente che 6.500 tonnellate di pneumatici arrivino prematuramente a fine vita.
«Siamo abituati a pensare alla sostenibilità dello pneumatico quando dobbiamo smaltirlo. Ma la vera economia circolare comincia prima: significa utilizzare più a lungo ciò che abbiamo già prodotto, quando naturalmente esistono le condizioni tecniche e di sicurezza per farlo» osserva Roberto Castigliani, oggi alla guida dello storico brand Castigliani Gomme (CastiglianiGomme.it), controllato dalla Pneucast Petroli.
L’Osservatorio Pneucast ha provato a tradurre questi numeri in una dimensione più immediata: mezzo milione di pneumatici ricostruiti corrisponderebbero a 145 milioni di litri di petrolio risparmiati, 25 mila tonnellate di altre materie prime preservate e 13.500 tonnellate di CO2 evitate. Si tratta di una simulazione e non di quantitativi effettivamente registrati sul mercato, costruita per rappresentare la dimensione potenziale del fenomeno.
Ma la questione non riguarda soltanto l’ambiente. Secondo Castigliani Gomme, uno pneumatico ricostruito può avere un prezzo mediamente inferiore di almeno il 40% rispetto a uno nuovo, mentre una carcassa tecnicamente idonea può, in determinate applicazioni, essere sottoposta nuovamente al processo di ricostruzione.
«La sostenibilità non può essere soltanto uno slogan ESG, ma deve diventare risparmio di materie prime, energia ed emissioni senza mai derogare alla sicurezza: il punto è passare dalla cultura dell’usa e sostituisci a quella del controlla, recupera e riutilizza» sostiene Roberto Castigliani.
La dimensione del problema emerge anche osservando ciò che accade quando gli pneumatici arrivano effettivamente a fine vita: nel 2025 il solo sistema Ecopneus ha raccolto in Italia 199.408 tonnellate di pneumatici fuori uso (PFU), equivalenti agli pneumatici di 24,9 milioni di automobili, attraverso circa 52 mila richieste di prelievo presso oltre 20 mila punti di generazione.
Per la prima volta il recupero di materia ha così raggiunto il 51% dei flussi, superando il recupero energetico fermo al 49%. Il bilancio ambientale della filiera nel 2025 quantifica in 131 mila tonnellate le emissioni di CO2 equivalente evitate e in oltre 1,2 milioni di MWh le risorse fossili risparmiate.
Sono due facce della stessa economia circolare, ma non vanno confuse: ricostruire significa prolungare la vita utile dello pneumatico prima che diventi un rifiuto; riciclare significa recuperare materia quando lo pneumatico è ormai fuori uso.
Il 2026 segna inoltre un passaggio importante sul piano regolatorio. Il Regolamento ONU numero 108, pubblicato il 6 marzo 2026 nella Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea, disciplina l’omologazione della produzione degli pneumatici ricostruiti destinati principalmente a determinate categorie di autoveicoli e rimorchi e stabilisce specifici requisiti per l’accettazione delle carcasse e per il processo produttivo.
«Non stiamo parlando di rimettere in strada uno pneumatico usurato. La ricostruzione è un processo industriale regolamentato, nel quale la carcassa viene selezionata e controllata e lo pneumatico viene sottoposto alle procedure previste per poter tornare sul mercato. La sicurezza viene prima della sostenibilità: soltanto ciò che è tecnicamente idoneo può avere una seconda vita» puntualizza Roberto Castigliani.
Ed è proprio questo, secondo l’Osservatorio Pneucast, il punto sul quale potrebbe giocarsi una parte della transizione ecologica dell’automotive. Non soltanto produrre veicoli meno inquinanti, ma allungare la vita dei componenti, ridurre l’impiego di materie prime vergini e trasformare il rifiuto nell’ultima opzione, anziché nella prima. «Per decenni abbiamo misurato il valore di uno pneumatico chiedendoci quanti chilometri potesse percorrere. Oggi dobbiamo aggiungere una seconda domanda: quante risorse possiamo evitare di consumare prima di sostituirlo? Se riusciamo a salvare il 77% dei materiali originari, quella seconda vita non è soltanto un risparmio economico. È materia prima che non dobbiamo produrre di nuovo» conclude Roberto Castigliani.
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09 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Nelle tasche e negli zaini dei ragazzi italiani l’intelligenza artificiale è ormai una presenza quotidiana, ma il Paese fatica a starle dietro. Mentre in Europa quasi sette adolescenti su dieci hanno già utilizzato strumenti di IA generativa, in Italia la quota si ferma al 51,9%, terzultimo posto nell’Unione. Un ritardo che si intreccia con un altro divario, più antico e altrettanto profondo: solo il 40,7% degli edifici scolastici statali dispone di un’aula d’informatica, con punte minime nei territori più periferici del Paese. È questo il quadro che emerge dal nuovo mini dossier «Intelligenza artificiale, una sfida educativa», realizzato dall’Osservatorio sulla povertà educativa promosso da Con i Bambini e Openpolis, che incrocia i dati europei sull’uso dell’IA tra gli adolescenti con quelli del Ministero dell’Istruzione e del Merito sulle dotazioni tecnologiche delle scuole italiane.
Un fenomeno di massa che l’Italia rincorre
A livello globale l’uso dell’intelligenza artificiale tra i minori è ormai un fenomeno diffuso, spinto soprattutto dall’impiego di strumenti generativi per i compiti scolastici e per le attività quotidiane. La media europea tra i ragazzi di 16-19 anni si attesta al 66,4%, con diversi Paesi che superano il 70% e oltre la metà degli utilizzatori che ricorre all’IA per finalità di studio e formazione.
L’Italia, invece, arretra: appena il 51,9% dei giovani tra i 16 e i 19 anni dichiara di aver usato strumenti di IA generativa negli ultimi tre mesi. Un dato che, letto insieme a un altro elemento del dossier, racconta qualcosa di più della semplice distanza dalle mode tecnologiche. Tra chi non utilizza l’intelligenza artificiale, infatti, l’8,6% dei ragazzi italiani dichiara di non farlo perché non saprebbe come fare, contro una media europea del 7,3%. È il segnale di un deficit strutturale di competenze digitali di base, prima ancora che di una scelta consapevole.
Le aule d’informatica che mancano, soprattutto lontano dai centri
Il divario nell’uso dell’IA si specchia in un divario infrastrutturale altrettanto marcato. Su tutto il territorio nazionale, solo il 40,7% degli edifici scolastici statali possiede un’aula d’informatica. A guidare la classifica regionale è la Toscana, dove il 60% delle scuole ne è dotato, seguita da Liguria (59,1%), Piemonte (53,6%) e Marche (51,4%). All’estremo opposto si collocano Abruzzo (27,8%), Calabria (27,2%) e, ultimo, il Lazio, fermo al 25,4%.
Il divario non è soltanto regionale, ma anche territoriale: la dotazione tecnologica cala progressivamente man mano che ci si allontana dai centri urbani principali. Se nei comuni polo le aule d’informatica sono presenti nel 41% degli edifici, la quota scende al 37,8% nei comuni intermedi, al 37% in quelli periferici, fino al 33,8% nei comuni ultraperiferici, dove l’accesso alle tecnologie digitali resta più difficile.
Da utenti passivi a cittadini consapevoli
Per il presidente di Con i Bambini, Marco Rossi-Doria, il rischio è che l’intelligenza artificiale finisca per amplificare disuguaglianze già esistenti. «Il divario storico aggiunto a quello contemporaneo rischia di trasformare l’IA in un formidabile moltiplicatore delle disuguaglianze, creando un nuovo “divario digitale” se le tecnologie e la capacità di padroneggiarle in modo critico, consapevole e articolato non sono accessibili in modo equo» — spiega Rossi-Doria, che rivendica l’attenzione riservata dall’Osservatorio a questi temi fin dal suo avvio.
Rossi-Doria richiama la responsabilità degli adulti di riferimento, tra spaesamento e necessità di ripensare i modelli educativi: «Possiamo e dobbiamo conservare il senso universale dell’educĕre e le sue componenti irrinunciabili, ma dobbiamo tenere presente che questi nostri bambini e ragazzi imparano veleggiando per mari che sono i loro» — osserva, ricordando che la scuola italiana possiede già molte delle risorse necessarie per affrontare questa stagione, e che non va demolita per essere ricostruita, ma va riconosciuto e rafforzato ciò che già funziona. «È urgente, fin dalle prime età della vita, nutrire un “noi” fatto di ragazzi che usano insieme l’intelligenza artificiale, che non ne sono supini utilizzatori acritici» — conclude, ricordando che l’umano e l’IA devono poter convivere entro i processi di apprendimento.
Il dossier evidenzia inoltre come, dietro l’entusiasmo per le potenzialità dell’IA a supporto dell’apprendimento, restino aspetti di cui si parla ancora troppo poco: la cessione inconsapevole di dati personali, i bias discriminatori, il rischio di assimilare informazioni false, con conseguenze dirette sullo sviluppo del pensiero critico dei più giovani.
La priorità: non frenare, ma accompagnare
Il messaggio che attraversa l’intero dossier è che l’obiettivo delle politiche pubbliche non può essere quello di incoraggiare o frenare indistintamente l’uso dell’intelligenza artificiale tra i minori. Il compito, piuttosto, è mettere ogni ragazza e ogni ragazzo nelle condizioni di comprenderne il funzionamento e di utilizzarla in modo responsabile, critico e autonomo, riconoscendo i rischi legati alla privacy, alla disinformazione e agli errori dei sistemi generativi.
In questa direzione, le dirigenze scolastiche indicano come priorità assoluta il rafforzamento delle competenze digitali e metodologiche degli insegnanti, accanto a un piano organico di adeguamento delle infrastrutture tecnologiche. Una sfida che il dossier definisce prima pedagogica e sociale che tecnologica: senza un’azione corale che coinvolga scuola, famiglie e terzo settore, il rischio è che il divario digitale si trasformi in una nuova forma di esclusione sociale, a danno soprattutto dei ragazzi che vivono nei contesti di maggiore fragilità economica e territoriale.
Il report completo è disponibile su www.conibambini.org.
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09 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Rifiuti da demolizione, pneumatici fuori uso e legno ammassati per un volume di circa 150 metri cubi. Nei guai un imprenditore di 55 anni, denunciato dai Carabinieri
Un terreno agricolo trasformato, secondo gli accertamenti dei Carabinieri, in un vero e proprio deposito abusivo di rifiuti. È quanto scoperto nel pomeriggio di ieri, 8 settembre, a Succivo, dove i militari della Stazione di Sant’Arpino, con il supporto del Nucleo Carabinieri Forestale di Marcianise, hanno sequestrato un’area di circa 500 metri quadrati nell’ambito dei servizi di contrasto agli illeciti ambientali nella cosiddetta Terra dei Fuochi.
Nel corso dell’ispezione, i Carabinieri hanno individuato un consistente accumulo di materiali che, secondo quanto contestato, erano stati depositati senza le necessarie autorizzazioni. Sull’area erano presenti rifiuti speciali pericolosi, costituiti da materiali provenienti da attività di demolizione e costruzione, insieme a pneumatici fuori uso e parti di pallet in legno.
Una quantità tutt’altro che marginale: il materiale rinvenuto è stato stimato in un volume complessivo di circa 150 metri cubi.
Ma gli accertamenti non si sarebbero fermati alla presenza dei rifiuti. I militari avrebbero infatti rilevato anche un utilizzo dell’area non conforme alla sua destinazione urbanistica originaria: da fondo agricolo, il terreno sarebbe stato adibito a deposito in assenza delle previste autorizzazioni.
Di fronte al quadro emerso, è scattato il sequestro penale dell’intera area, estesa per circa 500 metri quadrati, dei relativi locali e dei rifiuti presenti.
Un 55enne, imprenditore, originario di Succivo e residente nell’area dell’agro aversano, è stato quindi deferito in stato di libertà all’Autorità giudiziaria poiché ritenuto gravemente indiziato allo stato delle indagini di attività di gestione di rifiuti non autorizzata.
L’area e i materiali sequestrati sono stati affidati in custodia giudiziale al proprietario, in attesa degli ulteriori adempimenti. Saranno ora necessari gli interventi di caratterizzazione dei rifiuti, finalizzati a determinarne con precisione natura e composizione, e le successive operazioni di smaltimento secondo le procedure previste dalla legge.
L’operazione dei Carabinieri si inserisce nella costante attività di vigilanza sul territorio della Terra dei Fuochi, dove il contrasto agli illeciti ambientali rappresenta una delle priorità dell’azione di prevenzione. Controlli che puntano a individuare non soltanto l’abbandono indiscriminato dei rifiuti, ma anche l’utilizzo irregolare di terreni e strutture per lo stoccaggio di materiali senza le necessarie autorizzazioni.
Un sequestro che mette i sigilli a un’area di 500 metri quadrati e blocca, nell’immediato, l’ulteriore accumulo di circa 150 metri cubi di materiali, mentre gli accertamenti proseguiranno nelle sedi competenti.
La persona deferita è presunta non colpevole fino a eventuale sentenza definitiva e ogni responsabilità dovrà essere accertata dall’Autorità giudiziaria.
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08 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Il mercato delle droghe è in continua evoluzione. Cambiano le sostanze, le modalità di produzione e di distribuzione. Il recente sequestro di hashish bianco a Pozzuoli riporta l’attenzione sulle nuove droghe ad alta potenza e sui rischi connessi a consumi sempre più difficili da riconoscere e valutare.
Il dato più significativo riguarda la concentrazione del principio attivo di questa nuova sostanza. L’hashish bianco può superare il 70% di THC, mentre l’hashish tradizionale si attesta generalmente tra il 10 e il 30%. Una differenza che aiuta a capire perché il caso non riguardi soltanto la cronaca giudiziaria, ma racconti un mercato in perenne trasformazione, fatto di prodotti sempre più potenti, diversificati e difficili da valutare nei loro effetti, soprattutto per i consumatori più giovani.
Il caso napoletano rientra in un quadro europeo sempre più complesso. L’EUDA (European Union Drugs Agency), l’Agenzia dell’Unione Europea sulle droghe, segnala un mercato in continua evoluzione, attraversato da sostanze nuove, sintetiche, pure o ad alta potenza. Nel 2025 sono state segnalate per la prima volta nel vecchio continente 50 nuove sostanze psicoattive, portando a 1.050 quelle complessivamente monitorate. Tra gli elementi di maggiore attenzione ci sono i nuovi oppioidi sintetici, i cannabinoidi semisintetici, i prodotti venduti sotto forma di vaporizzatori o edibili e le sostanze adulterate, che espongono soprattutto i nuovi consumatori a rischi difficili da valutare.
Cosa dice il Forum Droghe
A confermare la delicatezza del fenomeno arrivano anche i dati diffusi da Forum Droghe in occasione dell’International Overdose Awareness Day. Nel 2025, in Italia, almeno 249 persone sono morte per intossicazione acuta da sostanze: quasi cinque ogni settimana, con un aumento del 7,8% rispetto alle 231 vittime del 2024. Si tratta di decessi direttamente accertati dalle forze dell’ordine e riportati nella Relazione annuale al Parlamento sulle dipendenze 2026.
Nel quadro tracciato da Forum Droghe, la cocaina resta una delle sostanze di maggiore impatto sanitario: è indicata come responsabile del 33% delle morti e, nello stesso anno, risulta associata anche al 32% dei ricoveri droga-correlati. Gli accessi ai pronto soccorso per condizioni direttamente connesse alle droghe sono stati 9.641, in crescita del 15%. Numeri che non raccontano soltanto l’emergenza sanitaria, ma anche la necessità di rafforzare prevenzione, prossimità e capacità di intercettare i consumi prima che diventino danno.
Il rapporto apre anche una riflessione sulle politiche di riduzione del danno. Il tasso italiano di morti per overdose resta inferiore alla media europea ma Forum Droghe sottolinea come questo risultato sia legato al lavoro costruito dagli anni ‘90 da unità di strada, servizi pubblici e privato sociale, programmi con metadone e distribuzione del naloxone. Una rete che, secondo l’associazione, oggi ha bisogno di essere rafforzata con linee guida nazionali, strumenti omogenei e interventi capaci di non dipendere dal territorio in cui una persona vive.
Il progetto Divertimento Garantito
Di fronte a sostanze che cambiano, cambiano anche le parole della prevenzione. Non basta limitarsi all’allarme o alla paura. Serve intercettare i ragazzi nei luoghi in cui costruiscono relazioni, abitudini e consapevolezza. È dentro questa prospettiva che si inserisce “Divertimento Garantito Est Edition”, progetto finanziato dal Dipartimento per le Politiche antidroga e promosso dal Dipartimento Dipendenze dell’Asl Napoli 1 Centro. L’intervento riguarda la Sesta Municipalità del Comune di Napoli (San Giovanni a Teduccio, Barra, Ponticelli) e coinvolge gli studenti del triennio delle scuole superiori.
A raccontarne la genesi è la dottoressa Anita Rubino, direttrice FF del Dipartimento Dipendenze dell’Asl Napoli 1 Centro. “Il Dipartimento Dipendenze lavora in una prospettiva di promozione della salute, che implica favorire l’empowerment e la consapevolezza dei cittadini rispetto alla propria salute”, spiega. “Nell’ambito delle attività rivolte ai più giovani, seguendo questa prospettiva abbiamo immaginato un percorso capace di promuovere il coinvolgimento e il protagonismo dei ragazzi e delle ragazze, affinché ogni loro comportamento nell’ambito del divertimento fosse garantito da una conoscenza sempre maggiore non solo delle informazioni sanitarie utili, ma soprattutto di sé stessi, del proprio modo di reagire agli stimoli, di ricercare il piacere e di confrontarsi con i limiti”, specifica Rubino.
“Così è nato il progetto Divertimento Garantito: un progetto in cui i temi dell’alcol, delle sostanze, del gioco d’azzardo, della sessualità e delle infezioni sessualmente trasmissibili diventano il pretesto per scambiarsi informazioni, ma soprattutto per attivare momenti di confronto guidato in cui gli studenti sono i reali protagonisti” conclude Rubino.
Il progetto prevede incontri con gli studenti del triennio delle scuole superiori e accompagna gli stessi ragazzi in più momenti del percorso scolastico.Al quinto anno è previsto anche un focus group di restituzione reciproca sull’impatto del progetto rispetto alle conoscenze e alle life skills. I temi diventano così un punto di partenza per aprire un confronto nel quale gli studenti non sono destinatari passivi di una lezione, ma protagonisti di un percorso di consapevolezza. In un mercato delle droghe sempre più veloce, mutevole e difficile da decifrare, la prevenzione non può limitarsi a rincorrere l’emergenza. Deve entrare prima nei contesti educativi, costruire fiducia, offrire strumenti e parole corrette. Perché il rischio non si affronta solo quando diventa cronaca, ma soprattutto quando può ancora essere compreso, nominato e prevenuto.
di Roberto Malfatti
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08 Set, 2026 | Comunicare il sociale
Montefusco, borgo dell’Irpinia, ospita l’11 e il 12 settembre il principale appuntamento regionale sulla gestione delle politiche sociali. L’iniziativa, promossa da ADiPS Campania (Associazione Dirigenti Politiche Sociali), riunisce a Palazzo Giordano esperti del settore, dirigenti e coordinatori degli Ambiti territoriali sociali, rappresentanti istituzionali e realtà del Terzo Settore per due giornate di confronto sul tema “Gestire le politiche sociali”.
I lavori si aprono l’11 settembre alle 16.30 con i saluti istituzionali del sindaco di Montefusco Salvatore Santangelo e del presidente della Provincia di Avellino Fausto Picone. Segue, alle 17.10, l’introduzione di Carmine De Blasio, presidente ADiPS Campania e direttore del Consorzio dei servizi sociali A5 di Atripalda. Alle 17.30 si apre il primo panel, “Le voci del welfare in Campania”, che vede confrontarsi Nicola Anaclerio, vicepresidente ADiPS Campania e dirigente politiche sociali di Torre Annunziata; Rosaria Dell’Aversana, direttivo ADiPS e direttore dell’Azienda Speciale Consortile Ambito S01_2 di Angri; Giovanpaolo Gaudino, portavoce del Forum Terzo Settore; Anna Ceprano, presidente Legacoop Campania; Salvatore Scafuri, presidente Confcooperative Campania; Stella Troiano, segreteria regionale UIL Campania; Melicia Comberiati, segretario generale CISL Napoli; ed Elisa Laudiero, segretaria CGIL Napoli e Campania.
La seconda giornata si apre alle 9.30 con il panel “Dal dire al fare: come realizzare una vera integrazione sociosanitaria?”, con Francesca Palma, direttivo ADiPS e direttore del Consorzio servizi sociali C08 di Santa Maria Capua Vetere; Giuseppe Bonino, direttivo ADiPS e dirigente servizi sociali del Comune di Salerno; Sara D’Angelo, direttivo ADiPS e coordinatore ATS N 25 di Pomigliano d’Arco; Josi Della Ragione, sindaco di Bacoli e delegato welfare ANCI Campania; Maria Concetta Conte, direttore generale ASL Avellino; e Gaetano Gubitosa, direttore generale ASL Napoli 1.
Dopo il break delle 11, alle 11.30 prende il via il terzo panel, “Bene e male al crocevia tra pubblico e privato”, con Giuseppe Visone, sostituto procuratore della DDA di Napoli; Antonio Di Donna, vescovo di Acerra e presidente della Conferenza Episcopale Campana e Francesco Gravetti, caporedattore di Comunicare il Sociale.
Chiude i lavori, dalle 15, il panel “Etica e competenza: come cambia il ruolo del dirigente di un ATS”, che riunisce nuovamente Carmine De Blasio, Francesca Palma, Giuseppe Bonino e Nicola Anaclerio, insieme a Sara D’Angelo, Michele Maria Ippolito (direttivo ADiPS, dirigente politiche sociali ATS N 28 di San Giorgio a Cremano), Rosaria Dell’Aversana e Andrea Morniroli, assessore alle politiche sociali della Regione Campania.
Al centro dell’iniziativa la necessità, sottolineata dal presidente De Blasio, di rilanciare la strutturazione del sistema pubblico di welfare sui territori della Campania. Un ruolo decisivo, secondo ADiPS, spetta ai direttori dei consorzi e ai coordinatori degli Uffici di Piano, chiamati a coniugare competenze tecniche e consapevolezza del proprio ruolo in un contesto che vede il passaggio dalle politiche sociali “a progetto” alle politiche sociali “di servizi”.
Costituitasi formalmente in Campania nel 2025 ADiPS si propone come comunità di pratica per i dirigenti pubblici delle politiche sociali, con l’obiettivo di favorire il confronto, il sostegno reciproco e la rappresentanza della categoria nelle sedi del dibattito istituzionale.
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