“Il Coach dei 2 Mondi” in anteprima mondiale al Giffoni Film Festival 2026: il documentario di Adriano Pantaleo racconta Antonio Petillo, il coach che cambia la vita dei ragazzi tra Napoli e l’Africa

Sarà presentato in anteprima mondiale al Giffoni Film Festival 2026, nella sezione dedicata allo sport, “Il Coach dei 2 Mondi”, il nuovo documentario diretto da Adriano Pantaleo che racconta la straordinaria storia di Antonio Petillo, l’allenatore che ha dedicato la propria vita a formare generazioni di ragazzi tra Napoli e l’Africa, facendo del basket uno strumento di educazione, inclusione e cambiamento sociale. Un racconto che attraversa oltre quarant’anni di impegno e restituisce il ritratto di un uomo che ha trasformato la propria passione in una missione educativa.

L’anteprima mondiale al Giffoni Film Festival sarà accompagnata da un evento speciale che vedrà protagonisti Adriano Pantaleo e Antonio Petillo. Dopo la proiezione del documentario e il talk con il pubblico, il coach guiderà un training camp dedicato ai giovani cestisti nell’Arena di Giffoni, trasformando il messaggio del film in un’esperienza concreta di sport, formazione e condivisione. Un appuntamento che conferma la volontà di portare fuori dallo schermo i valori raccontati nel documentario, coinvolgendo direttamente le nuove generazioni.

Il documentario assume anche un forte valore simbolico perché è l’ultima opera cinematografica girata all’interno delle Vele di Scampia prima della loro demolizione. Una scelta che consegna alla memoria uno dei luoghi più iconici del Paese attraverso una narrazione diversa da quella a cui siamo stati abituati. Il film restituisce il volto di una Scampia che troppo raramente trova spazio nel racconto pubblico: quella di chi ogni giorno costruisce comunità, relazioni e futuro attraverso l’impegno, lo sport e l’educazione.

L’idea del film nasce nel 2019 da Stefano Prestisimone, giornalista de Il Mattino, che racconta ad Adriano Pantaleo la storia di Antonio Petillo. Da quell’incontro prende forma un progetto sviluppato nel corso degli anni attraverso un lungo lavoro di ricerca e realizzazione, fino a diventare un documentario che racconta non soltanto la storia di un allenatore, ma quella di un uomo che ha fatto dell’educazione una scelta di vita.

Classe 1959, Antonio Petillo inizia il proprio percorso all’interno dell’Istituto Don Guanella di Miano, facendo del basket il linguaggio attraverso cui accompagnare centinaia di giovani nella crescita personale. Negli anni il suo talento lo porta fino ai massimi livelli della pallacanestro italiana, ma quando avrebbe potuto consolidare una carriera sui parquet della Serie A sceglie di rinunciare a quel percorso per restare fedele alla propria missione educativa, mettendo la sua esperienza al servizio dei ragazzi delle periferie di Napoli e, successivamente, dell’Africa. Per lui il campo non è mai stato soltanto il luogo della competizione, ma uno spazio in cui trasmettere disciplina, responsabilità, rispetto e fiducia nelle proprie capacità. «Attraverso il basket cerco di far capire ai ragazzi che cos’è la vita», sintetizza Petillo.

Il film ripercorre questa esperienza attraverso immagini d’archivio, fotografie, testimonianze e riprese realizzate tra Napoli e l’Africa. Ex giocatori, allenatori, amici e collaboratori ricostruiscono il percorso umano e professionale di Petillo, restituendo il ritratto di un educatore capace di incidere profondamente sul proprio territorio e sulle persone incontrate lungo il cammino.

Da oltre dieci anni il suo impegno prosegue anche in Kenya e Zambia, dove collabora con Amani for Africa, formando allenatori e accompagnando bambini e adolescenti in percorsi educativi attraverso il basket. È proprio questo il significato del titolo Il Coach dei 2 Mondi: un ponte ideale tra Napoli e l’Africa, due realtà geograficamente lontane ma accomunate dalla convinzione che lo sport possa rappresentare uno straordinario strumento di inclusione, responsabilità e crescita sociale.

Frutto di oltre tre anni di lavorazione tra Napoli, Kenya e Zambia, il documentario accompagna Antonio Petillo nel suo quotidiano. Alternando immagini d’archivio, testimonianze e riprese realizzate nei luoghi della sua storia, Adriano Pantaleo costruisce un racconto che supera i confini del documentario sportivo e restituisce il percorso umano di un allenatore capace di lasciare un segno ben oltre il campo da gioco.

Realizzato senza alcun contributo pubblico, Il Coach dei 2 Mondi è una produzione Terranera e Verteego, in associazione con Percettiva e in collaborazione con Giffoni Innovation Hub. Il documentario è prodotto da Andrea Bonelli, Francesco Di Leva e Adriano Pantaleo, con Alessia Calvani e Daniele Guarnera produttori associati. La realizzazione dell’opera è stata resa possibile grazie al supporto di Stichting Astara, Salus, Banca Etica, Codime e IKS – Italian Kit Sport, con il patrocinio della Federazione Italiana Pallacanestro (FIP), del Comune di Napoli e della Fondazione Campania Welfare (già Fondazione Banco di Napoli).

«Seguire Antonio per cinque anni è stato per me un grande privilegio. Ho potuto attraversare, insieme a lui e ai suoi ragazzi, mondi diversi ma uniti dalla stessa lingua: quella dello sport come strumento di educazione e di crescita. Ho capito quasi subito che dietro la storia dell’allenatore che aveva portato per la prima volta Scafati in Serie A2 si celava qualcosa di molto più grande: la straordinaria storia di un uomo comune che aveva trasformato la propria passione in una missione educativa, diventando un autentico maestro di vita. Mi auguro di essere riuscito a trasmettere tutto questo e che lo spettatore, guardando il film, possa vivere lo stesso viaggio che ho vissuto io. Perché, in fondo, questo è un film che, attraverso il basket, racconta ciò che un essere umano può fare per un altro essere umano», dichiara Adriano Pantaleo.

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Il caso Petrone e la lezione della giustizia riparativa

Una inattesa stretta di mano è l’immagine che ha segnato una delle ultime udienze davanti al Tribunale per i minorenni di Napoli. Bruno Petrone, il giovane calciatore accoltellato durante un’aggressione ai baretti di Chiaia nella notte tra il 26 e il 27 dicembre scorso, ha accolto le scuse di alcuni dei ragazzi imputati e ha stretto loro la mano. Contestualmente, il giudice ha disposto per gli adolescenti il trasferimento dal carcere ad una comunità, aprendo una nuova fase del procedimento.

 

Una scena che ha inevitabilmente alimentato il dibattito pubblico. C’è chi vi ha letto il segno di un percorso educativo riuscito e chi l’ha interpretata come un’eccessiva apertura nei confronti di chi si è reso responsabile di un reato grave.

 

Quella stretta di mano, più che rappresentare un punto di arrivo, offre l’occasione per interrogarsi sul significato della giustizia riparativa e sul lavoro che si sviluppa, spesso lontano dai riflettori, nei percorsi della giustizia minorile.

 

«Esiste una dimensione individuale del reato e una collettiva», spiega la criminologa Debora Divertito, curatrice del volume Spiega la Vela, dedicato ai percorsi educativi con i minori autori di reato. «La prima riguarda la responsabilità personale e la relazione con la vittima. La seconda ha a che fare con la giustizia riparativa intesa come riparazione del danno causato all’intera comunità, anche nei confronti delle cosiddette vittime aspecifiche, cioè persone che hanno subito lo stesso tipo di reato pur non essendo state colpite direttamente da quel ragazzo», aggiunge. È una distinzione fondamentale perché sposta l’attenzione dal gesto simbolico al percorso. Non è infatti il perdono della vittima il criterio con cui valutare l’efficacia della giustizia riparativa. «L’autore di reato può responsabilizzarsi anche senza ottenere il perdono personale. Da criminologa privilegio il percorso che porta alla piena consapevolezza dell’atto commesso e che dia la possibilità di ricucire lo strappo tra lui o lei e il mondo esterno», osserva Divertito.

 

Il verbo ricucire descrive bene anche il senso della giustizia riparativa secondo Icilio Martire, mediatore penale e autore di uno dei contributi contenuti in Spiega la Vela. «La giustizia riparativa non è qualcosa di estemporaneo», spiega Martire. «Non nasce in un’aula di tribunale e non coincide con un singolo incontro. Il reato non è soltanto la violazione di una norma. È una ferita nelle relazioni, nel corpo sociale. La giustizia riparativa prova proprio a ricucire quella ferita». Per arrivare a questo risultato, sottolinea Martire, è necessario un lavoro lungo e delicato. «C’è bisogno di accompagnare gli autori di reato. Servono tempo, pazienza, delicatezza, coraggio e la capacità di rispettare i tempi delle persone. I mediatori hanno un ruolo fondamentale perché aiutano a dare senso a quello che è accaduto dopo il reato, a comprendere quali ferite emotive abbia lasciato nella vita delle persone coinvolte».

 

Nella giustizia riparativa l’incontro tra autore del reato e vittima non rappresenta il punto di partenza, ma l’eventuale esito di un percorso costruito nel tempo. «Non si arriva subito all’incontro. Si lavora sia con l’autore del reato sia con la vittima. Quest’ultima deve essere libera di scegliere se partecipare e deve sentirsi realmente pronta all’ascolto. Allo stesso tempo il mediatore deve percepire l’autenticità delle motivazioni dell’autore del reato, evitando che partecipi solo perché pensa di ottenere qualche beneficio».

È proprio questo uno degli aspetti che rischiano di essere fraintesi anche dopo l’entrata in vigore della riforma Cartabia, che ha introdotto una disciplina organica della giustizia riparativa e favorito la nascita dei centri per la giustizia riparativa in tutta Italia. «Non bisogna confondere la legge Cartabia con i benefici che eventualmente possono derivare da un percorso», chiarisce Martire. «Il mediatore si fa garante dell’autenticità. In caso contrario il rischio è quello della rivittimizzazione».

 

La riforma individua tre soggetti protagonisti della giustizia riparativa: autore del reato, vittima e comunità. Un’impostazione che supera la concezione tradizionale della pena come rapporto esclusivo tra Stato e imputato. «Le relazioni da ricostruire non riguardano soltanto autore e vittima. C’è anche la comunità, il quartiere che ha vissuto quel fatto, il senso di insicurezza che si è generato, le famiglie coinvolte», aggiunge Martire.

 

Anche per questo non esistono percorsi standardizzati. Come osserva Deborah Divertito «l’elemento principale è la volontà da parte di tutti gli attori coinvolti nel percorso giudiziario di cucire insieme un abito sartoriale che tenga conto della storia di vita del ragazzo, delle motivazioni del reato, delle aspirazioni interrotte dall’azione criminosa e delle risorse interne ed esterne disponibili. Quando tutto questo si allinea, grazie alla disponibilità di tutti – compreso il ragazzo – allora la strada verso il cambiamento è davvero cominciata».

 

Un’esperienza significativa in questo senso arriva proprio dal progetto Spiega la Vela, dove Martire ha seguito un percorso di giustizia riparativa che ha coinvolto Salvatore, autore di un tentato omicidio, e Alessio, ragazzo accoltellato. «Quando proponemmo l’incontro, Salvatore rimase stupito che la vittima volesse davvero incontrarlo. Durante quel confronto Alessio raccontò di aver creduto di morire quella sera e di essere stato medicato con numerosi punti di sutura senza anestesia. Dopo aver ascoltato quella testimonianza, Salvatore si fermò e disse che la vera sofferenza non era stata la sua, che aveva vissuto tre anni in comunità, ma quella di Alessio». Un’esperienza dalla quale sta nascendo anche un documentario.

 

Per Martire è proprio in momenti come questo che la giustizia riparativa mostra il proprio valore. «Alcuni mi confidano che il momento più difficile è stato incrociare lo sguardo della persona a cui avevano fatto del male. È lì che comprendono davvero le conseguenze delle proprie azioni». Il cambiamento, però, non è mai lineare e richiede un lavoro educativo costante. «I percorsi sono tutti diversi. La loro complessità dipende dal contesto in cui matura il reato, dalla tipologia del reato, dalle risorse familiari e sociali disponibili. La strada verso il cambiamento autentico – spiega Divertito – è impervia e dolorosa per tutti, perché sollecita emozioni che spesso i ragazzi tendono a raffreddare più che a elaborare. Dobbiamo mettere in conto gli errori, le ricadute e i momenti difficili, senza considerarli fallimenti ma ostacoli da superare. Consapevolezza, empatia e accettazione sono tre elementi imprescindibili».

 

L’esperienza maturata nei percorsi di mediazione conferma che, quando esistono le condizioni per lavorare in modo autentico, la giustizia riparativa produce risultati significativi. «Sia nella mia esperienza che statisticamente, quando sia l’autore del reato sia la vittima scelgono liberamente di aderire a un percorso di giustizia riparativa, nel 99% dei casi il percorso arriva fino in fondo», conclude Martire.

 

di Ciro Oliviero

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Falchi del Sud, trent’anni al servizio del territorio: il 15 luglio l’associazione spegne le candeline

Festeggia 30 anni  l’Associazione di Protezione Civile Falchi del Sud – OdV, un traguardo che racconta tre decenni di impegno, solidarietà e servizio al fianco della comunità. Fondata nel 1996 a Napoli, nel quartiere Vomero, dall’iniziativa di un piccolo gruppo di cittadini accomunati dalla volontà di sostenere la popolazione nei momenti di difficoltà, l’associazione è cresciuta fino a diventare una delle realtà di volontariato di Protezione Civile più riconosciute e apprezzate del territorio napoletano e dell’intera Campania.

In questi trent’anni i Falchi del Sud hanno saputo trasformarsi da piccola organizzazione locale in un punto di riferimento operativo qualificato, ricevendo anche il prestigioso riconoscimento della medaglia del Comune di Napoli. Un percorso costruito grazie all’impegno di quasi 400 volontari che, nel corso degli anni, hanno prestato servizio nelle emergenze della Municipalità 5, così come nei più complessi scenari di crisi a livello comunale, regionale e nazionale. L’associazione è stata protagonista di numerosi interventi di antincendio boschivo, attività di monitoraggio ambientale, operazioni di soccorso alla popolazione durante calamità naturali e iniziative di sensibilizzazione dedicate alla diffusione della cultura della Protezione Civile e della prevenzione dei rischi.

«Trent’anni di volontariato significano migliaia di ore di servizio, notti insonni, sacrifici personali e anche rinunce. Significano soprattutto l’orgoglio di aver dato concretamente una mano a chi ne aveva bisogno e di aver difeso il nostro territorio nelle piccole e grandi emergenze affrontate in questi anni- dichiara il presidente Emanuele Cervelli- Questo traguardo appartiene a tutti i volontari che hanno indossato e continuano a indossare la nostra divisa con dedizione, professionalità e passione, ma anche alle istituzioni e agli enti che hanno creduto nel nostro lavoro e ci hanno accordato la loro fiducia».

Uno degli elementi che ha contraddistinto la crescita dell’associazione è stato il costante investimento nella formazione dei volontari, con l’obiettivo di rendere il volontariato di Protezione Civile sempre più qualificato, organizzato e preparato ad affrontare ogni tipo di emergenza.

Oggi i principali ambiti di intervento dei Falchi del Sud comprendono l’antincendio boschivo e di interfaccia, svolto in convenzione con la Regione Campania attraverso attività di avvistamento e spegnimento durante i periodi di maggiore rischio; la gestione delle emergenze locali, regionali e nazionali mediante i moduli specializzati di antincendio boschivo, emergenza idrogeologica e segreteria d’emergenza, che consentono all’associazione di operare all’interno della Colonna Mobile della Regione Campania; e le attività di informazione e formazione rivolte ai cittadini, alle scuole e alle nuove generazioni per promuovere la cultura della prevenzione e della protezione del territorio. L’anniversario del 15 luglio rappresenterà non solo un’occasione per ripercorrere le tappe più significative della storia dell’associazione, ma anche un momento per guardare al futuro, rafforzando l’impegno verso un volontariato sempre più competente e coinvolgendo nuove generazioni di cittadini nella Protezione Civile, affinché continuino a rappresentare una risorsa fondamentale per la sicurezza e la resilienza delle comunità.

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Da Bruxelles parte la sfida europea dell’Intelligenza Artificiale

Non soltanto innovazione tecnologica, ma un nuovo modello europeo di sviluppo fondato sull’inclusione, sulla tutela dei diritti e sulla centralità della persona. Questa la sfida che il prossimo 14 luglio porterà al Parlamento europeo istituzioni comunitarie, ricercatori, professionisti della salute, giuristi, imprese e associazioni in occasione dell’evento internazionale “Artificial Intelligence for Accessibility – From Innovation to European Standard“, promosso dagli europarlamentari Pietro Fiocchi, vicepresidente della Commissione Ambiente, Clima e Sicurezza alimentare (ENVI), Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento europeo, e Chiara Gemma, membro dell’Intergruppo sulla Disabilità del Parlamento europeo.

L’iniziativa nasce con un obiettivo preciso: avviare una riflessione europea su come l’AI possa trasformarsi da semplice tecnologia abilitante a infrastruttura sociale capace di migliorare l’accessibilità, rafforzare i sistemi sanitari, sostenere la formazione delle competenze e favorire una crescita realmente inclusiva.Il tema scelto per la giornata sintetizza questa prospettiva in una domanda destinata ad accompagnare il dibattito: può l’Intelligenza Artificiale diventare uno standard europeo per l’inclusione, l’accessibilità e la salute? Un quesito che attraverserà tutti i panel della mattinata e che vedrà confrontarsi rappresentanti delle istituzioni europee, della comunità scientifica, del sistema sanitario, del mondo delle professioni e dell’industria tecnologica.

Ad aprire i lavori saranno gli interventi istituzionali degli eurodeputati promotori Pietro Fiocchi, Antonella Sberna e Chiara Gemma, ai quali si affiancheranno: Alejandro Moledo del Río, esperto di politiche europee sulla disabilità e sull’accessibilità,  in rappresentanza dell’European Disability Forum (EDF); Francesco Torselli, membro del Parlamento europeo; Gianmarco Biagi, presidente di AICIM – Associazione Italiana Cultura d’Impresa e Management, ed Elvira Tarsitano, componente del Consiglio nazionale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB), a testimonianza del carattere multidisciplinare dell’iniziativa.
Il primo focus sarà dedicato all’accessibilità, terreno sul quale l’Intelligenza Artificiale sta già mostrando applicazioni concrete nella rimozione delle barriere comunicative e nell’ampliamento delle opportunità di partecipazione. La sessione sarà introdotta da un videomessaggio del Commissario europeo per la Salute e il Benessere animale Olivér Várhelyi, cui seguiranno gli interventi di Elisa Zambito Marsala, responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo, con una relazione su education, competenze e inclusione come leve strategiche per la competitività del Paese e per promuovere alleanze e cooperazioni internazionali; di Angelo Raffaele Cagnazzo, rappresentante dell’Ente Nazionale Sordi, che offrirà il punto di vista della comunità sorda; di Gianmarco Biagi, presidente di 7P9 Industrial Holding Company, che illustrerà il contributo dell’AI nell’abbattimento delle barriere all’accessibilità; di Ernesto Di Iorio, CEO di QuestIT – Vection Technologies, con una relazione dedicata agli avatar intelligenti e alle tecnologie per la comunicazione nella lingua dei segni; di Valter Mavrič, Direttore Generale della Direzione Traduzione del Parlamento europeo, impegnato sui temi del linguaggio chiaro e dell’accessibilità delle istituzioni europee.

L’attenzione si sposterà quindi sul settore sanitario, dove l’Intelligenza Artificiale sta contribuendo ad accelerare la medicina di precisione, la genomica e la personalizzazione dei percorsi di cura. Ne discuteranno Antonio Novelli, direttore del Laboratorio di Genetica Medica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore di Genetica Medica presso UniCamillus, con una relazione dedicata a genomica, medicina di precisione e AI; Sergio Daga, genetista ricercatore del Bambino Gesù, che approfondirà il ruolo dei dati genomici e dei nuovi modelli guidati dall’Intelligenza Artificiale; Salvatore Corrao, professore ordinario di Medicina Interna dell’Università degli Studi di Palermo, che analizzerà il contributo dell’AI alla gestione dei percorsi clinici e delle patologie croniche; Stefano Crisci, avvocato patrocinante in Cassazione, docente di Diritto dell’Intelligenza Artificiale presso Sapienza Università di Roma e componente del board di Diplomatia, che affronterà i temi della governance, dell’etica e del futuro quadro regolatorio europeo dell’AI.

Uno dei momenti centrali dell’evento sarà la High-Level Roundtable, che riunirà tutti i relatori in un confronto sulle prospettive di una strategia europea capace di integrare innovazione tecnologica, sostenibilità dei sistemi di welfare, diritti fondamentali e sviluppo delle competenze. L’obiettivo è individuare punti di convergenza tra istituzioni, ricerca, sanità, imprese e società civile per accompagnare la diffusione dell’Intelligenza Artificiale con un quadro condiviso di responsabilità, regole e opportunità.

Accanto ai lavori congressuali sarà allestita una Networking & Demonstration Area, nella quale i partecipanti potranno osservare alcune applicazioni concrete dell’Intelligenza Artificiale dedicate all’accessibilità. Tra queste, un avatar interattivo sviluppato da QuestIT – Vection Technologies, capace di comunicare nella lingua dei segni, insieme a sistemi di interazione in tempo reale, servizi digitali accessibili e dimostrazioni operative rivolte a decisori pubblici, stakeholder e rappresentanti delle istituzioni. La giornata si concluderà con gli interventi finali degli eurodeputati promotori Pietro Fiocchi, Antonella Sberna e Chiara Gemma, mentre il coordinamento dei lavori sarà affidato a Carola Salvato, vicepresidente di Diplomatia e fondatrice di KEA Connecta. Più che un convegno, l’appuntamento del 14 luglio intende rappresentare l’avvio di un percorso europeo destinato a proseguire nel tempo, con l’ambizione di contribuire alla definizione di una visione condivisa dell’Intelligenza Artificiale che metta al centro le persone, renda l’innovazione uno strumento di inclusione e accessibilità e accompagni la trasformazione digitale dell’Europa con solide garanzie etiche, scientifiche e istituzionali.

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Giornata europea per le vittime della crisi climatica: proposta al Comune di Napoli di intitolare un luogo pubblico alle vittime della crisi climatica globale

In occasione della Giornata europea per le vittime della crisi climatica, che si celebra il 15 luglio, Carmine MaturoAmbasciatore del Patto Europeo per il Clima e Direttore responsabile di www.greenewsdeal.it Magazine, ha inviato al Sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, al Vicesindaco Laura Lieti e alla Commissione Toponomastica la proposta di intitolare una strada, una piazza o un parco cittadino alle Vittime della crisi climatica globale.

L’iniziativa nasce con l’obiettivo di trasformare la memoria in un impegno permanente, ricordando le persone che hanno perso la vita o hanno visto distrutte le proprie case e comunità a causa di alluvioni, incendi, ondate di calore e altri eventi estremi legati ai cambiamenti climatici.

«La crisi climatica non è più una minaccia futura, ma una realtà che incide sulla vita delle persone e delle città. Dedicare un luogo pubblico alle sue vittime significa riconoscere questa realtà e rafforzare la consapevolezza collettiva», afferma Carmine Maturo.

La proposta è in linea con le recenti dichiarazioni rilasciate dal Sindaco Gaetano Manfredi, nella sua qualità di Presidente dell’ANCI, che ha indicato il cambiamento climatico come una delle principali sfide per le città, sottolineando la necessità che le politiche urbane tengano conto dei nuovi scenari climatici.

«Napoli – conclude Maturo – potrebbe essere tra le prime città italiane a dedicare un luogo pubblico alle vittime della crisi climatica globale, offrendo un esempio concreto di responsabilità civile e sensibilità istituzionale.»

La proposta è stata formalmente trasmessa al Sindaco, al Vicesindaco e alla Commissione Toponomastica con l’auspicio che possa essere accolta e avviare un percorso condiviso di riflessione e di memoria pubblica.

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AID lancia “DSA ad alta voce”, il primo grande racconto collettivo di chi vive con un Disturbo Specifico dell’Apprendimento

Per una settimana saranno le persone con Disturbo Specifico dell’Apprendimento a prendere la parola. In occasione della Settimana Nazionale della Dislessia 2026, in programma dal 5 all’11 ottobre, l’Associazione Italiana Dislessia promuove “DSA ad alta voce”, un’iniziativa nazionale che raccoglierà le testimonianze di chi vive quotidianamente con un DSA, trasformandole nel primo racconto collettivo di chi vive con DSA diffuso in tutta Italia.

Tra le voci che prenderanno parte al progetto ci sarà anche quella della conduttrice televisiva e radiofonica Andrea Delogu, che condividerà la propria esperienza insieme a studenti, adulti, famiglie e insegnanti. Il progetto nasce da un’idea semplice: restituire spazio alle esperienze dirette. Non spiegare il DSA attraverso definizioni o statistiche, ma attraverso le voci di bambini, ragazzi, adulti, genitori, insegnanti e professionisti che ne fanno esperienza ogni giorno. Il cuore dell’iniziativa sarà l’8 ottobre, Giornata Mondiale della Dislessia, quando AID trasmetterà in diretta sui propri canali social, una maratona audio di 24 ore: una sequenza ininterrotta di racconti provenienti da tutta Italia, registrati dalle persone con DSA e dalle loro famiglie.

Quando hai capito che il DSA faceva parte della tua storia? Cosa è cambiato dopo la diagnosi? Quale pregiudizio vorresti vedere scomparire? C’è un talento, un modo diverso di imparare o di osservare il mondo che senti come parte della tua neurodivergenza? E quale messaggio vorresti lasciare a chi ha appena ricevuto una diagnosi? Domande come queste guideranno le testimonianze, senza trasformarsi in un copione: ogni partecipante sarà libero di raccontare il proprio percorso con le parole e i tempi che preferisce.

Accanto alla maratona digitale, durante tutta la settimana le sezioni provinciali di AID organizzeranno sul territorio le Biblioteche Viventi, incontri aperti al pubblico ispirati al format internazionale della Human Library. Qui i “libri” saranno persone in carne e ossa: studenti, lavoratori, genitori, insegnanti, adulti che hanno ricevuto una diagnosi in età adulta o che hanno costruito il proprio percorso personale e professionale convivendo con un DSA. I partecipanti potranno “prendere in prestito” una storia e dialogare direttamente con chi la racconta. L’obiettivo è offrire un’occasione di incontro capace di andare oltre le semplificazioni. Ogni esperienza è diversa dall’altra e proprio questa pluralità restituisce un’immagine più autentica dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento: non un’unica storia, ma tante traiettorie personali, fatte di difficoltà, strategie, cambiamenti, relazioni, scoperte e competenze.

«Per troppo tempo i DSA sono stati raccontati soprattutto da chi li osservava dall’esterno: specialisti, insegnanti, istituzioni. Voci fondamentali che, però, non possono sostituirsi a quelle delle persone che questa esperienza la vivono ogni giorno» dichiara Lucia Iacopini, presidente dell’Associazione Italiana Dislessia. «Con “DSA ad alta voce” vogliamo costruire uno spazio di ascolto in cui ogni storia possa contribuire ad arricchire la conoscenza collettiva dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Non esiste una storia che rappresenta tutte le altre: esistono percorsi diversi, difficoltà diverse, risorse diverse. Metterli in dialogo significa superare stereotipi e luoghi comuni e restituire tutta la complessità, ma anche la ricchezza, delle esperienze di chi vive con un DSA. È da queste voci che può nascere una cultura dell’inclusione più consapevole e più vicina alla realtà.»

Con “DSA ad alta voce”, AID intende costruire nel tempo un patrimonio di testimonianze che continui a parlare anche oltre la Settimana della Dislessia, contribuendo a diffondere una conoscenza più consapevole dei DSA e a promuovere un confronto fondato sull’ascolto delle persone.  Nei prossimi mesi l’Associazione raccoglierà le testimonianze coinvolgendo le proprie sezioni provinciali su tutto il territorio nazionale e chiunque potrà inviare il proprio messaggio dal sito AID: https://www.aiditalia.org/news/dsa-ad-alta-voce

 

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