Oltre il carcere, il diritto a un secondo tempo: quando la comunità diventa protagonista del cambiamento

 

Cambiare è possibile, ma nessuno cambia da solo. È questo uno dei messaggi più significativi emersi dal panel “Secondo tempo: la narrazione pubblica del reinserimento sociale”, ospitato nell’ambito del SàFF – Social Action Film Festival 2026, al Complesso Monumentale di Donnaregina a Napoli.

Un confronto, moderato da Antonio Mattone, che ha posto al centro una questione fondamentale: quale ruolo può svolgere la comunità nel restituire prospettive, dignità e opportunità a chi ha vissuto l’esperienza della detenzione?

Il reinserimento sociale non si esaurisce nella conclusione della pena. Richiede percorsi di accompagnamento, occasioni di formazione, possibilità di lavoro e, soprattutto, un contesto sociale disposto a riconoscere che una persona non può essere identificata per sempre con l’errore commesso.

Cambiare la narrazione per cambiare la realtà

Le parole con cui raccontiamo il carcere contribuiscono a costruire l’immaginario collettivo. Una comunicazione che si limita alla dimensione del reato, della colpa e della punizione rischia di rendere invisibili le persone, le loro storie e le possibilità di trasformazione.

Da qui la necessità di una narrazione pubblica capace di superare stereotipi e pregiudizi, senza negare le responsabilità individuali, ma riconoscendo il valore costituzionale della funzione rieducativa della pena.

Raccontare il reinserimento significa anche interrogarsi sulle contraddizioni del sistema penitenziario, sulle carenze dei percorsi riabilitativi e sulla distanza che troppo spesso separa il carcere dalla società.

Significa, soprattutto, recuperare la capacità di ascoltare storie che mettono in discussione le nostre certezze e ci ricordano quanto complesso sia il rapporto tra responsabilità, fragilità e possibilità di riscatto.

Le esperienze che trasformano il reinserimento in opportunità

Particolarmente significative le testimonianze delle realtà impegnate quotidianamente nella costruzione di percorsi di inclusione.

Tra queste, Le Lazzarelle, esperienza di imprenditoria sociale che ha fatto del lavoro, della formazione e della valorizzazione delle competenze delle donne detenute una concreta possibilità di autonomia e cambiamento.

Un’esperienza che dimostra come il lavoro possa diventare molto più di uno strumento di sostentamento: un’occasione per ricostruire fiducia, riconoscere le proprie capacità e immaginare un futuro diverso.

Nella stessa direzione si colloca la presentazione della pizzeria Brigata Caterina, legata alla realtà penitenziaria di Poggioreale. Imparare un mestiere, acquisire competenze professionali e sperimentare la responsabilità del lavoro rappresentano passaggi fondamentali per costruire opportunità di reinserimento.

Nel confronto è emersa anche l’importanza dell’evoluzione delle organizzazioni impegnate in questi percorsi. L’esperienza maturata in vent’anni di attività dimostra quanto l’accompagnamento sia necessario per sostenere processi di cambiamento che coinvolgono non soltanto le persone detenute, ma anche le comunità esterne.

Una prospettiva inside out, capace di mettere in relazione il mondo del carcere con scuole, imprese, istituzioni e cittadini, trasformando anche gli scarti e le risorse inutilizzate in occasioni di partecipazione e rigenerazione.

Una regia sociale per costruire partecipazione e comunità

Il reinserimento sociale non può essere affidato esclusivamente all’impegno delle singole organizzazioni o alla buona volontà di chi opera quotidianamente nei contesti di marginalità. È necessaria una regia sociale capace di mettere in relazione istituzioni, Terzo settore, imprese, scuole e cittadini, favorendo processi di partecipazione e corresponsabilità.

Una regia che non significhi accentrare le decisioni, ma creare le condizioni affinché le diverse componenti della comunità possano riconoscersi parte di un progetto condiviso, contribuendo con risorse, competenze e responsabilità differenti.

Non basta, infatti, costruire opportunità di reinserimento se contemporaneamente non si lavora sulla disponibilità della società ad accogliere, includere e riconoscere il cambiamento.

La partecipazione diventa così un elemento essenziale dei percorsi di inclusione: non soltanto uno strumento per realizzare interventi, ma un processo attraverso il quale le comunità acquisiscono consapevolezza, superano i pregiudizi e diventano protagoniste della trasformazione sociale.

Il ruolo del volontariato e del CSV Napoli

In questo scenario, il volontariato organizzato assume un ruolo fondamentale, non soltanto nell’accompagnamento delle persone, ma anche nella capacità di attivare relazioni, intercettare nuovi bisogni, sensibilizzare i territori e promuovere una partecipazione autentica.

Per il CSV Napoli ETS, il reinserimento sociale rappresenta una dimensione nella quale il volontariato può esprimere pienamente la propria funzione di prossimità, solidarietà e promozione dei diritti.

Non si tratta semplicemente di offrire aiuto, ma di contribuire a costruire le condizioni affinché le persone possano recuperare autonomia, relazioni e possibilità di partecipazione alla vita sociale.

In questa prospettiva si inserisce anche la riflessione del presidente del CSV Napoli, Umberto Cristadoro, sul valore delle reti e sulla necessità di coinvolgere l’intera comunità nei processi di inclusione.

Il volontariato non può essere considerato soltanto una risorsa chiamata a intervenire dove i servizi non arrivano, né un semplice esecutore di interventi definiti da altri. È un soggetto capace di leggere i bisogni, promuovere consapevolezza, contrastare lo stigma e contribuire alla costruzione di risposte condivise.

Il CSV, attraverso la propria funzione di accompagnamento, promozione e connessione tra organizzazioni, istituzioni e territorio, può favorire la crescita di queste esperienze e contribuire alla costruzione di una regia sociale partecipata, nella quale ciascun attore sia chiamato a svolgere il proprio ruolo.

La sfida, dunque, non è soltanto reinserire le persone nella società, ma coinvolgere la società stessa nei processi di reinserimento. Perché senza partecipazione non può esserci una comunità realmente inclusiva.

Il secondo tempo riguarda tutti

Il reinserimento sociale non è una concessione, ma un obiettivo che chiama in causa la qualità della nostra democrazia e la capacità delle comunità di riconoscere la dignità delle persone.

Le esperienze raccontate al SàFF dimostrano che il cambiamento diventa possibile quando alla responsabilità individuale si affianca una responsabilità collettiva: quella di creare opportunità, rimuovere ostacoli e non lasciare sole le persone nei percorsi di ricostruzione della propria vita.

A chiudere il confronto è stato Mattone, moderatore del panel, che ha richiamato una riflessione attribuita a Bob Marley: «Provare è rischiare il fallimento. Ma il rischio deve essere preso perché il più grande pericolo nella vita è non rischiare nulla».

Un messaggio che racchiude il senso dell’incontro: il cambiamento richiede coraggio, ma anche una comunità capace di offrire a ciascuno la possibilità di tentare, sbagliare e ricominciare.

Perché il secondo tempo non riguarda soltanto chi esce dal carcere. Riguarda anche la società che lo accoglie, la sua capacità di superare il pregiudizio e di riconoscere che una persona è sempre molto più del suo passato.

In fondo, anche costruire una comunità più giusta è un tentativo collettivo. E il rischio più grande è rinunciare a provarci.

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Ercolano, a Villa Campolieto la giornata conclusiva sulla supervisione nei servizi sociali dell’Ambito N29

Martedì 13 ottobre, dalle 8.30 alle 13, Villa Campolieto a Ercolano ospita la seconda e conclusiva giornata della Conferenza programmatica «Esperienze e prospettive di supervisione nell’Ambito N29». L’iniziativa, promossa dalla Città di Ercolano con la Fondazione Ente Ville Vesuviane, porta come sottotitolo «Dalla sperimentazione al cambiamento, per prendersi cura di chi si prende cura» e indica con chiarezza il passaggio che il territorio intende compiere: fare della supervisione professionale una pratica stabile dei servizi, dopo gli anni della sperimentazione.

Il percorso si è aperto il 6 ottobre con una sessione plenaria e quattro tavoli tematici, dedicati alla narrazione e al linguaggio nel servizio sociale, al burnout come responsabilità organizzativa prima che disagio individuale, al futuro della supervisione tra Pnrr e LEPS, al nesso tra cura degli operatori e qualità dei servizi. Il 13 ottobre quel materiale viene raccolto e restituito, alla presenza delle istituzioni, in forma di prospettive e proposte condivise.

I lavori si apriranno alle 9 con i saluti della sindaca Antonietta Garzia, dell’assessore alle Politiche sociali Aniello Terracciano e del presidente dell’Ente Ville Vesuviane Gennaro Miranda. Alle 9.30 la dirigente delle Politiche sociali dell’Ambito N29, Letizia Allocca, presenterà il documento e la restituzione dei lavori, seguita da Andrea di Fiore, direttore dell’ASPS Penisola Sorrentina.

Alle 10.15 il confronto si sposterà sul ruolo della dirigenza nella promozione del benessere organizzativo, con gli interventi di Michele Ippolito e Nicola Anaclerio, coordinatori rispettivamente degli Ambiti N28 e N30. Alle 11.30 toccherà agli orizzonti istituzionali della supervisione, affidati a Gianmario Gazzi della Fondazione Nazionale Assistenti Sociali e a Renato Sampogna, dirigente del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Modera la dottoressa Maria Rosaria Astarita; le conclusioni sono previste alle 13. La mattinata prevede un momento di networking con coffee break e light brunch.

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AL VIA LA SECONDA EDIZIONE DEL CORSO DI ALTA FORMAZIONE IN “ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DEGLI AMBITI TERRITORIALI SOCIALI”: 60 POSTI DISPONIBILI, DOMANDE ENTRO IL 15 NOVEMBRE

Il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II accoglie le iscrizioni per la seconda edizione del Corso di Alta Formazione in “Organizzazione e gestione degli Ambiti Territoriali Sociali”. L’iniziativa accademica metta a disposizione sessanta posti ed è pensata per rispondere alle sfide gestionali e amministrative del sistema di welfare locale. Il percorso formativo ha l’obiettivo di preparare figure professionali capaci di operare con efficacia nella programmazione e nell’integrazione dei servizi sociali territoriali.

L’iniziativa formativa intende offrire un quadro approfondito di conoscenze teoriche e pratiche rivolte a dirigenti, operatori delle pubbliche amministrazioni e del terzo settore, nonché a giovani studiosi e professionisti del campo socio-assistenziale. Attraverso una didattica strutturata su ambiti multidisciplinari, il corso punta a rafforzare la capacità di risposta degli enti locali e della rete dei servizi alla persona rispetto alle trasformazioni e ai bisogni della collettività.

Sull’importanza del percorso di studi interviene il professor Giuseppe Amarelli, sottolineando il valore strategico della formazione specialistica in questo settore. “La seconda edizione di questo Corso di Alta Formazione – evidenzia Amarelli – rappresenta una fondamentale opportunità di crescita professionale per tutti coloro che sono impegnati nella gestione delle politiche sociali e nel coordinamento della rete dei servizi del territorio. In un contesto sociale in rapida evoluzione, aggiunge il professore, la qualificazione del personale e la capacità di governare con competenza e visione strategica gli Ambiti Territoriali Sociali costituiscono presupposti essenziali per garantire interventi pubblici di qualità, inclusivi ed efficienti a tutela delle comunità locali.”

I soggetti interessati a partecipare alle selezioni per uno dei sessanta posti disponibili potranno presentare la propria domanda di candidatura entro la scadenza fissata, a seguito di proroga, per il 15 novembre 2026. Tutti i dettagli del bando, i moduli necessari all’iscrizione e le indicazioni generali sullo svolgimento della didattica sono liberamente consultabili sul portale del Dipartimento all’indirizzo https://www.scienzepolitiche.unina.it/bando-di-concorso-per-lammissione-a-n-60-sessanta-posti-al-corso-di-alta-formazione-dal-titolo-organizzazione-e-gestione-degli-ambiti-territoriali-sociali-seconda-edizion/

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Peace School «Mario Paciolla», al Maschio Angioino quattro giorni con chi lavora per la Pace tra Mediterraneo, Palestina e Ucraina

Operatori di ONG attive nel Mediterraneo e nelle aree di crisi, giuristi, ricercatori e giornalisti guideranno la seconda edizione della Peace School «Mario Paciolla», il corso gratuito di orientamento alle professioni della Pace. Lo promuovono l’Università di Napoli L’Orientale e l’Associazione Cinema e Diritti, fondatrice del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Gli incontri si terranno da mercoledì 14 a sabato 17 ottobre nell’Aula G. Galasso della Società Napoletana di Storia Patria, al Castel Nuovo. Il calendario prevede una giornata inaugurale e tre giornate tematiche. Il giovedì è dedicato a diritto internazionale, Palestina e Mediterraneo, il venerdì a Balcani, Mediterraneo, Africa e Italia, il sabato a Palestina, Israele, Siria, Ucraina e Mediterraneo.

Mercoledì la registrazione di ospiti e corsisti è fissata alle 8.30. Ai saluti delle 9 prenderanno la parola Renata De Lorenzo per la Società Napoletana di Storia Patria, Roberto Tottoli per L’Orientale e Valerio Di Pietro per il Comune di Napoli. Seguiranno Roberto Savio per Upeace Roma, Carla Masi per l’Università degli Studi di Napoli Federico II, Anna Schoenenberger per l’Ambasciata di Svizzera e Riccardo Noury per Amnesty International Italia. Interverranno inoltre Giuseppe Barone per il CSC Danilo Dolci, Teresa Masciopinto per la Fondazione Finanza Etica, Simone Campora per il Comitato Giustizia per Mario Paciolla e Anna e Pino Paciolla, genitori di Mario.

Alle 10.20 Maurizio Del Bufalo, del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, e Chiara Ghidini dell’Orientale presenteranno l’edizione 2026. Alle 10.35 è in programma il Premio Mario Paciolla, con Andrea Pezzè dell’Orientale e Gennaro Carotenuto di Unicampania. Contribuiranno anche Maria Alessandra Giovannini e Adele del Guercio, entrambe dell’Orientale, e Valentina Ripa dell’Università degli Studi di Salerno. In tarda mattinata Vito Fiacco curerà un ricordo di Mario Paciolla, prima del collegamento delle 12 con Guido Cenni di Peace Brigades International. Alle 13.30 è la volta di Tina Marinari di Amnesty International Italia. Alle 14.30 si proietta «Sergio» di Greg Barker (Usa, 2020), dedicato al diplomatico delle Nazioni Unite Sergio Vieira de Mello.

Giovedì 15 tocca a Luigi Marini, giurista e già magistrato, aprire i lavori alle 9.30. Alle 10.15 interviene Luciano Scalettari della nave RESQ e alle 11.15 Cecilia De Luca di Assopace Palestina. Il pomeriggio comincia alle 13.30 con il collegamento con Pietro de Perini dell’Università di Padova. Alle 14.15 segue il laboratorio di Un Ponte Per, coordinato da Angelica Romano e Angela Mona in collaborazione con il Festival del Cinema dei Diritti Umani. La giornata si chiude alle 17 con la proiezione di «Non è un Paese per neri» (Italia, 2010).

Venerdì 16 la mattinata parte alle 9.30 con Simonetta Gola di Emergency. Alle 10.30 interviene Marta Iannotta di SOS Mediterranee. Alle 11.30 è la volta di Francesco Cibati di Linea d’Ombra e Chiara Martini del Collettivo Rotte Balcaniche, alle 12.30 di Giuseppe Giulietti di Articolo 21. Alle 14 Sofia Giannotti coordinerà il laboratorio di Medici senza frontiere. Alle 17 è prevista la proiezione di «The negotiators. How to make peace» di R. Bayn (2023).

Sabato 17 si comincia alle 9 con Valeria Saggiomo dell’Orientale. Alle 9.30 interviene Daniela Bezzi del Centro Studi Sereno Regis, alle 10.30 Anna Cervi di IAI – Mediatori di Pace e alle 11.30 Yasmine Accardo di Memoria Mediterranea. Alle 11.50 parla Giovanna di Operazione Colomba. Alle 15 si tiene la tavola rotonda finale «La sicurezza nelle professioni della Pace», moderata da Loris Marotti della Federico II. Vi partecipano Simone Ferrari dell’Università di Berna, il senatore Marco Lombardo, Anna Cervi e Anna e Pino Paciolla. Conclusioni e saluti sono previsti alle 17.

La Scuola è intitolata a Mario Paciolla, cooperante napoletano ed ex studente dell’Orientale. Paciolla è morto in Colombia nel luglio 2020 mentre prestava servizio in una missione di Pace delle Nazioni Unite. Partner scientifico del progetto è l’Università per la Pace delle Nazioni Unite. I promotori chiedono la riapertura delle indagini sulla morte di Mario Paciolla, ancora circondata da dubbi inquietanti.

Il programma completo è consultabile su www.cinenapolidiritti.it

www.unior.it 

cesal.unior.it/it/peace-school-mario-paciolla

 

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Corteo a Roma degli abitanti dei Campi Flegrei: “Vogliamo solo vivere nella nostra terra”

La consegna di un documento, da parte di una persona con disabilità residente a Pozzuoli, all’ufficio di Gabinetto del Ministro per la Protezione Civile, Nello Musumeci, contenente un pacchetto di proposte per gli sfollati, e non solo, ai Campi Flegrei, ha chiuso la giornata di mobilitazione degli sfollati a Roma, in direzione Palazzo Chigi, per sottoporre le proprie istanze al governo dopo il sisma del 31 luglio, in attesa del nuovo decreto, atteso per la prossima settimana in Consiglio dei Ministri. Oltre mille persone hanno aderito al corteo, gran parte provenienti da Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Quarto, Bagnoli con 13 bus. Un movimento pacifico che è passato dal Colosseo sino a Piazza Santi Apostoli, composto anche da sindacati, parroci, quattro sindaci dell’area flegrea, (Pozzuoli, Monte di Procida, Quarto, Bacoli) che però ha dovuto attendere diverse ore, passando attraverso la mediazione della Prefettura di Roma, con la collaborazione della Prefettura di Napoli, per arrivare alla consegna del documento nelle mani del capo di Gabinetto del ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci.

Il corteo non ha provocato alcun problema di ordine pubblico. C’è un clima di soddisfazione, una prova di unità nella comunità dei Campi Flegrei, dove si registrano al momento oltre seimila sfollati, ma il sindaco di Bacoli, Josi della Ragione evidenzia a Comunicare Il Sociale: “E’ stato un atto irresponsabile da parte dell’esecutivo far attendere ore per la consegna di un documento. Non siamo partiti dai Campi Flegrei per incontrare un ministro o altri membri del governo, ma per sottoporre le nostre idee e chiedere provvedimenti certi per il decreto che dovrebbe finire in Consiglio dei ministri la prossima settimana. Certamente il decreto deve servire, devono esserci soldi, non serve certo per finire sui quotidiani”, spiega ancora il sindaco di Bacoli, che in precedenza aveva sottolineato: “Laddove le nostre istanze non dovessero essere accolte, noi torneremo ancora più numerosi in questa città per rivendicare il nostro diritto a vivere nella nostra terra”, evidenziando che ”anche le attività commerciali vivono come se fossero ancora in pandemia e anche loro vanno aiutate”. Ma ”in tre anni non è stato investito neanche un centesimo di euro” per l’economia. Ora la palla passa al governo per trovare soluzioni rapide, a quasi tre mesi dalla scossa di magnitudo 4.7.

di Nicola Sellitti

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Oltre il campo, la sfida di Giugliano per restituire diritti e futuro alle famiglie rom

A Giugliano in Campania il superamento dei campi rom torna al centro del dibattito pubblico. La presentazione di Figli dell’abbandono, il rapporto dell’associazione 21 luglio dedicato alla condizione delle comunità rom e sinte negli insediamenti italiani, ha riportato l’attenzione soprattutto su via Carrafiello, uno dei luoghi più emblematici della marginalità sociale nel territorio campano. Non soltanto per le condizioni materiali nelle quali vivono centinaia di persone.

Il rapporto fotografa una realtà difficile da ignorare. A seguito dello spostamento delle famiglie nell’aprile 2025, 21 luglio ha censito a Carrafiello 119 nuclei familiari, per un totale di 545 persone: 229 adulti e 316 minori, pari al 58% della popolazione dell’insediamento. Tra i bambini, 116 hanno meno di sei anni. Le abitazioni sono prevalentemente baracche in legno, roulotte, camper, tende e furgoni. Mancano elettricità, acqua corrente e sistemi fognari adeguati. L’approvvigionamento idrico è insufficiente e i servizi igienici sono estremamente precari. L’area, inoltre, si trova a circa undici chilometri dal centro cittadino, con un accesso ai servizi reso ancora più difficile dall’isolamento geografico. È da questa realtà che parte il confronto sul superamento dei campi. Don Francesco Riccio, che ha moderato la presentazione del rapporto ieri a Palazzo Palumbo, ha parlato di una vicenda che a Giugliano non può essere ridotta a una semplice questione abitativa. Il sacerdote ha ricordato come il confronto sulla condizione delle comunità rom nella città sia stato spesso segnato più dallo scontro che dalla capacità di seguire concretamente la vita delle persone. E ha richiamato anche il tema dell’acqua, ancora oggi non pienamente garantita, oltre al ruolo che la criminalità organizzata può assumere in contesti di vulnerabilità e abbandono.

Il libro di Carlo Stasolla e Michele Ippolito racconta proprio come la marginalità non sia un fenomeno casuale, ma il risultato di una lunga storia di politiche abitative e sociali. In Italia gli insediamenti monoetnici formali abitati da rom sono oggi 98, in diminuzione rispetto ai 149 di dieci anni fa. Anche il numero complessivo delle persone che vi abitano è diminuito sensibilmente, ma la riduzione quantitativa non ha cancellato le situazioni di maggiore vulnerabilità. Il rapporto evidenzia inoltre come l’area metropolitana di Napoli rappresenti il contesto più critico: qui vive il 28% dei rom presenti negli insediamenti formali italiani e una quota molto significativa di quelli che vivono negli insediamenti informali.

Durante la presentazione, il presidente di 21 luglio ha messo in discussione anche uno degli stereotipi che più a lungo hanno accompagnato il dibattito pubblico. «Nomadismo è un’etichetta arrivata negli anni ’90, quando le persone di etnia rom scapparono dall’ex Jugoslavia. Si crearono campi dove far vivere persone. Unico esempio in Europa». Secondo Stasolla, la condizione dei campi finisce così per diventare funzionale alla città stessa, un luogo nel quale concentrare ciò che la società tende a rimuovere. E la situazione campana rende ancora più urgente un cambio di prospettiva. «C’è un piano approvato per il campo Carrafiello. Dobbiamo partire urgentemente. Il passaggio deve essere dal campo alla casa», ha aggiunto. È un passaggio che riguarda innanzitutto i bambini. Nel caso di Carrafiello, quasi sei persone su dieci sono minori. Il rapporto sottolinea inoltre come il progetto RSC abbia contribuito a far crescere la presenza scolastica dei bambini e dei ragazzi di Giugliano. Dai 65 minori coinvolti nel 2024 si è arrivati a quasi 150. Un dato che racconta quanto l’accesso ai servizi e alle opportunità possa modificare concretamente una condizione di esclusione.

Il tema della scuola è stato richiamato anche da Michele Ippolito, coautore del libro e dirigente alle Politiche sociali del Comune di Giugliano nel periodo del commissariamento. Ippolito ha raccontato come il confronto con Carrafiello gli abbia permesso di conoscere più da vicino una realtà che, pur essendo dentro il territorio di Giugliano, rischia di rimanere invisibile. «Ho potuto rendermi conto di una realtà che conoscevo poco», ha raccontato, riferendosi al campo di Carrafiello, dove sono censite 545 persone, in larga parte cittadini italiani, e dove oggi vivono circa 150 bambini che frequentano la scuola. Per Ippolito, non si tratta di un problema circoscritto a Giugliano. «Il tema del campo rom non è solo della città di Giugliano, come nei casi di Caivano, Napoli ed altri comuni». Al centro della questione, per Ippolito, c’è anche l’antiziganismo, un fenomeno che, ha sottolineato, continua a essere poco affrontato nel dibattito pubblico. «L’antiziganismo è un tema di cui non parla nessuno. Si tratta di una minoranza povera tra i più poveri». Da qui la necessità di un intervento strutturale che non si limiti alla gestione dell’emergenza. «E lo si fa superando i campi. Non hanno accesso ad acqua corrente, illuminazione pubblica. Ma è possibile superare i campi, come l’associazione 21 luglio ha fatto a Collegno, in provincia di Torino», aggiunge Ippolito.

La questione, dunque, non riguarda soltanto Giugliano. Riguarda il modo in cui le istituzioni affrontano la povertà estrema e la marginalità. La vicepresidente del Senato, Maria Domenica Castellone, ha ricordato che il progetto per il superamento del campo era stato avviato già durante la gestione commissariale, ma senza arrivare alla conclusione. «Non c’è acqua, non c’è elettricità», ha detto, sottolineando al tempo stesso la dignità con cui molte famiglie cercano di mantenere pulito il luogo nel quale vivono. «Quei bambini sono italiani. Li ho incontrati più volte. Mi hanno raccontato che sono molto dispiaciuti di non andare a scuola. E se non ci vanno è perché hanno vergogna di andarci in quelle condizioni». Da qui la richiesta di non trasformare la povertà in una colpa e di utilizzare anche le risorse destinate al superamento dei campi per costruire percorsi abitativi e sociali realmente alternativi.

Nel dibattito è entrata anche la questione ambientale. Carrafiello si trova in un territorio nel quale povertà, abbandono e gestione illegale dei rifiuti spesso si sovrappongono. Castellone ha parlato del campo come di un possibile anello finale del ciclo irregolare dei rifiuti, quando soggetti economici scelgono di smaltirli illegalmente sfruttando la vulnerabilità delle persone. È un ulteriore elemento che rende evidente come il superamento dei campi non possa essere affrontato separatamente dalle politiche ambientali.

La Regione Campania ha annunciato intanto che è stata avviata una cabina di regia dedicata. L’assessore alle Politiche sociali Morniroli ha ricordato come il problema abbia radici profonde e come, già nel 2007, quando ricopriva l’incarico di assessore a Giugliano, si fosse occupato della condizione delle comunità rom. «Il problema principale è in primis sul piano culturale. Sono uno dei popoli dove è passato di più lo stigma e il pregiudizio». La nuova cabina di regia, ha spiegato, dovrà partire dalla mappatura dei principali problemi e mettere insieme Comuni, Regione, Unar e terzo settore, con l’obiettivo di costruire risposte che non siano fondate sull’allontanamento ma sull’inclusione.

Il tema abitativo è destinato a essere centrale. «Il tema è la casa, con problema di edilizia popolare. Non dobbiamo pensare a un percorso diverso, ma all’interno del piano complessivo», ha spiegato Morniroli, indicando tra le possibili strade anche l’utilizzo del patrimonio immobiliare comunale e dei beni confiscati. Un’impostazione che prova a spostare il baricentro dalla gestione dell’emergenza alla costruzione di un percorso di cittadinanza. È proprio questa la prospettiva proposta da Figli dell’abbandono. Il rapporto descrive la situazione campana come una vera e propria frattura socio-spaziale, nella quale l’esclusione è stata per anni anche una forma di pianificazione. La richiesta che emerge dal libro è quindi quella di abbandonare definitivamente l’idea che la vita nei campi possa essere considerata normale, inevitabile o culturalmente giustificabile.

A Giugliano, dopo anni di promesse e tentativi rimasti incompiuti, il punto è allora trasformare una decisione politica in un cambiamento concreto. Il Piano di Azione Locale per il superamento di Carrafiello rappresenta un passaggio importante, ma il piano da solo non basta. Servono case, servizi, scuola, trasporti, accompagnamento sociale e risorse. E serve soprattutto la capacità di considerare quelle 545 persone non come una presenza da spostare da un luogo all’altro, ma come cittadini con diritti da garantire.

di Ciro Oliviero

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