Call per  il SàFF Social Pitch Open Arena 2026

Prima di essere realizzato, ogni progetto deve poter essere immaginato. Prima di trovare una forma, deve trovare uno sguardo capace di raccontarlo. È da questa idea, mutuata dal linguaggio del cinema, che nasce il SàFF Social Pitch Open Arena 2026, il nuovo percorso promosso dal SàFF – Social Action Film Festival di Napoli che porta sul palco del festival progetti di innovazione sociale, mettendoli in dialogo diretto con imprese, fondazioni e investitori interessati a sostenerne la crescita.

L’iniziativa, alla sua prima edizione, applica al Terzo settore la logica del pitch cinematografico: le organizzazioni non profit e le realtà dell’innovazione sociale sono chiamate a presentare i propri progetti come si racconterebbe un film ancora da girare, con gli strumenti narrativi tipici del linguaggio audiovisivo, davanti a una giuria di esperti e a una platea qualificata di potenziali partner. Perché, come recita il claim che accompagna l’iniziativa, un’idea da sola non basta: deve poter crescere, trovare alleati e diventare sostenibile.

In palio per il progetto vincitore c’è un grant di 5.000 euro sostenuto da Fondazione Muto ETS, a cui si affianca un percorso di mentoring dedicato al fundraising realizzato con UniCredit e ASSIF, l’Associazione Italiana Direttori Fundraising. Un sostegno che non si esaurisce nell’incentivo economico, ma che punta ad accompagnare le organizzazioni selezionate nella costruzione di relazioni durature con il mondo delle imprese e della finanza a impatto sociale.

Il Social Pitch Open Arena nasce dal lavoro condiviso tra Apogeo ETS, ELIS Innovation Hub, UniCredit, Fondazione Muto ETS e il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, attraverso il Corso di Laurea in Innovazione Sociale, e coinvolge organizzazioni del Terzo settore provenienti da tutte le regioni del Sud Italia. Un laboratorio-evento, prima ancora che un contest, in cui cinema, linguaggi visuali e progettazione sociale si incontrano per produrre non soltanto racconto, ma possibilità concrete di sviluppo per i territori e le comunità coinvolte.

L’iniziativa si inserisce all’interno della terza edizione del SàFF, il festival diretto da Andrea De Rosa che nel mese di ottobre porterà a Napoli sei giorni di programmazione e oltre sessanta eventi gratuiti, articolati tra cinema, masterclass, incontri ed eventi speciali, con l’obiettivo dichiarato di affermare la manifestazione come punto di riferimento europeo del cinema sociale, luogo in cui grandi piattaforme dell’audiovisivo, istituzioni, imprese, università e privato sociale possono dialogare e generare nuove alleanze.

Le candidature al bando restano aperte fino all’11 settembre 2026. Le organizzazioni interessate possono presentare la propria candidatura attraverso il modulo dedicato pubblicato sui canali del festival.

Immaginare un progetto, raccontarlo, e provare a realizzarlo: è questa la sequenza su cui scommette il SàFF Social Pitch Open Arena, nella convinzione che anche l’innovazione sociale, prima di diventare impatto misurabile, abbia bisogno di una buona storia da raccontare.

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Il fermo della Sea Watch 5 divide: Ong e attivisti in piazza contro la decisione del Viminale

Un messaggio perentorio: «Il salvataggio in mare non è un crimine». L’equipaggio della See Watch, la cui nave See Watch 5 battente bandiera tedesca è attualmente bloccata al porto di Napoli dopo il fermo di 45 giorni deciso dal governo italiano, rivendica l’azione di soccorso ai migranti del Mediterraneo provenienti dal Nord Africa. La Ong tedesca incassa nel pomeriggio di mercoledì dinanzi all’Autorità Portuale al Varco Pisacane dello scalo marittimo partenopeo la solidarietà degli attivisti della Mediterranea Saving Humans, di Emergency e di altre realtà napoletane assolutamente contrarie al provvedimento deciso dal Ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi. Oltre allo stop di un mese e mezzo della nave all’Organizzazione non governativa è stata comminata una multa da 7500 euro a seguito del salvataggio nel Mediterraneo di 6 persone di nazionalità pachistana e iraniana avvenuta lo scorso 13 agosto. Su X il capo del Viminale ha scritto: “L’imbarcazione, battente bandiera tedesca, non ha rispettato ancora una volta gli obblighi di legge previsti per le operazioni in mare. Una grave violazione delle normative: le attività di ricerca e soccorso in mare devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle ong”.

La posizione della Sea Watch

La Sea Watch 5 è arrivata a Napoli il 17 agosto e attualmente non può lasciare il porto per il fermo deciso dal Viminale. La vicenda, peraltro, si inserisce in un clima di contrapposizione tra Italia e Germania sulla ipotesi per Roma di riprendersi dei migranti cosiddetti “dublinanti’’, ossia sottoposti alle norme del Trattato di Dublino che prevedono come del migrante debba farsi carico il Paese di primo approdo. «Noi non collaboriamo con le cosiddette autorità responsabili di crimini contro l’umanità. autorità che nulla hanno a che fare con il soccorso in mare, ma che accrescono enormemente i pericoli per le persone in movimento». Il contenuto di due striscioni esposti nel corso del presidio riaffermano il motivo dell’inizio. “Proteggiamo le persone non i confini” e “Sea rescue is not a crime”. La Ong ha annunciato il ricorso a seguito del fermo.

Le parole di Laura Marmorale

Duro è anche il commento di Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans. «Quello che è per noi più grave è la contestazione di non essersi coordinata con la guardia costiera libica. Una richiesta per noi impossibile proprio alla luce dell’applicazione del diritto internazionale che resta la stella polare per la tutela dei diritti umani. A me piace ricordare che ogni imbarcazione è obbligata a prestare un soccorso dinanzi ad una situazione in difficoltà». Marmorale aggiunge: «Come facciamo noi a coordinarci durante un soccorso con chi sappiamo che per certo opererà una cattura, un respingimento e in molti casi anche un affondamento delle imbarcazioni in difficoltà? Questa richiesta è impossibile proprio nell’applicazione del diritto internazionale che per noi non vale fino a un certo punto, ma che è la stella polare a tutela dei diritti umani. La colpa principale di questa organizzazione – incalza la presidente di Mediterranea Saving Humans – è quella di aver soccorso sei persone nel Mediterraneo centrale da annegamento certo. Quello che le viene imputato in maniera più grave, secondo il governo italiano, è di non essersi coordinati con la cosiddetta guardia costiera libica». Per Marmorale «sembra ormai veramente singolare che il governo italiano continui a perpetrare questa sollecitazione e questo comando alle organizzazioni della flotta civile. Le prove che inchiodano i comportamenti delle milizie libiche che costituiscono la cosiddetta guardia costiera e che gestiscono i centri di detenzione, finanziati anche dalla Comunità europea e dal governo italiano, sono tantissime. La Corte Penale Internazionale le ha acquisite e ci sta lavorando. Il caso Almasri – dice sempre Marmorale – lo ha dimostrato in tutta la sua brutale chiarezza».

I timori per il futuro

Ma non è tutto. Il timore degli attivisti è che il governo italiano possa attuare politiche ancora più restrittive verso le Ong. Ad avvertire questo timore è sempre Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Save Humans. «Siamo decisamente preoccupati anche dalle minacce, dallo studio che il governo italiano sta facendo rispetto alle ipotesi di blocco navale, delle leggi ‘ad navem’, che però riguardano unicamente le navi del soccorso civile e non tutte le imbarcazioni che operano un soccorso. Mi piace sempre ricordare che ogni imbarcazione è obbligata a operare un soccorso davanti a una situazione di difficoltà». In un momento di forte polarizzazione tra le varie posizioni dei cittadini italiani rispetto al tema immigrazione, alle attività di salvataggio in mare e accoglienza dei migranti, Marmorale si lascia andare ad una ulteriore considerazione. «Siamo ancora più preoccupati perché questa opera di propaganda che ha individuato le persone in movimento come i nemici pubblici numero uno in questo momento per la sicurezza del Paese sta deviando completamente l’attenzione dal disastro in cui questo Paese sta piombando. Se la popolazione italiana in questo momento fa decisamente fatica ad arrivare a fine mese e a fare il pieno di carburanti alla macchina, non credo che la responsabilità sia da attribuire – conclude alle persone che scappano da condizioni di vita allucinanti».

di Antonio Sabbatino

 

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Tecnologie innovative e scrittura braille per l’accesso all’arte di ipovedenti e non vedenti

Venerdì 28 agosto, alle ore 18:30, piazzetta Vico Noce a Benevento ospiterà un appuntamento dedicato alle tecnologie innovative e alla scrittura in braille come strumenti per facilitare l’accesso all’arte da parte delle persone ipovedenti e non vedenti. Al centro della serata, la presentazione del volume in braille “Costruirsi per decostruirsi”, scritto da Mario Ferraro ed edito dal Centro Braille San Giacomo, società cooperativa sociale di Bologna. L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio di sensibilizzazione sul tema dell’accessibilità culturale, un ambito in cui la trascrizione in braille e le tecnologie assistive stanno progressivamente ampliando le possibilità di fruizione dell’arte, della letteratura e dei contenuti multimediali da parte di chi vive una disabilità visiva. Portare un volume come questo in una piazza, in un contesto pubblico e aperto alla cittadinanza, è di per sé un gesto simbolico: sposta il tema dell’inclusione dagli spazi specialistici a quelli della vita quotidiana e del confronto comune.

Un dialogo tra istituzioni, associazionismo e terzo settore

A dialogare con l’autore durante la presentazione saranno diverse figure che rappresentano il tessuto istituzionale e associativo impegnato sul fronte della disabilità visiva nel territorio sannita e non solo. Carmen Coppola, Assessora alle Politiche Sociali e per la Disabilità del Comune di Benevento, porterà il punto di vista dell’amministrazione locale sulle politiche di inclusione. Per l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, Sezione di Benevento, interverranno Antonio Leparulo e Clelia De Falco, mentre Pasquale Orlando parteciperà in rappresentanza del CSV Irpinia Sannio. Chiude il parterre di relatori Umberto Cristadoro, Presidente ACLI Metropolitane e del CSV Napoli.

La compresenza di un assessorato comunale, di un’associazione storica di categoria come l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e di due Centri di Servizio per il Volontariato testimonia come il tema dell’accessibilità all’arte e alla cultura per le persone con disabilità visiva richieda oggi un lavoro di rete tra livelli istituzionali diversi e realtà del terzo settore, ciascuna portatrice di competenze e responsabilità specifiche.

Il valore simbolico di una serata en plein air

Non è un dettaglio secondario la scelta di ambientare la presentazione in una piazzetta cittadina, in orario serale, in pieno agosto: un modo per intercettare un pubblico più ampio di quello che normalmente frequenta le sale convegni o le presentazioni editoriali “tradizionali”, e per riportare al centro dell’attenzione pubblica un tema che troppo spesso resta confinato agli addetti ai lavori. La serata di Benevento si propone così non solo come la presentazione di un libro, ma come un’occasione di incontro e confronto sul modo in cui tecnologia, scrittura e istituzioni possono lavorare insieme per abbattere le barriere che ancora oggi limitano l’accesso alla cultura per le persone ipovedenti e non vedenti. L’appuntamento è dunque per venerdì 28 agosto, alle 18:30, in Piazzetta Vico Noce, a

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Carceri, la nuova legge sui detenuti tossicodipendenti copre solo il 2% degli aventi diritto: l’allarme del Garante

È entrata in vigore lo scorso 21 agosto la legge che il Governo ha presentato come una riforma epocale per i detenuti tossicodipendenti: una nuova forma di detenzione domiciliare riservata a chi è inserito in percorsi terapeutici e socio-riabilitativi per dipendenze da droghe o alcol. Ma i numeri, letti a un mese dall’entrata in vigore, raccontano una storia diversa da quella annunciata. I 19,4 milioni di euro stanziati per il 2026 finanziano infatti circa 500 posti, a fronte di una popolazione carceraria con problemi di dipendenza che in Italia supera le 20mila persone. Poco più del 2 per cento.

A fare i conti è Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, che oggi si è recato nel carcere di Poggioreale per incontrare i detenuti tossicodipendenti della struttura. «Altro che indulto mascherato», dice Ciambriello, respingendo con nettezza una delle etichette più diffuse nel dibattito pubblico sulla riforma. La legge 5 agosto 2026, n. 140, spiega, non introduce alcuna misura clemenziale: le alternative al carcere per chi soffre di dipendenze esistono da decenni e vengono già applicate, con un percorso che richiede una rigorosa istruttoria della magistratura e un progetto terapeutico reale, da svolgere anche sul territorio attraverso i Servizi per le dipendenze (SerD) e le comunità accreditate.

Il Garante non nasconde di aver accolto con favore l’impianto della riforma, in particolare il principio che la sottende: riconoscere la tossicodipendenza come una malattia, non come una colpa. «Curare una persona con una dipendenza non significa cancellarne la responsabilità penale», precisa, «ma affrontare la causa del disagio per ridurre il rischio di recidiva e favorire il reinserimento sociale». Il nodo, per Ciambriello, non è dunque il principio ispiratore della legge, ma la distanza tra quel principio e le condizioni concrete per applicarlo.

La partita si gioca sull’attuazione

La normativa prevede l’accesso a programmi terapeutici residenziali o semiresidenziali, sottoposti a una valutazione giudiziaria sull’efficacia del percorso rispetto al recupero della persona, e istituisce una commissione centrale incaricata di definire linee guida uniformi su tutto il territorio nazionale. Proprio qui, secondo Ciambriello, si gioca la partita più delicata: la commissione deve ancora essere costituita, le linee guida devono essere scritte, le comunità terapeutiche devono ricevere gli accreditamenti necessari, e resta da stabilire come distribuire concretamente i fondi stanziati. «La legge è entrata in vigore, ma non può funzionare senza gli strumenti organizzativi necessari», avverte il Garante, che si dice comunque fiducioso di poter verificare, da gennaio, l’efficacia reale della misura, a condizione che vengano coinvolti servizi pubblici, Regioni, SerD e realtà accreditate con personale e risorse adeguate.

La fotografia della Campania

Il tema assume un rilievo particolare in Campania, dove su una popolazione carceraria di 8.046 detenuti, 2.125 hanno problemi di dipendenza: 841 solo nel carcere di Poggioreale, 306 a Secondigliano. Numeri che per Ciambriello raccontano «una realtà che non può essere affrontata soltanto con il carcere» e che richiedono un potenziamento strutturale dei servizi, dentro e fuori le mura penitenziarie: più psicologi, assistenti sociali, educatori, e uffici di esecuzione penale esterna e di giustizia minorile più forti, per un sistema di misure alternative che riguarda un fenomeno più ampio della sola nuova legge.

Non è un punto di partenza da zero, tiene a ricordare il Garante: circa 4.400 persone sono già oggi in affidamento terapeutico, un dato che per Ciambriello dimostra come cura e reinserimento possano già funzionare come strumenti di sicurezza sociale, grazie ai finanziamenti regionali e alla collaborazione tra SerD e comunità accreditate. «La nuova legge deve rafforzare, non sostituire, questa rete», sottolinea.

La conclusione del Garante campano è anche un monito rivolto a chi dovrà tradurre la norma in pratica: «La vera sfida della nuova legge è questa: non annunciare numeri, ma costruire percorsi di cura che funzionino davvero».

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Giornata mondiale del cane, occasione per parlare di adozioni consapevoli e randagismo

Oggi, 26 agosto, si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Cane, una ricorrenza nata negli Stati Uniti nel 2004 per iniziativa di Colleen Paige, esperta di comportamento animale e scrittrice, che scelse questa data in ricordo del giorno in cui, da bambina, la sua famiglia adottò il primo cane. Da allora la giornata si è diffusa ben oltre i confini americani, trasformandosi in un appuntamento condiviso da associazioni animaliste, rifugi e semplici appassionati in decine di Paesi.

Dietro l’apparente leggerezza della ricorrenza, fatta di foto sui social e coccole extra ai propri compagni a quattro zampe, si nasconde un obiettivo più serio: sensibilizzare l’opinione pubblica sul randagismo, contrastare i maltrattamenti e promuovere l’adozione responsabile, in alternativa all’acquisto da allevamenti non sempre trasparenti o da canali non controllati. È un tema che riguarda da vicino anche l’Italia, Paese in cui vivono circa 10 milioni di cani registrati in anagrafe canina, amati e curati dalle rispettive famiglie, ma dove convivono ancora migliaia di situazioni di abbandono, randagismo e maltrattamento, soprattutto nelle regioni del Centro-Sud.

Un legame antico, oggi anche terapeutico

Il rapporto tra l’uomo e il cane affonda le radici in migliaia di anni di storia comune, ma negli ultimi decenni ha assunto forme nuove e sempre più riconosciute anche sul piano sociale e sanitario. I cani non sono più soltanto compagni di vita: sono impiegati come unità cinofile nelle attività di soccorso, come guide per le persone non vedenti, e sempre più spesso come presenza terapeutica in progetti di pet therapy rivolti a bambini, anziani e persone con disabilità o fragilità psicologiche. È un ruolo che rende la loro tutela una questione che va oltre l’affetto individuale, per toccare il benessere collettivo.

Le buone pratiche per un’adozione consapevole

Celebrare la giornata in modo utile significa, prima di tutto, ricordare che accogliere un cane in famiglia è una scelta che richiede consapevolezza e non un gesto impulsivo legato all’emozione del momento. Chi desidera adottare dovrebbe rivolgersi ai canili e ai rifugi del proprio territorio, informarsi sulle caratteristiche e sui bisogni della razza o del singolo animale, valutare con onestà il tempo e le risorse a disposizione, e considerare l’adozione di cani adulti o meno “richiesti”, spesso i più difficili da collocare ma non per questo meno capaci di dare affetto. Un’adozione ben ponderata è la prima forma concreta di prevenzione del randagismo e dell’abbandono, fenomeni che si concentrano tipicamente proprio nei mesi estivi, quando le partenze per le vacanze si accompagnano, purtroppo, a un aumento degli abbandoni lungo le strade.

Il ruolo delle comunità e delle associazioni

Le associazioni animaliste, i volontari dei rifugi e le realtà di quartiere che si occupano di colonie feline e canili giocano un ruolo che va ben oltre la gestione dell’emergenza quotidiana: sono un presidio sociale che intercetta situazioni di degrado, promuove la cultura del rispetto verso gli animali e, non di rado, offre anche un’opportunità di impegno civico e di socialità per chi vi dedica il proprio tempo. Sostenere queste realtà, anche con un gesto semplice come una donazione, un’ora di volontariato o la condivisione di un annuncio di adozione, è probabilmente il modo più concreto per dare un senso, oltre l’hashtag di giornata, a una ricorrenza che rischia altrimenti di esaurirsi in un post sui social. La Giornata Mondiale del Cane resta dunque un’occasione preziosa, purché non si limiti a una celebrazione simbolica: il vero valore di questa data sta nella capacità di trasformare l’affetto quotidiano per i nostri cani in un impegno concreto, che duri ben oltre il 26 agosto.

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Scuola, approvato il calendario per il nuovo anno. Ecco quando si ritorna in classe (e quali sono i ponti)

La Regione Campania ha approvato il Calendario scolastico 2026/2027, definendo le date di inizio e conclusione delle lezioni e i periodi di sospensione delle attività didattiche per il prossimo anno scolastico. Per tutti gli ordini e i gradi di istruzione e per i percorsi formativi, le lezioni prenderanno il via martedì 15 settembre 2026 e termineranno martedì 8 giugno 2027. Fa eccezione la scuola dell’infanzia, dove le attività educative proseguiranno fino al 30 giugno 2027.

Il calendario comprende, oltre alle festività nazionali, alcune giornate di sospensione che permetteranno a studenti e famiglie di organizzare diversi periodi di pausa nel corso dell’anno. Un primo piccolo ponte arriverà  a novembre: il 2 novembre, lunedì, sarà giornata di sospensione e, cadendo il 1° novembre di domenica, si creerà un fine settimana lungo da sabato 31 ottobre a lunedì 2 novembre.

Particolarmente favorevole sarà il calendario di dicembre. Le scuole resteranno chiuse il 7 e l’8 dicembre, rispettivamente lunedì e martedì. Considerando il precedente fine settimana, studenti e famiglie potranno contare su quattro giorni consecutivi di pausa, dal 5 all’8 dicembre.

La pausa più lunga dell’anno scolastico sarà naturalmente quella natalizia. Le attività didattiche saranno sospese dal 23 dicembre 2026 al 6 gennaio 2027, consentendo di trascorrere le festività con una lunga interruzione delle lezioni.

Un altro ponte arriverà a febbraio in occasione del Carnevale. La sospensione prevista per lunedì 8 e martedì 9 febbraio 2027, unita al precedente fine settimana, permetterà di avere quattro giorni consecutivi senza lezioni, dal 6 al 9 febbraio.

Anche il periodo pasquale offrirà una pausa particolarmente lunga. Le lezioni saranno sospese dal 25 al 30 marzo 2027, da giovedì a martedì, creando un periodo di sei giorni consecutivi di stop comprendendo anche il fine settimana.

Nel calendario figurano inoltre le festività del 25 aprile, del 1° maggio e del 2 giugno. In questi casi, però, non si creeranno veri e propri ponti: il 25 aprile 2027 cadrà infatti di domenica, il 1° maggio di sabato, mentre il 2 giugno sarà mercoledì.

Il nuovo calendario scolastico consente dunque di individuare già da ora alcuni dei periodi più favorevoli per famiglie e studenti. Tra i principali appuntamenti spiccano il ponte del 2 novembre, quello dell’Immacolata, le vacanze di Natale, il ponte di Carnevale e la lunga pausa prevista per Pasqua.

Per gli studenti campani il ritorno sui banchi è quindi fissato al 15 settembre 2026, mentre l’ultimo giorno di scuola sarà l’8 giugno 2027. Per i bambini della scuola dell’infanzia, invece, le attività educative termineranno il 30 giugno 2027.

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