24 Giu, 2026 | Comunicare il sociale
Nel luogo simbolo della separazione e della pena, per un giorno vincono il gioco, gli affetti e la relazione. Torna anche nel 2026 “La Partita con mamma e papà”, il progetto ideato e promosso da Bambinisenzasbarre ETS che da dieci anni trasforma gli istituti penitenziari italiani in spazi di incontro tra genitori detenuti e figli. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, prevede partite di calcio, laboratori creativi e momenti di condivisione che consentono alle famiglie di vivere un tempo autentico di vicinanza affettiva, superando almeno per qualche ora le barriere fisiche e psicologiche imposte dalla detenzione.L’edizione 2026 coinvolgerà numerosi istituti penitenziari italiani. Tra gli appuntamenti già programmati figurano le case di reclusione di Orvieto e San Gimignano e le case circondariali di Teramo, Gela, Paola, Busto Arsizio, Biella, Locri, Agrigento e Cassino. Il calendario è in continuo aggiornamento e coinvolgerà centinaia di famiglie in tutta la penisola.
L’iniziativa si inserisce nella campagna europea “Non un mio crimine ma una mia condanna”, nata per richiamare l’attenzione sulle condizioni dei figli di persone detenute. Un fenomeno spesso invisibile che riguarda circa 100 mila bambini in Italia e oltre 2,4 milioni in Europa. Bambini che, pur non avendo commesso alcun reato, subiscono spesso il peso dello stigma sociale, dell’isolamento e della lontananza da uno o entrambi i genitori.Proprio per contrastare queste conseguenze, il gioco diventa uno strumento educativo e relazionale capace di favorire ascolto, inclusione e continuità affettiva. Un principio sancito dalla Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, recentemente rinnovata, che riconosce il diritto dei minori a mantenere un rapporto significativo con il genitore detenuto, in linea con la Nazioni Unite.
La manifestazione assume inoltre una dimensione internazionale grazie al progetto europeo “Game with Mum and Dad”, promosso da Children of Prisoners Europe, che ha adottato il modello sviluppato in Italia da Bambinisenzasbarre e lo sta diffondendo in numerosi Paesi europei. «Questi bambini vivono spesso in silenzio il segreto della detenzione di un genitore per paura di essere giudicati o esclusi», ricorda Lia Sacerdote. È proprio per loro che ogni anno il carcere apre simbolicamente le proprie porte, trasformandosi in un luogo dove il diritto all’infanzia e agli affetti può trovare spazio, almeno per una giornata. L’iniziativa gode del patrocinio dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, del sostegno di Poste Italiane e della Fondazione Cariplo, oltre al patrocinio della Regione Lombardia per gli eventi ospitati sul territorio regionale.
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24 Giu, 2026 | Comunicare il sociale
La Regione Campania ha realizzato, nell’ambito del progetto europeo LIFE TURTLENEST, un video informativo e di sensibilizzazione dedicato alla tutela della Caretta caretta, la tartaruga marina che ogni anno raggiunge anche le spiagge della Campania per deporre le proprie uova.
Aumentano sempre di più i nidi delle tartarughe marine ma sono sempre più minacciati da bagnanti, ruspe sulle spiagge e cambiamenti climatici.
Il video è un messaggio rivolto a cittadini, turisti e operatori balneari, con l’obiettivo di favorire comportamenti corretti a tutela di una specie simbolo del Mediterraneo che nidifica proprio sulle coste della nostra regione e che potrebbe essere messa a rischio da comportamenti inconsapevoli dell’uomo.
Attraverso immagini semplici ed efficaci, il video spiega cosa fare quando si individuano sulla spiaggia tracce riconducibili alla presenza di una tartaruga marina o di un possibile sito di nidificazione: non calpestare le tracce lasciate sulla sabbia, seguirne il percorso con attenzione senza alterarlo, delimitare l’area interessata e contattare immediatamente la Guardia Costiera chiamando il 1530.
Azioni semplici ma fondamentali per consentire agli operatori specializzati di effettuare le verifiche necessarie, mettere in sicurezza l’eventuale nido e favorire la protezione del sito di nidificazione. “La tutela della biodiversità passa anche attraverso l’attenzione e il senso di responsabilità di ciascuno di noi”, dichiara l’assessora regionale alla Biodiversità Fiorella Zabatta. “La Caretta caretta – prosegue – rappresenta una specie simbolo del Mediterraneo e un indicatore della salute dei nostri ecosistemi marini. Siamo diventati un hub riproduttivo importante per queste specie; dobbiamo prendere consapevolezza di questo interessante scenario e comportarci di conseguenza adattando le nostre abitudini a queste meravigliose creature. Con questo video, pertanto, vogliamo fornire informazioni chiare e immediate su come comportarsi in presenza di tracce o nidi, affinché ogni cittadino possa contribuire concretamente alla protezione di questa specie protetta. La Regione Campania invita tutti a vivere il mare e le spiagge con rispetto e consapevolezza, ricordando che anche un singolo comportamento corretto può contribuire concretamente alla salvaguardia della Caretta caretta e del patrimonio di biodiversità del nostro territorio”.
“Il progetto LIFE TURTLENEST, coordinato da Legambiente e cofinanziato dall’Unione Europea, è finalizzato proprio al miglioramento della conservazione della Caretta caretta nel Mediterraneo occidentale attraverso attività di monitoraggio, protezione e messa in sicurezza dei siti di nidificazione. L’iniziativa – dice ancora l’assessora Zabatta – coinvolge istituzioni scientifiche, enti pubblici e associazioni di Italia, Francia e Spagna e vede la partecipazione della Regione Campania con un investimento complessivo di oltre 200 mila euro. Dai dati del progetto emerge che nonostante le criticità, in Italia cresce il numero dei nidi censiti: circa 443 nel 2023, 601 nel 2024 e oltre 700 nel 2025, il dato più alto mai registrato nel Paese. Sicilia, Calabria, Campania e Puglia restano le regioni più interessate, ma le nidificazioni sono in aumento anche lungo le coste tirreniche centro-settentrionali”.
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23 Giu, 2026 | Comunicare il sociale
Hanno resistito allo scoppio della bomba atomica su Hiroshima, quel tragico 6 agosto del 1945 che segna una delle più grandi tragedie dell’umanità. Ora i semi di quattro specie di alberi sopravvissuti all’inferno atomico, dopo 81 anni, sono a Napoli, precisamente negli Orti Botanici di Napoli e di Portici. E stanno già germogliando i semi della pace e della resilienza, che raccontano la storia del nostro passato al posto di libri e documentari.
Il viaggio
Dopo aver girato il mondo, i semi sono arrivati in Campania grazie all’ecologo del CNR, affiliato all’Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo, Luciano Bosso, che ha scelto di trasformare la memoria di Hiroshima in un progetto “verde” di speranza puntando sugli alberi come simbolo di Pace. Da quanto si apprende dal sito ufficiale della città di Hiroshima, sono 92 le piante sopravvissute attualmente ancora in vita, per un totale di 30 specie. L’albero più vicino all’epicentro della detonazione della bomba, a soli 370 m, è Salix babilonica. Bosso ha partecipato al programma internazionale promosso da Green Legacy Hiroshima, in collaborazione con l’Orto Botanico di Hiroshima e l’Istituto delle Nazioni Unite per la formazione e la ricerca, candidandosi per ricevere i semi degli Hibakujumoku. Una richiesta tutt’altro che scontata: ogni anno i semi vengono affidati a pochissime istituzioni e ricercatori nel mondo. La candidatura del ricercatore italiano è stata accolta, e a Napoli sono arrivate ben quattro specie Celtis sinensis, Cinnamomum camphora, Platanusorientalis e il Ginkgo biloba.



La rinascita
«Quando ho ricevuto la conferma mi sono emozionato profondamente. Stiamo parlando di esseri viventi che portano dentro di sé la memoria di Hiroshima e, allo stesso tempo, un messaggio potentissimo di rinascita e di Pace», racconta Bosso. Circa due mesi fa l’Orto Botanico di Napoli ha accolto i semi della pace, piantati grazie all’intervento del direttore Paolo Caputo, dei tecnici Giancarlo Sibilio, Luca Mastrogiovanni e Francesco Mauriello. «Dietro questa storia, però, ce n’è un’altra ancora più sorprendente – continua Luciano Bosso- emersa proprio durante la visita all’Orto Botanico di Napoli. Il direttore Paolo Caputo ha infatti raccontato un episodio poco noto che lega Napoli a Hiroshima da oltre settant’anni. Nel 1952 un ambasciatore giapponese donò all’Orto Botanico di Napoli alcune tegole provenienti dall’Orto Botanico di Hiroshima, recuperate dopo il bombardamento atomico. In segno di amicizia e gratitudine, Napoli inviò in Giappone alcune piante di Laurus nobilis, l’alloro mediterraneo. Quelle piante vennero messe a dimora dal presidente dell’epoca, Tatsuo Morito, in uno dei giardini universitari di Hiroshima e, ancora oggi, sono lì a testimoniare il legame con la città Partenopea. Le lettere dell’epoca e i frammenti delle tegole sopravvissute alla bomba sono ancora custoditi nel Museo Etnobotanico dell’Orto Botanico di Napoli».
I germogli
Il 26 maggio sono spuntate le prime piantine di Ginkgo Biloba e il ricercatore Bosso è corso a vederle con gioia. «Le prima piante stanno quindi germogliando – conclude Luciano Bossi- e iniziando la loro vita a Napoli e a Portici. Questo chiaramente è solo l’inzio, ora solo il tempo e le cure delle mani esperte dei tecnici dei due Orti Botanici permetteranno a tutti i semi di germinare e alle piante di arrivare all’età adulta. Appena cresciute, le piante verranno poi piantate all’interno dei due giardini, nel caso in cui, come ci si augura, dovessero diventare adulte più piante, verranno donate altri luoghi simbolo della Regione Campania».
di Francesca Mari
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23 Giu, 2026 | Comunicare il sociale
Giovanissima eppure con un curriculum di progetti e attività molto nutrito. Nata lo scorso ottobre, l’associazione “Oltre l’Orizzonte” ha già all’attivo collaborazioni con l’ospedale pediatrico Santobono- Pausilipon di Napoli, con l’organizzazione benefica La Brigata Solidale e porta avanti senza sosta raccolte fondi per progetti dedicati soprattutto a bambini ospedalizzati e senzatetto.
«L’associazione Oltre l’Orizzonte nasce dal desiderio di guardare oltre le fragilità e di mettere al centro la persona prima ancora del suo bisogno. I fondatori hanno condiviso la convinzione che esistano forme diverse di sofferenza: quella di un bambino che affronta un percorso ospedaliero e quella di una persona che vive ai margini della società possono apparire lontane, ma hanno qualcosa in comune: la necessità di sentirsi visti, ascoltati e non lasciati soli.
Da qui la scelta di avvicinarci a realtà differenti come gli ospedali pediatrici e i senzatetto: il nostro obiettivo non è intervenire solo sul bisogno materiale, ma creare relazioni, vicinanza umana e restituire dignità attraverso piccoli gesti che possono fare una grande differenza» dichiara la vicepresidente Valeria Feola.
Attenzione e massimo sforzo adesso sono incanalati nel progetto Taxi Solidale per l’acquisto di una vettura ad uso gratuito dedicato ai bambini che devono recarsi in ospedale per la chemioterapia. Questo taxi è pensato per accompagnare, ma anche per accogliere e far sorridere, i bambini verso l’appuntamento con la cura in modo più sereno, offrendo alle famiglie un sostegno concreto nel percorso di terapia. Il veicolo è pensato ed allestito in modo adeguato, sicuro ma anche molto allegro in modo da renderlo riconoscibile e accogliente.
Oltre ad una raccolta online (per donare: www.gofundme.com – progetto Trasformiamo il viaggio della cura in un sorriso), “Oltre l’Orizzonte” sta organizzando anche eventi conviviali e sportivi, il cui ricavato è destinato esclusivamente all’acquisto del mezzo. «L’idea nasce da un’esigenza concreta: molte famiglie che affrontano percorsi di cura devono sostenere non solo il peso emotivo della malattia, ma anche difficoltà organizzative e logistiche importanti. Pensare a un servizio che possa garantire supporto negli spostamenti significa alleggerire, anche solo in parte, una quotidianità già complessa. Quando abbiamo iniziato a parlarne, abbiamo percepito immediatamente grande sensibilità e partecipazione: questo ci fa capire che siamo sulla strada giusta» continua la Vicepresidente.
Sul fronte dei soggetti fragili economicamente e senza fissa dimora invece le attività di “Oltre l’Orizzonte” si caratterizzano sempre più grazie all’importante connubio con La Brigata Solidale con la quale c’è l’impegno soprattutto a offrire pasti gratuiti.
Per poter gestire al meglio tutti gli impegni e raggiungere tutti gli obiettivi “Oltre l’Orizzonte” è sempre alla ricerca di nuovi volontari. «Cerchiamo persone che abbiano sensibilità, empatia e voglia di mettersi in gioco. Le competenze si possono acquisire e infatti investiamo molto nella formazione, come dimostrano i nostri percorsi di clownterapia. Cerchiamo persone che abbiano voglia di dedicare parte del proprio tempo agli altri, secondo le proprie disponibilità. Non chiediamo grandi cose: chiediamo presenza, cuore e autenticità. A volte anche un sorriso o qualche ora del proprio tempo possono diventare qualcosa di straordinario per chi ne ha bisogno. Se qualcuno si riconosce in questi valori, le porte di “Oltre l’Orizzonte” sono aperte» conclude Feola.
di Emanuela Nicoloro
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23 Giu, 2026 | Comunicare il sociale
Don Peppe Diana è stato raccontato molte volte. Il prete anticamorra, il simbolo, il martire civile, il volto pulito di una terra ferita. Eppure, proprio attorno alla sua figura, negli anni si è consumato quasi un paradosso: più cresceva il mito, più rischiava di scomparire l’uomo. “Il casalese di Dio” di Antonio Mattone prova a rompere proprio questo meccanismo. E lo fa scegliendo una strada difficile: togliere don Peppe dalla retorica per riportarlo dentro la vita vera.
A oltre trent’anni dal suo assassinio, e dopo un processo che ha ormai fissato responsabilità e verità giudiziaria, Mattone torna a Casal di Principe con una domanda semplice solo in apparenza: perché don Peppe Diana è stato ucciso? È da qui che nasce il libro, proprio mentre prende forma anche il percorso ecclesiastico verso l’apertura dell’inchiesta diocesana per il riconoscimento del martirio del sacerdote.
Ma il merito dell’autore è soprattutto quello di non fermarsi alla ricostruzione processuale. Mattone entra nelle case, nelle chiese, nelle strade e perfino nelle carceri. Incontra amici, familiari, sacerdoti, cittadini, persone che hanno condiviso con don Peppe pezzi di vita e, in alcuni casi, anche figure coinvolte a vario titolo nel delitto. A tutti pone domande vecchie e nuove, cercando di scavare non solo nei fatti, ma nelle coscienze.
Ne esce un racconto profondamente umano. Don Diana non appare mai come un santino immobile o un eroe costruito a tavolino. Al contrario, emerge tutta la complessità di un sacerdote che aveva paure, dubbi, inquietudini, ma che allo stesso tempo aveva capito che il suo ruolo non poteva limitarsi all’altare o all’omelia della domenica. La sua battaglia non era soltanto contro la camorra come organizzazione criminale. Era contro un sistema culturale fondato sulla rassegnazione, sulla paura e sull’idea che nulla potesse cambiare.
Ed è probabilmente questo il punto più forte del libro. Mattone riesce a spiegare come don Peppe fosse diventato pericoloso non perché brandisse parole roboanti, ma perché stava lentamente rimettendo in movimento una comunità. Restituiva dignità ai giovani, costruiva relazioni, organizzava percorsi educativi, chiedeva alla Chiesa di sporcarsi le mani dentro le ferite del territorio. In altre parole, rompeva un equilibrio.
La scrittura è asciutta, misurata, mai compiaciuta. Non c’è alcuna ricerca dell’effetto facile o della commozione forzata. E proprio per questo alcuni passaggi colpiscono ancora di più. Mattone conosce bene quelle terre e si vede: evita sia la retorica dell’eroe sia quella, ormai quasi automatica, della “terra di Gomorra”. Nel libro esiste anche un’altra Casal di Principe: quella fatta di scout, volontari, famiglie, educatori, cittadini normali che hanno provato a reagire e che spesso restano ai margini del racconto pubblico.
“Il casalese di Dio” diventa allora una riflessione sulla memoria e sul rischio di trasformare certe figure in monumenti lontani dalla realtà. Mattone compie invece un’operazione opposta: restituisce carne, voce e fragilità a don Peppe Diana.
di Francesco Gravetti
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23 Giu, 2026 | Comunicare il sociale
La Fondazione Amesci mette a disposizione di tutti gli enti di Servizio Civile Universale ATLAS, l’assistente intelligente dedicato alla nuova sperimentazione nazionale sulla valorizzazione e messa in trasparenza delle competenze. Lo strumento sarà accessibile gratuitamente dal 25 giugno 2026 sul sito www.amesci.org.
Il lancio si inserisce nella fase di attuazione delle novità introdotte nell’Avviso di progettazione 2026 del Servizio Civile Universale e approfondite nel webinar promosso dal Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale, che ha coinvolto circa 600 enti.
La sperimentazione prevede la possibilità di collegare le attività progettuali alle Aree di Attività (ADA) e ai Risultati Attesi (RA) dell’Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni, rendendo più leggibili e riconoscibili gli apprendimenti acquisiti dagli operatori volontari durante il servizio.
Il nome ATLAS richiama direttamente l’Atlante del Lavoro e delle Qualificazioni, riferimento metodologico centrale della sperimentazione, e l’idea di uno strumento capace di orientare enti e progettisti in un territorio metodologico spesso nuovo.
Attraverso un percorso guidato, ATLAS supporta il progettista nell’analisi delle attività, nell’individuazione delle ADA, dei Risultati Attesi e delle competenze trasversali più coerenti con il progetto. La sua impostazione metodologica nasce dall’integrazione tra una consolidata conoscenza della progettazione del Servizio Civile Universale e la logica classificatoria dell’Atlante del Lavoro. Particolare attenzione è stata dedicata alla costruzione della base di conoscenza dello strumento, alimentata sia dai riferimenti ufficiali della sperimentazione sia dai progetti progressivamente caricati dagli enti. Un’impostazione che consente di coniugare rigore metodologico e apprendimento progressivo, favorendo nel tempo una maggiore uniformità del linguaggio progettuale e una più ampia diffusione delle metodologie connesse alla valorizzazione degli apprendimenti.
ATLAS non sostituisce il giudizio professionale del progettista, ma rende accessibili conoscenze specialistiche e favorisce una maggiore padronanza delle logiche che orientano la valorizzazione degli apprendimenti.
L’iniziativa si inserisce nell’impegno che da oltre vent’anni Amesci dedica alla promozione, al sostegno e all’attuazione del Servizio Civile Universale come esperienza di partecipazione, cittadinanza e crescita delle giovani generazioni.
“Quando una politica pubblica introduce nuovi strumenti e nuove responsabilità, il suo successo dipende dalla capacità di renderli realmente accessibili”, dichiara Enrico Maria Borrelli, Presidente della Fondazione Amesci. “ATLAS nasce per trasformare una richiesta metodologica in un’opportunità di crescita per l’intero sistema.”
“Non si tratta semplicemente di facilitare un nuovo adempimento progettuale”, continua Borrelli. “La messa in trasparenza delle competenze rappresenta un’opportunità per rendere maggiormente riconoscibile il valore educativo del Servizio Civile Universale e il patrimonio di apprendimenti che migliaia di giovani maturano ogni anno attraverso il servizio. Accompagnare questo processo significa contribuire a rafforzare una delle più importanti politiche pubbliche dedicate alle giovani generazioni del nostro Paese.”
Amesci ha scelto di rendere lo strumento gratuito e aperto a tutti gli enti, nella convinzione che il successo della sperimentazione dipenda non solo dalla qualità delle regole, ma dalla capacità del sistema di supportare chi è chiamato ad applicarle.
Le competenze maturate durante il servizio — organizzative, relazionali, digitali, civiche — esistono già. La sfida consiste nel renderle maggiormente leggibili e riconoscibili, affinché il valore educativo del Servizio Civile Universale possa emergere con ancora maggiore evidenza a beneficio dei giovani, degli enti e delle comunità.
ATLAS sarà disponibile dalle ore 12.00 di giovedì 25 giugno 2026 sul sito www.amesci.org
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