06 Nov, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI- In una baraccopoli di Buenos Aires, ai margini di una città indifferente, si consuma l’assassinio di Kevin, un bambino di nove anni. Il regista partenopeo Antonio Manco ha trascorso quattro anni nei barrios della capitale argentina ed è stato testimone di quella morte, a cui ha dato voce nel docufilm Ni un pibe menos. Si apre con una storia dura, ma raccontata con grande tenerezza, la IX edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, in programma da oggi, lunedì 6 novembre, fino a sabato 11: sarà proiettata stamattina all’interno del carcere di Poggioreale, nella giornata dedicata al cinema oltre i muri e le sbarre. Proprio i muri rappresentano uno dei temi simbolo di quest’anno, assieme ai mari e al filo spinato: «Abbiamo scelto uno slogan che contiene tre simboli: il mare, che unisce i popoli ma può anche separarli, i muri, che hanno trovato tanti profeti in questi anni di migrazioni, e il filo spinato, che un tempo segnava le trincee nei conflitti ed oggi dovrebbe proteggere le società opulente dagli sguardi di chi fugge dall’inferno, in cerca dei propri diritti – dice il coordinatore Maurizio Del Bufalo –. Ma per noi essi rappresentano una sfida, sono limiti da superare perché tutti gli uomini possano diventare finalmente padroni del mondo, liberi di muoversi e vivere in ogni luogo del pianeta». Coordinato dall’Associazione “Cinema e Diritti” di Salerno, l’evento è organizzato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e gode del patrocinio del Consiglio d’Europa e di Amnesty International.
Proiezioni a Piazza Forcella – La tortura, il disagio mentale, le migrazioni e l’accoglienza, le stragi silenti come l’uranio impoverito e le sparizioni forzate in Sudamerica: ogni giornata accenderà i riflettori su una tematica specifica, attraverso proiezioni, mostre fotografiche e approfondimenti – tutti gli appuntamenti sono gratuiti –, per far conoscere le vicende di persone e di popoli che si battono in nome di valori come la dignità, l’uguaglianza, la libertà. I venti film in concorso sono stati scelti tra ben duecento pellicole provenienti da 47 Paesi: «Don Milani diceva di amare opere d’arte che sono opere d’urto e queste lo sono – sottolinea l’assessore alla Cultura Gaetano Daniele –, perché non inseguono il risultato estetico fine a se stesso, ma grazie alla creazione artistica cercano di dare forma ad un messaggio». Fulcro dell’iniziativa è lo spazio comunale Piazza Forcella di Via Vicaria Vecchia, sede della biblioteca intitolata ad Annalisa Durante: qui ogni pomeriggio si terranno dibattiti, incontri, le proiezioni di alcuni film fuori concorso e, a partire dalle 20:30, di tutti quelli in concorso. E nei pomeriggi del Festival – novità di quest’anno – le opere in gara saranno proiettate anche nella bottega E’ pappece a Via Mezzocannone e nella libreria Iocisto a Piazza Fuga.
Gli ospiti – A impreziosire l’edizione 2017 ci saranno Erri De Luca, stasera a Piazza Forcella per discutere di diritti, arte, letteratura e cinema, e Ilaria Cucchi, per la prima volta a Napoli con l’Associazione nata in memoria del fratello Stefano, che domattina sarà all’Ex OPG Occupato di Via Imbriani per spiegare a che punto è la lotta per una legge sulla tortura. E ancora, il sindaco di Riace, Domenico Lucano, che negli ultimi vent’anni ha realizzato nel paesino della Locride un modello esemplare di accoglienza dei migranti; un modello oggi accusato di irregolarità che rischia di scomparire, a cui il Festival renderà omaggio nella mattinata di sabato 11 novembre al Maschio Angioino, con la presentazione del libro Mimì capatosta di Tiziana Barillà, con l’intervento dell’autrice, dello stesso Lucano, del sindaco di Napoli Luigi de Magistris e di padre Alex Zanotelli. Il calendario completo delle iniziative è disponibile sul sito ufficiale www.cinenapolidiritti.it.
di Paola Ciaramella
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30 Ott, 2017 | Comunicare il sociale
ROMA – Circa 4 milioni e mezzo di studenti soggetti all’obbligo scolastico vivono in aree ad alta o medio-alta pericolosità sismica (il territorio totale o parziale di 76 Province su 110). Ben 29 Province con un altissimo numero di studenti (dai 50 mila ai 500 mila), estendono il loro territorio in zone ad elevata pericolosità sismica. La Provincia di Roma risulta quella con più densità di alunni che frequentano la scuola dell’obbligo (450 mila). Eppure in Italia ad oggi, mancano molte informazioni sullo stato degli edifici scolastici, numerose scuole non sono state sottoposte a verifica di vulnerabilità sismica e i dati dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica non risultano aggiornati o completi (guarda la mappa sulla pericolosità sismica in Italia).
Questa la denuncia di Save the Children, in occasione della forte scossa di terremoto che un anno fa ha colpito Norcia e alla vigilia del quindicesimo anniversario del crollo della scuola di San Giuliano di Puglia in cui persero la vita 27 bambini e una insegnante, sottolineando come tali tragedie siano “la conseguenza di una mancata prevenzione e di un monitoraggio assente”.
Le strutture pubbliche sono state spesso danneggiate dagli eventi sismici che hanno colpito il paese, in particolare le scuole. Perché questo non si ripeta, Save the Children lancia oggi una petizione con tre richieste fondamentali: che le scuole siano antisismiche per tutti, a partire dalle aree a maggior rischio; che sia effettuata una verifica degli edifici per mappare i pericoli per ogni singola scuola; che siano attivati percorsi di formazione e autoprotezione obbligatori per le emergenze nelle scuole. Le firme raccolte verranno consegnate al Governo e al Parlamento.
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30 Ott, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI- La Fiera dei Beni Comuni torna ad animare la città di Napoli per riflettere sui temi dell’amministrazione condivisa, finanza etica, sovranità alimentare, riforma del Terzo Settore e tanto altro. Nei giorni 1 e 2 dicembre 2017, Piazza del Gesù Nuovo ospiterà convegni, workshop, seminari e laboratori che punteranno i riflettori sui Beni Comuni e sulla fattibilità di una loro gestione condivisa. La Fiera, giunta alla nona edizione, si propone come un luogo privilegiato di confronto con esponenti istituzionali e rappresentanti del mondo del non profit sulle sfide e gli impegni che attendono i volontariati, il mondo dell’associazionismo, il futuro sistema dei Centri di Servizio a seguito della Riforma del Terzo Settore.
Come sempre CSV Napoli, prevede nell’ambito dell’evento, un’agorà espositiva e laboratoriale che permetterà alle associazioni di Terzo Settore di Napoli e provincia di promuovere la propria attività e motivare la cittadinanza all’impegno per lo sviluppo e la valorizzazione del nostro territorio. Le richieste di partecipazione saranno selezionate sulla base di criteri di originalità e fattibilità delle attività di animazione proposte, che dovranno impegnare almeno un ora del venerdì ed un ora del sabato. Gli stand che verranno messi a disposizione delle associazioni dovranno, inoltre, essere presidiati da volontari dalle ore 9.00 alle ore 19.00 di venerdì 1 dicembre e dalle ore 9.00 alle ore 13.00 di sabato 2 dicembre. Info e partecipazione al link dedicato.
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16 Ott, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI- “Il rappresentante della ditta Brunner di Zurigo cerca muratori da assumere, i candidati devono presentarsi alle ore 17.30 presso la sala d’attesa della seconda classe della stazione cittadina. Dopo una selezione, i prescelti partiranno per la Svizzera a spese della ditta”. Queste sono le parole di un annuncio pubblicato sui quotidiani di Palermo il 7 gennaio del 1970. Parte da qui il racconto che Mario Gelardi ha portato in scena al Nuovo Teatro Sanità dal 13 al 15 ottobre scorso. Un racconto che miscela fatti reali alla scrittura del direttore artistico di ‘Nts.
Gelardi racconta i sogni, le speranze, le illusioni di quei meridionali che guardavano la Svizzera come la terra promessa. In quegli anni il paese centro europeo accoglieva – assieme a Francia e Belgio – frotte di italiani che cercavano lavoro e una vita migliore. I “Ritals”, questo il termine di lingua francese con il quale gli svizzeri appellavo inguiriosamente i meridianali italiani che giungevano sui loro territori. Migranti disprezzati. E il parallelo con quello che succede oggi in Italia verso i migranti che giungono dal sud del mondo è lineare. Come racconta lo stesso Gelardi “la cosa più forte credo sia proprio questa. Chi sente le storie dell’Italia del 1970 le vede oggi. Soprattutto vede in che condizioni erano costretti a vivere gli italiani in Svizzera, segregati in container fuori dalle città. Non avevano alcun diritto se si infortunavano. Potevano essere licenziati da un momento all’altro”. Come succede ai migranti che vengono sfruttati oggi nei campi di pomodoro o negli agrumeti in Italia. “Vivevano – racconta il drammaturgo – in trenta o quaranta in una baracca con una sola fontana fuori e un solo bagno. Venivano addirittura sottoposti a visita medica e disinfestazione all’arrivo in Svizzera. Non è difficile secondo me fare un parallelo con quello che accade oggi”. Il parellelo non è difficile. Anzi. Viene naturale. Soprattutto ascoltando alcuni passaggi dello spettacolo in cui un italiano che vive in Svizzera da tanti anni racconta le reali condizioni del posto in cui vivono i migranti. “siete venuti a rubarci il lavoro” e “i negri d’Europa” sono sintomatica in tal senso.
In questa produzione targata ‘Nts convergono anche altri aspetti della vita e della vita di quegli anni. Dai rapporti umani – come l’amicizia tra due ragazzi della provincia napoletana – alla condizione femminile nei racconti di Viola che vuole emigrare per emanciparsi. Uno spettacolo che racconta l’Italia del anni ’70, dei sogni di chi sceglie di emigrare. Ma che cambiando i nomi e le date potrebbe essere lo spettacolo che racconta di chi viene in Italia oggi per lo setesso motivo: cercare un posto migliore.
di Ciro Oliviero
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09 Ott, 2017 | Comunicare il sociale
NAPOLI- Rita è una ragazza di 14 anni di Volla. Come tutti gli adolescenti vorrebbe uscire con gli amici, andare in giro. Vivere la vita di ogni adolescente. Ma la vita di Rita è diversa da quella degli altri ragazzi della sua età. Rita è affetta da atrofia muscolare spinale di tipo uno dalla nascita, conosciuta con l’acronimo di Sma. Quella che ha colpito Rita è una malattia che la obbliga a spostarsi su una carrozzella elettrica. Un mezzo che lei stessa riesce a governare. Ma è proprio qui che iniziano le difficili relazioni col mondo esterno. La carrozzella elettrica sulla quale la giovane ragazza si sposta è troppo ingombrante per l’ascensore del palazzo in cui vive. Quando deve uscire, come ad esempio per andare a scuola, la madre, Mariarca, deve spostarla su una vecchia carrozzella che riesce ad entrare in ascensore. Una volta al pian terreno deve superare anche le ultime barriere architettoniche rappresentate da alcuni gradini. Le difficoltà non terminano qui. Una volta uscite dal palazzo Rita e Mariarca si trovano su dei marciapiedi fatiscenti, pieni di buche e dossi creati dalle radici degli alberi. Per strada lo stesso ritornello: buche e dossi. Difficoltà su difficoltà. Da quest’anno Rita frequenta il liceo e Mariarca è costretta ad attraversare la città a piedi spingendo la carrozzella di sua figlia perché il comune di Volla non ha previsto il trasporto per i disabili e la sola linea degli autobus dell’Anm di cui potrebbe usufruire è fantasma.
«Rita non è autonoma su nulla. L’unica autonomia che ha è una sedia elettronica che però può usare solo in casa. Ha bisogno dei suoi spazi», racconta Mariarca. Spazi di cui Rita nella casa dove vive assieme ai nonni ed ai genitori non può beneficiare. «Non può invitare una compagna di classe a studiare a casa perché non sapremmo dove farle stare, senza uscire noi di casa», aggiunge Mariarca. Lei e suo marito non hanno la possibilità di prendere una casa in fitto con i prezzi di mercato, perché «prendere una casa idonea per mia figlia significherebbe pagare un affitto tra i 500 e 600 euro al mese che non ci possiamo permettere», racconta la madre della ragazza. Negli anni la famiglia ha provato a partecipare due volte ai bandi del comune di Volla per l’affidamento di case popolari senza successo. Lo stesso insuccesso lo hanno registrato a Portici, città di origine del padre di Rita, dove si sono rivolti agli amministratori di alcune case di proprietà della chiesa di San Ciro. Anche lì la risposta è stata negativa. Mariarca è stanca di questa situazione. Stanca di non riuscire ad avere un’interlocuzione chiara e risolutiva. Varie volte i suoi appelli sono rimasti inascoltati. Per questo ha chiosato dicendo che «spero di cambiare comune, perché a me non hanno dato nulla e non ha nulla da offrire nè a mia figlia nè agli altri bambini disabili».
di Ciro Oliviero
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