Agricoltura, diritti e comunità: a Napoli il percorso di IRIS

Si parlerà di filiere etiche, sfruttamento del lavoro e comunità territoriali attraverso una giornata che proverà a mettere in relazione mondi spesso raccontati separatamente: agricoltura, attivismo civico, economia sociale, associazionismo e cittadinanza attiva. Venerdì 16 maggio, alle ore 10, Officina Gomitoli a Napoli ospiterà infatti “Filiere giuste, lavoro dignitoso, comunità attive”, iniziativa promossa nell’ambito del progetto IRIS – Investire Responsabilmente in Inclusione e Sostenibilità.

L’incontro nasce con l’obiettivo di costruire un confronto concreto sul tema del caporalato e dello sfruttamento lavorativo in Campania, tentando però di spostare lo sguardo anche sulle pratiche alternative già presenti nei territori. Non soltanto denuncia, dunque, ma anche il tentativo di immaginare reti sociali e produttive capaci di sottrarsi alle logiche dello sfruttamento attraverso modelli fondati sulla sostenibilità, sull’agroecologia e sulla partecipazione comunitaria.

Ad aprire i lavori saranno Vincenzo Di Giacomo e Imma D’Aquino di ADOC Napoli e Campania insieme a Giulio Iocco di NeXt Nuova Economia per Tutti e ReOrient, che introdurranno il progetto IRIS e il percorso territoriale che l’iniziativa intende avviare.

Il primo momento di confronto, previsto alle 10.30, sarà dedicato al rapporto tra agricoltura, lavoro ed ecologia, con un focus sul fenomeno del caporalato. Interverranno Gennaro Avallone dell’Università di Salerno, Gianfranco Nappi di Infiniti Mondi / Rigenera Campania e Miriam Corongiu de L’Orto Conviviale / La Buona Terra.

Alle 11.30 spazio invece a una tavola rotonda dal titolo “Chi costruisce alternative in Campania: verso un Patto di comunità per il contrasto al caporalato”, moderata da Giulio Iocco. Attorno allo stesso tavolo si ritroveranno rappresentanti di Slow Food Campania, Legambiente Campania, Libera Napoli, ActionAid Italia, CSV Napoli, Dedalus e diverse realtà cooperative e associative impegnate sul territorio.

In una fase storica in cui il lavoro agricolo continua a rappresentare uno dei luoghi più evidenti delle disuguaglianze sociali e della fragilità dei diritti, l’iniziativa prova dunque a interrogare non soltanto le responsabilità del sistema produttivo, ma anche il ruolo che possano assumere le comunità locali nella costruzione di pratiche economiche differenti. Perché il contrasto allo sfruttamento, sembra suggerire il percorso di IRIS, difficilmente potrebbe esaurirsi nella sola dimensione repressiva se non fosse accompagnato dalla capacità di creare legami territoriali, consumo consapevole e nuove forme di partecipazione sociale.

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«Quando il denaro diventa controllo»: il racconto della violenza economica sulle donne L’INTERVISTA

In Italia l’indipendenza economica delle donne non rappresenta ancora un asset strutturale, ma rimane spesso una condizione subordinata a dinamiche familiari e disparità sistemiche. I dati aggiornati al primo trimestre del 2026 evidenziano come la violenza economica sia un fenomeno radicato, frequentemente propedeutico a forme più gravi di abuso fisico e psicologico, pur risultando ancora ampiamente sottostimato. Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, infatti, il 40% delle donne in Italia ha subito una forma di violenza economica.

L’indicatore più allarmante riguarda l’accesso diretto ai mezzi di sussistenza: il 42% delle donne italiane non è titolare di un conto corrente personale, operando esclusivamente attraverso conti cointestati o delegando interamente la gestione finanziaria al partner. Per il 14% del campione, la privazione è totale; non esiste alcuna possibilità di spesa autonoma senza una previa autorizzazione. A questo scenario si aggiunge il dato previdenziale della Cisl di aprile 2026, secondo cui il 48,2% delle pensioni femminili è attualmente inferiore ai 750 euro mensili, frutto di carriere interrotte e divari retributivi che alimentano una dipendenza economica perpetua.

Le radici di questa disparità sono anche culturali. Gli stereotipi persistenti rilevati dall’ISTAT confermano una visione ancora patriarcale della famiglia, dove il 6,3% della popolazione ritiene che le decisioni più importanti spettino all’uomo, il 17,2% che sia suo compito provvedere alle necessità economiche e il 20,2% che la cura dei figli debba essere esclusiva responsabilità delle madri.

Manuela Morra

Manuela Morra

Questo squilibrio di potere appare strettamente correlato ai dati del Global Gender Gap Report 2025, che individua nel divario occupazionale il principale motore della dipendenza indotta. In un simile contesto, la capacità di reazione a scenari domestici abusivi viene drasticamente annullata dalla mancanza di risorse immediate. Il denaro smette di essere uno strumento di sussistenza e diventa, in casi disfunzionali, un dispositivo di controllo. Per esaminare i protocolli di manipolazione che sottendono a queste dinamiche e l’impatto della privazione materiale sulla psiche delle vittime, abbiamo chiesto un’intervista alla dottoressa Manuela Morra, psicoterapeuta (in foto).

La violenza economica è spesso definita un abuso “invisibile” poiché priva di segni fisici. Quali sono i primi segnali d’allarme, anche minimi, che dovrebbero far sospettare una deriva autoritaria nella gestione delle finanze? In altri termini, quando la gestione familiare condivisa cessa di essere un supporto e diventa una trappola per l’autonomia?



«Il tema della gestione del denaro è un argomento estremamente complesso e delicato che, inevitabilmente, emerge con forza nelle relazioni di coppia poiché il denaro rappresenta, in ultima analisi, una forma di potere. Nello specifico, la violenza economica è un aspetto ancora poco conosciuto e raramente trattato dai mass media o dai programmi che si occupano di abusi. Si tratta di una forma di violenza sottile, invisibile e subdola, che non lascia le tracce evidenti tipiche della violenza fisica, ma che spesso si accompagna alla violenza psicologica. Si può parlare di violenza economica quando la libertà della partner viene limitata attraverso un controllo costante, un limite o un’intromissione sistematica nella gestione delle finanze. Quando una persona non può accedere in autonomia alle risorse o a un conto bancario, finisce per dipendere totalmente dall’altro. Quest’ultimo acquisisce un potere assoluto, arrivando a monitorare ogni minima spesa o uscita effettuata dalla partner. Questa forma di abuso si manifesta anche quando viene impedito alla donna di lavorare. Spesso ciò avviene sotto il pretesto che “non servono due stipendi” o con l’invito a dedicarsi esclusivamente alla casa e ai figli. In questo modo, si riduce drasticamente lo spazio di autonomia della donna, privandola della possibilità di guadagnare e di essere padrona delle proprie risorse. Infine, la violenza economica si configura anche attraverso la creazione di debiti a nome della partner a sua insaputa o contro la sua volontà»

Analizzando l’identikit del maltrattante, notiamo spesso che il controllo economico viene “venduto” come una forma di protezione. Esistono dei modelli comportamentali o dei momenti di vulnerabilità della vittima che agevolano questa narrazione manipolatoria?

«È necessario precisare la necessità, quando parliamo di un argomento del genere, di creare una cornice di contesto che ci permetta di comprendere e spiegare determinate dinamiche. Questa precisazione è fondamentale perché dobbiamo tenere a mente che la relazione tra il genere femminile e il denaro è frutto di un percorso molto lungo e complesso, che ribadisce una differenza storicamente esistente tra l’approccio maschile e quello femminile ai soldi. Non dimentichiamo che, in epoche passate, le donne erano considerate ricche solo in quanto mogli di uomini facoltosi; erano definite benestanti unicamente per il vincolo strettissimo che le legava ai mariti, senza poter disporre nemmeno delle proprietà che portavano in dote nel matrimonio. Bisogna aspettare la metà del XIX secolo affinché le cose inizino a cambiare. Rispetto all’identikit dell’uomo che utilizza il potere economico per agire una forma di violenza, va precisato che non esiste un profilo specifico, quanto piuttosto delle modalità comportamentali ricorrenti. Come accennato, quando emerge il bisogno di controllo, il denaro diventa lo strumento che determina cosa la partner possa o non possa fare. Questo accade, ad esempio, quando i soldi stabiliscono un potere rigido attraverso frasi come “i soldi sono miei e decido io”, oppure quando il controllo viene mascherato da protezione o senso di responsabilità, con giustificazioni del tipo: “sono più incline a gestire bene le finanze” o “ho più dimestichezza, affidati a me perché sono più competente”. Spesso queste dinamiche affondano le radici nei modelli delle famiglie d’origine, dove il denaro era usato come strumento di potere, configurandosi quindi come una modalità appresa. Esistono inoltre situazioni che rendono la donna particolarmente vulnerabile: la partenza da una condizione di coppia monoreddito, la perdita dell’impiego, l’interruzione lavorativa a causa della maternità o eventi critici come una separazione. La vulnerabilità aumenta anche in presenza di squilibri di potere dettati da differenti status sociali, diversa cittadinanza o una marcata differenza d’età. Infine, un aspetto su cui prestare massima attenzione è l’utilizzo del denaro come strumento di premio o punizione: dover chiedere il permesso per utilizzare risorse comuni o essere sistematicamente scoraggiate quando si manifesta il desiderio di iniziare a lavorare e mettersi in gioco professionalmente sono segnali inequivocabili di questa dinamica»

Dottoressa, quanto pesano ancora i retaggi di una cultura maschilista sulla percezione che le donne hanno del proprio diritto al reddito? Sembra quasi che esista un timore reverenziale o una mancanza di legittimazione in ambiti come la finanza o la gestione della carriera



«Un altro passaggio fondamentale su cui è necessario prestare attenzione è il fatto che, sia per quanto riguarda la gestione economica sia per temi come la sessualità, proveniamo da culture profondamente maschiliste. Dobbiamo quindi inevitabilmente considerare la fatica che il genere femminile compie, ha compiuto e continua a compiere per sentirsi legittimato in questi ambiti. Basti pensare alle persistenti disparità nelle promozioni e nelle carriere, con professioni che restano ancora oggi maggiormente ad appannaggio maschile. Allo stesso modo, esiste tuttora una disparità di guadagno e di stipendio tra uomini e donne. Tutti questi aspetti aleggiano nella società attuale e vanno inevitabilmente a impattare sul tema della violenza economica che stiamo trattando»

C’è un aspetto paradossale che riguarda le donne con carriere consolidate e alti livelli di istruzione. Perché proprio chi ha faticato per ottenere un riconoscimento sociale sembra avere più difficoltà ad ammettere di essere vittima di violenza economica?

 

«È una sfumatura cruciale. Le donne che hanno raggiunto ruoli apicali e indipendenza economica faticano maggiormente a denunciare un cambiamento o una criticità nella propria vita lavorativa e finanziaria. Qui subentra una forte dissonanza cognitiva: la donna, forte del proprio percorso di ascesa sociale, si sente in dovere di saper gestire autonomamente ogni situazione economica. Questo innesca un profondo senso di vergogna e la spinge a razionalizzare o minimizzare l’abuso. A ciò si aggiunge l’investimento emotivo. Più il legame è stato considerato valido e centrale nella propria vita, più diventa doloroso riconoscere di trovarsi all’interno di una dinamica abusante»

Di fronte a questo “annebbiamento” emotivo e alla perdita di lucidità, qual è il percorso pratico e psicologico per riprendere in mano la propria vita? Da dove deve iniziare una donna per rompere la catena della dipendenza?



«Esistono delle dinamiche, soprattutto quando parliamo di relazioni abusanti e di forme di dipendenza, in cui si perde la lucidità. Questo non accade per mancanza di intelligenza o per l’incapacità di vedere le cose, ma semplicemente perché il coinvolgimento emotivo e l’investimento affettivo sono tali da rendere difficile osservare con chiarezza i modelli relazionali che si stanno vivendo con il partner. Innanzitutto, il primo passaggio fondamentale è cominciare a dare un nome preciso a quello che si sta subendo. Al di là del cercare definizioni teoriche, è utile soffermarsi su situazioni concrete. Per esempio: quanta fatica devo fare per disporre del denaro? Quante spiegazioni o giustificazioni devo fornire prima di poter effettuare un prelievo in banca per qualcosa che reputo importante? Un altro passaggio d’aiuto è il confronto con qualcuno che sia esterno alla dinamica: una persona non coinvolta è chiaramente più lucida e può rappresentare un parametro di realtà prezioso. È importante anche partire dall’ascolto delle proprie sensazioni: cosa succede dentro di me quando affronto questo argomento con il partner? Provo ansia? Mi sento in colpa? Ho paura? Faccio fatica a chiedere o a tirare fuori argomenti inerenti alla questione economica? In questi casi, il supporto psicoterapeutico è ovviamente prezioso. Si tratta di un’opportunità che una donna può concedersi per avere uno spazio neutro e obiettivo dove poter analizzare, insieme a un terapeuta, tutte le sfumature della relazione. Questo permette di ottenere una lettura e una visione molto più chiara della propria situazione. Come dicevamo all’inizio, la violenza economica si affianca spesso ad altre forme di abuso; se si subisce violenza psicologica, esiste inevitabilmente una forma di dipendenza. Riconoscerla è molto doloroso e faticoso, perciò avvalersi dell’ausilio di un professionista esterno e non coinvolto rappresenta un passaggio cruciale e un primo fattore di grande aiuto per comprendere appieno ciò che si sta vivendo»

 

di Carmela Cassese

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ANTINCENDIO BOSCHIVO, SCADE IL 14 MAGGIO IL BANDO DI SELEZIONE PER 48 UNITÀ

Rafforzare il sistema regionale di prevenzione e contrasto agli incendi boschivi in vista della stagione a più alto rischio. Con questo obiettivo è stata avviata la procedura di selezione pubblica per l’assunzione a tempo determinato di 48 addetti alla manutenzione boschiva, impegnati nelle attività di prevenzione e spegnimento incendi (AIB).
L’iniziativa, promossa Regione Campania attraverso SMA Campania mira a garantire gli standard operativi necessari durante il periodo di massima allerta, quando aumenta significativamente il rischio di incendi sul territorio.
“Si tratta di un intervento strategico – dichiara l’assessora regionale alla Protezione Civile Fiorella Zabatta – che rafforza concretamente la nostra capacità di prevenzione e risposta agli incendi boschivi. La tutela del patrimonio ambientale campano passa anche attraverso il potenziamento delle risorse umane impegnate sul campo”.
“Gli operatori dell’antincendio boschivo (AIB) – prosegue Fiorella Zabatta – rappresentano una figure fondamentali non solo nelle fasi di emergenza, ma soprattutto nelle attività di manutenzione, controllo e prevenzione, che sono decisive per ridurre il rischio e limitare i danni. Investire su queste professionalità significa proteggere ecosistemi, comunità e infrastrutture, oltre che salvaguardare un patrimonio naturale di valore straordinario”.
“Continuiamo a lavorare – conclude l’assessora Zabatta – per un modello di Protezione Civile sempre più efficiente, integrato e capace di anticipare i rischi. La prevenzione resta la nostra prima linea di difesa. Auspichiamo una ampia partecipazione al bando”.
C’è tempo fino al 14 maggio prossimo per presentare la domanda di partecipazione, secondo le modalità indicate nell’avviso pubblico disponibile sul sito della SMA Campania.

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Il premio Antonio Carbone trasforma il talento dei giovani in futuro

Si è chiusa tra gli applausi la prima edizione del “Premio Antonio Carbone”, il concorso gastronomico istituito per onorare il ricordo del celebre maestro pasticciere di Marigliano, venuto a mancare prematuramente. La cornice storica del Chiostro del Santuario della Madonna della Speranza ha fatto da sfondo a una sfida che ha coinvolto 8 Istituti Alberghieri campani, trasformando il dolore per la perdita in un’opportunità di crescita per le nuove leve.

Il gradino più alto del podio lo ha conquistato il team “Primavera Mariglianese” dell’ IS “Manlio Rossi Doria”. Gli studenti hanno convinto i giudici con “Aurora Vesuviana”, una creazione complessa che richiama i colori dell’alba sul Vesuvio vista da Marigliano.  Un roll di croissant dalla sfogliatura millimetrica, arricchito da ricotta di bufala, caffè e albicocche del territorio.

​Nota di merito e premio speciale alla squadra “Dolcetti Ristretti” dell’Istituto “Enrico Caruso”, operante all’interno del carcere di Secondigliano. Con il loro dessert “Nuvola di primavera”, i ragazzi hanno dimostrato che l’arte bianca può essere una via concreta di reinserimento e libertà creativa.

​Il tavolo tecnico, composto da Angelo Carbone, pasticciere figlio del compianto Antonio, Carmen Vecchione, nota pasticciera irpina e Tiziana D’Angola Federico, food blogger, ha sottolineato lo spessore umano della kermesse, mettendo in luce l’importanza della manifestazione come opportunità di crescita e confronto per le giovani generazioni.

L’evento, destinato a diventare un pilastro annuale per la pasticceria regionale, ha confermato Marigliano come centro di eccellenza e cuore pulsante della tradizione artigiana campana.

 

di Annatina Franzese

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Alla Federico II la carezza della cura per i nati prematuri

L’Università Federico II ha celebrato la Festa della Mamma con un appuntamento speciale dedicato al tema della prematurità. Nell’Aula Magna del CESTEV, già sede di Biotecnologie, si sono ritrovati medici, volontari, istituzioni e tante famiglie per una giornata all’insegna della condivisione, del sostegno e della speranza. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione Soccorso Rosa Azzurro Onlus insieme alla Neonatologia e alla Terapia Intensiva Neonatale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, con l’obiettivo di celebrare i piccoli nati prematuri e accompagnare le famiglie che affrontano questo delicato percorso.

L’evento ha rappresentato anche un momento di incontro particolarmente emozionante tra il personale sanitario e molti ex prematuri che oggi sono diventati bambini e ragazzi. Presenti il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, la dottoressa Elvira Bianco, il professor Francesco Raimondi, Ordinario di Pediatria e Direttore dell’Unità Operativa di Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale, oltre che presidente dell’Associazione Soccorso Rosa Azzurro Onlus, e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Accanto a loro anche numerosi rappresentanti del mondo accademico, istituzionale e del volontariato, uniti per ribadire l’importanza di una rete di sostegno concreta per i neonati prematuri e le loro famiglie.

Alla manifestazione hanno partecipato inoltre la consigliera comunale Alessandra Clemente, il professor Giovanni Esposito, presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II, il professor Giuseppe Bifulco, direttore del Dipartimento Materno Infantile dell’AOU Federico II, Vincenzo Ferrara della Fondazione Cannavaro-Ferrara, Amedeo Manzo, presidente della BCC Napoli, Nico della pizzeria Palato della famiglia Balato, la dottoressa Giuseppina Mansi e Ida Padolecchia dell’Associazione Soccorso Rosa Azzurro Onlus. La mattinata è stata accompagnata dalla musica di Luciano Martucci, Lilia Iodice, Daniela Schioppa e Caterina Musella, che hanno contribuito a creare un clima di festa e partecipazione. Grande coinvolgimento anche grazie all’agenzia di animazione “Lacci sciolti” e all’associazione “SuperEroi in corsia”, che hanno regalato sorrisi e momenti di svago ai più piccoli e alle loro famiglie.

Ogni anno in Italia nascono circa 28mila bambini prematuri, cioè prima della trentasettesima settimana di gestazione; di questi, circa 3mila sono in Campania. Si tratta di neonati particolarmente fragili, che necessitano di cure specialistiche, tecnologie avanzate e assistenza continua. Il percorso non termina con la dimissione dalla Terapia Intensiva Neonatale: il monitoraggio della crescita e dello sviluppo neurologico dei piccoli resta infatti fondamentale nei primi anni di vita.

A sottolinearlo è stato il professor Francesco Raimondi, che ha evidenziato l’importanza del follow-up dedicato ai bambini prematuri. “Il periodo successivo alla dimissione è essenziale per monitorare lo sviluppo neuro-evolutivo dei piccoli pazienti. È necessario garantire percorsi personalizzati e controlli mirati per individuare tempestivamente eventuali difficoltà e intervenire precocemente”, ha spiegato. Il programma di follow-up della Federico II segue i bambini dai tre mesi fino ai sei anni di età e coinvolge in particolare i nati sotto le 32 settimane di gestazione, i neonati con peso inferiore ai 1500 grammi e quelli che hanno subito asfissia perinatale trattata con ipotermia terapeutica. Il percorso è strutturato secondo le linee guida della Società Italiana di Neonatologia.

Il professor Raimondi ha poi ricordato che circa 400 neonati ogni anno necessitano del ricovero presso la Terapia Intensiva Neonatale della Federico II. Una piccola percentuale di questi bambini può sviluppare problematiche importanti, come paralisi cerebrale, gravi ritardi psicomotori, sordità o deficit visivi. In molti altri casi possono manifestarsi difficoltà più lievi, legate allo sviluppo motorio, al linguaggio, alla comunicazione o alla relazione. Da qui la necessità di una rete territoriale sempre più efficiente e coordinata, capace di garantire interventi rapidi e percorsi di supporto adeguati alle esigenze dei bambini e delle loro famiglie.

Anche il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, Elvira Bianco, ha ribadito il valore dell’iniziativa, definendo la cura del neonato prematuro una delle sfide più complesse e delicate della medicina moderna. “La Terapia Intensiva Neonatale della Federico II rappresenta un punto di riferimento non solo durante il ricovero, ma anche nel percorso di accompagnamento successivo delle famiglie. Occasioni come questa dimostrano quanto sia importante la collaborazione tra ospedali, associazioni e istituzioni per offrire ai bambini le migliori possibilità di crescita”, ha dichiarato.

Parole di apprezzamento sono arrivate anche dal sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, che ha evidenziato l’eccellenza rappresentata dal reparto di Neonatologia e Terapia Intensiva Neonatale della Federico II e il ruolo fondamentale dell’Associazione Soccorso Rosa Azzurro. Il primo cittadino ha sottolineato come la professionalità del personale sanitario e la collaborazione con il mondo del volontariato rappresentino un esempio concreto di impegno al servizio delle famiglie e dei più piccoli.

Il professor Giovanni Esposito ha invece posto l’attenzione sull’importanza della multidisciplinarietà nel campo della neonatologia. Secondo il presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia della Federico II, la formazione delle diverse figure professionali coinvolte nell’assistenza ai neonati prematuri costituisce un elemento essenziale per garantire cure sempre più efficaci e specializzate.

Nel corso della giornata è stato inoltre celebrato il lungo lavoro svolto dall’Associazione Soccorso Rosa Azzurro Onlus, da oltre vent’anni al fianco dei neonati ricoverati presso la Federico II e delle loro famiglie. Grazie al sostegno di donatori e realtà vicine alla causa della prematurità, il reparto ha potuto dotarsi di nuove attrezzature fondamentali per l’assistenza dei piccoli pazienti.

Tra le donazioni più recenti figurano le sedie dedicate alla Kangaroo Therapy, donate da Mariano Balato, strumenti pensati per favorire il contatto pelle a pelle tra genitori e neonati e sostenere l’allattamento. La Fondazione Cannavaro-Ferrara ha invece contribuito con un’isola neonatale completa di sistemi avanzati per la rianimazione neonatale. A queste si aggiungono due sonde ecografiche di ultima generazione, acquistate grazie a raccolte fondi promosse rispettivamente da Raffaele Lanzetta e Marioluigi Rambone e dall’associazione Noi Donne di Teverola.

Negli ultimi vent’anni l’Associazione Soccorso Rosa Azzurro Onlus ha sostenuto concretamente la Terapia Intensiva Neonatale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II attraverso la donazione di ambulanze, apparecchiature elettromedicali e numerosi servizi destinati ai piccoli ricoverati e ai loro familiari. Fondamentale anche il contributo del 5×1000, che ha permesso di migliorare le tecnologie del reparto, rafforzare i servizi di accoglienza per i genitori e investire nella formazione del personale sanitario.

La giornata si è conclusa con un nuovo impegno condiviso tra associazioni, istituzioni e sostenitori della Federico II: continuare a investire nel futuro della Terapia Intensiva Neonatale, a partire dal progetto di ristrutturazione e ampliamento del reparto annunciato dall’Azienda Ospedaliera Universitaria. Un segnale importante per garantire ai neonati prematuri cure sempre più efficaci e un’assistenza capace di accompagnare le famiglie lungo tutto il percorso di crescita dei loro bambini.

 

di Adriano Affinito

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