Portici, all’ENEA il futuro passa da acqua, energia e intelligenza artificiale: confronto sulle sfide climatiche e ambientali

La crisi climatica non è più un tema riservato agli esperti, ma una realtà che incide sulla vita quotidiana delle persone. Dalla ormai cronica carenza d’acqua all’aumento vertiginoso dei consumi energetici, sono sempre di più e sempre più complesse le sfide che richiedono risposte concrete e immediate.
Per questo il Centro Ricerche ENEA di Portici ha ospitato la Water Resources and Energy Systems Conference, tre giornate di studio e confronto dedicate al legame tra risorse idriche, energia e transizione ecologica.
Ricercatori, università, istituzioni e giovani studiosi hanno messo sul tavolo esperienze e proposte per immaginare un modello di sviluppo più sostenibile, capace di garantire benessere senza compromettere le risorse delle future generazioni.
Tra i temi in programma la depurazione delle acque, l’idrogeno verde, il fotovoltaico galleggiante, le materie prime critiche e l’impatto energetico dell’intelligenza artificiale, sempre più presente nella vita quotidiana non solo di scienziati ma sempre più alla portata di tutti.
Spazio anche ai giovani ricercatori, protagonisti con i loro progetti, a conferma di quanto la ricerca scientifica rappresenti un investimento sociale oltre che tecnologico.
L’appuntamento estivo all’ombra del Vesuvio ha ricordato che parlare di acqua ed energia significa parlare di qualità della vita, tutela dell’ambiente e diritti delle comunità, in un momento storico in cui la sostenibilità è una responsabilità non più procastinabile.

 

di Nadia Labriola

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Da bene confiscato a casa dell’autonomia: a San Giorgio a Cremano prende vita “Abitare il Futuro”

Un immobile sottratto alla criminalità organizzata diventa una casa dove costruire indipendenza e trovare nuove prospettive di vita, partendo da un fondamento che si chiama dignità.
”Abitare il Futuro” è il progetto partito a San Giorgio a Cremano che mette a disposizione dodici appartamenti di co-housing destinati a persone con disabilità, nell’ambito dei percorsi previsti dal ”Dopo di Noi”.

L’iniziativa è finanziata dall’Unione Europea attraverso il programma NextGenerationEU e il PNRR – Missione 5, Componente 2, Investimento 1.2, dedicato ai percorsi di autonomia per le persone con disabilità. Il Comune di San Giorgio a Cremano è capofila dell’Ambito N28, mentre la gestione del progetto è affidata all’ATS guidata dalla Cooperativa Bambù, insieme alle cooperative Idea ed Elios.

I dodici beneficiari potranno intraprendere un percorso verso una vita più autonoma, dignitosa, sperimentando una quotidianità fatta di responsabilità personali e da condividere, di sostegno reciproco e partecipazione e coinvolgimento. Il co-housing rappresenta infatti un modello che supera l’assistenza tradizionale, promuovendo i concetti di autodeterminazione, inclusione e di miglioramento della qualità della vita.

Particolarmente significativo è il valore simbolico dell’intervento: gli appartamenti sorgono infatti in un bene confiscato alla criminalità organizzata, dunque un luogo che in passato rappresentava il peggio, per una società civile degna di essere definita tale, oggi viene restituito alla collettività per rispondere ai bisogni delle persone più fragili. Un cambiamento che rende tangibile il senso del riutilizzo sociale dei beni confiscati, trasformandoli in strumenti di riscatto sociale, morale, umano.

L’inaugurazione ha visto la partecipazione del sindaco Michele Carbone, del coordinatore dell’Ufficio di Piano dell’Ambito N28 Michele Maria Ippolito e del presidente della Cooperativa Bambù, Giovanpaolo Gaudino. Presenti anche il vicepresidente della Commissione speciale Anticamorra della Regione Campania Giorgio Zinno, la presidente della VI Commissione regionale Istruzione, Cultura, Ricerca Scientifica e Politiche Sociali Bruna Fiola e l’assessore regionale alle Politiche Sociali Andrea Morniroli, a testimonianza dell’importanza istituzionale del progetto.

Per le dodici persone che iniziano questo percorso, non si tratterà soltanto di ricevere un alloggio, ma di conquistare spazi di autonomia, costruire relazioni e progettare il proprio futuro. Per la città, invece, il progetto rappresenta un modello di welfare che mette insieme legalità, inclusione e diritti, dimostrando che il recupero di un bene confiscato può tradursi in una concreta occasione di crescita per l’intera comunità.

 

di Nadia Labriola

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«Lettere al Garante»: le voci dal carcere che la politica non vuole ascoltare

“Uno sguardo diretto sulla detenzione da un altro punto di vista. Un ponte tra chi vive realmente il carcere e chi lo vive solo sulla base dei numeri, delle pene. Ed è una voce di dignità a chi non ha voce”. Lo dice a Comunicare Il Sociale il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, presentando il suo libro ‘Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze’, presentato al Consiglio regionale della Campania.

“Di solito, i detenuti sono raccontati dai giornalisti, dai cappellani, qui parlano in prima persona. Nelle lettere i detenuti fanno richieste, anche minime, si producono in confessioni, in suppliche. Proviamo ad immaginarli in una cella di pochi metri quadrati, in uno spazio per otto persone: ci sono tensioni, fragili, sofferenze”, racconta Ciambriello, “Hanno bisogno di chi li ascolta ed una lettera è già un qualcosa per essere ascoltati, spesso per chiedere anche il minimo sindacale, come l’avvicinamento ai figli. E questo perché in carcere manca la dignità dei detenuti”.

Il garante regionale dei detenuti dice di aver ricevuto “1400 lettere in oltre sette anni, che mi hanno portato a fare 600 interventi in tre anni alla direzione sanitaria delle carceri, poi ho scritto 44 volte alle procure e centinaia di volte ai magistrati di sorveglianza. Non si deve più parlare di emergenza carceri, è emergenza un qualcosa che dura per un lasso di tempo limitato, come il Covid o un sisma, mentre questo è un problema eterno. La politica non considera il carcere come un luogo dove si cambia, ma dove si paga”.

Il primo passo è procedere verso l’adozione di misure alternative al carcere: “L’azienda carcere ha fallito, il 75% sconta fino all’ultimo giorno di  pena e poi ci torna in carcere, ci sono attualmente 103 mila detenuti con misure alternative, è quello il modello che va perseguito, alimentando percorsi di inclusione e quindi servono progetti di pubblica utilità da parte dei Comuni, poi il terzo settore deve fare di più e meglio e la magistratura di sorveglianza che deve fare misure alternative. Infine, la custodia cautelare deve verificarsi solo per motivi gravi”, analizza Ciambriello, ricordando che “In Italia mancano educatori, psicologi: abbiamo 20 mila tossicodipendenti in Italia, oltre 2113 in Campania, sono stati chiusi i manicomi ma non è certo finita la malattia mentale, li curiamo in carcere?”.

di Nicola Sellitti

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Salute mentale, Barretta (Noesis): «L’estate non è un periodo neutro per la mente, bene che lo riconosca il Ministero»

«È un primo passo nella direzione giusta, e va accolto con favore. Ma è un inizio, non un traguardo: ora conta come verrà riempito». Così Vincenzo Barretta, psichiatra e Direttore Scientifico del Centro Noesis di Napoli, commenta con cauto ottimismo la scelta del Ministero della Salute di includere per la prima volta la salute mentale tra i fronti della risposta sanitaria alle ondate di calore.

La misura è contenuta nella circolare del 26 giugno, firmata dalla direzione generale della Prevenzione: nel corso del 2026 partirà una sperimentazione pilota per monitorare, attraverso una rete di strutture sentinella, gli accessi ai servizi territoriali di salute mentale durante i periodi di caldo estremo. Napoli è tra le 27 città incluse nel sistema nazionale di allerta.

Per Barretta, che solo poche settimane fa metteva in guardia a mezzo stampa dei rischi del caldo estremo anche sulla salute emotiva e comportamentale delle persone (invitando a tenerne conto nelle scelte urbanistiche future), questo è un passaggio che colma un vuoto di attenzione. «Per anni abbiamo pensato al caldo come a un problema del corpo: disidratazione, colpi di calore, scompensi cardiaci. Ma le alte temperature agiscono anche sulla mente, e lo fanno in modo documentato», spiega. Le temperature elevate deteriorano la qualità del sonno, che è un regolatore fondamentale dell’umore, e sono associate in letteratura a un aumento degli accessi ospedalieri per disturbi psichici nelle fasi di caldo prolungato.

C’è anche un aspetto clinico che Barretta invita a non sottovalutare, legato alle terapie. «Diversi farmaci di uso psichiatrico — alcuni antidepressivi, antipsicotici, stabilizzatori dell’umore — possono interferire con la termoregolazione o risultare meno sicuri in caso di disidratazione. È un tema che va gestito con il medico prima dell’estate, non durante un’emergenza».

Ma l’attenzione, avverte lo psichiatra, non va limitata al termometro. «L’estate non è un periodo neutro per la mente. C’è una convergenza di fattori che la rende difficile per una fascia precisa di popolazione, e il caldo è solo uno di questi». Il riferimento è allo svuotamento delle città nei mesi estivi, che dirada le reti di sostegno e interrompe le routine di cura proprio per chi ne ha più bisogno. Un fenomeno che si innesta su un dato strutturale: secondo l’Istat, in Italia le persone che vivono sole sono ormai quasi dieci milioni, e tra gli over 75 la solitudine riguarda circa quattro persone su dieci.

Accanto ai fattori tradizionali, Barretta indica un elemento più recente e spesso trascurato che impatta sulla salute emotiva e comportamentale: la pressione esercitata dai contenuti che affollano i social network nei mesi estivi. «D’estate i feed diventano una vetrina di felicità esibita, e per chi è fragile il confronto continuo pesa. Un flusso ininterrotto di vacanze, cene, gruppi, corpi al mare: una rappresentazione selezionata, i momenti migliori altrui messi in mostra», osserva. «Non si tratta di demonizzare i social, ma di riconoscere un meccanismo psicologico noto, il confronto sociale verso l’alto, che nel periodo estivo diventa particolarmente intenso».

Il punto, per lo psichiatra, non è allarmare ma orientare. «Sentirsi soli o in difficoltà proprio quando “si dovrebbe” essere felici non è un difetto della persona: è una reazione comprensibile a un contesto che impone il divertimento come norma. La cosa più sana non è sforzarsi di godersi l’estate a tutti i costi, ma dare un nome a ciò che si sente e, se il disagio persiste, chiedere aiuto».

In questa direzione, conclude Barretta, la scelta del Ministero di dotarsi finalmente di strumenti di rilevazione va accolta con favore. «Misurare è il primo passo per prevenire. Se cominciamo a raccogliere dati sull’impatto del caldo e dell’isolamento estivo sulla salute mentale, potremo costruire risposte territoriali mirate, che è esattamente il terreno su cui un centro come il nostro lavora ogni giorno».

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«Oggi pomeriggio vado da Emanuele»: il laboratorio che l’attore Palumbo vuole aprire a Montesanto

C’è una Napoli che brilla sotto i riflettori del grande cinema, che colleziona successi e che si ritrova in questi giorni a Castellabate per l’inizio delle riprese di «Bentornati al Sud», l’attesissimo nuovo capitolo della celebre saga di Luca Miniero con Alessandro Siani e Claudio Bisio. In quel cast stellare c’è anche lui, Emanuele Palumbo, una delle giovani promesse del nostro panorama cinematografico. Cresciuto tra i vicoli di Montesanto, Palumbo ha già convinto la critica in «Nostalgia» di Mario Martone a Cannes e conquistato il grande pubblico nei panni di Angelo in «Mixed by Erry» di Sydney Sibilia, un’interpretazione che gli è valsa il prestigioso premio come Rivelazione Italiana ai David di Donatello. Nonostante gli impegni sui principali set nazionali, il percorso di Palumbo resta legato a Montesanto, il suo quartiere d’origine. Il suo obiettivo principale fuori dal set è di natura sociale: aprire un laboratorio teatrale e artistico nel cuore del quartiere, pensato come spazio di aggregazione e alternativa concreta per i giovani del territorio.
L’importanza di un presidio culturale di questo tipo si riflette nei fatti di cronaca avvenuti pochi giorni fa proprio in piazzetta Montesanto. Una violenta rissa degenerata in strada, culminata con l’esplosione di colpi d’arma da fuoco in aria e la presenza di persone armate davanti alla stazione della Cumana, ha riproposto l’urgenza di intervenire sul tessuto sociale della zona.

Abbiamo intervistato Emanuele Palumbo direttamente dal set per farci raccontare questa nuova esperienza cinematografica e la sua idea di riscatto attraverso la cultura.

Nella tua idea di laboratorio a Montesanto c’è una visione chiaramente legata al terzo settore e al sociale: dare un’alternativa ai ragazzi. A che punto è questa ricerca dello spazio? Hai già trovato risposte o collaborazioni da parte di associazioni o istituzioni locali?



Sono alla ricerca di uno spazio ormai da circa un anno. Ho chiesto aiuto a diverse persone perché ci tengo che questo progetto nasca proprio a Montesanto. Il problema è che, finora, nessuno è disposto a concedermi un luogo lasciandomi piena libertà nella gestione. Ci sono sempre condizioni, politiche o vincoli imposti da altri. Io, invece, ho un’idea molto chiara di quello che voglio costruire. Non vorrei iniziare un progetto, vedere tutti entusiasti il primo anno e poi ritrovarmi, quello successivo, a dover ricominciare da capo perché qualcuno decide che non posso più portarlo avanti. Sarebbe un rischio enorme, soprattutto per quei ragazzi che nel frattempo avrebbero trovato un punto di riferimento. Per questo continuo a cercare uno spazio stabile, che mi permetta di realizzare un laboratorio dedicato ai più piccoli attraverso il teatro, la musica e l’arte a trecentosessanta gradi. Vorrei creare un luogo aperto, fatto di insegnamento ma anche di libertà artistica. Mi piacerebbe che un bambino potesse dire con naturalezza: “Oggi pomeriggio vado da Emanuele a fare teatro, musica, a stare insieme”.

 Hai detto che il teatro serve prima di tutto nella vita per gestire le emozioni e non farle “esplodere”. Nella tua esperienza personale a Montesanto, quanto è stato difficile trovare quella strada “buona” di cui parli e quanto il teatro ha salvato te prima di poter aiutare gli altri?



Faccio sempre un esempio: è come se avessi indossato i paraocchi dei cavalli e avessi guardato sempre dritto. Tutto quello che c’era di marcio intorno a me non lo vedevo. Guardavo soltanto ciò che c’era di buono. Questo lo devo ai miei genitori. Mi hanno insegnato valori molto solidi e, soprattutto, a non avvicinarmi nemmeno a certe realtà. Credo che spesso i genitori abbiano un ruolo fondamentale nelle scelte dei figli: quando mancano determinate attenzioni, è più facile prendere strade sbagliate. I miei, invece, sono sempre stati presenti. Alla fine, quei paraocchi erano loro. Mi hanno protetto senza impedirmi di crescere e mi hanno dato gli strumenti per scegliere la strada giusta.

 Spesso pensi di essere “ancora troppo giovane” per realizzare questo laboratorio, eppure senti questa chiamata. Pensi che parlare la stessa lingua dei ragazzi, l’essere un loro coetaneo che “ce l’ha fatta”, possa essere un valore aggiunto rispetto ai classici progetti sociali calati dall’alto?



Sì, credo che sia un grande valore aggiunto. Parlare la loro stessa lingua permette ai ragazzi di fidarsi di te. Quando percepiscono che sei vicino a loro, anche umanamente, si sentono compresi. L’idea non è cancellare il loro modo di parlare o le loro radici. Quel linguaggio fa parte della nostra identità e della nostra città. Vorrei, però, dare loro anche altri strumenti: altri modi di esprimersi, di rapportarsi agli altri, di affrontare il mondo. Immagino un percorso che parta dagli scugnizzi di strada, da quello che sono oggi, e che li accompagni a diventare ragazzi capaci di muoversi in qualsiasi contesto senza rinnegare le proprie origini. Ampliare il linguaggio significa ampliare anche la visione del mondo. Io voglio puntare tutto su questi ragazzi. Fare davvero all-in su di loro, non soltanto a parole.

 




Dalle piazze di Napoli ai grandi set, fino al prestigioso riconoscimento come Rivelazione Italiana ai David di Donatello. Quando ti trovi in contesti così importanti, quanto ti porti dietro del bagaglio umano del tuo quartiere e come riesci a mantenerlo vivo?

Cerco sempre di portare il mio quartiere con me, ovunque vada. Naturalmente ogni contesto ha il suo linguaggio e bisogna sapersi adattare. Pirandello diceva che tutti indossiamo delle maschere, ed è vero: in certi ambienti siamo chiamati ad assumere comportamenti diversi. La differenza sta nel non perdere mai se stessi. Io mi adatto al linguaggio delle persone che incontro, ma resto sempre l’Emanuele di Montesanto. Quando sono nel mio quartiere parlo in napoletano, perché è la lingua con cui sono cresciuto. Quando mi trovo altrove utilizzo un linguaggio diverso, ma continuo a raccontare da dove vengo. Essere nati in un quartiere difficile non significa essere destinati a rimanerci per forza. Anzi. Credo che proprio chi cresce in certi contesti sviluppi una grande capacità di adattarsi a qualsiasi ambiente, sempre con rispetto, educazione e compostezza.

Il pubblico ti ha amato in Mixed by Erry e la critica ti ha apprezzato in Nostalgia di Mario Martone a Cannes. Finora hai frequentato molto il cinema d’autore e d’impegno. Pensi che anche la commedia possa essere uno strumento sociale per raccontare il nostro territorio senza stereotipi?

Sì. Ho lavorato molto nel cinema d’autore, ma in realtà mi sento fortemente attratto dalla commedia. L’ironia, per me, è qualcosa di fondamentale. Cerco sempre di sdrammatizzare, sia nel lavoro sia nella vita quotidiana. Fa parte del mio modo di essere. Credo che si possa raccontare il nostro territorio anche attraverso la commedia, usando l’ironia senza cadere negli stereotipi. La risata e il senso dell’umorismo fanno parte dell’identità dei napoletani e possono diventare uno strumento potentissimo per parlare di temi importanti, mostrando la realtà con leggerezza ma senza superficialità.

 Dopo il grande successo di Mixed by Erry, dove hai conquistato il pubblico interpretando Angelo, oggi torni su un set cinematografico importante con Bentornati al Sud. Che effetto fa ripartire con una nuova avventura e come cambia il tuo approccio al set dopo aver vissuto l’esperienza e l’affetto travolgente del pubblico per il film di Sydney Sibilia?

Per me è qualcosa di incredibile. Ogni nuovo set è un punto di partenza, ma anche un’occasione per ricordarmi da dove sono partito. Cerco sempre di arrivare con la stessa fame, la stessa voglia di imparare e di mettermi in gioco, senza dare mai nulla per scontato. Porto con me anche un’emozione particolare: i primi due film della saga li ho visti quando ero piccolo. Già allora amavo la comicità e quei film mi facevano divertire tantissimo. Pensare che, dopo tutti questi anni, dopo il percorso che ho fatto, oggi mi ritrovi sul set di Bentornati al Sud è una delle cose più belle che mi potessero capitare. Spero che il pubblico si affezioni anche a questo nuovo personaggio e che possa divertirsi insieme a noi.

 Cosa provi all’idea di unirti a un cast di mostri sacri della comicità e del cinema italiano come Alessandro Siani, Claudio Bisio, Angela Finocchiaro e Giacomo Rizzo?

Parliamo davvero di mostri sacri del nostro cinema. È un’emozione enorme poter condividere il set con loro. Con Alessandro Siani avevo già lavorato a teatro in Mare Fuori – Il Musical, dove interpretavo Ciro Ricci, il personaggio che nella serie televisiva è interpretato da Giacomo Giorgio. Ritrovarlo oggi in un progetto cinematografico così importante mi rende davvero felice. Se ripenso al fatto che quei primi film li guardavo da spettatore e oggi mi ritrovo a recitare accanto agli stessi protagonisti, mi sembra quasi surreale. È una sensazione bellissima e sono sicuro che sarà un’esperienza dalla quale avrò ancora tantissimo da imparare.

 Nel film ti attende un ruolo di rilievo all’interno di una produzione importante firmata da Bartleby Film, Italian International Film e Medusa. Senza fare troppi spoiler, cosa dobbiamo aspettarci dal tuo personaggio e in che modo questa nuova avventura rappresenta per te la conferma di un percorso costruito con studio e passione?

Per ora non posso raccontare molto, altrimenti mi tirano le orecchie! Posso dire, però, che è un personaggio a cui tengo tanto e che mi ha dato la possibilità di confrontarmi con un registro diverso rispetto a quelli che il pubblico ha visto finora. Ogni progetto mi insegna qualcosa e mi conferma che il lavoro, lo studio e la costanza sono l’unica strada possibile. Non mi piace pensare ai traguardi come punti di arrivo: li vivo come nuovi inizi. Ogni volta sento di dover dimostrare qualcosa, prima di tutto a me stesso. Spero che il pubblico si diverta, si emozioni e accolga questo personaggio con lo stesso affetto con cui ha accolto i miei lavori precedenti. Per me sarebbe il regalo più bello. 

 

di Adriano Affinito

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Fisco e Terzo Settore, a Napoli l’ultima tappa del roadshow sulla riforma VIDEO

A Napoli l’ultima tappa del roadshow nazionale dedicato al nuovo assetto fiscale del Terzo Settore. L’incontro fa parte del ciclo di eventi gratuiti promosso dall’Agenzia delle Entrate e dall’Università Pontificia Salesiana , ha lo scopo di accompagnare enti, professionisti, consulenti e operatori della cooperazione e dell’associazionismo nel delicato passaggio verso la piena attuazione della riforma fiscale del Terzo Settore, entrata in vigore all’inizio del 2026.

Il focus del pomeriggio di studio è stato la Circolare 1/E emessa dall’Agenzia delle Entrate a inizio 2026, un documento fondamentale che fornisce i primi chiarimenti organici sul regime fiscale degli ETS (Enti del Terzo Settore) iscritti al RUNTS, integrando le ultime modifiche correttive introdotte dal D.Lgs. n. 186/2025.
I relatori e i tecnici dell’amministrazione finanziaria si sono confrontati con la platea su temi caldi e di stretta attualità operativa: dalla distinzione tra attività commerciali e non commerciali (con il complesso calcolo del nuovo “test di commercialità” per le attività di interesse generale), ai nuovi regimi forfettari per ODV e APS, fino alle procedure di trasmigrazione definitiva e gestione delle ex ONLUS.

La scelta di Napoli per questa quinta tappa non è stata casuale. La città e la sua area metropolitana rappresentano infatti uno dei tessuti più vivi, dinamici e complessi d’Italia in termini di reti associative, cooperative sociali, fondazioni e realtà legate al mondo ecclesiale. Strutture che quotidianamente affrontano le sfide del welfare di prossimità, dell’inclusione sociale e dell’economia solidale.

I lavori sono stati aperti dai saluti istituzionali dell’Arcivescovo Metropolita di Napoli, S.E.R. Mons. Domenico Battaglia, e di Pasquale Calemme, Presidente della Fondazione di Comunità San Gennaro. A seguire, si sono alternati interventi di esperti del mondo accademico, rappresentanti locali e nazionali delle reti associative (tra cui esponenti di spicco di associazioni e fondazioni operanti nel sociale, nello sport come CSI e US Acli, e nella ricerca come Fondazione Telethon) e professionisti del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e del Notariato, per i quali l’evento ha rappresentato anche un importante momento di formazione e accreditamento professionale.

Il modello del roadshow si conferma così uno strumento vincente di sussidiarietà e dialogo guidato: non una semplice passerella normativa, ma uno spazio di confronto diretto volto a ridurre le incertezze applicative e a trasformare le regole scritte in prassi gestionali concrete, garantendo la crescita sostenibile di chi lavora ogni giorno per il bene comune.

di Walter Medolla

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