12 Ott, 2026 | Comunicare il sociale
Cancelli chiusi, lezioni sospese, striscioni calati dalle facciate di edifici storici. Nella mattinata di lunedì 12 ottobre Napoli si è svegliata con quattro licei occupati nello stesso momento: l’Umberto I e il Mercalli a Chiaia, il Sannazaro al Vomero, il Genovesi in piazza del Gesù Nuovo. Non un gesto isolato, ma l’ultimo passaggio di una mobilitazione studentesca che, nel giro di pochi giorni, ha attraversato la città e che si interroga sul modo in cui il Paese immagina il proprio futuro. La scintilla, una settimana prima, era partita dal Tito Lucrezio Caro di via Manzoni, occupato il 7 ottobre dal Collettivo Settimo e dal Coordinamento Kaos. Secondo quanto riferito da Il Riformista, nella stessa giornata di lunedì anche i collettivi del liceo Einstein hanno annunciato l’occupazione con uno striscione sulla facciata. Negli istituti coinvolti campeggia la stessa scritta, «Liceo occupato. Più soldi alla scuola pubblica», mentre il 9 ottobre oltre duecento studenti si erano già riuniti davanti alla sede della Città Metropolitana per chiedere risposte sugli interventi edilizi.
Le ragioni, nei comunicati dei collettivi, sono diverse ma vengono tenute insieme come parti di un’unica trama: edifici scolastici che cadono a pezzi, un caro-vita che rischia di trasformare l’accesso all’istruzione in un privilegio per le sole famiglie che possono permetterselo, retribuzioni dei docenti che gli studenti giudicano tra le più basse d’Europa. Gli studenti del Genovesi, nel loro documento, hanno condensato lo spirito della protesta in una frase: l’unico tetto di cui hanno bisogno gli studenti italiani è «quello che non crolli sulla propria testa». Al liceo Umberto l’accento è caduto soprattutto sulle difficoltà economiche delle famiglie, mentre in altre scuole si è unita la critica all’aumento delle spese militari, rilanciata dalle organizzazioni giovanili che aderiscono a Youth Strike.
Il riferimento al tetto è al decreto-legge sulla scuola approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre, che trasforma in norma vincolante una soglia finora affidata a una circolare del 2010: nelle classi prime, gli alunni stranieri di recente arrivo non potranno superare il 30 per cento del totale. Il criterio, secondo le ricostruzioni giornalistiche, non è la cittadinanza in quanto tale ma la conoscenza della lingua italiana e il percorso scolastico pregresso, e l’applicazione è prevista a partire dall’anno scolastico 2027/2028. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha sostenuto che la norma «non è contro qualcuno, ma è per qualcuno» e che serve a prevenire la nascita di classi ghetto; la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha parlato di norme di buonsenso. Le opposizioni, tra cui il Partito democratico, hanno giudicato il provvedimento con parole molto dure.
Il secondo fronte della protesta è il Centro di permanenza per i rimpatri che il Ministero dell’Interno intende realizzare a Castel Volturno, nel Casertano. Il progetto prevede una struttura da 120 posti nel Parco umido La Piana, area protetta per la sua biodiversità; la gara bandita da Invitalia per conto del Viminale è di circa 41 milioni di euro, cifra che altre ricostruzioni giornalistiche portano a oltre 43 milioni. Il ministro Matteo Piantedosi ha annunciato la necessità di aprire altri centri, così da averne almeno uno per ogni regione. Contro il progetto si è formato il Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove», nato dall’appello di monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua. Il 24 ottobre è prevista a Castel Volturno una manifestazione nazionale, per la quale sono annunciati pullman da Napoli e da Caserta. È la data a cui guardano gli studenti, che nei loro comunicati chiudono con la formula «Verso il 24 ottobre a Castel Volturno».
Le occupazioni non sono state prive di momenti di tensione. Negli istituti sono intervenuti gli agenti della Digos per gli accertamenti sulla situazione, mentre i dirigenti scolastici hanno comunicato lo stato di occupazione a Questura, Prefettura e Ufficio scolastico regionale, impossibilitati a garantire il regolare svolgimento delle attività didattiche e amministrative. Il collettivo dell’Umberto ha diffuso una nota per respingere le notizie di presunte aggressioni al personale scolastico durante l’ingresso nell’edificio, negando che siano stati spinti o aggrediti membri del personale Ata e che gli studenti avessero il volto coperto. Una vicenda che, come osservano le cronache locali, riapre il confronto tra il diritto degli studenti a manifestare e la necessità di garantire la continuità delle lezioni.
Il movimento, del resto, guarda oltre i confini cittadini. Gli studenti richiamano le recenti mobilitazioni in Francia e le manifestazioni partite da Madrid contro l’inflazione e il caro affitti. Il calendario è già fissato: il 17 ottobre a Roma, alla manifestazione per salari, sanità e scuola pubblica; il 24 ottobre a Castel Volturno; il 20 novembre l’International Youth Strike, lanciato da Rete della Conoscenza, Link e Unione degli Studenti con lo slogan «Fight for our future, not their wars!».
L’articolo Licei occupati a Napoli: gli studenti prendono la parola per la scuola e per il futuro proviene da Comunicare il sociale.
12 Ott, 2026 | Comunicare il sociale
Spiagge libere a Bacoli, ormai oltre il 90% dei sette chilometri di arenile del comune flegreo. Un primato che ha portato il Parlamento europeo ad invitare il sindaco di Bacoli, Josi Gerardo della Ragione, a recarsi a Bruxelles per illustrare il nuovo piano sulle spiagge libere e delle attività demaniali. «Essere invitati al Parlamento Ue su questo tema è davvero un grande motivo di orgoglio – spiega il primo cittadino di Bacoli, che tiene a sottolineare “un passaggio importante- con la definizione della legge Bolkestein, ora spetta ai Comuni produrre le gare per le concessioni delle spiagge italiane. Così, noi abbiamo avviato questa rivoluzione, portando le spiagge libere al 90% dell’estensione dell’arenile, mettendo a gara sia i servizi sulle spiagge libere, sia le concessioni demaniali attraverso dei bandi pubblici, che è un qualcosa di mai avvenuto sui territori italiani».
Il sindaco di Bacoli si riferisce alla fine dettata dal governo alle attuali concessioni sulle spiagge italiane al 30 settembre 2027, con la possibilità di slittare al 31 marzo 2028 in caso di difficoltà amministrative. Si è arrivati a questo punto dopo anni di rinvii, di polemiche tra i consumatori e i balneari, oltre che a contrasti tra il governo italiano di turno e l’Unione europea. I Comuni, ora quindi dovranno assegnare i lidi tramite procedure di selezione competitive, trasparenti e non discriminatorie, anziché rinnovare i vecchi contratti ai gestori uscenti.
«Va ricordato che le concessioni delle spiagge furono assegnate, a Bacoli come in altri luoghi italiani agli abusivi storici, ossia a chi occupava illegalmente quel tratto di costa da più anni. Quindi ora andremo a produrre lavoro vero, non lavoro a nero, è una grande rivoluzione». Il sindaco infine si augura che questa situazione rappresenti «uno sprone per altre realtà italiane. Oggi la palla è in mano ai sindaci, che possono cambiare il volto delle coste italiane, negli ultimi mesi ci sono stati tanti articoli su quotidiani esteri su quello che stiamo facendo a Bacoli ed a breve ne parleremo a Bruxelles. Il tempo dell’abusivismo e dei prezzi folli imposti da chi si appropria illegalmente di un tratto di spiaggia, è finito».
di Nicola Sellitti
L’articolo Spiagge libere, il “modello Bacoli” al Parlamento europeo proviene da Comunicare il sociale.
12 Ott, 2026 | Comunicare il sociale
Due nuovi ambienti sensoriali per favorire l’inclusione, la socializzazione e il benessere emotivo dei più piccini. È il progetto realizzato all’Istituto Comprensivo Sauro-Morelli, negli spazi del plesso di via Circumvallazione, grazie al sostegno dei fondi del settore Pubblica Istruzione del Comune.
L’iniziativa “Insieme… c’è più senso”, punta a rispondere alle diverse esigenze dei bambini attraverso ambienti pensati per favorire l’accoglienza e superare le barriere che possono ostacolare la partecipazione alla vita scolastica. Le due sensory rooms hanno funzioni differenti. La stanza attiva è dedicata al gioco, al movimento e alla condivisione tra pari, offrendo uno spazio per sperimentare e sviluppare le relazioni. La stanza soft, invece, propone un ambiente più raccolto, nel quale stimolare delicatamente i cinque sensi e favorire la regolazione emotiva, con particolare attenzione ai più piccoli.
Il valore educativo del progetto è stato al centro dell’incontro di presentazione, al quale hanno partecipato il sindaco Luigi Mennella, l’assessore alla Pubblica Istruzione Mariateresa Sorrentino e la dirigente scolastica Lucia Di Lorenzi, insieme a numerose famiglie sei piccoli allievi del plesso scolastico corallino. Ad accompagnare la giornata anche l’esibizione degli sbandieratori dell’istituto, in un momento di coinvolgimento della comunità scolastica.
All’ingresso dei due ambienti, due targhe ne sintetizzano la finalità: “Un luogo dove i sensi abbracciano la meraviglia!” per la stanza soft e “Un mondo da toccare, scalare, esplorare!” per quella dedicata al movimento. La dirigente Di Lorenzi ha sottolineato l’importanza della collaborazione con Enti ed istituzioni nel sostenere il miglioramento dell’offerta educativa e gli interventi rivolti agli alunni più fragili. Il sindaco Mennella ha ringraziato quanti lavorano quotidianamente per una società più equa e solidale. L’assessore Sorrentino ha infine evidenziato il raddoppio delle risorse economiche destinate a questi interventi negli ultimi tre anni.
Le nuove stanze rappresentano così un investimento sulla scuola come luogo di apprendimento, relazione e partecipazione, nel quale le diverse esigenze dei bambini trovano risposte immediate e reali.
di Nadia Labriola
L’articolo Inclusione sociale e benessere emotivo, a scuola arrivano due ”sensory rooms” proviene da Comunicare il sociale.
12 Ott, 2026 | Comunicare il sociale
L’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Napoli organizza, mercoledì 28 ottobre 2026, dalle ore 15.00 alle 18.00, il convegno «La nuova fiscalità degli enti del terzo settore dopo la Circolare 1/E 2026». L’incontro si terrà nella Sala Conferenze dell’ODCEC di Napoli, in Piazza dei Martiri 30, ed è promosso dalle Commissioni di studio «Enti del terzo settore e non profit» ed «Enti Ecclesiastici». I lavori si apriranno con i saluti di Matteo De Lise, presidente dell’ODCEC di Napoli, di Umberto Cristadoro, presidente del CSV Napoli, e di Paolo Liguoro, presidente della Commissione Enti Ecclesiastici, ai quali si uniranno i consiglieri dell’Ordine con delega alla Commissione Enti del terzo settore e non profit, Raffaele Ianuario e Antonella La Porta. L’introduzione sarà affidata ad Attilio De Nicola, copresidente della Commissione Enti del terzo settore e non profit.
Seguiranno gli interventi tecnici. L’avvocato Gabriele Sepio, docente di Diritto tributario presso la Scuola nazionale dell’Amministrazione e segretario generale della Fondazione Terzyus, illustrerà il tema «La nuova fiscalità degli ETS». Il dottor Valentino Sannino, capo Area Persone fisiche, lavoratori autonomi ed enti non commerciali della Direzione provinciale I di Napoli, approfondirà «La Circolare 1/E il nuovo fisco». Il dottor Gustavo Di Mauro, commercialista e membro della Commissione Enti Ecclesiastici, affronterà il tema «Gli enti ecclesiastici e la riforma del Terzo settore; il ruolo del commercialista, indicazioni operative». Le conclusioni saranno a cura di Fabrizio Borgo, copresidente della Commissione Enti del terzo settore e non profit.
Ai professionisti partecipanti saranno riconosciuti crediti formativi professionali (CFP), commisurati alla durata ufficiale dell’evento e alle ore di effettiva partecipazione, validi per l’adempimento dell’obbligo di formazione professionale continua. Le presenze saranno registrate esclusivamente con rilevazione digitale: tramite il tesserino professionale, per i soli iscritti all’ODCEC di Napoli, oppure, per tutti i commercialisti e i revisori, mediante la rilevazione del codice fiscale su Tessera Sanitaria o Carta d’Identità Elettronica (CIE), o ancora tramite il modulo stampato della prenotazione online. Per informazioni è possibile contattare la segreteria dell’Ordine o scrivere a info@odcecnapoli.it. Ulteriori dettagli sono disponibili sul sito www.odcec.napoli.it.
L’articolo La nuova fiscalità degli enti del Terzo settore dopo la Circolare 1/E 2026: convegno all’ODCEC di Napoli proviene da Comunicare il sociale.
12 Ott, 2026 | Comunicare il sociale
Al MIND Milano Innovation District, nell’ambito del CultureLink Festival, è stata presentata la restituzione di una sperimentazione nata nel 2022 e sviluppata a Desio, in Valle Trompia, a Roma, a Castel Volturno e a Bari. L’incontro ha restituito il lavoro svolto in quattro anni da PARIPASSO – Per crescere insieme, il progetto che ha sperimentato un nuovo modello di prossimità per la prima infanzia attraverso cinque HUB territoriali, realizzati a Desio, in Valle Trompia, a Roma, a Castel Volturno e a Bari, e ha aperto un confronto sugli apprendimenti emersi.
Gli HUB sono nati per rendere più semplice l’incontro tra le famiglie e le opportunità, i servizi e le professionalità presenti sul territorio, con una particolare attenzione ai nuclei che vivono condizioni di maggiore vulnerabilità o che più difficilmente entrano in contatto con i servizi tradizionali. Non un intervento aggiuntivo e isolato, dunque, ma un punto di accesso e di connessione tra famiglie, comunità e rete dei servizi. Alla base del progetto vi è una domanda: che cosa accade quando un servizio per la prima infanzia esiste, ma una famiglia non riesce a raggiungerlo, non sa che esiste o non vi trova risposta ai propri bisogni.
Negli spazi degli HUB hanno trovato posto attività educative, laboratori per genitori e bambini, occasioni di socializzazione, consulenze individuali, incontri di gruppo, percorsi di sostegno alla genitorialità e servizi di orientamento. Le proposte sono state adattate alle caratteristiche di ciascun territorio, ma con un elemento comune: la presenza di équipe multidisciplinari e l’intento di costruire relazioni durature con le famiglie e con la rete locale, anziché limitarsi a singole attività. Un genitore può arrivare per partecipare a un laboratorio, incontrare altri genitori, confrontarsi con un educatore e, se necessario, essere accompagnato verso un altro servizio.
Promosso da Stripes Cooperativa Sociale e selezionato da Impresa Sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, il progetto è stato avviato nel luglio 2022 con l’obiettivo di rafforzare le opportunità rivolte alla prima infanzia, ponendo al centro i primi mille giorni di vita.
«In questi quattro anni abbiamo imparato che la prossimità non si improvvisa: si costruisce, giorno dopo giorno, dentro le relazioni. Gli HUB PARIPASSO sono nati per andare incontro alle famiglie che i servizi faticano a raggiungere, e ci hanno restituito una consapevolezza preziosa: un bambino cresce bene quando attorno a lui educazione, sanità e sociale smettono di parlarsi a distanza e iniziano a lavorare insieme. Non è stato semplice. Mettere in rete soggetti diversi significa fare i conti con tempi e linguaggi professionali differenti, ma è proprio in quello sforzo di traduzione reciproca che abbiamo trovato la forza del modello. Oggi consegniamo ai territori non un format da replicare, ma un metodo: partire dai bisogni delle comunità e costruire risposte con loro, a misura di infanzia», ha dichiarato Dafne Guida, pedagogista e Presidente di STRIPES Coop, capofila del progetto.
Il modello, infatti, non è stato replicato in modo identico: ciò che è stato realizzato nei cinque HUB è un insieme di interventi costruiti a partire dai bisogni e dalle risorse delle singole comunità, in un dialogo costante tra servizi educativi, sociali e sanitari, enti locali, organizzazioni del Terzo settore e cittadini, con l’obiettivo di rendere la rete dei servizi più leggibile e più vicina, soprattutto nei contesti in cui condizioni economiche, sociali o culturali ostacolano l’accesso alle opportunità esistenti.
Un capitolo a parte è quello degli spazi. Il Dipartimento di Design del Politecnico di Milano, partner del progetto, ha curato la ricerca e la progettazione partecipata degli HUB, coinvolgendo professionisti, famiglie e studenti. Gli ambienti sono stati allestiti all’interno di luoghi già esistenti, spesso non pensati in origine per finalità educative, con setting flessibili e reversibili, in grado di modificarsi in funzione delle attività e delle esigenze delle comunità.
«Lo spazio dell’hub è allestito all’interno di luoghi esistenti, mediante l’impiego di setting flessibili, reversibili e indipendenti dall’involucro edilizio — spiega Barbara Camocini, professoressa associata del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano — Esso può essere continuamente reinterpretato attraverso l’interazione creativa di cittadini, educatori e comunità, per generare un ambiente che favorisca la partecipazione, sostenga le relazioni e accompagni la costruzione di nuove pratiche educative. Tale approccio adattivo permette, inoltre, di attivare nuovi usi e sperimentazioni, implementabili nel tempo e capaci di valorizzare le specifiche vocazioni e le risorse dei luoghi nei quali gli Hub si insediano».
Il progetto ha potuto contare anche sul contributo di Mission Bambini ETS, partner tecnico, che ha messo a disposizione le competenze maturate nel campo della prima infanzia e del contrasto alla povertà educativa. La Fondazione ha sviluppato all’interno della piattaforma Patapum una sezione dedicata a PARIPASSO, con risorse e contenuti per famiglie e operatori, ha sostenuto i partner con attività di formazione sul fundraising e ha coordinato la comunicazione del progetto.
A partire da quanto sperimentato nei cinque HUB, l’appuntamento di MIND Milano ha proposto una riflessione più ampia sul futuro dei servizi per la prima infanzia: come renderli più accessibili, come rafforzare la collaborazione tra soggetti diversi e come progettare spazi che favoriscano non soltanto l’erogazione di attività, ma anche la costruzione di relazioni e di comunità. Sono intervenuti Dafne Guida, Susanna Mantovani, del Dipartimento di Scienze umane per la formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Marco Rossi-Doria, Presidente di Impresa Sociale Con i Bambini, Barbara Camocini ed Elena Giunta, del Dipartimento di Design del Politecnico di Milano. A moderare è stato Matteo Brognoli, pedagogista, formatore e dottorando di ricerca in Scienze della Persona e della Formazione.
PARIPASSO – Per crescere insieme è stato realizzato da Stripes Cooperativa Sociale a livello nazionale insieme a Mission Bambini ETS, Associazione Pianoterra ETS, Cooperativa Fraternità Impronta Impresa Sociale SCS Onlus, Mama Happy Centro Servizi Famiglie Accoglienti, SARC, AFP Patronato San Vincenzo, Politecnico di Milano – Dipartimento di Design, Synergia Srl, Azienda Speciale Consortile «Consorzio Desio Brianza», Comunità Montana Val Trompia e i Comuni di Bari, Castel Volturno e Desio. Il progetto è stato selezionato da Impresa Sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, che sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono ai minori la piena fruizione dei processi educativi.
L’articolo PARIPASSO, quattro anni di HUB per avvicinare i servizi alle famiglie: proviene da Comunicare il sociale.
09 Ott, 2026 | Comunicare il sociale
Cambiare è possibile, ma nessuno cambia da solo. È questo uno dei messaggi più significativi emersi dal panel “Secondo tempo: la narrazione pubblica del reinserimento sociale”, ospitato nell’ambito del SàFF – Social Action Film Festival 2026, al Complesso Monumentale di Donnaregina a Napoli.
Un confronto, moderato da Antonio Mattone, che ha posto al centro una questione fondamentale: quale ruolo può svolgere la comunità nel restituire prospettive, dignità e opportunità a chi ha vissuto l’esperienza della detenzione?
Il reinserimento sociale non si esaurisce nella conclusione della pena. Richiede percorsi di accompagnamento, occasioni di formazione, possibilità di lavoro e, soprattutto, un contesto sociale disposto a riconoscere che una persona non può essere identificata per sempre con l’errore commesso.
Cambiare la narrazione per cambiare la realtà
Le parole con cui raccontiamo il carcere contribuiscono a costruire l’immaginario collettivo. Una comunicazione che si limita alla dimensione del reato, della colpa e della punizione rischia di rendere invisibili le persone, le loro storie e le possibilità di trasformazione.
Da qui la necessità di una narrazione pubblica capace di superare stereotipi e pregiudizi, senza negare le responsabilità individuali, ma riconoscendo il valore costituzionale della funzione rieducativa della pena.
Raccontare il reinserimento significa anche interrogarsi sulle contraddizioni del sistema penitenziario, sulle carenze dei percorsi riabilitativi e sulla distanza che troppo spesso separa il carcere dalla società.
Significa, soprattutto, recuperare la capacità di ascoltare storie che mettono in discussione le nostre certezze e ci ricordano quanto complesso sia il rapporto tra responsabilità, fragilità e possibilità di riscatto.
Le esperienze che trasformano il reinserimento in opportunità
Particolarmente significative le testimonianze delle realtà impegnate quotidianamente nella costruzione di percorsi di inclusione.
Tra queste, Le Lazzarelle, esperienza di imprenditoria sociale che ha fatto del lavoro, della formazione e della valorizzazione delle competenze delle donne detenute una concreta possibilità di autonomia e cambiamento.
Un’esperienza che dimostra come il lavoro possa diventare molto più di uno strumento di sostentamento: un’occasione per ricostruire fiducia, riconoscere le proprie capacità e immaginare un futuro diverso.
Nella stessa direzione si colloca la presentazione della pizzeria Brigata Caterina, legata alla realtà penitenziaria di Poggioreale. Imparare un mestiere, acquisire competenze professionali e sperimentare la responsabilità del lavoro rappresentano passaggi fondamentali per costruire opportunità di reinserimento.
Nel confronto è emersa anche l’importanza dell’evoluzione delle organizzazioni impegnate in questi percorsi. L’esperienza maturata in vent’anni di attività dimostra quanto l’accompagnamento sia necessario per sostenere processi di cambiamento che coinvolgono non soltanto le persone detenute, ma anche le comunità esterne.
Una prospettiva inside out, capace di mettere in relazione il mondo del carcere con scuole, imprese, istituzioni e cittadini, trasformando anche gli scarti e le risorse inutilizzate in occasioni di partecipazione e rigenerazione.
Una regia sociale per costruire partecipazione e comunità
Il reinserimento sociale non può essere affidato esclusivamente all’impegno delle singole organizzazioni o alla buona volontà di chi opera quotidianamente nei contesti di marginalità. È necessaria una regia sociale capace di mettere in relazione istituzioni, Terzo settore, imprese, scuole e cittadini, favorendo processi di partecipazione e corresponsabilità.
Una regia che non significhi accentrare le decisioni, ma creare le condizioni affinché le diverse componenti della comunità possano riconoscersi parte di un progetto condiviso, contribuendo con risorse, competenze e responsabilità differenti.
Non basta, infatti, costruire opportunità di reinserimento se contemporaneamente non si lavora sulla disponibilità della società ad accogliere, includere e riconoscere il cambiamento.
La partecipazione diventa così un elemento essenziale dei percorsi di inclusione: non soltanto uno strumento per realizzare interventi, ma un processo attraverso il quale le comunità acquisiscono consapevolezza, superano i pregiudizi e diventano protagoniste della trasformazione sociale.
Il ruolo del volontariato e del CSV Napoli
In questo scenario, il volontariato organizzato assume un ruolo fondamentale, non soltanto nell’accompagnamento delle persone, ma anche nella capacità di attivare relazioni, intercettare nuovi bisogni, sensibilizzare i territori e promuovere una partecipazione autentica.
Per il CSV Napoli ETS, il reinserimento sociale rappresenta una dimensione nella quale il volontariato può esprimere pienamente la propria funzione di prossimità, solidarietà e promozione dei diritti.
Non si tratta semplicemente di offrire aiuto, ma di contribuire a costruire le condizioni affinché le persone possano recuperare autonomia, relazioni e possibilità di partecipazione alla vita sociale.
In questa prospettiva si inserisce anche la riflessione del presidente del CSV Napoli, Umberto Cristadoro, sul valore delle reti e sulla necessità di coinvolgere l’intera comunità nei processi di inclusione.
Il volontariato non può essere considerato soltanto una risorsa chiamata a intervenire dove i servizi non arrivano, né un semplice esecutore di interventi definiti da altri. È un soggetto capace di leggere i bisogni, promuovere consapevolezza, contrastare lo stigma e contribuire alla costruzione di risposte condivise.
Il CSV, attraverso la propria funzione di accompagnamento, promozione e connessione tra organizzazioni, istituzioni e territorio, può favorire la crescita di queste esperienze e contribuire alla costruzione di una regia sociale partecipata, nella quale ciascun attore sia chiamato a svolgere il proprio ruolo.
La sfida, dunque, non è soltanto reinserire le persone nella società, ma coinvolgere la società stessa nei processi di reinserimento. Perché senza partecipazione non può esserci una comunità realmente inclusiva.
Il secondo tempo riguarda tutti
Il reinserimento sociale non è una concessione, ma un obiettivo che chiama in causa la qualità della nostra democrazia e la capacità delle comunità di riconoscere la dignità delle persone.
Le esperienze raccontate al SàFF dimostrano che il cambiamento diventa possibile quando alla responsabilità individuale si affianca una responsabilità collettiva: quella di creare opportunità, rimuovere ostacoli e non lasciare sole le persone nei percorsi di ricostruzione della propria vita.
A chiudere il confronto è stato Mattone, moderatore del panel, che ha richiamato una riflessione attribuita a Bob Marley: «Provare è rischiare il fallimento. Ma il rischio deve essere preso perché il più grande pericolo nella vita è non rischiare nulla».
Un messaggio che racchiude il senso dell’incontro: il cambiamento richiede coraggio, ma anche una comunità capace di offrire a ciascuno la possibilità di tentare, sbagliare e ricominciare.
Perché il secondo tempo non riguarda soltanto chi esce dal carcere. Riguarda anche la società che lo accoglie, la sua capacità di superare il pregiudizio e di riconoscere che una persona è sempre molto più del suo passato.
In fondo, anche costruire una comunità più giusta è un tentativo collettivo. E il rischio più grande è rinunciare a provarci.
L’articolo Oltre il carcere, il diritto a un secondo tempo: quando la comunità diventa protagonista del cambiamento proviene da Comunicare il sociale.