Pomigliano, il Premio Andersen alla libreria “Mio nonno è Michelangelo”

Non è solo una libreria, è un presidio di resistenza culturale e curiosità. La libreria per bambini e ragazzi “Mio nonno è Michelangelo”, situata a Pomigliano d’Arco, ha ottenuto il prestigioso Premio Andersen “Gianna e Roberto Denti alla libreria – AIE”
Il premio, promosso dalla rivista Andersen, la incorona come la miglior libreria per ragazzi dell’anno.

​Il momento dell’annuncio è stato vissuto da Maria Carmela Polisi con un misto di incredulità e commozione. È stata Barbara Schiaffino, direttrice responsabile del premio e della rivista, a darle la notizia telefonicamente.
“È stato scioccante, non me lo aspettavo e non lo immaginavo nemmeno,” ha dichiarato Maria Carmela. “Una cosa bellissima, ma anche difficile da gestire nei primi momenti: non potevo dirlo a nessuno fino all’ufficialità, ho dovuto custodire questo segreto meraviglioso mentre il cuore scoppiava di gioia.”

​Per la fondatrice della libreria, questo riconoscimento non è un traguardo individuale, ma il frutto di un legame indissolubile con il territorio. Dopo dieci anni di attività, il bilancio è quello di un lavoro che si è fatto via via più arduo, ma anche più significativo.
“Questo è un premio alla collettività,” spiega Maria Carmela. “Oggi fare questo mestiere è ancora più difficile rispetto a quando ho iniziato dieci anni fa, ma ho una comunità intorno che mi dà la carica. Questo riconoscimento ci dà la forza necessaria per continuare a combattere, a sperare e a credere che la letteratura per l’infanzia sia uno strumento fondamentale di crescita.”
Il cuore della libreria resta racchiuso nel motto: “Leggete, usate parole gentili, fate domande”. Il nome stesso è un atto d’amore: Michelangelo era il padre di Maria Carmela, un operaio della Fiat che non ha mai conosciuto i suoi nipoti. Attraverso i libri, quel nonno è diventato un “artista” della cultura per tutti i bambini di Pomigliano.

​La giuria ha lodato la libreria per la sua “volontà forte di creare uno spazio condiviso”, citando iniziative come il Festival FLIP (Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano), i numerosi laboratori nei musei, i gruppi, che trasformano la lettura in un atto di cittadinanza attiva.

La celebrazione ufficiale si terrà sabato 23 maggio nella Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale a Genova, durante la 45ª edizione del Premio Andersen. Sarà il momento in cui Maria Carmela Polisi potrà finalmente condividere con tutto il mondo dei libri quel “segreto” che oggi è diventato una splendida realtà per tutta la comunità campana.

 

di Annatina Franzese

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Il grazie di Mattarella agli infermieri: “Professione crocevia di alti valori umani”

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto oggi, per la prima volta in assoluto in Italia, alle celebrazioni italiane della Giornata internazionale dell’Infermiere.
L’evento, alla presenza di numerose autorità, esponenti del mondo della scienza e della salute e dei presidenti dei 102 Ordini professionali delle professioni infermieristiche, è stato aperto dalla relazione della presidente della FNOPI, Barbara Mangiacavalli, che ha ricordato come quest’anno le celebrazioni del 12 maggio coincidano con una riforma accademica di portata epocale per i 462mila infermieri, e infermieri pediatrici, iscritti all’Albo, per i giovani studenti universitari e per chi si avvicina a questa professione.

Si tratta dell’istituzione di tre nuovi percorsi di laurea magistrale in Scienze infermieristiche: Cure primarie e Infermieristica di famiglia e comunità, Cure neonatali e pediatriche, Cure intensive e nell’Emergenza. Un risultato frutto del lavoro pluriennale condotto da FNOPI in piena sinergia con Ministero della Salute e Ministero dell’Università e della ricerca.

«È come se passato e futuro si incontrassero oggi, in questo Auditorium – ha dichiarato Mangiacavalli – per ricordarci da dove veniamo e, soprattutto, per indicarci con chiarezza la direzione verso cui procediamo. Rispondiamo con la crescita di competenze avanzate alle sfide di un sistema salute e di una società che cambia. Per comprendere la portata del traguardo che stiamo celebrando dobbiamo guardare a quel cammino iniziato poco più di 100 anni fa, con il Regio Decreto del 15 agosto 1925, quando nacquero le prime Scuole convitto professionali, gettando i semi di quella che sarebbe diventata in Italia la disciplina infermieristica. Ogni tappa è stata una conquista».

«Il nostro è un percorso che procede nel pieno rispetto del dettato costituzionale in tema di salute e sanità. Siamo grati al Capo dello Stato che ci ha onorato della sua presenza e che ha sempre dimostrato grande vicinanza a tutte le donne e gli uomini che quotidianamente, anche ora mentre parliamo, sono al servizio della salute negli ospedali e nelle case, sono accanto a chi ha bisogno di cure» ha poi aggiunto Mangiacavalli.

Nel corso della mattinata Francesco Saverio Marini, Giudice della Corte Costituzionale, ha tenuto una relazione su “Il fondamento costituzionale del sapere infermieristico” sottolineando come sia «evidente che le descritte esigenze di incrementare il numero degli infermieri o la loro retribuzione o di investire nella loro formazione, non sono a costo zero e impongono una valutazione in termini di sostenibilità finanziaria. Ma queste valutazioni, pur necessarie, devono tener conto che per la giurisprudenza della Corte costituzionale il diritto alla salute è un diritto incomprimibile. Ed è la garanzia dei diritti incomprimibili a dover orientare le scelte di bilancio, e non l’equilibrio di bilancio a condizionarne la doverosa erogazione».

Il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, presente all’evento, ha evidenziato, da medico e da accademico, il percorso di crescita consolidato in questi anni: «Voglio dirlo con chiarezza, nei cento anni di storia che oggi celebriamo, l’infermieristica, da attività prevalentemente assistenziale, è diventata disciplina scientifica autonoma, fondata su competenze avanzate, ricerca, innovazione e capacità relazionale. Oggi l’infermiere è protagonista attivo dei processi di cura, punto di riferimento per i pazienti, le famiglie e l’intera comunità. Come Ministro della Salute, ma anche come ex rettore e, soprattutto, come medico, non ho remore nel sottolineare che fra tutte le professioni sanitarie, quella infermieristica svolge un ruolo centrale e insostituibile. Tutti voi che siete qui oggi rappresentate professionisti che sono una presenza costante, competente e umana nella vita dei cittadini, dei malati. Avete saputo sempre unire conoscenza e compassione, tecnologia e ascolto, rigore professionale e vicinanza».

E oggi ha aggiunto il Ministro «vogliamo scrivere insieme a voi una nuova stagione per la comunità infermieristica italiana. Soprattutto per dare una risposta alle legittime aspettative dei giovani professionisti: offrire prospettive di carriera, valorizzare competenze avanzate, costruire percorsi di crescita professionale chiari e attrattivi”.

Il Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha affidato a un videomessaggio il suo saluto agli infermieri: «La differenza tra l’essere curati e sentirsi davvero al sicuro ha il vostro volto; non è solo assistenza, è orientamento nei momenti più fragili della vita. Le nuove lauree magistrali danno agli infermieri lo spazio che meritano, stiamo costruendo un modello che non rincorre i bisogni, ma li anticipa, dove il sapere non si accumula, si trasforma in risposte».

«Grazie a questo prestigioso appuntamento, tutti i soggetti interessati potranno ripercorrere la storia della vostra professione quale esempio di autentica eccellenza capace di coniugare l’efficienza e la professionalità con la comprensione e l’attenzione alle esigenze dei pazienti» ha voluto ribadire in un messaggio il Ministro per le riforme istituzionali e la semplificazione normativa, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Mentre Alessandra Locatelli, Ministro per le Disabilità ha scritto: «Gli infermieri svolgono un ruolo essenziale non solo nella presa in carico clinica, ma anche nell’accompagnamento delle persone e delle loro famiglie, contribuendo in modo determinante alla qualità dell’assistenza, alla continuità delle cure e alla costruzione di percorsi realmente centrati sulla persona».

Il convegno si è concluso con una tavola rotonda moderata da Francesco Giorgino, Docente di Comunicazione e Marketing all’Università LUISS, che ha visto il confronto tra figure chiave del panorama scientifico e accademico.

Edoardo Manzoni, Presidente dell’Associazione “Marisa Cantarelli”, ha ripercorso le radici storiche della professione per analizzare la sfida di mantenere intatto il nucleo della cura in un’era di forte innovazione tecnologica.

Laura Ramaciotti, Rettrice dell’Università di Ferrara e Presidente della CRUI, ha evidenziato il valore strategico delle nuove lauree magistrali a indirizzo clinico come motore di integrazione tra accademia e Servizio Sanitario Nazionale.

Il dibattito si è arricchito con la visione di Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, sul necessario “gioco di squadra” interprofessionale, e con l’analisi di Rosaria Alvaro, Prorettore dell’Università Roma Tor Vergata e Professore Ordinario di Scienze Infermieristiche, sul ruolo dei dottorati per la crescita disciplinare.

Maria Grazia De Marinis, Professore Ordinario di Scienze Infermieristiche e componente del Consiglio Superiore di Sanità e del Comitato Nazionale di Bioetica, ha invece rimarcato l’importanza del profilo etico degli infermieri nei processi decisionali nazionali.

 

A chiudere il panel, l’intervento di Alvisa Palese, Professore ordinario di Scienze Infermieristiche e Presidente della Conferenza permanente dei corsi di laurea delle professioni sanitarie, che ha sintetizzato il percorso di evoluzione della categoria. Palese ha sottolineato come la trasformazione del sapere — dalle scuole convitto di un secolo fa alle attuali specialistiche — sia oggi la firma dell’eccellenza infermieristica italiana e una garanzia per il SSN.

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Spreco alimentare: dalla grande distribuzione oltre 48mila tonnellate di cibo donate ogni anno. Banco Alimentare: “Rendere la donazione sempre più competitiva per le imprese”

In Italia la Grande Distribuzione Organizzata si conferma un attore centrale nella lotta allo spreco alimentare: ogni anno vengono donate per fini sociali oltre 48.000 tonnellate di prodotti alimentari, pari a circa 229 milioni di euro, grazie al contributo di circa 1.681 imprese.

 

È quanto emerge dalla ricerca promossa da Fondazione Banco Alimentare ETS e realizzata dal Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano, che ha analizzato il ruolo della distribuzione nel recupero delle eccedenze alimentari e dalla Fondazione per la Sussidiarietà, la quale ha svolto un’indagine statistica complementare a partire dai dati raccolti. Il progetto si inserisce in un percorso triennale volto a rafforzare la base conoscitiva del fenomeno delle eccedenze lungo l’intera filiera agroalimentare italiana, con particolare attenzione al ruolo della donazione, per il contrasto all’insicurezza alimentare.

 

Nonostante i risultati significativi, la donazione non è ancora una pratica diffusa: circa il 50% delle imprese della GDO dona le eccedenze“Si evidenzia una forte differenza di adozione della pratica tra Grandi (93% dei casi), Medie (54%) e Piccole aziende (43%). Per le imprese della GDO più grandi, la donazione è una decisione consapevole che si traduce in processi strutturati di gestione delle eccedenze, con la definizione di responsabili aziendali, il ricorso regolare alla misurazione e una partnership stabile per il recupero con enti del terzo settore specializzati, quali il Banco Alimentare. Queste osservazioni sono confermate dalle stime sulle quantità donate. Ad oggi, le Grandi imprese contribuiscono al 55% della quantità totale di prodotti alimentari donati, con donazioni medie pari a 274 tonnellate all’anno per impresa, ma per i prossimi anni si possono aprire importanti spazi anche per le Medie e Piccole imprese della GDO” – dichiara la Prof.ssa Prof.ssa Paola Garrone del Food Sustainability Lab della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano, responsabile scientifica del progetto.

 

Nel complesso, sono 56.859 le tonnellate di alimenti salvate dallo spreco e valorizzate con la donazione a scopo sociale e il riuso circolare (8.030 tonnellate). Ad esse si affiancano le promozioni commerciali e le scontistiche di vendita che portano alla valorizzazione economica di 107.759 tonnellate di alimenti.

 

“L’analisi statistica – osserva Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà – rivela i fattori che determinano più di altri la propensione delle imprese della Grande Distribuzione a donare: la facilità nella comunicazione con gli enti che ricevono aumenta di circa 13-14 punti percentuali la probabilità che l’impresa doni in modo continuativo; la presenza in azienda di un manager dedicato al surplus alimentare aumenta le donazioni di circa 8 punti percentuali; la prossimità territoriale dell’ente che riceve aumenta significativamente la continuità delle donazioni. Per ciò che riguarda le motivazioni che spingono le imprese a donare – continua Vittadini – quando sono legate prevalentemente all’intento di migliorare la reputazione dell’impresa (quindi sono indice di un comportamento opportunistico), si traducono poi in pratiche di donazione meno durature. Il fenomeno non riguarda le imprese che donano da più di 10 anni o che hanno un tasso di donazione superiore al 3%, le quali sembrano considerare questa pratica come parte integrante dell’identità della loro azione imprenditoriale.

 

La ricerca evidenzia inoltre che la donazione sociale può rappresentare una scelta sostenibile anche dal punto di vista economico, soprattutto quando i prodotti rischiano di rimanere invenduti o richiedono forti sconti per essere collocati sul mercato.

 

Questi dati confermano il valore strategico della collaborazione tra Banco Alimentare e la Grande Distribuzione – commenta Marco Piuri, Presidente della Fondazione Banco Alimentare ETS – ma ci dicono anche che esiste ancora un grande potenziale inespresso. Oggi solo una parte delle eccedenze viene effettivamente donata, mentre registriamo la richiesta delle 7.600 OpT con noi convenzionate, che assistono 1.800.000 persone in difficoltà, di ricevere un aiuto alimentare quantitativamente più importante. Negli ultimi dieci anni, dall’entrata in vigore della legge Gadda, il nostro recupero di eccedenze alimentari da questo canale è quintuplicato: un segnale concreto di quanto norme intelligenti e collaborazione tra pubblico e privato possano generare risultati importanti. Ma serve fare un passo in più e lavorare insieme alle imprese della GDO e alle Istituzioni per rendere la donazione sempre più economicamente competitiva. Quando donare è sostenibile anche dal punto di vista economico, si genera valore per tutti, soprattutto per chi è in difficoltà.”

 

Banco Alimentare si conferma il principale partner della GDO per il recupero delle eccedenze, scelto nel 29% dei casi e con un ruolo ancora più rilevante tra le grandi imprese, grazie alla capacità di garantire continuità operativa, efficienza logistica e tracciabilità dei flussi.

 

Alla luce dei nuovi obiettivi europei di riduzione dello spreco alimentare (-30% entro il 2030), lo studio evidenzia la necessità di rafforzare ulteriormente le pratiche di donazione e recupero, aumentando in modo significativo le eccedenze destinate al consumo umano.

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BULLISMO E CYBERBULLISMO: AL MANN LE ULTIME TAPPE DI “EDUCHIAMO AL RISPETTO”

Si concluderà al Museo Archeologico Nazionale di Napoli il ciclo “Educhiamo al rispetto. Insieme contro il bullismo” (L.R. n.11/2017), promosso dalla Regione Campania e realizzato da Scabec nell’ambito del progetto “Prevenzione e contrasto al fenomeno del bullismo e cyberbullismo”.

 

Gli ultimi appuntamenti sono in programma venerdì 15 maggio alle ore 15 e sabato 16 maggio alle ore 10. Le due giornate coinvolgeranno studenti, famiglie, docenti e comunità educative in occasioni di dialogo e approfondimento, con l’obiettivo di favorire una maggiore consapevolezza rispetto a fenomeni sempre più diffusi tra i giovani e promuovere valori come rispetto, ascolto e responsabilità condivisa.

 

Dopo il debutto proprio al MANN lo scorso 14 marzo, il progetto ha attraversato alcuni dei principali luoghi della cultura della Campania, facendo tappa alla Reggia di Caserta, alla Pinacoteca Provinciale di Salerno, al Museo del Sannio di Benevento e al Complesso Monumentale del Carcere Borbonico di Avellino. Un itinerario che ha trasformato musei e siti monumentali in spazi di dialogo e partecipazione, luoghi in cui l’esperienza culturale si è rivelata anche strumento di cura, accogliendo riflessioni e testimonianze su fenomeni che coinvolgono sempre più da vicino le giovani generazioni.

 

«Collegare il contrasto al bullismo e al cyberbullismo ai luoghi della cultura significa agire in profondità sul piano educativo. Questi fenomeni si combattono anche mettendo in discussione modelli fondati sulla competizione esasperata e sull’individualismo, promuovendo invece una cultura del “noi”, del rispetto e dell’inclusione», sottolinea Andrea Morniroliassessore alle Politiche sociali e alla Scuola della Regione Campania.

 

«La Regione Campania sostiene con convinzione questo progetto, che affronta una delle questioni più urgenti del nostro tempo. Offrire occasioni di confronto e consapevolezza significa contribuire alla costruzione di una società più equa e responsabile», dichiara Onofrio Cutaiaassessore alla Cultura della Regione Campania.

 

Anche gli appuntamenti conclusivi al MANN proporranno il format “Anticorpi di conoscenza su bullismo e cyberbullismo”, a cura della cooperativa sociale L’Isola che c’è, che intreccia contributi scientifici, linguaggi artistici e momenti partecipativi per favorire una riflessione più consapevole sui temi affrontati e sulle relazioni con gli altri. All’iniziativa prenderanno parte Speranza Marangelo, presidente della cooperativa, ed Enzo Marangelo, direttore artistico. Interverranno inoltre le psicoterapeute Annarita Di Sarno e Carmela Pulzone, l’avvocato Carmela Giacquinto, la content creator Raffaella De Maio, la scultrice Maria Emilia De Maio e il violoncellista Valentino Milo.

 

Elemento distintivo dell’intero progetto è stata la valorizzazione dei luoghi della cultura come presìdi educativi e relazionali: contesti nei quali il patrimonio artistico diventa strumento di cura, capace di stimolare empatia, inclusione e cittadinanza attiva, contribuendo a ricostruire legami e a contrastare forme di isolamento e disagio. A tutti i partecipanti sarà consegnato un papavero artigianale, simbolo di resilienza, attenzione verso gli altri e gentilezza, valori al centro dell’iniziativa.

 

Al termine degli incontri sono previste visite guidate gratuite alla mostra Parthenope. La Sirena e la città, pensate come esperienze condivise tra generazioni, attraverso un percorso tra storia, mito, archeologia e cultura contemporanea.

 

La partecipazione è gratuita fino a esaurimento dei posti disponibili, con prenotazione obbligatoria sulla piattaforma Eventbrite accessibile dal sito www.scabec.it.

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Contro la noia, fino al precipizio: al Ridotto del Mercadante il racconto del vuoto esistenziale che attraversa le nuove generazioni

La Noia di Manuel Di Martino (spettacolo andato in scena al Ridotto del teatro Mercadante fino allo scorso 10 maggio) inquieta ben oltre il fatto di cronaca da cui prende avvio soprattutto perché racconta l’eccezione che rischia di diventare regola. La vicenda del senzatetto bruciato vivo — eco dichiarata del caso di Verona del 2017 — non viene infatti trattata come l’aberrazione di pochi individui deviati, bensì come il punto terminale di una tensione che appartiene diffusamente al presente: l’ossessione di sentire qualcosa, qualunque cosa, purché abbastanza forte da interrompere l’anestesia.

Il dispositivo inventato da Di Martino è tanto semplice quanto feroce. Quattro ragazzi si incontrano nel “Tempio” e si sfidano a inseguire l’attimo più intenso dell’esistenza altrui, a rubarlo, a reincarnarlo, a farlo proprio. Non importa se quell’attimo sia dolore, desiderio, lutto, violenza o amore: ciò che conta è l’intensità. Conta che la vita, finalmente, si faccia sentire. Fino a quando Renato (uno di loro, il leader) non confessa di aver bruciato vivo un clochard. A quel punto scatta (diremmo: finalmente) il cortocircuito.

Renato, quando rivendica di aver voluto “alzare l’asticella”, pronuncia forse la frase più contemporanea dell’intero testo. È la formula motivazionale che attraversa il lavoro, lo sport, i social, perfino le relazioni. Bisogna sempre superarsi, intensificarsi, eccedere il livello precedente. E l’asticella, una volta trasformata in principio morale, non può più restare ferma; esige continuamente che qualcuno la superi ancora. In questo senso La Noia coglie qualcosa di profondamente generazionale: il rischio che l’aspirazione, privata di qualunque misura, finisca per diventare una forma di violenza. Perché laddove ogni esperienza debba necessariamente essere più intensa della precedente, la vita ordinaria diventa insufficiente, opaca, quasi offensiva.

I personaggi

E allora la noia non appare più come semplice assenza di stimoli, ma come incapacità di abitare il tempo comune. È significativo che il “Tempio” sia costruito attorno al racconto: i protagonisti non vivono davvero se non quando possono trasformare ciò che accade in materia condivisibile, performativa, degna di essere rilanciata allo sguardo degli altri. Sembra quasi che l’esperienza, per esistere, debba essere continuamente validata. Non è difficile riconoscere in questo meccanismo un riflesso dell’ecosistema contemporaneo, dove l’intensità viene consumata rapidamente.

In questo equilibrio instabile, Thomas emerge come il personaggio più fragile e insieme più rivelatore. Quando, nel finale, lascia intuire che ad averlo trascinato dentro il gioco sia stato l’amore (o comunque un desiderio di prossimità, di appartenenza, di attrazione) lo spettacolo introduce improvvisamente una crepa inattesa. Perché fino a quel momento sembrava che il contrario della noia fosse soltanto l’eccesso; Thomas invece suggerisce che all’origine vi sia un bisogno affettivo, una fame di legame. E tuttavia è proprio lui a risultare il più debole, divorato dalla necessità di essere riconosciuto dagli altri. Come se Di Martino volesse insinuare che, in una generazione incapace di nominare fino in fondo i propri desideri emotivi, perfino l’amore finisca per assumere la forma di una dipendenza dal gruppo, di una disponibilità a lasciarsi trascinare oltre il limite pur di non essere esclusi.

Gli adulti

La Noia è anche uno spettacolo sugli adulti, benché gli adulti non compaiano mai in scena. Aleggia la figura del padre evocato e assente, così come quella della vittima, ridotta quasi a vuoto simbolico. Gli adulti sono il grande fuori campo dell’opera: non intervengono, non educano, non ascoltano, non comprendono. Ma sarebbe troppo semplice leggerne l’assenza come una mera accusa pedagogica. Più sottilmente, lo spettacolo sembra domandare se il vuoto dei giovani non sia anche il prodotto di un mondo adulto che ha trasmesso soprattutto il culto della performance, dell’eccezionalità, dell’intensità permanente, salvo poi scandalizzarsi quando quella logica venga portata alle sue conseguenze estreme.

Di Martino evita intelligentemente il moralismo proprio perché non costruisce mostri. I quattro protagonisti restano riconoscibili, attraversati da ironia, desiderio, vulnerabilità, slanci quasi infantili. È questo a disturbare davvero: la sensazione che il precipizio non si apra in un altrove incomprensibile, ma dentro dinamiche quotidiane, dentro parole che utilizziamo continuamente, dentro quell’ansia di vivere “qualcosa di forte” che il presente incoraggia senza tregua.

Alla fine La Noia lascia addosso una domanda più scomoda di qualunque condanna morale: che cosa accada a una società quando l’intensità diventi l’unico criterio possibile dell’esistenza, e quando tutto ciò che non produca eccitazione immediata — il silenzio, la lentezza, la cura, perfino l’amore — venga percepito come insufficiente. In quel vuoto, allora, non cresce soltanto la violenza. Cresce l’incapacità di riconoscere valore a una vita che non morda continuamente.

 

di Francesco Gravetti

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