Cura, assistenza e prossimità: le 18 professioni sanitarie entrano nel Polo dell Carità – Casa Bartimeo

Unire competenze sanitarie, assistenza sociale e prossimità per offrire risposte concrete alle persone più fragili. Con questo obiettivo è stato sottoscritto, nella Curia di Napoli, il protocollo d’intesa tra l’Arcidiocesi di Napoli – Ramo ETS e la Fondazione Centro Studi Valetudo – Ricerca e Sviluppo Professioni Sanitarie ETS, promossa dall’Ordine interprovinciale dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle Professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Tsrm Pstrp) di Napoli, Avellino, Benevento e Caserta. L’accordo porterà a Casa Bartimeo, il Polo della Carità inaugurato nel gennaio 2025 dall’Arcivescovo di Napoli, il cardinale don Mimmo Battaglia, le competenze delle 18 professioni sanitarie afferenti all’Ordine, che affiancheranno i servizi già presenti nella struttura e l’attività dei volontari di Medici di Strada.
Alla firma dell’intesa erano presenti il cardinale don Mimmo Battaglia, monsignor Gennaro Matino, vicepresidente del Ramo ETS, don Federico Battaglia, segretario del Ramo ETS, il presidente dell’Ordine Tsrm Pstrp di Napoli, Avellino, Benevento e Caserta Franco Ascolese, il segretario Ciro Signoriello, il presidente della Commissione d’Albo dei Podologi Massimo Frezza e il consigliere dell’Ordine Clemente Santonastaso.
«Questa intesa, sostenuta dal Comitato unico delle professioni presieduto da Domenico De Crescenzo, rappresenta un impegno concreto delle nostre professioni sanitarie verso chi vive ai margini- dichiara Franco Ascolese- A Casa Bartimeo metteremo a disposizione competenze, ascolto e assistenza, contribuendo a costruire una rete di prossimità capace di raggiungere chi spesso resta invisibile. Le storie raccontate dal cardinale Battaglia ci ricordano quanto sia importante andare oltre il bisogno sanitario e restituire dignità, opportunità e speranza a persone che troppo spesso nessuno vede».

Prima Opera Segno del Giubileo della Speranza a Napoli, Casa Bartimeo è un luogo di accoglienza, ascolto, cura e accompagnamento dedicato alle persone che vivono condizioni di vulnerabilità economica, sociale, sanitaria e abitativa. Ispirata alla figura evangelica di Bartimeo, la struttura offre un sistema integrato di servizi che comprende ascolto, sostegno psicologico, consulenza sociale e legale, percorsi di inclusione e un poliambulatorio solidale, con l’obiettivo di costruire una rete stabile di prossimità sul territorio. «L’ingresso della Fondazione Valetudo rappresenta un passaggio importante nella crescita di Casa Bartimeo- afferma il direttore Gennaro Pagano- Il nostro obiettivo è costruire una comunità che non si limiti a rispondere ai bisogni immediati, ma accompagni le persone in un percorso di cura, ascolto e riscatto. L’apporto delle professioni sanitarie rafforza questa visione e rende ancora più concreta la capacità del Polo della Carità di prendersi cura della persona nella sua interezza, mettendo in rete competenze, solidarietà e vicinanza».
Attraverso la Fondazione Valetudo saranno sviluppati servizi di assistenza sanitaria in sede e a domicilio, telemedicina, televisite e teleconsulti, orientamento ai percorsi di cura, supporto ai pazienti, formazione dei caregiver e iniziative di prevenzione e promozione della salute.

La Fondazione, nata per promuovere ricerca, innovazione e utilità sociale nell’ambito delle professioni sanitarie, è inoltre promotrice del progetto “La Casa come Comunità di Cura”, sostenuto dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo, finalizzato al rafforzamento dell’assistenza territoriale nell’ASL Napoli 1 Centro attraverso modelli innovativi di presa in carico integrata. «Metteremo a disposizione di Casa Bartimeo competenze professionali, progettualità e capacità organizzativa per consolidare un presidio stabile di solidarietà e salute nel cuore di Napoli- conclude Ascolese- Vogliamo contribuire a costruire una rete capace di rispondere ai bisogni complessi delle persone più fragili, mettendo sempre al centro la dignità della persona e il diritto

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Portici Vesuvio Pride 2026: nuova data in collaborazione con il Comune di Portici

A causa dell’emergenza caldo e per favorire la massima partecipazione in sicurezza, la settima edizione del Portici Vesuvio Pride viene posticipata a sabato 5 settembre 2026. Una scelta responsabile che valorizza la piena collaborazione con il Comune di Portici.

La decisione di spostare la manifestazione nasce dalla necessità di tutelare la salute di tutte e tutti i partecipanti di fronte alle temperature eccezionali di questa estate. Evitare i rischi legati al caldo estremo permetterà di vivere la giornata con serenità, abbattendo ogni barriera alla partecipazione delle persone più fragili. Lo slittamento a settembre consolida inoltre una tradizione di successo già sperimentata con profitto nelle ultime tre edizioni del Vesuvio Pride. La nuova data consentirà anche di sviluppare una proficua sinergia con la neonata amministrazione comunale di Portici. Con il recente insediamento del Consiglio comunale e la Giunta in via di definizione, questo rinvio garantisce i giusti tempi istituzionali per strutturare una collaborazione profonda e un coinvolgimento attivo dell’Ente locale. Dal 2014, la nostra associazione, Pride Vesuvio, opera quotidianamente sul territorio affinché i diritti e il benessere delle persone LGBTQIA+ siano promossi in costante coordinamento con le realtà istituzionali, associative e soprattutto con la cittadinanza tutta.

«Abbiamo scelto di posticipare l’evento per tutelare il benessere collettivo e per costruire un percorso condiviso con il Comune di Portici – dichiara Danilo Di Leo, presidente di Pride Vesuvio -. Ringrazio il direttivo e tutti i volontari che lavorano 365 giorni l’anno per l’inclusione. Il 5 settembre torneremo in piazza con ancora più forza: i diritti non vanno in vacanza».

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RESINA KG, AL MERCATO DI PUGLIANO L’EVENTO DEDICATO AL VINTAGE VENDUTO A PESO

Il fascino del vintage incontra la sostenibilità e il divertimento. Sabato 18 luglio il mercato di Pugliano ospiterà la prima edizione di Resina KG, un nuovo format dedicato agli appassionati della moda vintage e dello shopping consapevole. Un’opportunità per scoprire pezzi unici e dare una seconda vita agli abiti attraverso il riuso.

Le attività commerciali di via Pugliano apriranno le botteghe in serata, dalle 18 alle 24. L’iniziativa prevede la promozione di vendita a 15 euro al chilo. Un’occasione per promuovere il mercato storico di Ercolano, le sue botteghe ed una delle attività più antiche della città del vesuviano. L’evento si arricchisce con la presenza di stand di street food (panini, pizza, graffe) e con un dj set. Sarà presente anche lo staff del Zeta Retrò Vintage per offrire la valutazione gratuita di borse vintage. A quanti decideranno di acquistare tre chili di abbigliamento vintage sarà omaggiato uno spritz.

Con Resina KG prende il via un nuovo appuntamento dedicato alla cultura del vintage, capace di unire stile, sostenibilità e socialità in uno dei luoghi simbolo del commercio dell’usato e dell’abbigliamento in Campania.

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Dal ghiaccio d’Islanda al Maschio Angioino: lo scrittore Valerio Gargiulo presenta Il suo libro dedicato a Napoli “Trenta strade, una città”

Vent’anni vissuti tra i ghiacci e i geyser dell’Islanda non bastano a cancellare il legame con la propria terra. Soprattutto se quella terra si chiama Napoli.
Lo sa bene Valerio Gargiulo, scrittore napoletano classe 1980, che lunedì 22 luglio alle ore 17:00 tornerà nella sua città natale per presentare il suo nuovo libro, “Trenta strade, una città” (Edizioni Alba), in un luogo simbolico: la Sala della Loggia del Maschio Angioino.
Cresciuto a Napoli fino all’età di vent’anni, Gargiulo ha poi scelto di trasferirsi nell’estremo Nord Europa. Una distanza geografica e culturale, che tuttavia non ha mai spezzato le sue radici.
L’autore torna regolarmente nella sua città d’origine, e proprio da questo continuo e intimo dialogo a distanza e non, è nata l’ispirazione per il suo ultimo scritto: un vero e proprio omaggio appassionato, nostalgico e viscerale a Napoli, alle sue anime e alle sue strade.
L’appuntamento, che gode del patrocinio del Comune di Napoli, vedrà l’autore a colloquio con la giornalista Manuela Giuliano, che curerà la presentazione e guiderà il pubblico attraverso i racconti, le suggestioni e le tappe di questo intenso viaggio letterario sospeso tra il Nord Atlantico e il cuore del Mediterraneo.
Il libro è una mappa sentimentale, un recupero di vecchi ricordi, racconti d’infanzia, un percorso intimo scritto da chi ha dovuto guardare Napoli da lontano per riscoprirne, intatta, l’appartenenza più profonda.

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“Il Coach dei 2 Mondi” in anteprima mondiale al Giffoni Film Festival 2026: il documentario di Adriano Pantaleo racconta Antonio Petillo, il coach che cambia la vita dei ragazzi tra Napoli e l’Africa

Sarà presentato in anteprima mondiale al Giffoni Film Festival 2026, nella sezione dedicata allo sport, “Il Coach dei 2 Mondi”, il nuovo documentario diretto da Adriano Pantaleo che racconta la straordinaria storia di Antonio Petillo, l’allenatore che ha dedicato la propria vita a formare generazioni di ragazzi tra Napoli e l’Africa, facendo del basket uno strumento di educazione, inclusione e cambiamento sociale. Un racconto che attraversa oltre quarant’anni di impegno e restituisce il ritratto di un uomo che ha trasformato la propria passione in una missione educativa.

L’anteprima mondiale al Giffoni Film Festival sarà accompagnata da un evento speciale che vedrà protagonisti Adriano Pantaleo e Antonio Petillo. Dopo la proiezione del documentario e il talk con il pubblico, il coach guiderà un training camp dedicato ai giovani cestisti nell’Arena di Giffoni, trasformando il messaggio del film in un’esperienza concreta di sport, formazione e condivisione. Un appuntamento che conferma la volontà di portare fuori dallo schermo i valori raccontati nel documentario, coinvolgendo direttamente le nuove generazioni.

Il documentario assume anche un forte valore simbolico perché è l’ultima opera cinematografica girata all’interno delle Vele di Scampia prima della loro demolizione. Una scelta che consegna alla memoria uno dei luoghi più iconici del Paese attraverso una narrazione diversa da quella a cui siamo stati abituati. Il film restituisce il volto di una Scampia che troppo raramente trova spazio nel racconto pubblico: quella di chi ogni giorno costruisce comunità, relazioni e futuro attraverso l’impegno, lo sport e l’educazione.

L’idea del film nasce nel 2019 da Stefano Prestisimone, giornalista de Il Mattino, che racconta ad Adriano Pantaleo la storia di Antonio Petillo. Da quell’incontro prende forma un progetto sviluppato nel corso degli anni attraverso un lungo lavoro di ricerca e realizzazione, fino a diventare un documentario che racconta non soltanto la storia di un allenatore, ma quella di un uomo che ha fatto dell’educazione una scelta di vita.

Classe 1959, Antonio Petillo inizia il proprio percorso all’interno dell’Istituto Don Guanella di Miano, facendo del basket il linguaggio attraverso cui accompagnare centinaia di giovani nella crescita personale. Negli anni il suo talento lo porta fino ai massimi livelli della pallacanestro italiana, ma quando avrebbe potuto consolidare una carriera sui parquet della Serie A sceglie di rinunciare a quel percorso per restare fedele alla propria missione educativa, mettendo la sua esperienza al servizio dei ragazzi delle periferie di Napoli e, successivamente, dell’Africa. Per lui il campo non è mai stato soltanto il luogo della competizione, ma uno spazio in cui trasmettere disciplina, responsabilità, rispetto e fiducia nelle proprie capacità. «Attraverso il basket cerco di far capire ai ragazzi che cos’è la vita», sintetizza Petillo.

Il film ripercorre questa esperienza attraverso immagini d’archivio, fotografie, testimonianze e riprese realizzate tra Napoli e l’Africa. Ex giocatori, allenatori, amici e collaboratori ricostruiscono il percorso umano e professionale di Petillo, restituendo il ritratto di un educatore capace di incidere profondamente sul proprio territorio e sulle persone incontrate lungo il cammino.

Da oltre dieci anni il suo impegno prosegue anche in Kenya e Zambia, dove collabora con Amani for Africa, formando allenatori e accompagnando bambini e adolescenti in percorsi educativi attraverso il basket. È proprio questo il significato del titolo Il Coach dei 2 Mondi: un ponte ideale tra Napoli e l’Africa, due realtà geograficamente lontane ma accomunate dalla convinzione che lo sport possa rappresentare uno straordinario strumento di inclusione, responsabilità e crescita sociale.

Frutto di oltre tre anni di lavorazione tra Napoli, Kenya e Zambia, il documentario accompagna Antonio Petillo nel suo quotidiano. Alternando immagini d’archivio, testimonianze e riprese realizzate nei luoghi della sua storia, Adriano Pantaleo costruisce un racconto che supera i confini del documentario sportivo e restituisce il percorso umano di un allenatore capace di lasciare un segno ben oltre il campo da gioco.

Realizzato senza alcun contributo pubblico, Il Coach dei 2 Mondi è una produzione Terranera e Verteego, in associazione con Percettiva e in collaborazione con Giffoni Innovation Hub. Il documentario è prodotto da Andrea Bonelli, Francesco Di Leva e Adriano Pantaleo, con Alessia Calvani e Daniele Guarnera produttori associati. La realizzazione dell’opera è stata resa possibile grazie al supporto di Stichting Astara, Salus, Banca Etica, Codime e IKS – Italian Kit Sport, con il patrocinio della Federazione Italiana Pallacanestro (FIP), del Comune di Napoli e della Fondazione Campania Welfare (già Fondazione Banco di Napoli).

«Seguire Antonio per cinque anni è stato per me un grande privilegio. Ho potuto attraversare, insieme a lui e ai suoi ragazzi, mondi diversi ma uniti dalla stessa lingua: quella dello sport come strumento di educazione e di crescita. Ho capito quasi subito che dietro la storia dell’allenatore che aveva portato per la prima volta Scafati in Serie A2 si celava qualcosa di molto più grande: la straordinaria storia di un uomo comune che aveva trasformato la propria passione in una missione educativa, diventando un autentico maestro di vita. Mi auguro di essere riuscito a trasmettere tutto questo e che lo spettatore, guardando il film, possa vivere lo stesso viaggio che ho vissuto io. Perché, in fondo, questo è un film che, attraverso il basket, racconta ciò che un essere umano può fare per un altro essere umano», dichiara Adriano Pantaleo.

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Il caso Petrone e la lezione della giustizia riparativa

Una inattesa stretta di mano è l’immagine che ha segnato una delle ultime udienze davanti al Tribunale per i minorenni di Napoli. Bruno Petrone, il giovane calciatore accoltellato durante un’aggressione ai baretti di Chiaia nella notte tra il 26 e il 27 dicembre scorso, ha accolto le scuse di alcuni dei ragazzi imputati e ha stretto loro la mano. Contestualmente, il giudice ha disposto per gli adolescenti il trasferimento dal carcere ad una comunità, aprendo una nuova fase del procedimento.

 

Una scena che ha inevitabilmente alimentato il dibattito pubblico. C’è chi vi ha letto il segno di un percorso educativo riuscito e chi l’ha interpretata come un’eccessiva apertura nei confronti di chi si è reso responsabile di un reato grave.

 

Quella stretta di mano, più che rappresentare un punto di arrivo, offre l’occasione per interrogarsi sul significato della giustizia riparativa e sul lavoro che si sviluppa, spesso lontano dai riflettori, nei percorsi della giustizia minorile.

 

«Esiste una dimensione individuale del reato e una collettiva», spiega la criminologa Debora Divertito, curatrice del volume Spiega la Vela, dedicato ai percorsi educativi con i minori autori di reato. «La prima riguarda la responsabilità personale e la relazione con la vittima. La seconda ha a che fare con la giustizia riparativa intesa come riparazione del danno causato all’intera comunità, anche nei confronti delle cosiddette vittime aspecifiche, cioè persone che hanno subito lo stesso tipo di reato pur non essendo state colpite direttamente da quel ragazzo», aggiunge. È una distinzione fondamentale perché sposta l’attenzione dal gesto simbolico al percorso. Non è infatti il perdono della vittima il criterio con cui valutare l’efficacia della giustizia riparativa. «L’autore di reato può responsabilizzarsi anche senza ottenere il perdono personale. Da criminologa privilegio il percorso che porta alla piena consapevolezza dell’atto commesso e che dia la possibilità di ricucire lo strappo tra lui o lei e il mondo esterno», osserva Divertito.

 

Il verbo ricucire descrive bene anche il senso della giustizia riparativa secondo Icilio Martire, mediatore penale e autore di uno dei contributi contenuti in Spiega la Vela. «La giustizia riparativa non è qualcosa di estemporaneo», spiega Martire. «Non nasce in un’aula di tribunale e non coincide con un singolo incontro. Il reato non è soltanto la violazione di una norma. È una ferita nelle relazioni, nel corpo sociale. La giustizia riparativa prova proprio a ricucire quella ferita». Per arrivare a questo risultato, sottolinea Martire, è necessario un lavoro lungo e delicato. «C’è bisogno di accompagnare gli autori di reato. Servono tempo, pazienza, delicatezza, coraggio e la capacità di rispettare i tempi delle persone. I mediatori hanno un ruolo fondamentale perché aiutano a dare senso a quello che è accaduto dopo il reato, a comprendere quali ferite emotive abbia lasciato nella vita delle persone coinvolte».

 

Nella giustizia riparativa l’incontro tra autore del reato e vittima non rappresenta il punto di partenza, ma l’eventuale esito di un percorso costruito nel tempo. «Non si arriva subito all’incontro. Si lavora sia con l’autore del reato sia con la vittima. Quest’ultima deve essere libera di scegliere se partecipare e deve sentirsi realmente pronta all’ascolto. Allo stesso tempo il mediatore deve percepire l’autenticità delle motivazioni dell’autore del reato, evitando che partecipi solo perché pensa di ottenere qualche beneficio».

È proprio questo uno degli aspetti che rischiano di essere fraintesi anche dopo l’entrata in vigore della riforma Cartabia, che ha introdotto una disciplina organica della giustizia riparativa e favorito la nascita dei centri per la giustizia riparativa in tutta Italia. «Non bisogna confondere la legge Cartabia con i benefici che eventualmente possono derivare da un percorso», chiarisce Martire. «Il mediatore si fa garante dell’autenticità. In caso contrario il rischio è quello della rivittimizzazione».

 

La riforma individua tre soggetti protagonisti della giustizia riparativa: autore del reato, vittima e comunità. Un’impostazione che supera la concezione tradizionale della pena come rapporto esclusivo tra Stato e imputato. «Le relazioni da ricostruire non riguardano soltanto autore e vittima. C’è anche la comunità, il quartiere che ha vissuto quel fatto, il senso di insicurezza che si è generato, le famiglie coinvolte», aggiunge Martire.

 

Anche per questo non esistono percorsi standardizzati. Come osserva Deborah Divertito «l’elemento principale è la volontà da parte di tutti gli attori coinvolti nel percorso giudiziario di cucire insieme un abito sartoriale che tenga conto della storia di vita del ragazzo, delle motivazioni del reato, delle aspirazioni interrotte dall’azione criminosa e delle risorse interne ed esterne disponibili. Quando tutto questo si allinea, grazie alla disponibilità di tutti – compreso il ragazzo – allora la strada verso il cambiamento è davvero cominciata».

 

Un’esperienza significativa in questo senso arriva proprio dal progetto Spiega la Vela, dove Martire ha seguito un percorso di giustizia riparativa che ha coinvolto Salvatore, autore di un tentato omicidio, e Alessio, ragazzo accoltellato. «Quando proponemmo l’incontro, Salvatore rimase stupito che la vittima volesse davvero incontrarlo. Durante quel confronto Alessio raccontò di aver creduto di morire quella sera e di essere stato medicato con numerosi punti di sutura senza anestesia. Dopo aver ascoltato quella testimonianza, Salvatore si fermò e disse che la vera sofferenza non era stata la sua, che aveva vissuto tre anni in comunità, ma quella di Alessio». Un’esperienza dalla quale sta nascendo anche un documentario.

 

Per Martire è proprio in momenti come questo che la giustizia riparativa mostra il proprio valore. «Alcuni mi confidano che il momento più difficile è stato incrociare lo sguardo della persona a cui avevano fatto del male. È lì che comprendono davvero le conseguenze delle proprie azioni». Il cambiamento, però, non è mai lineare e richiede un lavoro educativo costante. «I percorsi sono tutti diversi. La loro complessità dipende dal contesto in cui matura il reato, dalla tipologia del reato, dalle risorse familiari e sociali disponibili. La strada verso il cambiamento autentico – spiega Divertito – è impervia e dolorosa per tutti, perché sollecita emozioni che spesso i ragazzi tendono a raffreddare più che a elaborare. Dobbiamo mettere in conto gli errori, le ricadute e i momenti difficili, senza considerarli fallimenti ma ostacoli da superare. Consapevolezza, empatia e accettazione sono tre elementi imprescindibili».

 

L’esperienza maturata nei percorsi di mediazione conferma che, quando esistono le condizioni per lavorare in modo autentico, la giustizia riparativa produce risultati significativi. «Sia nella mia esperienza che statisticamente, quando sia l’autore del reato sia la vittima scelgono liberamente di aderire a un percorso di giustizia riparativa, nel 99% dei casi il percorso arriva fino in fondo», conclude Martire.

 

di Ciro Oliviero

L’articolo Il caso Petrone e la lezione della giustizia riparativa proviene da Comunicare il sociale.