Dissesto idrogeologico, a Vico Equense geologi, istituzioni e imprese del verde a confronto

Frane rapide, colate di fango, coste che arretrano. La Penisola Sorrentina e la Costiera Amalfitana sono tra i territori più fragili d’Italia, e proprio da questa soglia partirà venerdì 23 ottobre una riflessione nazionale su come governarne la vulnerabilità. Al Castello Giusso di Vico Equense, dalle 9.30, si terrà «La terra che abitiamo: uomo, natura e paesaggio», conferenza dedicata alla gestione della fragilità del territorio tra geomorfologia, agricoltura, infrastrutture e verde. L’iniziativa è promossa da SIGEA-APS, la Società Italiana di Geologia Ambientale, sezione Campania e Molise, in collaborazione con Asso.Impre.Di.A., l’Ordine dei Geologi della Campania e Coldiretti Napoli.

Le ragioni dell’appuntamento le spiega Gaetano Sammartino, geologo e presidente della sezione regionale di SIGEA, che lo ha annunciato a margine del convegno napoletano «L’abitazione degli uomini è la Terra». «I dati ISPRA confermano l’urgenza di un’azione coordinata: in Campania, circa il 100% dei Comuni ricade in aree esposte a rischio idrogeologico», sottolinea. La regione figura tra quelle con la maggiore superficie classificata a pericolosità da frana elevata e molto elevata, e lungo i due comprensori costieri i fattori di rischio si sommano: «la combinazione tra geomorfologia acclive, roccia calcarea, coperture piroclastiche e progressiva tropicalizzazione del clima rende frequenti i fenomeni franosi rapidi e le colate di fango, minacciando viabilità, centri abitati ed economie locali». Di qui la scelta della sede. Vico Equense, osserva Sammartino, «rappresenta la porta d’ingresso della Penisola Sorrentina e della Costiera Amalfitana, due tra le aree paesaggistiche più famose al mondo ma storicamente esposte a gravi criticità legate al dissesto idrogeologico, frane ed erosione costiera».

Sul terreno della prevenzione insiste Alberto Patruno, direttore generale di Asso.Impre.Di.A., che considera gli interventi sul verde, dalla manutenzione del bosco all’ingegneria naturalistica, dal recupero dei terrazzamenti alla cura del verde verticale, vere e proprie opere di difesa del suolo. «Sono l’infrastruttura naturale più efficace per trattenere il terreno, rallentare le acque e mettere in sicurezza il territorio», afferma. «Senza le imprese del verde specializzate e senza una manutenzione programmata, ogni piano contro il dissesto resta sulla carta».

La giornata si aprirà con i saluti istituzionali e l’introduzione di Sammartino. Nella prima parte, moderata da Marina Fumo dell’Università Federico II di Napoli, interverranno tra gli altri Fiorella Zabatta, assessora alla Protezione Civile della Regione Campania; Giuseppe Aiello, sindaco di Vico Equense; Vera Corbelli, segretario dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale; Italo Giulivo, direttore generale della Protezione Civile regionale; Andrea Prota, presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli; Lorenzo Benedetto, presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania; Stefano Sorvino, direttore generale dell’ARPAC; Francesco Todisco, presidente del Consorzio di Bonifica del Volturno Inferiore; Valentina Stinga, presidente di Coldiretti Napoli; Antonello Fiore, presidente nazionale di SIGEA-APS.

Dalle 11 la parola passerà ai docenti e agli esperti, nella sessione tecnica moderata da Mena Caccioppoli. Paolo Pileri, del Politecnico di Milano, parlerà «Dalla parte del suolo», mentre Domenico Guida, dell’Università di Salerno, illustrerà «La Geomorfologia ad Oggetti nella Gestione del Territorio». Interverranno inoltre Gianluca Dell’Acqua, presidente della Società Italiana Infrastrutture Viarie, e Tammaro Chiacchio, delle Università del Sannio e Parthenope, con una relazione dal titolo «Sulla tutela e difesa del suolo: il ruolo delle attività agricole». Domenico Pianese, della Federico II, si soffermerà sulla «Valutazione della pericolosità idraulica in aree fragili e ad elevato valore turistico: l’esempio dell’Isola di Ischia»; Rosario Santanastasio, presidente di Archeoclub d’Italia, affronterà l’«Interazione tra erosione costiera e vulnerabilità archeologica». Completano il programma lo stesso Patruno, con «L’Italia che mette radici: viaggio nell’eccellenza dell’ingegneria del verde», e Giuseppe Doronzo, vicepresidente dell’A.I.P.I.N., che tratterà di «Ingegneria Naturalistica e soluzioni basate sulla natura (NBS)».

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Somma Vesuviana, al via «Fianco a Fianco»: selezione di 12 volontari “nonni civici” tra i 55 e i 75 anni per la vigilanza davanti alle scuole

Il Comune di Somma Vesuviana ha pubblicato l’avviso pubblico per selezionare dodici cittadini volontari da impiegare nel progetto «Fianco a Fianco – Servizio di Volontariato Intergenerazionale». L’iniziativa punta a favorire l’invecchiamento attivo e l’integrazione sociale delle persone della terza età, affiancando alle forze istituzionalmente preposte un presidio sussidiario di vigilanza e assistenza agli alunni nei pressi degli istituti scolastici del territorio.

I volontari selezionati presteranno servizio per circa due mesi negli orari di entrata e di uscita delle scuole cittadine. Il loro compito sarà quello di una presenza visibile e non armata, di supporto agli studenti, di segnalazione agli uffici competenti di eventuali situazioni di pericolo e di collaborazione con la Polizia Municipale e con gli altri soggetti che si occupano di sicurezza. Ai volontari non sono attribuiti poteri coercitivi, sanzionatori o di polizia, e l’attività, gratuita e solidaristica, non comporta alcun rapporto di lavoro con l’ente.

«Con questo progetto mettiamo a frutto l’esperienza e la disponibilità di tanti nostri concittadini della terza età e, al tempo stesso, offriamo alle famiglie un segno concreto di attenzione all’uscita e all’ingresso dei ragazzi», dichiara la sindaca Silvia Svanera. «Invito chi ha i requisiti a farsi avanti: la città ha bisogno di persone che vogliano esserci».

Possono candidarsi i residenti a Somma Vesuviana che abbiano compiuto 55 anni e non superino i 75, in possesso della cittadinanza italiana o di uno Stato dell’Unione Europea, oppure cittadini extracomunitari con regolare permesso di soggiorno. Sono richiesti inoltre il certificato del medico di medicina generale che attesti l’idoneità psicofisica alle attività previste e l’assenza di condanne o procedimenti penali incompatibili con il contatto con i minori e con la collaborazione con la Pubblica Amministrazione.

Il Comune provvederà a proprio carico alla copertura assicurativa dei volontari per gli infortuni e per la responsabilità civile verso terzi. È previsto un rimborso spese forfettario, commisurato ai giorni di servizio effettivamente prestati, fino a un massimo di 250 euro mensili per ciascun volontario, che ha natura esclusivamente restitutoria e non costituisce compenso.

La domanda, da redigere sul modello allegato all’avviso e corredata di documento d’identità, codice fiscale o tessera sanitaria, certificato medico, attestazione ISEE e dell’eventuale documentazione su stato occupazionale ed esperienze, deve essere presentata entro le ore 18 di martedì 27 ottobre 2026, a mano all’Ufficio Protocollo del Comune oppure via PEC all’indirizzo protocollo.generale@pec.sommavesuviana.info. L’avviso e il modello di domanda sono disponibili sul sito istituzionale www.comune.sommavesuviana.na.it. Per informazioni è possibile contattare l’Area Servizi Sociali al numero 081 8939203.

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Scaffali vuoti, lo psichiatra Barretta: «Panic buying esaspera l’emergenza»

«Il camion fermo svuota il magazzino, è vero, ma lo scaffale lo svuota la fotografia dello scaffale vuoto. Può sembrare un gioco di parole, ma in realtà basta un’immagine inoltrata nella chat del condominio affinché migliaia di persone decidano nello stesso momento di comprare per tre settimane, e a quel punto la carenza che si temeva diventa reale e l’emergenza si esaspera». Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli, legge così le scene che da giorni arrivano dai supermercati del Mezzogiorno, causato dal fermo degli autotrasportatori contro il caro gasolio. La protesta ha rallentato le consegne in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, colpendo per primi ortofrutta e banchi frigo. A Napoli Confesercenti Campania ha parlato di scaffali riforniti solo per metà. In diversi punti vendita della città e della provincia, però, a completare lo svuotamento è stata la corsa alle scorte, tanto che da più parti, associazioni di categoria comprese, è arrivato l’invito esplicito a non fare incetta.

«Nella letteratura scientifica il fenomeno ha un nome, panic buying, ed è stato studiato soprattutto durante le emergenze sanitarie. Una revisione pubblicata nel 2020 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health da ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore lo riconduce a quattro famiglie di cause: la percezione della minaccia e della scarsità, la paura dell’ignoto, il bisogno di ridurre l’ansia riprendendo il controllo della situazione, l’influenza della propria rete sociale. In questi giorni le abbiamo viste agire tutte insieme, nelle stesse strade».

Il nodo, per lo psichiatra, è il terzo fattore. «Fare scorte è un modo per riprendersi il controllo, ma è un controllo che si paga con l’ansia di tutti gli altri. Chi riempie il carrello oltre il necessario si tranquillizza per qualche ora, chi arriva dopo trova il vuoto, lo fotografa e lo rimette in circolo. Per questo è una questione che riguarda la salute emotiva e comportamentale di una comunità prima ancora della logistica».

Nella sua lettura pesa anche una memoria recente. «Per molti il marzo del 2020 in pandemia sembrava archiviato, ma il gesto appreso allora è rimasto disponibile: alla prima immagine di un banco frigo vuoto lo si ripete senza passare per la verifica dei fatti. Viviamo in un ambiente immateriale, fatto di chat, gruppi e notifiche, che ha tempi incomparabili con quelli della merce, e il panico si costruisce esattamente in quello scarto». La conclusione del fermo è annunciata per la mezzanotte di oggi e il confronto con il ministero dei Trasporti è fissato per il 27 ottobre. Il ritorno alla auspicata normalità nei punti vendita resterà comunque graduale. Per Barretta l’effetto più duraturo non si misurerà sui ripiani. «Gli scaffali torneranno pieni nel giro di pochi giorni. Il comportamento resta più a lungo: alla prossima vertenza troveremo una popolazione che ha visto due volte in sei anni il supermercato svuotarsi, e che reagirà ancora più in fretta».

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Patrimonio immateriale Unesco: perché le comunità vengono prima del marchio L’INTERVISTA

A chi appartiene davvero un patrimonio dell’umanità? Alle comunità che lo custodiscono da generazioni o ai turisti che lo consumano? È una domanda che a Napoli suona concreta: l’arte del pizzaiolo è patrimonio UNESCO dal 2017 e dal dicembre 2025 lo è anche la cucina italiana, ventunesima tradizione del nostro Paese iscritta nella Lista. Il 17 ottobre, nella Giornata internazionale del patrimonio culturale immateriale, la Cattedra UNESCO di UnitelmaSapienza ha scelto di parlarne nelle scuole, coinvolgendo oltre mille studenti in Italia e all’estero. Ne abbiamo parlato con il titolare della cattedra, Pier Luigi Petrillo.

 

La cucina italiana, a dieci mesi dall’iscrizione nella lista UNESCO: l’Italia conta oggi 21 elementi tutelati. Cosa cambia concretamente per le comunità che quei saperi li praticano ogni giorno? E come si evita che il riconoscimento diventi soprattutto un marchio da spendere sul mercato?

I riconoscimenti UNESCO non devono mai essere percepiti come un marchio: quando vengono utilizzati come tali, vuol dire che c’è un problema. Lo stesso vale per la cucina italiana. Il riconoscimento non può essere usato per rivendicare una primazia o una supremazia della gastronomia italiana su altre, perché non è questa la logica dell’UNESCO. L’UNESCO ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio dell’umanità perché ha riconosciuto che cucinare è un gesto d’amore, un modo di raccontare agli altri, e non semplicemente un modo per sfamarsi. È un modo per prendersi cura di sé, degli altri, degli amici: uno spirito di convivialità, di stare insieme.

Come si tutela tutto questo? Gli strumenti di tutela dei patrimoni immateriali in generale, e di questo in particolare, passano innanzitutto attraverso la scuola, con grossi investimenti. L’UNESCO dice che la prima regola per chi ha questi riconoscimenti è fare in modo che le giovani generazioni ne siano consapevoli, e il primo modo per tenere vivo un patrimonio culturale immateriale è l’educazione formale: alle elementari, alle medie e alle superiori, trasmettendo i valori e il senso del riconoscimento. Per la cucina, sarebbe anche un modo di educare al cibo e al rapporto con l’alimentazione, che porta con sé l’educazione al rispetto delle stagioni, alla territorialità, alla sostenibilità di ciò che si mangia. Questo è il senso del riconoscimento. Tant’è vero che nel dossier si parla molto di biodiversità e di tutela dell’ecosistema, perché uno dei motivi per cui l’UNESCO ha riconosciuto la cucina italiana è che si tratta di una cucina che storicamente si basa sul riuso e sulla lotta allo spreco, nel rispetto dei ritmi della natura.

 

Parliamo da Napoli, dove l’arte del pizzaiolo è patrimonio UNESCO dal 2017. Il centro storico, però, si sta svuotando e le botteghe diventano sempre più locali per turisti. Se la comunità che custodisce un sapere se ne va, cosa resta da tutelare?

Il problema che evidenzi è una realtà. Da un lato chi abitava il centro preferisce vivere in contesti più comodi e affittare gli appartamenti ai turisti, con una rendita assicurata e molto elevata. Dall’altro chi esercita l’arte del pizzaiolo capisce che conviene folklorizzarla, dare al turista quello che il turista vuole. Le comunità dovrebbero evitare ogni fenomeno di folklorizzazione e isolare chi trasforma l’arte in qualcosa di artefatto. Le istituzioni devono intervenire: il Codice dei beni culturali consente ai sindaci, nei centri storici patrimonio dell’UNESCO, di porre limiti all’apertura di locali che nulla hanno a che spartire con la tradizione immateriale. Se nel centro storico di Napoli inizio a servire lasagne a gogo, perdo ciò che anima e differenzia quel luogo. Gli strumenti ci sono, vanno utilizzati: a Firenze c’è un regolamento molto rigoroso, probabilmente occorrerebbe anche a Napoli.

 

Lei indica nell’educazione uno degli strumenti principali di salvaguardia. Ma se un tempo i saperi passavano dai nonni ai nipoti, nel cortile, nelle botteghe, chi li tramanda oggi, nelle famiglie e nei quartieri che cambiano? E una giornata all’anno nelle scuole può bastare, o servono politiche diverse?

L’UNESCO ha dedicato il 17 ottobre, data in cui è stata firmata la Convenzione del 2003 sul patrimonio immateriale, a celebrare ovunque, in tutti i contesti possibili e immaginabili, il patrimonio vivente, il living heritage. Basta? No, assolutamente no. Però in un paese come l’Italia, ricchissimo di patrimonio immateriale, questa giornata serve comunque ad acquisire consapevolezza di questi patrimoni.

Qual è il problema grosso? I patrimoni materiali li vediamo, li tocchiamo, e anche quando sono in abbandono percepiamo lo stato di bisogno di quel luogo. I patrimoni immateriali, quelli identitari, le tradizioni, le pratiche, da una parte non siamo quasi consapevoli che siano espressioni culturali, dall’altra, quando li perdiamo, non ce ne rendiamo conto, perché sono sfumati, vaghi: ce ne accorgiamo quando ormai è troppo tardi. Per questo la giornata, anche se da sola non basta, è comunque qualcosa che porta l’attenzione su questi temi d’identità.

Come Cattedra abbiamo promosso questi eventi in tante scuole d’Italia. Non è un obbligo farlo nelle scuole, noi abbiamo scelto di farlo lì perché riteniamo che soprattutto nelle classi dei più piccoli occorra iniziare a parlare di questi temi, che in Italia non erano mai stati affrontati. Grazie agli insegnanti, e lavorando con loro, iniziamo a farlo, perché il primo modo di salvaguardare i patrimoni immateriali è parlarne ai più giovani.

 

La Convenzione del 2003 dice che il patrimonio immateriale è ciò che le comunità riconoscono come proprio. Spesso, però, la candidatura è spinta da istituzioni, consorzi, personalità di un certo livello. Quanto le comunità hanno davvero voce in questo processo?

Dipende dai paesi che elaborano i dossier. Per quanto riguarda quello della cucina italiana, o quello dell’arte dei pizzaiolo, le comunità hanno avuto un ruolo cruciale. In entrambi i casi l’idea è nata dalle comunità e il dossier è stato elaborato al loro interno, comprese tutte le fasi di analisi e di studio. Una volta che tutto è stato confezionato, il ruolo non può che passare al governo, perché l’UNESCO è un’organizzazione di governi e chiede quindi al governo di firmare la candidatura. Allo stesso tempo, però, l’UNESCO chiede di dimostrare che l’intero processo sia stato realizzato dalle comunità. In Italia, almeno nei dossier che ho seguito io, è sempre accaduto così: sono processi bottom-up, in cui a un certo punto interviene il governo, altrimenti non si arriva alla candidatura.

C’è invece un grosso problema nei paesi non democratici che aderiscono comunque all’UNESCO. La Convenzione del 2003 è stata ratificata da 187 Stati, e non tutti sono democratici: ce ne sono di dittatoriali. Come fa l’UNESCO a verificare che le comunità siano state coinvolte attivamente? Faccio un esempio: qualche anno fa la Cina ha candidato una tradizione tibetana, dichiarando che il popolo tibetano si era espresso favorevolmente e aveva seguito il processo. Possiamo credere alla Cina? Dobbiamo farlo, perché la procedura mette sullo stesso piano un paese democratico e uno che non lo è. È un grosso problema: l’UNESCO non ha strumenti per contestare la dichiarazione di uno Stato sul coinvolgimento delle comunità. Alla domanda sul peso effettivo delle comunità, quindi, la risposta dipende dallo Stato che presenta il dossier. In Italia, almeno nei dossier che ho seguito io, le comunità hanno un ruolo. In altri paesi, purtroppo, no, perché manca la logica stessa che esistano gruppi o comunità in grado di esprimere liberamente la propria opinione.

 

Ultima domanda, personale: qual è il sapere che ha ricevuto in dono e quale vorrebbe tramandare?

Forse sono più legato a pratiche legate al cibo. Come molti di noi, ho il ricordo delle feste comandate, quando arrivavo a casa di mia nonna e trovavo nella dispensa i dolci che mi preparava. Per me quei dolci rappresentavano il suo amore, la festa, la gioia. Da qualche anno ho ripreso le ricette di quei dolci e le ricreo con mio figlio, e mi piacerebbe che anche per lui avessero la stessa sensazione di gioia. Devo dire che per ora è un fallimento: non sono in grado di ricrearli come li faceva lei, probabilmente perché la qualità dei prodotti è molto diversa. Però queste sono le tradizioni a cui sono legato.

 

di Roberto Malfatti

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BookMob, il flash mob con i libri al centro torna in Galleria Principe

Il gioco è semplice: mettersi tutti in cerchio con un libro tra le mani e, durante un conto alla rovescia, farlo passare di mano in mano. Un’onda di inchiostro e carta che gira in un cerchio in cui, alla fine, vincono tutti. È il BookMob organizzato dall’associazione Librincircolo, in programma sabato 24 ottobre alle 11.30 nella Galleria Principe di Napoli. Un momento di socialità in cui gli amanti dei libri si incontrano, si conoscono, si consigliano letture e condividono le proprie abitudini letterarie.

“Il BookMob è l’evento bandiera di Librincircolo, perché l’associazione porta già nel nome la volontà di far circolare i libri e la cultura”, spiega Gianluca Calvino, presidente dell’associazione e professore di italiano. “Un bel po’ di anni fa, era il 2012, abbiamo pensato di portare fisicamente i libri in piazza e di farli girare in un grande cerchio gioioso. All’inizio proponemmo l’evento in piazza San Domenico Maggiore, poi, vista l’affluenza sempre crescente, ci spostammo addirittura in piazza Dante”.

Il meccanismo è quello del regalo. “Ognuno incarta un proprio libro, che vuole far rivivere tra le mani di un’altra persona, e alla fine del conto alla rovescia se ne ritrova un altro da portare a casa. È un flash mob, veloce e divertente. E funziona”.

Ma il BookMob è qualcosa di più di un semplice scambio di libri. “Il tentativo è spingere le persone a uscire di casa per incontrarne altre con la stessa passione”, racconta Calvino. “Dopo il Covid molte cose sono cambiate, e organizzare eventi in cui ci si riunisce in tanti è diventato molto più complicato. Ma abbiamo ripreso a proporlo con regolarità perché crediamo che possa tornare ai vecchi fasti. Incontrarsi, parlare, scambiarsi libri: è semplice, gratis e piacevole. Quindi, perché non farlo?”.

Anche la scelta del luogo ha un senso. “Oggi proponiamo il BookMob nella Galleria Principe soprattutto per evitare le incertezze del meteo”, aggiunge Calvino. A pochi passi c’è il bistrot di Lazzarelle, la cooperativa nata nel carcere femminile di Pozzuoli che dà lavoro a donne detenute ed ex detenute. “Ci piace ritrovarci lì, perché la missione di quel locale è molto vicina alla nostra: socialità, convivialità e cultura. Insomma, un bel connubio”.

Non resta che segnare l’appuntamento e impacchettare il proprio libro. Il tema della carta da regalo, quest’anno, non poteva che essere uno: Halloween.

di Roberto Malfatti

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La psicologa dei ragazzi di Nisida: «Guardare oltre il reato, senza dimenticarne la gravità» L’INTERVISTA

L’escalation di violenza tra i giovanissimi in città ci spinge sempre più a interrogarci su quello che potremmo fare, come genitori e come società, per prevenire il disagio e il degenerare di comportamenti devianti tra i nostri ragazzi. È uno dei quesiti al centro del libro di Rosetta Cappelluccio, psicologa, psicoterapeuta e presidente della Fondazione “I Figli degli Altri ETS”, dal titolo “Vite costrette. Narrazione clinica e pratiche DBT per adolescenti detenuti” (FrancoAngeli). Il testo, nato dall’incontro con i ragazzi dell’Istituto penale per minorenni di Nisida, analizza il lavoro terapeutico condotto con giovani ad alta vulnerabilità, integrando osservazione clinica, inquadramento teorico e narrazione di casi. Il punto centrale cui giunge la dottoressa Cappelluccio è che non basta chiedere a un adolescente di non commettere più reati: dobbiamo metterlo nelle condizioni di sviluppare competenze e alternative concrete ai comportamenti che lo hanno portato a delinquere.

Ci parli di “Vite costrette”. Come nasce?

Vite costrette nasce dall’incontro con ragazzi che hanno commesso reati, talvolta molto gravi, ma che portano con sé anche storie di abbandono, traumi e profonde carenze affettive. Ho voluto raccontare ciò che spesso rimane invisibile dietro il comportamento violento: la sofferenza emotiva, il bisogno di appartenenza e la difficoltà di immaginare un futuro diverso. Non è un libro che giustifica la violenza, ma che cerca di comprenderne le origini per costruire possibilità di cambiamento.

Ci può parlare degli interventi messi in campo nel corso di questi mesi?

Abbiamo introdotto a Nisida un percorso basato sulla Dialectical Behavior Therapy, la DBT, un trattamento che insegna a riconoscere e regolare le emozioni, gestire la rabbia, tollerare la frustrazione e costruire relazioni più funzionali. Abbiamo lavorato attraverso incontri di gruppo e interventi individuali. I risultati preliminari sono incoraggianti: abbiamo osservato una maggiore capacità di riconoscere le emozioni, una riduzione delle manifestazioni aggressive e un miglioramento delle competenze relazionali. Il risultato più significativo è stato vedere ragazzi abituati a reagire impulsivamente iniziare a fermarsi e riflettere prima di agire.

Quale è stata la cosa più importante che ha scoperto a Nisida?

A Nisida, ho imparato che non possiamo cambiare il passato di questi ragazzi, ma possiamo aiutarli a non esserne prigionieri per tutta la vita. Ho scoperto quanto possa essere sottile il confine tra vulnerabilità e violenza. Molti ragazzi hanno imparato molto presto a difendersi, ma non hanno avuto le stesse opportunità di imparare a fidarsi, chiedere aiuto o esprimere la propria fragilità. Nel carcere minorile ho incontrato adolescenti che conoscevano il linguaggio della rabbia molto meglio di quello delle emozioni. La scoperta più importante è che dietro molti comportamenti violenti non c’è assenza di emozioni, ma una profonda difficoltà a comprenderle e regolarle. Questo non elimina la responsabilità individuale, ma ci indica dove intervenire.

Come si previene la recidiva in questi giovani?

La recidiva non si previene soltanto attraverso la sanzione, ma intervenendo sui meccanismi psicologici e relazionali che possono favorire la reiterazione del comportamento criminale. Il nostro intervento DBT a Nisida lavora proprio su alcuni di questi fattori: impulsività, disregolazione emotiva, aggressività, difficoltà nella gestione dei conflitti e nelle relazioni interpersonali. I primi risultati fanno ben sperare, ma per dimostrare un’effettiva riduzione della recidiva sarà necessario seguire i ragazzi nel tempo, anche dopo la scarcerazione. Non basta chiedere a un adolescente di non commettere più reati: dobbiamo metterlo nelle condizioni di sviluppare competenze e alternative concrete ai comportamenti che lo hanno portato a delinquere. La prevenzione della recidiva comincia durante la detenzione, ma si realizza pienamente attraverso la continuità terapeutica, educativa e sociale dopo il ritorno in libertà.

Cosa vorrebbe che rimanesse al lettore dopo aver letto “Vite costrette”?

Vorrei che il lettore riuscisse a guardare oltre il reato, senza dimenticarne la gravità. Un adolescente non può essere definito esclusivamente dal suo comportamento peggiore. Comprendere la sua storia non significa assolverlo, ma individuare le condizioni che possono rendere possibile un cambiamento. La responsabilità e la possibilità di cambiare devono poter convivere. È su questo principio che dovrebbe fondarsi ogni intervento educativo e riabilitativo.

Se potesse rivolgere un messaggio agli adulti, quale sarebbe?

Non aspettiamo che un adolescente manifesti il proprio dolore attraverso un comportamento estremo per accorgerci della sua sofferenza. L’ascolto è importante, ma da solo non basta. Servono adulti capaci di esserci, porre limiti, riconoscere i segnali di disagio e offrire strumenti per affrontarlo. La prevenzione comincia molto prima del reato: comincia nelle relazioni, nella famiglia, nella scuola e nella capacità degli adulti di non lasciare soli i ragazzi.

Quali sono i prossimi obiettivi della Fondazione “I Figli degli Altri ETS”?

Il nostro obiettivo è intervenire sempre più precocemente, prima che il disagio si trasformi in comportamenti a rischio, violenza o devianza. Stiamo rafforzando gli interventi nelle scuole attraverso il progetto P.A.R.L.A., i programmi di educazione emotiva e i percorsi DBT per bambini e adolescenti. Vogliamo anche consolidare la collaborazione con la giustizia minorile e sviluppare percorsi di accompagnamento psicologico e inclusione sociale per i giovani più vulnerabili. La nostra sfida è costruire una prevenzione che non si limiti a parlare ai ragazzi, ma che insegni loro competenze concrete per affrontare la vita.

 

di Maria Nocerino

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