Nel carcere di Poggioreale il problema non è soltanto quanti detenuti ci sono. È quanti spazi mancano, quante attività diventano difficili da realizzare, quante possibilità di reinserimento rischiano di restringersi. Ad oggi, secondo i dati del Ministero della Giustizia, nella casa circondariale napoletana erano presenti 2.309 persone detenute, a fronte di 1.616 posti regolamentari. Ma 259 di quei posti non sono disponibili. Significa che, sulla base dei posti effettivamente utilizzabili, oltre 2.300 persone si trovano a condividere una struttura che dispone formalmente di poco più di 1.350 posti. È un numero che racconta da solo una parte della storia. E proprio quel numero, però, rischia di diventare una statistica se non si prova a capire cosa significhi concretamente vivere, lavorare e costruire percorsi di reinserimento dentro una struttura sottoposta a una pressione così forte.

Poggioreale è da anni uno dei simboli del sovraffollamento penitenziario italiano. Ma nel 2026 la situazione continua a peggiorare. Già ad aprile il Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive segnalava 2.264 detenuti a fronte di 1.616 posti regolamentari e appena 1.341 disponibili, con un tasso di affollamento del 169 per cento. «Ormai non si può più parlare di emergenza carceri perché il sovraffollamento c’è da oltre 20 anni. Servono più misure alternative e migliorare il trattamento rieducativo», aveva evidenziato Ciambriello. In pochi mesi le presenze sono ulteriormente aumentate. Il problema, dunque, non riguarda soltanto le dimensioni delle celle. Il sovraffollamento finisce per incidere sull’intero funzionamento dell’istituto. Sulla possibilità di garantire assistenza sanitaria adeguata, sulle attività trattamentali, sulla formazione, sul lavoro. E ancora sui colloqui con le famiglie e sulla possibilità di costruire quei percorsi che dovrebbero accompagnare la persona detenuta verso il ritorno nella società.

Non è un caso che, durante una visita a Poggioreale dello scorso luglio, il Garante campano Samuele Ciambriello abbia parlato anche della carenza di personale. Con una mancanza pari a circa 200 agenti della polizia penitenziaria. Anche sul fronte sanitario sarebbero presenti criticità importanti, con pochi infermieri e appena due psichiatri. Mancano anche due amministrativi, quattro educatori. Le docce presenti sono 348. I bidet solo 142. I servizi igienici che hanno una porta sono 537. Tra i detenuti ci sono anche 12 persone con disabilità. Altri numeri che aiutano a leggere ancora più da vicino la sofferenza della struttura e delle persone ristrette che la popolano.

Il carcere non è fatto soltanto di celle e agenti. È una comunità complessa nella quale convivono persone detenute, personale penitenziario, operatori sanitari, educatori, insegnanti, volontari, associazioni. Quando uno degli elementi va in sofferenza, le conseguenze si riversano sull’intero sistema. E la questione riguarda tutta la Campania. Ad aprile 2026 erano 8.016 le persone detenute negli istituti penitenziari regionali, a fronte di 6.173 posti regolamentari. Più della metà dei detenuti campani, inoltre, aveva una pena residua compresa tra zero e tre anni. Un dato che apre una riflessione importante sull’utilizzo delle misure alternative alla detenzione e sulla possibilità di costruire percorsi diversi dal carcere quando le condizioni giuridiche lo consentono.

Il Garante campano ha indicato proprio nelle misure alternative, negli interventi sulla salute mentale, nella gestione delle dipendenze e nel rafforzamento delle politiche sociali territoriali alcuni degli strumenti necessari per ridurre la pressione sugli istituti. «Il sistema penitenziario italiano è oltre il punto di rottura. Parlare di rieducazione in queste condizioni è un’ipocrisia di Stato. Servono interventi immediati e coraggiosi. Non si può continuare a gestire un’emergenza strutturale con il silenzio delle istituzioni», ha detto Ciambriello.

di Ciro Oliviero

 

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