Al liceo Margherita di Savoia di Napoli, così come in altre scuole della regione, il suono della campanella lascia il posto alle assemblee, le aule si svuotano, i cortili diventano luoghi di discussione. In questo autunno di scioperi e cortei è accaduto in molti istituti italiani, chi insegna in questo Liceo perso nei vicoli di Napoli però, ha scelto di rispondere nel modo più antico che la scuola conosca: con una lettera.
È una lettera aperta dei docenti e del dirigente scolastico Vincenzo Varriale, scritta dopo aver letto «con grande attenzione» il comunicato diffuso dagli studenti lo scorso 13 ottobre. Non c’è traccia di condanna. Gli insegnanti apprezzano la precisazione che la protesta «non sia rivolta contro il corpo docente o la dirigenza» e dichiarano di condividere «le ragioni etiche, civili e sociali» che animano il dissenso, dal dramma della popolazione civile in Palestina alle criticità delle politiche di accoglienza e dei CPR, fino all’impoverimento del tessuto sociale e dei servizi essenziali, a cominciare dalla sanità pubblica e da una scuola che, scrivono, «soffre quotidianamente la carenza di fondi».
Il passaggio più intenso è forse quello in cui i docenti guardano ai loro studenti con gratitudine: «Vedere ragazze e ragazzi che rifiutano l’indifferenza, che scelgono di informarsi e che intendono mobilitarsi per il proprio futuro rappresenta per noi la testimonianza che il nostro lavoro formativo ha un senso». Ma proprio questa vicinanza, spiegano, impone una riflessione sul metodo: l’occupazione, pur comprensibile come segnale forte di rottura, rischia di produrre una cesura, chiudendo le porte della scuola e allontanando docenti, personale ATA, famiglie e quegli stessi compagni per cui l’istituto è l’unico presidio di confronto e di crescita.
Da qui l’appello, formulato senza giri di parole: «vi chiediamo, con forza, di superare l’occupazione e di trasformare questa mobilitazione in un percorso condiviso». Alla base c’è anche il timore che, agli occhi di un’opinione pubblica distratta, la protesta venga ridotta a «la solita interruzione delle attività scolastiche da parte di adolescenti che non hanno voglia di studiare e di andare a scuola», un’immagine che i docenti e il Dirigente rifiutano e che vorrebbero smentire insieme ai ragazzi.
Il testo integrale della lettera
Care studentesse, cari studenti,
abbiamo letto con grande attenzione il vostro comunicato dello scorso 13 ottobre. Vogliamo innanzitutto dirvi con chiarezza che apprezziamo la vostra precisazione sul fatto che la protesta, sfociata nell’occupazione dell’edificio scolastico, non sia rivolta contro il corpo docente o la dirigenza, e condividiamo le ragioni etiche, civili e sociali che animano il vostro dissenso. Come educatori e come cittadini, non possiamo restare indifferenti di fronte al dramma che colpisce la popolazione civile in Palestina, alle contraddizioni e criticità legate alle politiche di accoglienza e alla gestione dei CPR, né al progressivo impoverimento del tessuto sociale, del potere d’acquisto e dei servizi essenziali, a partire proprio dalla sanità pubblica e dalla scuola, che soffre quotidianamente la carenza di fondi. Vedere ragazze e ragazzi che rifiutano l’indifferenza, che scelgono di informarsi e che intendono mobilitarsi per il proprio futuro rappresenta per noi la testimonianza che il nostro lavoro formativo ha un senso.
Tuttavia, proprio in virtù di questa vicinanza ideale, sentiamo la responsabilità di invitarvi a una riflessione sul metodo e sulle forme della protesta. L’occupazione dell’Istituto, pur comprensibile nell’intento di dare un segnale forte di rottura, in comunione con tanti altri Istituti del territorio, finisce nei fatti per produrre una cesura: chiude le porte dell’edificio scolastico e interrompe la quotidianità comunitaria, rischiando di escludere e allontanare proprio quelle componenti — docenti, personale ATA, famiglie e quegli stessi compagni che vivono la scuola come unico presidio di confronto e crescita — con cui invece sarebbe fondamentale fare fronte comune.
Per questo motivo, vi chiediamo, con forza, di superare l’occupazione e di trasformare questa mobilitazione in un percorso condiviso, proprio in virtù del fatto che la scuola è il nostro spazio comune. Vi invitiamo, dunque, a limitare il periodo di interruzione del regolare svolgimento delle lezioni, al fine di poter riprendere insieme al Dirigente scolastico e a tutto il corpo docente, un dialogo concreto e costruttivo, riappropriandoci degli spazi comuni della scuola, come luogo di reale condivisione della protesta e per collaborare all’approfondimento di argomenti tanto complessi quanto condivisi, affinché la protesta non si riduca, anche nella generica e disinformata opinione pubblica, “alla solita interruzione delle attività scolastiche da parte di adolescenti che non hanno voglia di studiare e di andare a scuola”.
Noi ci impegniamo a portare le vostre istanze all’esterno dell’edificio, coinvolgendo il quartiere e le realtà del territorio, a condividere documenti e appelli congiunti da indirizzare agli Organi istituzionali competenti, a firma di tutte le componenti della scuola. Siamo pronti ad accogliere la vostra disponibilità al dialogo e a incontrarvi fin da subito.
L’articolo Margherita di Savoia, i docenti scrivono agli studenti in occupazione: «La scuola è il nostro spazio comune» proviene da Comunicare il sociale.
