Cancelli chiusi, lezioni sospese, striscioni calati dalle facciate di edifici storici. Nella mattinata di lunedì 12 ottobre Napoli si è svegliata con quattro licei occupati nello stesso momento: l’Umberto I e il Mercalli a Chiaia, il Sannazaro al Vomero, il Genovesi in piazza del Gesù Nuovo. Non un gesto isolato, ma l’ultimo passaggio di una mobilitazione studentesca che, nel giro di pochi giorni, ha attraversato la città e che si interroga sul modo in cui il Paese immagina il proprio futuro. La scintilla, una settimana prima, era partita dal Tito Lucrezio Caro di via Manzoni, occupato il 7 ottobre dal Collettivo Settimo e dal Coordinamento Kaos. Secondo quanto riferito da Il Riformista, nella stessa giornata di lunedì anche i collettivi del liceo Einstein hanno annunciato l’occupazione con uno striscione sulla facciata. Negli istituti coinvolti campeggia la stessa scritta, «Liceo occupato. Più soldi alla scuola pubblica», mentre il 9 ottobre oltre duecento studenti si erano già riuniti davanti alla sede della Città Metropolitana per chiedere risposte sugli interventi edilizi.

Le ragioni, nei comunicati dei collettivi, sono diverse ma vengono tenute insieme come parti di un’unica trama: edifici scolastici che cadono a pezzi, un caro-vita che rischia di trasformare l’accesso all’istruzione in un privilegio per le sole famiglie che possono permetterselo, retribuzioni dei docenti che gli studenti giudicano tra le più basse d’Europa. Gli studenti del Genovesi, nel loro documento, hanno condensato lo spirito della protesta in una frase: l’unico tetto di cui hanno bisogno gli studenti italiani è «quello che non crolli sulla propria testa». Al liceo Umberto l’accento è caduto soprattutto sulle difficoltà economiche delle famiglie, mentre in altre scuole si è unita la critica all’aumento delle spese militari, rilanciata dalle organizzazioni giovanili che aderiscono a Youth Strike.

Il riferimento al tetto è al decreto-legge sulla scuola approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre, che trasforma in norma vincolante una soglia finora affidata a una circolare del 2010: nelle classi prime, gli alunni stranieri di recente arrivo non potranno superare il 30 per cento del totale. Il criterio, secondo le ricostruzioni giornalistiche, non è la cittadinanza in quanto tale ma la conoscenza della lingua italiana e il percorso scolastico pregresso, e l’applicazione è prevista a partire dall’anno scolastico 2027/2028. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha sostenuto che la norma «non è contro qualcuno, ma è per qualcuno» e che serve a prevenire la nascita di classi ghetto; la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha parlato di norme di buonsenso. Le opposizioni, tra cui il Partito democratico, hanno giudicato il provvedimento con parole molto dure.

Il secondo fronte della protesta è il Centro di permanenza per i rimpatri che il Ministero dell’Interno intende realizzare a Castel Volturno, nel Casertano. Il progetto prevede una struttura da 120 posti nel Parco umido La Piana, area protetta per la sua biodiversità; la gara bandita da Invitalia per conto del Viminale è di circa 41 milioni di euro, cifra che altre ricostruzioni giornalistiche portano a oltre 43 milioni. Il ministro Matteo Piantedosi ha annunciato la necessità di aprire altri centri, così da averne almeno uno per ogni regione. Contro il progetto si è formato il Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove», nato dall’appello di monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua. Il 24 ottobre è prevista a Castel Volturno una manifestazione nazionale, per la quale sono annunciati pullman da Napoli e da Caserta. È la data a cui guardano gli studenti, che nei loro comunicati chiudono con la formula «Verso il 24 ottobre a Castel Volturno».

Le occupazioni non sono state prive di momenti di tensione. Negli istituti sono intervenuti gli agenti della Digos per gli accertamenti sulla situazione, mentre i dirigenti scolastici hanno comunicato lo stato di occupazione a Questura, Prefettura e Ufficio scolastico regionale, impossibilitati a garantire il regolare svolgimento delle attività didattiche e amministrative. Il collettivo dell’Umberto ha diffuso una nota per respingere le notizie di presunte aggressioni al personale scolastico durante l’ingresso nell’edificio, negando che siano stati spinti o aggrediti membri del personale Ata e che gli studenti avessero il volto coperto. Una vicenda che, come osservano le cronache locali, riapre il confronto tra il diritto degli studenti a manifestare e la necessità di garantire la continuità delle lezioni.

Il movimento, del resto, guarda oltre i confini cittadini. Gli studenti richiamano le recenti mobilitazioni in Francia e le manifestazioni partite da Madrid contro l’inflazione e il caro affitti. Il calendario è già fissato: il 17 ottobre a Roma, alla manifestazione per salari, sanità e scuola pubblica; il 24 ottobre a Castel Volturno; il 20 novembre l’International Youth Strike, lanciato da Rete della Conoscenza, Link e Unione degli Studenti con lo slogan «Fight for our future, not their wars!».

 

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