«Mi sono sempre definita “femmenella”, perché questa parola ha un suono dolce. La vita mi ha tolto tanto ma altrettanto mi ha dato. La cura ai pregiudizi è l’amore»
Una vita vissuta sempre al limite, tra alti e bassi, grandi ferite e altrettanto grandi rinascite, sempre sul punto di cadere per poi rialzarsi. Quella della Tarantina, all’anagrafe Carmelo Cosma, classe 1936, “l’ultimo femmeniello rimasto in vita”, come lei stessa si definisce, è una storia incredibile, fatta di ombre ma anche di tante luci, iconica al punto tale da ispirare libri, documentari, articoli e spettacoli teatrali. Il suo volto inconfondibile è anche ritratto in un murale realizzato proprio lì dove la Tarantina ha trovato la sua casa e vive ancora oggi: ai Quartieri Spagnoli.
Per il suo 90esimo compleanno, l’Associazione Transessuale Napoli con ArcigayAntinooo Napoli la celebra con una grande festa, in programma domenica 22 marzo (dalle 19, al Bar Feeeld in Vico San Geronimo 17-20). «Abbiamo ritenuto doveroso omaggiare l’ultimo femminiello di Napoli – spiegano Ileana Capurro e Loredana Rossi, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’ATN – La Tarantina ha speso la sua vita a rivendicare diritti e dignità in un’epoca storica in cui non esisteva neanche il nome per definire le persone transgender. Il continuo intrecciarsi in lei di dimensione pubblica e privata merita il riconoscimento e il ringraziamento delle nuove generazioni, che oggi possono godere di maggiori libertà anche grazie alle sue lotte».
Nata come Carmelo ad Avetrana, piccolo paesino in provincia di Taranto, quella che sarà poi nota come la Tarantina, ancora bambina, subisce abusi sessuali, discriminazioni e maltrattamenti, fino ad essere cacciata via di casa. Da lì, comincia a vivere di espedienti e a girare di città in città. Poco più che ragazzina, subito dopo la guerra, arriva a Napoli, città che ben presto diventerà casa sua, dove viene costretta a prostituirsi. Trascorre alcuni anni, forse i più belli della sua vita, a Roma, dove conosce la Dolce vita, frequentando personaggi come Fellini e Pasolini. Oggi la Tarantina abita in un basso ai Quartieri, dove, racconta, non le manca nulla, perché lei, come ha sempre fatto nella sua vita, vive alla giornata, senza pensare al domani ma con una forza inarrestabile di andare avanti.
Lei ha 90 anni, ne ha vissute e viste tante, che bilancio trae della sua vita fino ad oggi?
Sono grata alla vita, perché, malgrado tutto il male che ho subito, posso dire d aver vissuto appieno, senza neanche rendermene conto. Il tempo passa, alcune volte sono malinconica ma anche consapevole che ho avuto del bene. Oggi arrivo ai 90 e mi sento già fortunata, perché la gente mi vuole bene ma soprattutto perché non ho bisogno di aiuto, sono autosufficiente, vivo di poco ma non ho bisogno di altro, ho ciò che conta. Continuo a vivere alla giornata, senza pensare al futuro e senza amareggiarmi troppo.
Quale è stata la cosa più brutta che ha vissuto e quale la più bella?
Sono cresciuta e ho convissuto con la guerra, questa cosa non è da sottovalutare, mio padre è stato prigioniero, certamente questa è una delle cose più dolorose che si possano vivere. Poi, ho conosciuto la violenza, sia quella fisica che quella psicologica. A 8 anni, sono stata abusata e poi sono stata discriminata dal mio paese, Avetrana, che non dava tanta luce: quel periodo ha significato per me angoscia e pregiudizi, avendo subito lì tanta cattiveria. Ma ho saputo combattere contro tutto e tutti, andare avanti e rinascere. Un periodo in cui sono stata molto bene è stato quello romano, a quel tempo vivevo come in un sogno. Infine, Napoli, che oggi è la mia casa, mi da’ calore e la gente è bella.
Da quando vive a Napoli si definisce “femminiello”, senza darsi etichette precise. Come mai?
Quando sono arrivata a Napoli, ancora segnata dai bombardamenti della guerra, una persona per strada mi vide e mi chiamò “femmenell”. Mi sembrò una parola senza pregiudizi, con un suono dolce, non come quelle offese che a volte mi rivolgevano al paese mio. Da allora mi definisco così perché non ci sento il disprezzo. Credo di essere oggi l’ultimo della “specie”.
Dieci libri su di lei, alcuni tradotti in tutto il mondo, articoli e anche un murale con la sua immagine. Che effetto le fa avere tutta questa popolarità?
Non mi serve visibilità, io mi sono creata da sola la mia vita, il coraggio per andare avanti l’ho trovato in me, non me l’hanno dato gli altri. Certamente sono felice di tutto questo, del fatto che mi conoscano tutti, soprattutto perché questo mi permette di dare un messaggio di forza e speranza alle nuove generazioni.
Cosa vuole dire a chi non ha il coraggio di uscire allo scoperto e manifestarsi per quello che è?
Io mi chiedo: a cosa servono i pregiudizi? Con il passare del tempo ti rendi conto che la vita è un flash, arriva e se ne va, la gente continua a fare del male, odiare, discriminare, invece l’unica cura è amare, prendersi cura anzitutto di se stessi e poi degli altri. Ma come è possibile che ancora non sia chiaro questo? Rispettare le persone è la prima cosa, anche fare una semplice carezza a volte può fare la differenza.
Cosa si aspetta ancora dalla vita?
Benvenute le sorprese, ma io sto bene come sto, sono tranquilla. Avrei bisogno di tante cose ma alla fine anche se non vivo di splendore, prendo la vita così come è, con umiltà e profonda gratitudine per essere ancora qua. In fondo, sono sempre stata convinta che non sono gli anni che passano ad invecchiare, ma quello che hai dentro, e io ho fatto sempre tanto per la gente. Alla fine mi sento giovane perché la mia anima lo è e lo sarà fino alla morte.
di Maria Nocerino
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