Sabato 21 marzo 2026, alle ore 18, Piazzale Europa a Quarto (Napoli) diventerà il palcoscenico di una cerimonia speciale che celebra un uomo che ha fatto della sua vita una missione di solidarietà e impegno: Yemboani Jerome Coulidiati, mediatore culturale e attivista.

Originario del Burkina Faso, riceverà la Medaglia di Cavaliere dell’Ordine al Merito del Burkina Faso, un riconoscimento che va oltre il premio. Rappresenta il tributo a una vita vissuta per gli altri, segnata da sacrificio, dedizione e un amore immenso per la sua comunità.

In Italia dal 2003, Jerome porta con sé il desiderio di ricostruirsi una vita, dopo aver perso tutto. Laureato in Giurisprudenza e con un’esperienza consolidata come professore di francese, arriva qui con pochi mezzi e una grande volontà di riscatto. “Non avevo più niente”, racconta Jerome, ma è proprio in questo momento di vulnerabilità che la sua forza di volontà emerge, spingendolo a non arrendersi e a cercare soluzioni per sé e per gli altri.

Il suo impegno non si ferma ai primi ostacoli. Nel 2006 fonda DUNIA, un’associazione che diventa un punto di riferimento per i rifugiati e gli immigrati africani in Italia, supportandoli su temi cruciali come la giustizia, la salute e il lavoro. “Volevo essere una presenza concreta, non solo simbolica”, afferma.
La sua rete si estende oggi nei quartieri di Napoli e non solo. Quarto, Pianura, Afragola e Casal di Principe, luoghi dove la sua associazione aiuta concretamente le persone, offrendo supporto legale, sanitario e momenti di comunità.
Eppure, dietro a queste azioni c’è un messaggio più grande, quello di ridare dignità e speranza a chi rischia di rimanere invisibile.





Jerome racconta una delle storie che più gli sta a cuore, quella di Isac, un giovane arrivato a Lampedusa nel 2010, senza speranza e con il cuore pesante. “L’ho preso con me e l’ho portato fuori dal centro di accoglienza. Gli ho dato la possibilità di ricominciare, per un periodo è diventato la mia ombra e piano piano abbiamo costruito dal nulla”. Isac oggi ha una sua vita degna di essere chiamata tale.
Il suo impegno, però, non si ferma ai confini italiani. Ogni anno organizza raccolte fondi (vestiti, soldi, medicine)e invia aiuti in Burkina Faso, suo paese natale. “Se hai la possibilità di aiutare, devi farlo senza esitazioni”, afferma. E queste parole non sono semplici frasi, ma azioni concrete che testimoniano una coerenza che da sempre gli è riconosciuta.

Nonostante l’onorificenza che riceverà, Jerome non cerca la ribalta. “Non sono qui per i premi”, dice. “Sono qui per dimostrare che quando fai del bene, il bene ti ritorna.” La sua vita è la prova che l’altruismo non è solo una parola, ma un principio che si traduce in fatti quotidiani: una telefonata a un connazionale, una mano tesa a chi è in difficoltà, un’azione senza ricerca di riconoscimenti.
Pur portando con sé il titolo di “Principe”, che rimanda alla sua famiglia nobile, Jerome ha sempre vissuto come un cittadino normale. “Sono una persona comune che lavora per gli altri”. “I ragazzi mi chiamano ‘papà’.” Un termine che racchiude un rispetto profondo, frutto di anni di impegno e dedizione verso chi gli sta attorno. Un “papà” che ha fatto sentire a tutti il valore della comunità e dell’integrazione.

Quando gli chiediamo a chi dedica questo premio, sorride e con un misto di emozione e gratitudine risponde: “A mia moglie, perché mi ha capito e lasciato fare”.
La cerimonia non celebra solo l’uomo Jerome, ma la sua visione: un mondo dove fare del bene non è solo una scelta, ma una responsabilità collettiva.

 

di Carmela Cassese

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