Una inattesa stretta di mano è l’immagine che ha segnato una delle ultime udienze davanti al Tribunale per i minorenni di Napoli. Bruno Petrone, il giovane calciatore accoltellato durante un’aggressione ai baretti di Chiaia nella notte tra il 26 e il 27 dicembre scorso, ha accolto le scuse di alcuni dei ragazzi imputati e ha stretto loro la mano. Contestualmente, il giudice ha disposto per gli adolescenti il trasferimento dal carcere ad una comunità, aprendo una nuova fase del procedimento.

 

Una scena che ha inevitabilmente alimentato il dibattito pubblico. C’è chi vi ha letto il segno di un percorso educativo riuscito e chi l’ha interpretata come un’eccessiva apertura nei confronti di chi si è reso responsabile di un reato grave.

 

Quella stretta di mano, più che rappresentare un punto di arrivo, offre l’occasione per interrogarsi sul significato della giustizia riparativa e sul lavoro che si sviluppa, spesso lontano dai riflettori, nei percorsi della giustizia minorile.

 

«Esiste una dimensione individuale del reato e una collettiva», spiega la criminologa Debora Divertito, curatrice del volume Spiega la Vela, dedicato ai percorsi educativi con i minori autori di reato. «La prima riguarda la responsabilità personale e la relazione con la vittima. La seconda ha a che fare con la giustizia riparativa intesa come riparazione del danno causato all’intera comunità, anche nei confronti delle cosiddette vittime aspecifiche, cioè persone che hanno subito lo stesso tipo di reato pur non essendo state colpite direttamente da quel ragazzo», aggiunge. È una distinzione fondamentale perché sposta l’attenzione dal gesto simbolico al percorso. Non è infatti il perdono della vittima il criterio con cui valutare l’efficacia della giustizia riparativa. «L’autore di reato può responsabilizzarsi anche senza ottenere il perdono personale. Da criminologa privilegio il percorso che porta alla piena consapevolezza dell’atto commesso e che dia la possibilità di ricucire lo strappo tra lui o lei e il mondo esterno», osserva Divertito.

 

Il verbo ricucire descrive bene anche il senso della giustizia riparativa secondo Icilio Martire, mediatore penale e autore di uno dei contributi contenuti in Spiega la Vela. «La giustizia riparativa non è qualcosa di estemporaneo», spiega Martire. «Non nasce in un’aula di tribunale e non coincide con un singolo incontro. Il reato non è soltanto la violazione di una norma. È una ferita nelle relazioni, nel corpo sociale. La giustizia riparativa prova proprio a ricucire quella ferita». Per arrivare a questo risultato, sottolinea Martire, è necessario un lavoro lungo e delicato. «C’è bisogno di accompagnare gli autori di reato. Servono tempo, pazienza, delicatezza, coraggio e la capacità di rispettare i tempi delle persone. I mediatori hanno un ruolo fondamentale perché aiutano a dare senso a quello che è accaduto dopo il reato, a comprendere quali ferite emotive abbia lasciato nella vita delle persone coinvolte».

 

Nella giustizia riparativa l’incontro tra autore del reato e vittima non rappresenta il punto di partenza, ma l’eventuale esito di un percorso costruito nel tempo. «Non si arriva subito all’incontro. Si lavora sia con l’autore del reato sia con la vittima. Quest’ultima deve essere libera di scegliere se partecipare e deve sentirsi realmente pronta all’ascolto. Allo stesso tempo il mediatore deve percepire l’autenticità delle motivazioni dell’autore del reato, evitando che partecipi solo perché pensa di ottenere qualche beneficio».

È proprio questo uno degli aspetti che rischiano di essere fraintesi anche dopo l’entrata in vigore della riforma Cartabia, che ha introdotto una disciplina organica della giustizia riparativa e favorito la nascita dei centri per la giustizia riparativa in tutta Italia. «Non bisogna confondere la legge Cartabia con i benefici che eventualmente possono derivare da un percorso», chiarisce Martire. «Il mediatore si fa garante dell’autenticità. In caso contrario il rischio è quello della rivittimizzazione».

 

La riforma individua tre soggetti protagonisti della giustizia riparativa: autore del reato, vittima e comunità. Un’impostazione che supera la concezione tradizionale della pena come rapporto esclusivo tra Stato e imputato. «Le relazioni da ricostruire non riguardano soltanto autore e vittima. C’è anche la comunità, il quartiere che ha vissuto quel fatto, il senso di insicurezza che si è generato, le famiglie coinvolte», aggiunge Martire.

 

Anche per questo non esistono percorsi standardizzati. Come osserva Deborah Divertito «l’elemento principale è la volontà da parte di tutti gli attori coinvolti nel percorso giudiziario di cucire insieme un abito sartoriale che tenga conto della storia di vita del ragazzo, delle motivazioni del reato, delle aspirazioni interrotte dall’azione criminosa e delle risorse interne ed esterne disponibili. Quando tutto questo si allinea, grazie alla disponibilità di tutti – compreso il ragazzo – allora la strada verso il cambiamento è davvero cominciata».

 

Un’esperienza significativa in questo senso arriva proprio dal progetto Spiega la Vela, dove Martire ha seguito un percorso di giustizia riparativa che ha coinvolto Salvatore, autore di un tentato omicidio, e Alessio, ragazzo accoltellato. «Quando proponemmo l’incontro, Salvatore rimase stupito che la vittima volesse davvero incontrarlo. Durante quel confronto Alessio raccontò di aver creduto di morire quella sera e di essere stato medicato con numerosi punti di sutura senza anestesia. Dopo aver ascoltato quella testimonianza, Salvatore si fermò e disse che la vera sofferenza non era stata la sua, che aveva vissuto tre anni in comunità, ma quella di Alessio». Un’esperienza dalla quale sta nascendo anche un documentario.

 

Per Martire è proprio in momenti come questo che la giustizia riparativa mostra il proprio valore. «Alcuni mi confidano che il momento più difficile è stato incrociare lo sguardo della persona a cui avevano fatto del male. È lì che comprendono davvero le conseguenze delle proprie azioni». Il cambiamento, però, non è mai lineare e richiede un lavoro educativo costante. «I percorsi sono tutti diversi. La loro complessità dipende dal contesto in cui matura il reato, dalla tipologia del reato, dalle risorse familiari e sociali disponibili. La strada verso il cambiamento autentico – spiega Divertito – è impervia e dolorosa per tutti, perché sollecita emozioni che spesso i ragazzi tendono a raffreddare più che a elaborare. Dobbiamo mettere in conto gli errori, le ricadute e i momenti difficili, senza considerarli fallimenti ma ostacoli da superare. Consapevolezza, empatia e accettazione sono tre elementi imprescindibili».

 

L’esperienza maturata nei percorsi di mediazione conferma che, quando esistono le condizioni per lavorare in modo autentico, la giustizia riparativa produce risultati significativi. «Sia nella mia esperienza che statisticamente, quando sia l’autore del reato sia la vittima scelgono liberamente di aderire a un percorso di giustizia riparativa, nel 99% dei casi il percorso arriva fino in fondo», conclude Martire.

 

di Ciro Oliviero

L’articolo Il caso Petrone e la lezione della giustizia riparativa proviene da Comunicare il sociale.