Don Peppe Diana è stato raccontato molte volte. Il prete anticamorra, il simbolo, il martire civile, il volto pulito di una terra ferita. Eppure, proprio attorno alla sua figura, negli anni si è consumato quasi un paradosso: più cresceva il mito, più rischiava di scomparire l’uomo. “Il casalese di Dio” di Antonio Mattone prova a rompere proprio questo meccanismo. E lo fa scegliendo una strada difficile: togliere don Peppe dalla retorica per riportarlo dentro la vita vera.

A oltre trent’anni dal suo assassinio, e dopo un processo che ha ormai fissato responsabilità e verità giudiziaria, Mattone torna a Casal di Principe con una domanda semplice solo in apparenza: perché don Peppe Diana è stato ucciso? È da qui che nasce il libro, proprio mentre prende forma anche il percorso ecclesiastico verso l’apertura dell’inchiesta diocesana per il riconoscimento del martirio del sacerdote.

Ma il merito dell’autore è soprattutto quello di non fermarsi alla ricostruzione processuale. Mattone entra nelle case, nelle chiese, nelle strade e perfino nelle carceri. Incontra amici, familiari, sacerdoti, cittadini, persone che hanno condiviso con don Peppe pezzi di vita e, in alcuni casi, anche figure coinvolte a vario titolo nel delitto. A tutti pone domande vecchie e nuove, cercando di scavare non solo nei fatti, ma nelle coscienze.

Ne esce un racconto profondamente umano. Don Diana non appare mai come un santino immobile o un eroe costruito a tavolino. Al contrario, emerge tutta la complessità di un sacerdote che aveva paure, dubbi, inquietudini, ma che allo stesso tempo aveva capito che il suo ruolo non poteva limitarsi all’altare o all’omelia della domenica. La sua battaglia non era soltanto contro la camorra come organizzazione criminale. Era contro un sistema culturale fondato sulla rassegnazione, sulla paura e sull’idea che nulla potesse cambiare.

Ed è probabilmente questo il punto più forte del libro. Mattone riesce a spiegare come don Peppe fosse diventato pericoloso non perché brandisse parole roboanti, ma perché stava lentamente rimettendo in movimento una comunità. Restituiva dignità ai giovani, costruiva relazioni, organizzava percorsi educativi, chiedeva alla Chiesa di sporcarsi le mani dentro le ferite del territorio. In altre parole, rompeva un equilibrio.

La scrittura è asciutta, misurata, mai compiaciuta. Non c’è alcuna ricerca dell’effetto facile o della commozione forzata. E proprio per questo alcuni passaggi colpiscono ancora di più. Mattone conosce bene quelle terre e si vede: evita sia la retorica dell’eroe sia quella, ormai quasi automatica, della “terra di Gomorra”. Nel libro esiste anche un’altra Casal di Principe: quella fatta di scout, volontari, famiglie, educatori, cittadini normali che hanno provato a reagire e che spesso restano ai margini del racconto pubblico.

“Il casalese di Dio” diventa allora una riflessione sulla memoria e sul rischio di trasformare certe figure in monumenti lontani dalla realtà. Mattone compie invece un’operazione opposta: restituisce carne, voce e fragilità a don Peppe Diana. 

 

di Francesco Gravetti

L’articolo “Il casalese di Dio”: la verità umana oltre il simbolo don Diana proviene da Comunicare il sociale.