Ci sono incendi che raccontano un’emergenza. E poi ci sono incendi che raccontano una storia che sembra non finire mai. Quelli di Afragola e Giugliano, divampati a pochi chilometri di distanza, appartengono alla seconda categoria. Sono episodi diversi, nati in contesti differenti, ma finiscono per riportare al centro la stessa domanda: quanto siamo ancora lontani da una gestione dei rifiuti capace di prevenire, invece di rincorrere le emergenze? Ad Afragola le fiamme hanno raggiunto la Masseria Antonio Esposito Ferraioli, il più grande bene confiscato alla criminalità organizzata dell’area metropolitana di Napoli, distruggendo circa quattro ettari di frutteto. Il rogo è partito dalla zona di via Lampedusa, un’area che da anni viene indicata come luogo di abbandono incontrollato di rifiuti. Il forte vento ha favorito la propagazione delle fiamme fino all’interno della Masseria, colpendo alberi e coltivazioni costruiti nel corso degli anni.

«Da oltre vent’anni via Lampedusa, che collega Casoria ed Afragola, è una discarica a cielo aperto conosciuta da tutti», racconta Giovanni Russo, direttore della Masseria Ferraioli. «Sabato 5 settembre l’ennesimo rogo, con l’aiuto del forte vento, è riuscito a entrare in Masseria distruggendo quattro ettari di frutteto». La sua testimonianza restituisce alla vicenda una dimensione che va oltre il danno ambientale. Quegli alberi rappresentavano infatti una parte di un percorso di riappropriazione del territorio costruito nel corso degli anni. Un terreno sottratto alla criminalità e restituito alla collettività che, proprio attraverso l’agricoltura, la socialità e le attività ambientali, aveva provato a costruire un’altra idea di futuro. Per questo Russo chiede di intervenire sulla strada, mettere in sicurezza l’area e fermare la sequenza di sversamenti e roghi. La Masseria deve poter tornare a far crescere quei quattro ettari e continuare il lavoro di rigenerazione sociale e ambientale avviato dalla sua comunità.

Poche ore dopo, a Giugliano, un altro incendio ha riportato l’attenzione su un’altra delle ferite più note della Campania, Taverna del Re. Qui a bruciare sono state le ecoballe, quelle stesse che da oltre vent’anni rappresentano il simbolo di una stagione dell’emergenza rifiuti che avrebbe dovuto essere temporanea e che invece continua a produrre conseguenze. Nel sito di Giugliano sono state accumulate, a partire dai primi anni Duemila, enormi quantità di rifiuti imballati. La rimozione delle ecoballe è iniziata nel 2016, ma il lavoro non è ancora terminato. Nei diversi siti campani è stato rimosso circa il 70 per cento del materiale, mentre a Taverna del Re resta ancora una quantità significativa di rifiuti da trasferire.

È il paradosso che rende il rogo di Giugliano particolarmente significativo. Mentre si continua a lavorare per eliminare una delle eredità dell’emergenza rifiuti, una parte di quei rifiuti torna a bruciare. In entrambi i casi il fuoco arriva alla fine di una catena. Ad Afragola ci sono gli sversamenti abusivi lungo una strada conosciuta da anni come luogo di abbandono. A Giugliano ci sono invece rifiuti che aspettano da decenni di essere definitivamente rimossi.

«Afragola e Giugliano sono episodi diversi, ma ci dicono la stessa cosa: sui rifiuti continuiamo troppo spesso a intervenire quando l’emergenza è già esplosa», osserva Vincenzo Capasso, presidente di Let’s do It! Italy. L’associazione, che ha partecipato come terzo interveniente al procedimento sulla Terra dei Fuochi davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, richiama la necessità di rafforzare soprattutto la prevenzione. «Dopo la sentenza CEDU sulla Terra dei Fuochi chiediamo ai Comuni più fermezza nella prevenzione: individuare gli abbandoni, rimuoverli rapidamente e intervenire sulle segnalazioni. Con TrashOut possiamo mappare le criticità in tempo reale, ma una segnalazione non può restare un punto su una mappa: deve diventare un intervento concreto», aggiunge Capasso.

Il punto, infatti, non è soltanto riuscire a spegnere un incendio. È evitare che un cumulo di rifiuti abbandonati possa diventare, prima o poi, un rogo. Significa intervenire rapidamente sugli sversamenti, controllare le aree maggiormente esposte, rispondere alle segnalazioni dei cittadini e impedire che una discarica abusiva possa sedimentarsi fino a diventare parte del paesaggio. Il tema della prevenzione assume un peso ancora maggiore dopo la sentenza con cui, nel gennaio 2025, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto una violazione del diritto alla vita in relazione alla gestione dell’inquinamento prodotto dalla crisi dei rifiuti e dagli sversamenti illegali nella Terra dei Fuochi. La Corte ha chiesto all’Italia di mettere in campo una strategia complessiva per affrontare il fenomeno, accompagnata da un sistema di monitoraggio indipendente e da una maggiore informazione della popolazione.

Ma prevenire significa anche proteggere ciò che, in questi territori, è già stato restituito alla collettività. È la riflessione che arriva da Dario Catania di N’Sea Yet, che mette insieme i due episodi e richiama la necessità di non lasciare soli i territori e le realtà che ogni giorno se ne prendono cura. «Non è possibile dover subire ancora questi danni ambientali servono controlli e servono soluzioni concrete. Si deve pretendere l’avvio della rimozione definitiva di tutte le ecoballe aprirle e recuperare la parte riciclabile. Non lasciarle ancora lì dando la possibilità che accadano questi disastri ambientali. Inoltre bisogna proteggere i beni comuni: Lo Stato deve difendere i beni confiscati alle mafie e sostenere chi li custodisce ogni giorno, non vanno solo assegnati e poi abbandonati. C’è da tutelare il lavoro che le associazioni svolgono nella rigenerazione dei luoghi. Sono fiducioso degli sforzi della Regione Campania con il presidente Fico e l’assessora all’ambiente Pecoraro nell’andare in questa direzione», dichiara Dario Catania.

di Ciro Oliviero

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