Una crisi diplomatica che nasce da un dossier tutt’altro che astratto: la vita quotidiana di migliaia di famiglie palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania, strette tra l’espansione degli insediamenti israeliani e un conflitto a Gaza che dura ormai da tre anni. Lo scontro tra Londra e Tel Aviv, esploso nelle ultime ore, riporta al centro del dibattito internazionale una domanda che riguarda da vicino chi si occupa di diritti e giustizia sociale: cosa succede quando un governo occidentale definisce apertamente “illegali” gli insediamenti dei coloni e denuncia il rischio di una “pulizia etnica”?

Il governo laburista britannico guidato da Andy Burnham ha annunciato sanzioni senza precedenti contro il commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. All’iniziativa di Londra si sono affiancati altri 11 Paesi, tra cui Canada e Francia, con l’esclusione dell’Italia. Israele ha risposto con la stessa durezza, disponendo la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme est.

Le parole di un ministro che si dice “amico” di Israele

A dare corpo alla svolta britannica è stato il ministro degli Esteri Ed Miliband, che alla Camera dei Comuni ha formalizzato la definizione degli insediamenti come entità illegali, richiamando in particolare l’espansione del contestato progetto E1 in Cisgiordania. Figlio di una famiglia ebraica di origine polacca fuggita dal nazismo, Miliband ha rivendicato le proprie radici e ricordato i familiari uccisi nell’Olocausto, dichiarandosi “amico” di Israele e condannando senza ambiguità l’antisemitismo e il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Proprio per questo le sue parole hanno avuto un peso particolare quando ha parlato di una politica dei coloni e del governo Netanyahu che sta rendendo “impossibile” la prospettiva di una soluzione a due Stati, riferendosi tanto alle devastazioni di Gaza quanto al terrorismo dei coloni estremisti in Cisgiordania. Il ministro ha inoltre accusato l’esecutivo israeliano di ignorare consapevolmente i segnali di una pulizia etnica, aggravata — a suo dire — dai toni incendiari usati da ministri come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, e ha definito comprovati i crimini di guerra commessi da Israele, rimettendo alla giustizia internazionale l’eventuale riconoscimento anche delle accuse di genocidio.

La replica di Israele e la lista nera dei parlamentari britannici

Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha respinto le accuse come «scandalose e false», annunciando oltre alla chiusura del consolato anche l’inserimento in una lista nera di un attivista e di undici deputati della sinistra britannica vicini alla causa palestinese — tra cui l’ex leader laburista Jeremy Corbyn — ai quali sarà vietato l’ingresso in Israele. Una misura che solleva interrogativi non secondari sul piano dei diritti civili e della libertà di espressione politica, dal momento che colpisce parlamentari eletti per le loro posizioni pubbliche.

Un fronte europeo diviso

Sul piano internazionale, la vicenda mette in luce le fratture dell’Unione europea di fronte alla crisi mediorientale. Un’eventuale adesione collettiva dei 27 alle sanzioni contro i coloni richiederebbe l’unanimità, oggi bloccata dalle resistenze di Paesi come Germania e Italia. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha ribadito la preferenza per decisioni condivise a livello europeo anche in materia commerciale, sottolineando che il Regno Unito, fuori dall’Unione, si muove secondo logiche proprie.

Resta sullo sfondo il nodo più delicato, quello che più interessa chi guarda alla vicenda da una prospettiva sociale e umanitaria: il destino delle comunità palestinesi che vivono sotto la pressione della colonizzazione in Cisgiordania e la popolazione di Gaza, dopo tre anni di conflitto segnati da quelle che la stessa fonte britannica ha definito sofferenze “indicibili” per uomini, donne e bambini.

Il nodo irrisolto del 7 ottobre: cosa sapeva Netanyahu

Alla tensione diplomatica con Londra si aggiunge, nello stesso giorno, una rivelazione che riguarda direttamente le famiglie delle vittime del 7 ottobre 2023 e il loro diritto a conoscere la verità su quanto accaduto prima del massacro. Secondo un’inchiesta del quotidiano israeliano Haaretz — che anticipa un nuovo libro del giornalista Shlomi Eldar — ricostruisce come il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe personalmente avvertito Netanyahu, in una telefonata di 45 minuti a fine settembre 2023, che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando un attacco contro Israele.

Secondo la ricostruzione, quell’avvertimento non sarebbe mai stato trasmesso ai vertici dell’intelligence israeliana. Una circostanza che riaccende il dibattito pubblico sulle responsabilità istituzionali per le falle di sicurezza che precedettero l’attacco, in un contesto in cui la commissione d’inchiesta ufficiale resta bloccata: le forze politiche non hanno ancora trovato un accordo sulla sua composizione e il dossier è stato rinviato alla prossima Knesset, dopo le elezioni. Netanyahu ha definito l’inchiesta di Haaretz una “menzogna totale”, negando che la telefonata con bin Zayed sia mai avvenuta in quel periodo, mentre gli allora vertici dell’intelligence militare e dello Shin Bet affermano di non essere stati informati di alcun avvertimento emiratino.

La vicenda arriva a 49 giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre e si inserisce in una campagna elettorale in cui il premier continua a presentarsi come garante della sicurezza nazionale, pur in un clima segnato da sospetti e teorie contrapposte su chi, nei vertici politici e militari, sapesse cosa e quando. Per le famiglie delle vittime e per l’opinione pubblica israeliana, resta aperta una domanda che va oltre la contesa politica: quella sulla piena trasparenza istituzionale dovuta a chi ha perso una persona cara nell’attacco più sanguinoso della storia recente del Paese.

Resta sullo sfondo il nodo più delicato, quello che più interessa chi guarda a entrambe le vicende da una prospettiva sociale e umanitaria: da un lato il destino delle comunità palestinesi che vivono sotto la pressione della colonizzazione in Cisgiordania e la popolazione di Gaza, dopo tre anni di conflitto segnati da sofferenze definite “indicibili” per uomini, donne e bambini; dall’altro il diritto delle famiglie israeliane colpite dal 7 ottobre a una verità istituzionale completa sulle responsabilità di quel giorno.

L’articolo Coloni e “pulizia etnica”: così si consuma la rottura tra Londra e Israele proviene da Comunicare il sociale.