30 Mar, 2026 | Comunicare il sociale
Ci sono luoghi che conservano il passato e altri che provano a ridefinire il modo in cui quel passato viene vissuto. Il 2 aprile il Parco Archeologico di Ercolano sceglierà la seconda strada, proponendo un’esperienza di visita costruita attorno alle persone: in occasione della Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo, torna sotto al Vesuvio “Cultura senza barriere”, progetto rivolto in particolare a ragazzi con disturbi del neurosviluppo e dello spettro autistico. L’impostazione e l’ambizione dell’intero progetto sono chiare: non si tratta di adattare in corsa, ma ripensare l’esperienza dall’inizio, cucendola, appunto, addosso alle esigenze dei ragazzi che visiteranno il Parco Archeologico per l’occasione. Questo, in sintesi, significa procedere con le visite a gruppi ridotti, con tempi distesi, linguaggi accessibili e con un’attenzione concreta agli stimoli sensoriali, spesso trascurati nei contesti tradizionali.
Più che un evento, il 2 aprile sarà dunque un autentico banco di prova per dimostrare che l’accessibilità non è un’aggiunta ma una precisa scelta progettuale. E la dimostrazione che rendere la cultura davvero aperta significa, prima di tutto, cambiare prospettiva.
Le visite si svolgeranno dalle 9 alle 13 e saranno articolate su quattro turni per garantire un clima più raccolto e gestibile. Ogni percorso avrà la durata di circa un’ora e mezza puntando a rendere la scoperta delle domus un’esperienza sostenibile, senza fretta e senza sovraccarichi. Un dettaglio che fa la differenza perché i percorsi non saranno semplificati o ridotti, ma creati in modo che tutti – ma proprio tutti – possano davvero accedervi.
L’iniziativa è pensata per scuole primarie e secondarie di primo grado, famiglie e, più in generale, per chi cerca modalità di fruizione più inclusive. Le attività sono gratuite; resta solo il costo del biglietto di ingresso, con le consuete riduzioni o gratuità previste.
Per partecipare è necessaria la prenotazione tramite il sito di CoopCulture o scrivendo a edu@coopculture.it.
di Nadia Labriola
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30 Mar, 2026 | Comunicare il sociale
L’accesso al mondo del lavoro per le persone con disabilità continua a essere una delle sfide più complesse in Italia. Nonostante le norme esistenti, gli incentivi e i programmi mirati pensati per favorire l’inclusione, il tasso di occupazione rimane sorprendentemente basso.
La Legge 68/1999 e le successive misure introdotte hanno segnato tappe significative sul piano giuridico, rafforzando il principio del collocamento mirato e prevedendo strumenti di incentivazione per le imprese. Tuttavia, tra l’impianto normativo e la sua concreta applicazione persiste un divario evidente: le disposizioni esistono, ma la loro attuazione resta spesso disomogenea. In altre parole, il diritto all’inclusione è riconosciuto, ma non sempre si traduce in opportunità professionali concrete.
Proprio da questa frattura è nata l’inchiesta di Andrea Desideri, cronista con disabilità e oltre quindici anni di esperienza nel giornalismo, deciso a indagare sulla reale presenza di professionisti con disabilità nelle redazioni italiane. Tutto è iniziato da un’esperienza personale: nel 2024, dopo la chiusura delle società editoriali con cui collaborava, si è ritrovato improvvisamente senza lavoro.
Nonostante le numerose candidature inviate, non ha ricevuto alcuna risposta. Un silenzio che lo ha spinto a guardare oltre la sua esperienza individuale e a esplorare il problema su scala più ampia.
«C’ è stata una verifica nei registri del collocamento mirato e quel che è emerso mi ha sorpreso. Non c’era traccia di giornalisti con disabilità: una figura che sembrava completamente assente, quasi astratta. Quando ho capito che non si trattava solo di un mio problema, ma di una questione sistemica, ho deciso di fare ciò che so fare meglio: il cronista», racconta Desideri. Da qui è nato il dossier “Giornalismo e disabilità: un binomio possibile”, poi sviluppato in collaborazione con l’Associazione Stampa Romana.
I dati raccolti confermano la gravità della situazione. “Il tasso di occupazione delle persone con disabilità si attesta al 35,8%, mentre il 64,2% resta escluso dal mercato del lavoro. Il divario è ancora più marcato tra le donne: l’occupazione scende al 26,7% e crolla al 17% tra le under 40. Se una giovane donna con disabilità si laurea oggi, il suo futuro professionale è incerto, quando non del tutto precluso”, osserva.
Partendo da questi numeri, Desideri si è interrogato sul giornalismo: perché non è considerato un ambito facilmente accessibile alle persone con disabilità? Perché nei registri non compaiono professionisti del settore?. «La risposta è chiara per me: molte redazioni italiane sono inaccessibili. Alcune rispettano le normative, ma la maggior parte resta lontana da una reale inclusione».
Oltre agli ostacoli strutturali, l’inchiesta mette in luce un problema culturale collegato al mondo del lavoro in generale: «La disabilità viene ancora percepita come elemento problematico, più che come parte ordinaria della pluralità sociale. Questo atteggiamento influenza le scelte organizzative e le opportunità di accesso, creando selezioni che raramente si basano sul merito. Il tema dell’inclusione non è considerato un’urgenza, e la pressione sociale resta debole».
Tra le soluzioni proposte, Desideri indica la divulgazione come leva fondamentale. «Un corso per editori potrebbe fornire strumenti concreti per assumere colleghi con disabilità. Non si tratta solo di ignoranza o pregiudizio. Molti non conoscono le norme, gli sgravi fiscali, ma se le comprendessero davvero, sarebbero più incentivati a investire sull’inclusione, riconoscendo i vantaggi di redazioni diversificate».
Pur essendo solo un primo passo, l’inchiesta rappresenta un invito alla riflessione collettiva. «Non possiamo continuare a trattare i lavoratori con disabilità come un’eccezione», conclude. «Non è un problema, ma una condizione da rispettare. L’inclusione non è un diritto speciale. Il punto è creare una rete, aumentare la consapevolezza e collaborare con le istituzioni, affinché dalle parole si passi ai fatti. Quello che oggi riguarda me, domani può riguardare chiunque».
di Carmela Cassese
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27 Mar, 2026 | Comunicare il sociale
Intervista a Chiara Marciani, assessora alle Politiche Giovanili, Lavoro e Politiche Sociali del Comune di Napoli
Da un lato l’energia spontanea di una città che non smette di mobilitarsi, dall’altro la necessità di trasformare slanci solidali in reti stabili e coordinate. È qui che si gioca la sfida di Napoli, candidata a Capitale Italiana del Volontariato 2027. L’assessora traccia il quadro di un impegno diffuso ma ancora poco strutturato, soprattutto tra i giovani, e indica la rotta: più co-progettazione con il Terzo settore, servizi sociali rafforzati, tavoli permanenti e un’alleanza solida tra istituzioni e associazioni. Perché il volontariato diventi non solo risposta all’emergenza, ma leva stabile di crescita e inclusione per l’intera comunità.
Assessora, che fotografia fa oggi del volontariato napoletano?
«È un tema su cui stiamo lavorando molto. Dal punto di vista giovanile c’è una carenza organizzativa: esistono tante attività spontanee, ma non sempre strutturate come volontariato vero e proprio. Per questo è importante la sinergia tra politiche giovanili e sociali. Abbiamo anche siglato un accordo con Marsiglia sul volontariato giovanile e stiamo lavorando per rafforzare questo percorso nella nostra città».
Quanto pesa oggi il volontariato nel welfare cittadino?
«Sono tante le attività svolte, ma spesso spontanee. Il ruolo della pubblica amministrazione è renderle sinergiche e organizzate. Iniziative come il ‘giocattolo sospeso’ sono esempi di un impegno diffuso che, se coordinato meglio, può diventare un vero valore aggiunto».
Come state rendendo stabile l’alleanza con il Terzo settore?
«La co-progettazione è lo strumento principe. Si costruisce attraverso tavoli di confronto che permettono di programmare insieme le attività. Non lavoriamo da soli, ma con organizzazioni del terzo settore, Caritas e altri enti, per dare continuità agli interventi».
Come rendere il volontariato uno strumento di crescita per i giovani?
«Stiamo lavorando con le scuole attraverso i percorsi di Formazione Scuola Lavoro Aperto. Abbiamo aperto l’amministrazione ai ragazzi per avvicinarli alle istituzioni e trasmettere messaggi importanti, come la sicurezza sul lavoro e l’attenzione alla solidarietà. L’obiettivo è coinvolgerli direttamente in progetti concreti».
Inclusione e contrasto alla povertà: come coinvolgete le reti di volontariato?
«Le politiche sociali prevedono molti interventi, dai centri diurni ai progetti per le famiglie. Stiamo cercando di diversificare l’offerta in base alle esigenze delle diverse municipalità, perché ogni territorio ha caratteristiche specifiche».
Disabilità e pari opportunità: qual è la vostra strategia?
«Ci sono associazioni che realizzano progetti molto validi, ma spesso hanno durata limitata. L’obiettivo è garantire maggiore continuità attraverso una programmazione finanziaria più stabile, perché interrompere un servizio crea aspettative che poi restano deluse»
Qual è il ruolo delle associazioni nella tutela dei minori?
«È fondamentale. Abbiamo rafforzato le educative territoriali, aggiungendone quattro nelle aree con più minori, e stiamo immaginando educative di strada per intercettare i ragazzi nei luoghi di aggregazione e nei contesti più fragili»
Immigrazione e integrazione: quali azioni concrete?
«La consulta funziona bene. Stiamo lavorando alla sburocratizzazione, soprattutto su anagrafe e documenti, per garantire un accesso più semplice ai servizi. Abbiamo attivato tavoli dedicati a scuola e lavoro per portare avanti azioni concrete a sostegno dei migranti»
Come superare la logica emergenziale?
«L’emergenza è difficile da programmare, ma la flessibilità del volontariato è un aiuto importante. Stiamo rafforzando i servizi con nuove assunzioni di assistenti sociali, perché una struttura più solida permette di rispondere meglio anche alle emergenze».
Che valore ha la candidatura di Napoli a Capitale Italiana del Volontariato 2027?
«È un’occasione per valorizzare le realtà del territorio e rafforzare la co-programmazione. Stiamo mettendo un focus importante sui giovani per rendere il volontariato sempre più presente nelle nuove generazioni».
Se arrivasse il riconoscimento, quali azioni mettereste in campo?
«Vogliamo creare un tavolo permanente, non legato solo alla candidatura, per studiare e programmare progetti nel tempo. L’idea è costruire un calendario annuale di iniziative che renda il volontariato meno episodico e più strutturato».
Qual è la sfida più urgente?
«È difficile parlare di un’unica sfida. L’obiettivo è dare risposte concrete alle situazioni di difficoltà, creando progetti stabili a supporto delle famiglie. E mi piacerebbe dialogare di più con i giovani volontari, perché possono indicarci con chiarezza la strada da prendere».
di Adriano Affinito
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27 Mar, 2026 | Comunicare il sociale
Nel cuore della Penisola Sorrentina nasce “Aequa Spont Art”, un progetto ambizioso che celebra l’arte spontanea e il valore dell’imperfezione come risposta alla standardizzazione digitale. Presentata lo scorso 21 marzo presso il Cinema Teatro Aequa di Vico Equense, l’iniziativa punta a creare un ponte tra tradizione manuale e nuove frontiere tecnologiche.
Supportato da istituzioni e accademici del calibro di Derrick de Kerkhove, il progetto sfida gli algoritmi estetici moderni per riscoprire l’autenticità umana. Il programma si articola in tre momenti chiave: una “Chiamata alle Arti” per scovare talenti nascosti, un’area museale digitale con certificazioni NFT e un festival finale ispirato al New Bauhaus Europeo. Coordinato dall’Associazione Opera aps, l’evento invita artisti e creativi a valorizzare l’errore non come limite, ma come nuova opportunità di dialogo e crescita territoriale.
In un’epoca dominata da immagini filtrate e canoni estetici dettati dai social, Vico Equense diventa il laboratorio di una controtendenza culturale. Con il progetto “Aequa Spont Art”, l’imperfezione non è più un difetto da correggere, ma un linguaggio creativo potente e necessario.
Durante la conferenza stampa, figure di rilievo come il Sindaco Giuseppe Aiello e il sociologo Derrick de Kerkhove hanno sottolineato come la vera creatività risieda proprio in ciò che sfugge al controllo delle macchine. L’iniziativa si propone di censire la “spontaneità” artistica del territorio attraverso una call aperta a tutte le discipline (dalla poesia alla glitch art), integrando poi queste espressioni in un ecosistema digitale d’avanguardia. Tra musica folk (con il gruppo La Terza Classe) e tecnologie NFT, il progetto dimostra che l’innovazione può – e deve – nutrirsi di radici umane e istintive per generare inclusione e valore sociale.
di Annatina Franzese
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27 Mar, 2026 | Comunicare il sociale
Un hub culturale necessario per la restituzione alla città di un luogo storico. Uno spazio pubblico che sarà al centro di progetti, idee, collaborazioni, con un occhio sempre aperto al sociale: Vico Ritiro non torna a vivere per caso, ma torna a vivere perché qualcuno ha scelto di prendersene cura. Una rete. Anzi, la Rete, quella di Comunità Vesuviana, una cordata di associazioni, consorzi, parrocchie, cooperative che sul territorio stanno lavorando per aprire spazi e opportunità, per costruire ponti e trovare risorse.
Vico Ritiro, dunque, sarà restituito alla città come centro polifunzionale e bene comune. Non si tratta di una semplice riapertura, ma dell’esito di un percorso condiviso.
Il progetto è promosso dalla cooperativa sociale Seme di Pace, con il sostegno della Fondazione Con i Bambini, e si inserisce nel lavoro, appunto, della Rete di Comunità Vesuviana, una costellazione di realtà attive nella rigenerazione culturale e sociale del territorio. Un’alleanza ampia che tiene insieme cooperative, associazioni, presìdi educativi e parrocchiali, dando concretezza all’idea di comunità educante.
Vico Ritiro nasce come presidio culturale e educativo rivolto in particolare ai giovani, ma con una vocazione aperta, trasversalebe perennemente in costruzione. Gli spazi ospiteranno aule studio, laboratori artistici e musicali, attività teatrali, corsi e un hub multimediale orientato alle competenze creative e digitali. A completare il progetto, un’area ristoro pensata come punto di incontro informale, capace di favorire relazioni oltre alle attività strutturate.
Il modello è esplicitamente partecipativo: i giovani non saranno semplici destinatari, ma saranno parte attiva nella costruzione delle proposte, e sin da adesso sono davvero numerose le associazioni e le organizzazioni che, anche non facendo ancora parte della Rete, stanno aderendo a progetti, presentazioni, iniziative.
Ed è proprio in questa direzione che si è mosso anche il primo incontro di presentazione che si è tenuto nei giorni scorsi e che ha coinvolto ragazzi tra i 16 e i 30 anni in una mattinata di visita, confronto e co-progettazione. Dai tavoli di lavoro è emersa con chiarezza una necessità: avere luoghi accessibili in cui potersi esprimere, incontrare e costruire idee, proprio come accaduto per Villa Fernandes.
«La riapertura di Vico Ritiro rappresenta un passaggio fondamentale» spiega Luigi Ciliberti, presidente della cooperativa sociale Culturadice, realtà parte integrante della Rete. «Parliamo di uno spazio vivo, in cui i giovani possano essere protagonisti reali. Solo attraverso il loro coinvolgimento diretto è possibile costruire una comunità capace di durare nel tempo. Il progetto – precisa Ciliberti – si inserisce in un processo più ampio di riqualificazione dell’area, in dialogo con altre esperienze attive sul territorio. Vico Ritiro si configura così come un’infrastruttura sociale: un luogo fisico, ma soprattutto un dispositivo di attivazione collettiva, destinato a crescere insieme a chi lo attraversa. Siamo convinti che solo attraverso l’ascolto reale e il coinvolgimento attivo dei più giovani sia possibile costruire una comunità educante solida e capace di generare impatto nel tempo».
di Nadia Labriola
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27 Mar, 2026 | Comunicare il sociale
Dimenticate le statistiche polverose e il grigiore dei numeri che tentano di recintare il futuro: a Napoli la creatività scende in strada e si fa carne, ossigeno e rivoluzione gentile. GenerAzione CreAttiva non è un semplice bando, ma un manifesto di resistenza luminosa che trasforma il talento in un’arma di impegno e riscatto sociale.
Il progetto non è una semplice iniziativa accademica, ma una vera piattaforma di “ricerca-azione” che nasce tra i corridoi del Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II per trasformare l’energia inespressa in partecipazione civica. Finanziato dalla Regione Campania, questo percorso gratuito si rivolge a sessanta giovani tra i 18 e i 35 anni, offrendo loro l’occasione di passare da spettatori a protagonisti del cambiamento culturale del proprio territorio. “Non vengono soltanto attivati percorsi creativi, ma vengono osservati e accompagnati i processi attraverso cui le nuove generazioni interpretano il presente e costruiscono nuove forme di cittadinanza. Comprendere queste dinamiche significa leggere la creatività non come semplice espressione artistica, ma come pratica sociale capace di incidere sulla partecipazione pubblica e di contrastare il disagio giovanile”, spiega il coordinatore scientifico del progetto, il sociologo Raffaele Savonardo.
Il cuore pulsante dell’esperienza si articola attraverso tre laboratori che fondono la tecnica professionale con una profonda indagine sociologica. In “La Voce del Quartiere”, il cinema diventa una lente d’ingrandimento: i partecipanti esplorano l’etnografia urbana e il giornalismo civico per tradurre le storie dei vicoli in cortometraggi, supportati dall’esperienza tecnica dell’Audiovisual Napoli Hub. Parallelamente, nel laboratorio “Ritmi di Cittadinanza”, le frequenze della musica urban e della canzone d’autore si trasformano in un esercizio di co-costruzione di significati. Qui, la scrittura dei testi e la produzione sonora, guidate da artisti del calibro di Lucariello e Giovanni Block, trovano casa nello storico Apogeo Sound Studio del Rione Sanità, trasformando ogni nota in un messaggio di impegno civile e individuale. “Viviamo un periodo particolarmente difficile dal punto di vista sociale e politico – afferma il cantautore Block – con il rischio che i giovani perdano il senso del futuro, dei sogni e della condivisione in uno spazio che sta lentamente svanendo. La nuova generazione è cresciuta con il contatto telematico, dove oggi tutto è social, tutto è online e ogni cosa sembra ridursi a un like. In questo contesto, iniziative come queste rappresentano un’importante occasione per ristabilire un principio di realtà, accendendo nel contempo una nuova speranza.”
Questa narrazione corale si completa con “Fotoracconto civico”, dove la fotografia sociale, coordinata da Pino Miraglia, agisce come un dispositivo di conoscenza per svelare le metamorfosi e le contraddizioni delle nostre città. Il progetto non si limita però all’aula o allo studio di registrazione, la dimensione artistica è arricchita da masterclass e dialoghi con interpreti della cultura italiana, come La Niña, che accompagneranno i giovani nella costruzione di una coscienza civile solida e consapevole.
Il futuro di questi nuovi talenti non rimarrà confinato nell’ombra; il progetto si chiuderà con un evento conclusivo che vedrà sul palco i giovani talenti emergenti. Il percorso prevede infatti una rete di visibilità straordinaria che va dalle frequenze di Radio Rai Live alla sperimentazione della nascente CreaTv, fino ad arrivare alle audizioni con le principali major discografiche in collaborazione con FIMI e MEI. Per chiunque voglia accettare questa sfida e reinventarsi attraverso i linguaggi espressivi, il termine ultimo per candidarsi è fissato al 30 marzo 2026. Il bando, consultabile sul sito del Dipartimento di Scienze Sociali Unina, rappresenta un’opportunità non solo per gli studenti di accademie e conservatori, ma anche per i giovani che, lontani dai percorsi tradizionali di studio e lavoro, desiderano trovare una direzione e fare la differenza nel presente.
di Carmela Cassese
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