La tartaruga marina comune, Caretta caretta, è al centro di una storia profondamente contraddittoria. Le coste italiane registrano numeri di nidificazione mai visti prima — secondo i dati del progetto Life Turtlenest coordinato da Legambiente, si è passati da 443 nidi censiti due stagioni fa a oltre 700 nell’ultima rilevazione — ma le stesse condizioni ambientali che spingono la specie verso nord ne mettono a rischio la sopravvivenza a lungo termine.

Il Mediterraneo è uno dei bacini che si riscaldano più velocemente sul pianeta. Secondo il rapporto Climate change and interconnected risks to sustainable development in the Mediterranean, pubblicato su Nature Climate Change, le sue acque guadagnano circa 0,4 °C ogni dieci anni, con proiezioni al 2100 tra +1,8 e +3,5 °C rispetto ai valori del periodo 1961-1990. Per la Caretta caretta, questo significa spiagge di nidificazione sempre più calde — e questo è esattamente il problema.

La determinazione del sesso dipende dalla temperatura di incubazione delle uova: in un intervallo ottimale tra 24 e 34 °C, documentato dal monitoraggio di Life Turtlenest, temperature più alte favoriscono la nascita di femmine, valori più bassi producono maschi. Con il riscaldamento progressivo delle spiagge, la bilancia si sposta verso un eccesso di femmine, alterando la struttura demografica delle popolazioni. Temperature troppo elevate durante lo sviluppo embrionale possono inoltre compromettere la morfologia dei neonati e il successo di schiusa, come evidenziato dalla ricerca della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, partner scientifico del progetto. A questo si aggiunge l’innalzamento del livello del mare, fenomeno in accelerazione documentato dallo stesso rapporto su Nature Climate Change. La Caretta caretta è filopatrica: torna a deporre le uova negli stessi luoghi in cui è nata. Se quelle spiagge scompaiono per erosione, le femmine continuano a tornare trovando ambienti ormai inadatti.

Eppure il riscaldamento sta aprendo nuovi fronti riproduttivi. Secondo i dati di Life Turtlenest, alle tradizionali regioni di nidificazione — Sicilia, Calabria, Campania, Puglia — si aggiungono le coste tirreniche centrali e persino la Liguria. Un’espansione straordinaria, ma che porta le tartarughe a scontrarsi con ambienti ad alta pressione turistica. Le ruspe per la pulizia meccanica delle spiagge distruggono in pochi minuti nidi deposti a pochi decimetri di profondità, invisibili a occhio nudo. L’inquinamento luminoso scoraggia le femmine dal nidificare e disorientano i piccoli appena nati, attratti dalle luci verso l’entroterra anziché verso il mare, dove muoiono per disidratazione o predazione. Per questo Legambiente ha elaborato linee guida specifiche rivolte alle amministrazioni pubbliche e ai titolari di concessioni balneari. 

A fronteggiare questo scenario è Life Turtlenest, cofinanziato dall’Unione Europea attraverso il programma LIFE, attivo in Italia, Francia e Spagna con monitoraggio, protezione dei nidi e ricerca scientifica. Tra i risultati più innovativi, la prima applicazione italiana di trasmettitori satellitari su piccoli esemplari, realizzata dalla Stazione Anton Dohrn, per seguire i neonati nelle prime settimane di vita marina.

«Ogni nido conta, ogni schiusa è una vittoria collettiva- spiega Stefano Di Marco, responsabile di Life Turtlenest per Legambiente –  La sopravvivenza della Caretta caretta nel Mediterraneo dipende tanto dalla ricerca quanto dalle scelte quotidiane di amministratori, operatori balneari e cittadini».

 

di Walter Medolla

 

L’articolo Caretta caretta nel Mediterraneo: tra nuovi record di nidificazione e le minacce del clima che cambia proviene da Comunicare il sociale.