È entrata in vigore lo scorso 21 agosto la legge che il Governo ha presentato come una riforma epocale per i detenuti tossicodipendenti: una nuova forma di detenzione domiciliare riservata a chi è inserito in percorsi terapeutici e socio-riabilitativi per dipendenze da droghe o alcol. Ma i numeri, letti a un mese dall’entrata in vigore, raccontano una storia diversa da quella annunciata. I 19,4 milioni di euro stanziati per il 2026 finanziano infatti circa 500 posti, a fronte di una popolazione carceraria con problemi di dipendenza che in Italia supera le 20mila persone. Poco più del 2 per cento.
A fare i conti è Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, che oggi si è recato nel carcere di Poggioreale per incontrare i detenuti tossicodipendenti della struttura. «Altro che indulto mascherato», dice Ciambriello, respingendo con nettezza una delle etichette più diffuse nel dibattito pubblico sulla riforma. La legge 5 agosto 2026, n. 140, spiega, non introduce alcuna misura clemenziale: le alternative al carcere per chi soffre di dipendenze esistono da decenni e vengono già applicate, con un percorso che richiede una rigorosa istruttoria della magistratura e un progetto terapeutico reale, da svolgere anche sul territorio attraverso i Servizi per le dipendenze (SerD) e le comunità accreditate.
Il Garante non nasconde di aver accolto con favore l’impianto della riforma, in particolare il principio che la sottende: riconoscere la tossicodipendenza come una malattia, non come una colpa. «Curare una persona con una dipendenza non significa cancellarne la responsabilità penale», precisa, «ma affrontare la causa del disagio per ridurre il rischio di recidiva e favorire il reinserimento sociale». Il nodo, per Ciambriello, non è dunque il principio ispiratore della legge, ma la distanza tra quel principio e le condizioni concrete per applicarlo.
La partita si gioca sull’attuazione
La normativa prevede l’accesso a programmi terapeutici residenziali o semiresidenziali, sottoposti a una valutazione giudiziaria sull’efficacia del percorso rispetto al recupero della persona, e istituisce una commissione centrale incaricata di definire linee guida uniformi su tutto il territorio nazionale. Proprio qui, secondo Ciambriello, si gioca la partita più delicata: la commissione deve ancora essere costituita, le linee guida devono essere scritte, le comunità terapeutiche devono ricevere gli accreditamenti necessari, e resta da stabilire come distribuire concretamente i fondi stanziati. «La legge è entrata in vigore, ma non può funzionare senza gli strumenti organizzativi necessari», avverte il Garante, che si dice comunque fiducioso di poter verificare, da gennaio, l’efficacia reale della misura, a condizione che vengano coinvolti servizi pubblici, Regioni, SerD e realtà accreditate con personale e risorse adeguate.
La fotografia della Campania
Il tema assume un rilievo particolare in Campania, dove su una popolazione carceraria di 8.046 detenuti, 2.125 hanno problemi di dipendenza: 841 solo nel carcere di Poggioreale, 306 a Secondigliano. Numeri che per Ciambriello raccontano «una realtà che non può essere affrontata soltanto con il carcere» e che richiedono un potenziamento strutturale dei servizi, dentro e fuori le mura penitenziarie: più psicologi, assistenti sociali, educatori, e uffici di esecuzione penale esterna e di giustizia minorile più forti, per un sistema di misure alternative che riguarda un fenomeno più ampio della sola nuova legge.
Non è un punto di partenza da zero, tiene a ricordare il Garante: circa 4.400 persone sono già oggi in affidamento terapeutico, un dato che per Ciambriello dimostra come cura e reinserimento possano già funzionare come strumenti di sicurezza sociale, grazie ai finanziamenti regionali e alla collaborazione tra SerD e comunità accreditate. «La nuova legge deve rafforzare, non sostituire, questa rete», sottolinea.
La conclusione del Garante campano è anche un monito rivolto a chi dovrà tradurre la norma in pratica: «La vera sfida della nuova legge è questa: non annunciare numeri, ma costruire percorsi di cura che funzionino davvero».
L’articolo Carceri, la nuova legge sui detenuti tossicodipendenti copre solo il 2% degli aventi diritto: l’allarme del Garante proviene da Comunicare il sociale.
