Legambiente, bilancio finale del progetto COMMON. “La plastica rappresenta l’80% dei rifiuti dispersi nell’ambiente marino e costiero”

Poco incoraggianti i dati dei monitoraggi effettuati nel Mediterraneo nel corso del progetto Common: su oltre 90mila oggetti raccolti sulle spiagge mediterranee e analizzati, 17mila (circa il 20%) sono mozziconi di sigaretta, 6mila sono cotton-fioc. Un pesce su tre e oltre la metà delle tartarughe analizzate ha ingerito plastica.

Sebbene il Mar Mediterraneo sia più piccolo degli oceani Atlantico e Pacifico, è uno degli hotspot di biodiversità più importanti al mondo, ma purtroppo anche uno dei maggior sei, nel mondo, per quanto riguarda la concentrazione di plastiche in mare. Uno dei maggiori ostacoli al contrasto di questo fenomeno è rappresentato dalla presenza di legislazioni e regole nazionali troppo complesse e poco uniformi tra loro.

Per questo, con il progetto COMMON, Legambiente ha promosso l’adozione di politiche comuni tra i paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, perché, è importante ribadirlo, il problema del marine litter va affrontato agendo a livello internazionale, con un’azione congiunta e coordinata dei singoli stati.

Bilancio finale del progetto COMMON– Avviato a fine 2019, il progetto COMMON ha sviluppato decine di azioni e coinvolto migliaia di persone con un obiettivo: affrontare il problema dei rifiuti in mare in aree pilota nel Mediterraneo con un approccio integrato e modelli di governance efficaci.

La plastica rappresenta l’80% dei rifiuti dispersi nell’ambiente marino e costiero: su oltre 90mila oggetti raccolti sulle spiagge e analizzati mediante protocolli scientifici armonizzati tra i diversi partner del progetto, 17mila (circa il 20%) è rappresentato da mozziconi di sigaretta, 6mila sono cotton-fioc. Su oltre 700 individui analizzati, riconducibili a 6 specie ittiche, è risultato che un pesce su tre ha ingerito plastica, in più della metà delle tartarughe analizzate sono stati ritrovati rifiuti. Segnale di un impatto fortemente negativo per tutta la biodiversità marina. Questo non solo a causa dei problemi dovuti all’ingestione dei rifiuti, ma anche ai possibili effetti tossici legati agli additivi aggiunti ai materiali plastici.

È questo, in estrema sintesi, ciò che emerge dai monitoraggi del progetto finanziato dall’Unione Europea tramite il programma ENI CBC MED con 2.2 milioni di euro, che ha visto coinvolti Legambiente, l’Università di Siena e il CIHEAM Bari, l’Istituto Nazionale di Scienze e Tecnologie del Mare di Tunisi e l’Università di Sousse per la Tunisia e l’ONG libanese Amwaj of the Environment e la riserva naturale di Tyre, per il Libano. È in questi tre paesi che si sono concentrate le attività del progetto i cui risultati sono stati presentati nel corso della conferenza che si conclude  oggi 8 febbraio 2023 presso il Carthage Hotel di Tunisi.

Il progetto L’obiettivo di COMMON è contrastare la diffusione dei rifiuti marini nel Mar Mediterraneo utilizzando i principi della Gestione Integrata delle Zone Costiere (ICZM) mediante un approccio partecipativo per coinvolgere le parti interessate e le comunità locali, con l’obiettivo di testare un modello potenzialmente trasferibile a tutto il bacino mediterraneo. Cinque le aree pilota in cui si sono svolte le attività del progetto: due in Italia (Maremma e Salento), due in Tunisia (Isole Kuriate e Monastir) e una in Libano (riserva naturale di Tyre). Oltre ai workshop e agli incontri con gli stakeholder, e alle campagne di sensibilizzazione, sono stati sviluppati e applicati protocolli di monitoraggio comuni per valutare l’impatto del marine litter nelle aree pilota coinvolte, un aspetto importante questo, per definire azioni di mitigazione mirate e sicuramente più efficaci. Cooperazione e condivisione devono essere introdotte anche per i monitoraggi e la raccolta di dati scientifici, uniformando i protocolli di campionamenti e analisi in accordo con i pilastri di governance a livello mediterraneo come la Convenzione di Barcellona e la Direttiva Quadro della Strategia Marina Europea.

I risultati dei monitoraggi -Le attività di monitoraggio scientifico del progetto hanno riguardato l’analisi di macro e microrifiuti presenti sulle spiagge, sulla superficie del mare e ingerite sia da mitili, da specie ittiche di interesse commerciale e con alto valore ecologico che tartarughe marine. Dalle indagini condotte sulle undici spiagge delle aree pilota emerge come il materiale più presente sia la plastica: dei 90mila oggetti raccolti e analizzati, 17mila (circa il 20%) sono mozziconi di sigaretta, seguiti da pezzi di plastica con dimensione tra i 2,5 e i 50 centimetri (9%) risultato della frammentazione di oggetti in plastica più grandi, e 6mila (circa il 7%) cotton-fioc. Più della metà dei rifiuti (53%) rinvenuti è monouso o usa e getta. Da dove provengono questi rifiuti? I ricercatori identificano il turismo e le attività ricreative sulla costa come le sorgenti principali del problema nelle aree analizzate. Per quanto riguarda le indagini sulle microplastiche nella colonna d’acqua, 130 campioni sono stati raccolti nei tre paesi e cinque aree diverse con il retino manta. L’area più contaminata risulta essere la Riserva di Tyre in Libano, in particolar modo durante la stagione delle piogge, a dimostrazione della forte influenza che hanno gli apporti dall’entroterra tramite il run-off dei fiumi sulla quantità dei rifiuti in mare.

Gli impatti del marine litter sulla fauna marina sono numerosi, anche a causa delle diverse forme e dimensioni del rifiuto: se da una parte riguardano l’intrappolamento degli esemplari principalmente in reti da pesca e oggetti galleggianti, dall’altra l’ingestione dei rifiuti può portare a malnutrizione, morte per soffocamento, ostruzione del tratto intestinale, inedia. Inoltre, l’ingestione di plastica e microplastica può provocare alterazioni a vie metaboliche e sistemi endocrini dovuti al rilascio di sostanze tossiche contenute o assorbite dalla plastica (ftalati, composti organoclorurati e altre sostanze tossiche) una volta all’interno degli organismi. Nel corso del progetto COMMON sono stati poi analizzati i tratti gastrointestinali di oltre 700 esemplari di 6 specie ittiche di interesse commerciale: Engraulis encrasicolus (anchovy), Sardina pilchardus (sardine), Sardinella aurita (alaccia), Boops boops (boga), Mullus barbatus (red mullet), Lythognathus mormirus (Momora). Mediamente, un terzo degli esemplari analizzati aveva ingerito microplastica. L’aspetto significativo e innovativo delle analisi risiede nel fatto che alcune delle specie considerate dal progetto (Mullus barbatus e Sardina pilchardus) sono state analizzate in tutte le aree pilota, permettendo di utilizzare questi organismi sentinella come indicatori dello stato di salute dell’ambiente indagato consentendo una corretta comparazione dei dati. Anche la Caretta caretta è stata utilizzata come indicatore dello stato di salute del bacino, in accordo con quanto stabilito nel programma IMAP (Integrated Monitoring and Assessment Programme of the Mediterranean Sea and Coast) è ha rivelato che in oltre 140 esemplari provenienti da, Tunisia, Libano e Maremma (Italia), i livelli di ingestione variano tra il 40 e il 70%; gli individui provenienti dall’area maremmana, sono quelli in cui è stata riscontrata la frequenza maggiore di ingestione.

«Il progetto COMMON- spiega Maria Cristina Fossi, docente dell’Università di Siena, e partner del progetto COMMON e Plastic Busters CAP- si propone come un esempio unico, a livello Mediterraneo, di capitalizzazione delle metodologie di monitoraggio sviluppate in iniziative precedenti (per esempio il progetto Interreg-Med Plastic Busters MPAs) e una loro implementazione attraverso azioni mirate di diagnosi e mitigazione, sinergicamente attuate nelle due sponde del Mediterraneo, come auspicato dall’Unione del Mediterraneo attraverso l’iniziativa Plastic Busters».

Azioni di sensibilizzazione -Durante gli anni di progetto, per promuovere l’impegno dei cittadini e degli “utenti del mare”, sono stati organizzati un centinaio di eventi di sensibilizzazione per varie categorie interessate: pescatori, stabilimenti e operatori economico-turistici della costa, amministratori di città costiere, studenti, società civile, e altre organizzazioni.

I pescatori incontrati nelle aree pilota, circa 268 tra singoli e cooperative, sono stati coinvolti in workshop e seminari incentrati sugli impatti del marine litter sulla loro attività, e sul problema, molto sentito, della gestione dei rifiuti accidentalmente raccolti durante la pesca. Gli operatori turistici, circa 80, sono stati coinvolti in workshop e nella campagna estiva di sensibilizzazione BEach CLEAN, un’iniziativa volta a promuovere una migliore gestione dei rifiuti negli stabilimenti balneari di località del Mediterraneo ad alto afflusso turistico. La campagna ha visto il coinvolgimento di 230 stabilimenti per la sensibilizzazione dei turisti e dei frequentatori delle spiagge. Inoltre, il progetto ha promosso Clean Up The Med, una grande iniziativa di volontariato ambientale giunta ormai alla sua trentesima edizione, che nel corso di COMMON ha visto oltre 2mila volontari provenienti da 20 paesi del Mediterraneo prendere parte alle attività di pulizia delle spiagge, rimuovendo 10 tonnellate di spazzatura marina in quasi 24mila km di costa.

Network– Per affrontare la necessità, tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, di adottare politiche comuni per la gestione dei rifiuti, l’attività di COMMON si è concentrata in primo luogo sulle aree urbane costiere, creando occasioni e luoghi di incontro e confronto tra amministrazioni locali, attività produttive e turistiche. Nelle attività dei Local Working Groups sono stati coinvolti diversi stakeholder e policy maker con l’obiettivo di formare i professionisti e gli addetti del settore per gestire al meglio i rifiuti nelle aree costiere e prevenire la loro dispersione nell’ambiente. Gli incontri sono stati utilizzati anche per creare un Network delle città costiere, favorendo lo scambio e il racconto di buone pratiche, che sono state raccolte nella piattaforma COMMON e sono a disposizione per essere di ispirazione e replicate.

 

 

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In Sud Sudan il primo centro oculistico pediatrico a opera di CBM Italia

Hanno preso il via i lavori per la realizzazione del primo reparto oculistico pediatrico del Sud Sudan, Stato nel centro-est dell’Africa tra i più poveri al mondo e stremato da anni di guerra civile. The Bright Sight – letteralmente “vista luminosa” – è il nome del progetto di cooperazione che vede come capofila CBM Italia, in collaborazione con le ONG Medici con l’Africa CUAMM e CORDAID, con il sostegno dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo) e la partecipazione del Ministero della Salute sud sudanese.

Finora il destino dei bambini sud sudanesi con necessità di cure oculistiche è stato di essere destinati a lontani ospedali di Stati confinanti o diventare ciechi per sempre. Con il nuovo progetto, rivolto in particolare alle categorie più fragili della popolazione e alle persone con disabilità, si prevede in 3 anni di costruire l’edificio – presso il Buluk Eye Center (BEC), il primo centro oculistico del Paese, avviato nel 2015 a Juba da CBM –, acquistare arredi e attrezzature e inoltre formare il personale medico-sanitario e realizzare cliniche oculistiche mobili.

Tra gli obiettivi del progetto, anche il rafforzamento nelle comunità più vulnerabili di pratiche di prevenzione alle Malattie Tropicali Neglette (malattie infettive che colpiscono chi vive in condizioni di povertà, come il tracoma e la oncocercosi), il rafforzamento dei servizi sanitari di prossimità con la diffusione capillare sul territorio di servizi oculistici inclusivi e accessibili, la cura di patologie complesse e le attività di riabilitazione.

Nel complesso, il progetto ha l’obiettivo nei 3 anni di curare oltre 90mila pazienti. “Portare cure di qualità per migliorare la vita di migliaia di persone: è per questo che siamo qui oggi, perché tutti noi insieme possiamo rendere concreto questo sogno” il commento di Massimo Maggio, direttore di CBM Italia. “Abbiamo iniziato a lavorare in Sud Sudan 20 anni fa, sempre in collaborazione con il Ministero della Salute, con l’obiettivo di rafforzare i servizi oculistici nel Paese, e da allora non ci siamo mai fermati. Crediamo infatti che la salute della vista sia un diritto di tutti, e in particolare dei bambini: a loro è dedicato questo nuovo centro, perché sono loro il futuro”.

CBM è stata la prima organizzazione a portare cure oculistiche in Sud Sudan. Il primo progetto risale al 2003, dedicato alla cura della oncocercosi (malattia negletta detta anche cecità fluviale). Dal 2008 al 2014 CBM ha avviato un programma di formazione specialistica per il personale medico e sanitario del Paese. Il 2015 segna il passo più importante: l’apertura del primo centro oculistico del Sud Sudan, il Buluk Eye Centre (BEC), che da allora contribuisce a ridurre la cecità evitabile nello Stato di Jubek (uno dei dieci Stati che compongono il Sud Sudan che ha come capitale Juba, anche capitale centrale del Paese) fornendo servizi oculistici funzionanti e di qualità, sia presso il BEC sia nelle scuole e nei campi sfollati.

Progetti accomunati da un’unica visione: offrire servizi di salute della vista integrati nel Sistema Sanitario nazionale, inclusivi (accessibili a tutti, in particolare ai più fragili) e comprehensive (con una presa in carico completa dei pazienti: dalla prevenzione alle cure fino alla riabilitazione).

La dichiarazione del Dr. Malek, Director General al Ministero della Salute Nazionale della Repubblica del Sud Sudan, presente alla cerimonia di avvio ai lavori: “Il nome Buluk Eye Center risuona in tutto il Paese. Con l’ampliamento della copertura dei servizi oculistici e l’inserimento di nuove specializzazioni, come la retinopatia diabetica e l’oculistica pediatrica, non dovremo più andare in Uganda, Kenya, Sudan o altri Paesi. La popolazione sud sudanese verrà curata nel proprio Paese”.

Alcuni dati che descrivono la povertà estrema del Sud Sudan: 4 persone su 5 vivono sotto la soglia della povertà; solo il 35% della popolazione ha accesso all’acqua potabile; 2,4 milioni di bambini sono esclusi dall’educazione di base (fonte: Humanitarian Needs Overview 2021 “; UNOCHA and Humanitarian Country Team; January 2021).

La prevalenza delle malattie visive in Sud Sudan è alta, eppure l’80% dei casi di disabilità visiva è prevenibile. Se non diagnosticate e trattate, le patologie più gravi possono portare alla cecità, contribuendo ad alimentare quel circolo vizioso che lega povertà e disabilità. Le principali cause di cecità sono dovute a malattie non diagnosticate e non trattate come la cataratta e le malattie tropicali trascurate come il tracoma e l’oncocercosi. Altre patologie presenti sono il glaucoma, gli errori refrattivi, la cecità infantile.

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“Percorso tra le eccellenze del territorio” con Hippocampus

Un momento di incontro e  condivisione quello organizzato dall’associazione Hippocampus, con il patrocinio della Fondazione Ente Ville Vesuviane, del Comune di Ercolano e del Dipartimento di Agraria dell’UNINA. L’appuntamento è per domenica 12 febbraio, dalle 9 alle 13,  nel Parco sul Mare di Villa Favorita con  “Percorso tra le eccellenze del territorio”, una Fiera Mercato per promuovere  “Enogastronomia –Artigianato –Prodotti Ortofrutticoli – Creazioni Artistiche – Prodotti Bio”.

Promuovere la cultura del riciclo e  le eccellenze del territorio sono tra gli obiettivi della manifestazione, che si ripeterà per tutte le seconde domeniche del mese fino a luglio,  promossa dalla ODV  che con i con  propri operatori, tutti volontari, promuove la tutela dell’ambiente e in particolare della flora e fauna del mare.

L’impegno dell’Associazione si concretizza anche in progetti per le scuole proprio per educare i minori al rispetto dell’ambiente e alla sua preservazione e nella formazione di operatori preparati e specializzati.

Lo scopo dell’Associazione consiste anche nella valorizzazione delle risorse presenti sul territorio ercolanese dando loro un preciso rilievo di carattere sociale nell’interesse della collettività tutta.

 

 

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Infinity LAB e La5 lanciano la call “Moda sostenibile: il fenomeno del second hand”

“Moda sostenibile: il fenomeno del second hand” è il titolo della call for ideas lanciata da Infinity LAB – il laboratorio permanente creato da Infinity+ – in collaborazione con La5 e attiva su Produzioni dal Basso, prima piattaforma italiana di crowdfunding e social innovation, per finanziare in crowdfunding una docu-serie dedicata alla sostenibilità della scelta di capi di “seconda mano”.

C’è tempo fino al 12 marzo per candidare la propria idea. Il progetto selezionato, se raggiungerà il 50% del goal economico previsto, sarà co-finanziato per il restante 50% da Infinity+ che, oltre a co-produrla, distribuirà la docu-serie sul proprio channel.

Nel campo della moda il tema della sostenibilità sta diventando un fattore trainante sempre più popolare. Sempre più persone si avvicinano al mondo del second hand alla ricerca di pezzi unici per definire il proprio stile, incoraggiati dalla varietà del catalogo e dalla consapevolezza di star effettuando una scelta green.

Secondo il rapporto Vestiaire Collective-BCG 2022, il mercato del second hand rappresenta già dal 3% al 5% dell’abbigliamento, delle calzature e degli accessori e potrebbe crescere fino al 40%, tanto che si prevede che nel 2023 i pezzi ‘pre-loved’ costituiranno il 27% degli armadi. (Fonti: Ansa, The Impact of Secondhand Market On Fashion Retailers | BCG)

Scopo della call è premiare il progetto per una docu-serie che possa raccontare, in modo inedito e originale, l’equilibrio fra moda, originalità, stile e sostenibilità attraverso la scelta di articoli di “seconda mano” e le soluzioni adottate da consumatori e venditori per il futuro del fashion.

Ogni progetto candidato deve essere descritto nei minimi particolari, dalla sinossi alla durata complessiva, fino al supporto tecnologico utilizzato. 

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Sanremo, Autorità garante infanzia: “Bello ascoltare la voce dei ragazzi reclusi in prima serata”

“La voce dei ragazzi reclusi negli istituti penali minorili è arrivata finalmente nelle case di tutti gli italiani grazie al monologo di Francesca Fagnani sul palco di Sanremo. Un testo che ha il merito di aver portato in prima serata le storie complesse, difficili e umane di ragazzi che hanno sbagliato, ma ai quali va data la possibilità di avere un futuro”, così Carla Garlatti, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza.

“L’obiettivo deve essere quello del recupero e reinserimento dei ragazzi piuttosto che la semplice applicazione di sanzioni. Servono pene su misura per i minorenni, la piena attuazione dell’ordinamento penale minorile, investimenti sulla prevenzione e sulle attività di rieducazione nelle strutture e va potenziato lo strumento della giustizia riparativa. È importante, poi, contrastare il fenomeno della dispersione scolastica, anche rafforzando la collaborazione tra istituti scolastici e tribunali per i minorenni: un ragazzo che abbandona precocemente la scuola va immediatamente segnalato perché può rischiare prendere una strada sbagliata”.

Si tratta di temi sui quali l’Autorità garante è impegnata da tempo e ai quali ha dedicato l’ultima Giornata mondiale dell’infanzia lo scorso novembre. 

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