Nelle tasche e negli zaini dei ragazzi italiani l’intelligenza artificiale è ormai una presenza quotidiana, ma il Paese fatica a starle dietro. Mentre in Europa quasi sette adolescenti su dieci hanno già utilizzato strumenti di IA generativa, in Italia la quota si ferma al 51,9%, terzultimo posto nell’Unione. Un ritardo che si intreccia con un altro divario, più antico e altrettanto profondo: solo il 40,7% degli edifici scolastici statali dispone di un’aula d’informatica, con punte minime nei territori più periferici del Paese. È questo il quadro che emerge dal nuovo mini dossier «Intelligenza artificiale, una sfida educativa», realizzato dall’Osservatorio sulla povertà educativa promosso da Con i Bambini e Openpolis, che incrocia i dati europei sull’uso dell’IA tra gli adolescenti con quelli del Ministero dell’Istruzione e del Merito sulle dotazioni tecnologiche delle scuole italiane.
Un fenomeno di massa che l’Italia rincorre
A livello globale l’uso dell’intelligenza artificiale tra i minori è ormai un fenomeno diffuso, spinto soprattutto dall’impiego di strumenti generativi per i compiti scolastici e per le attività quotidiane. La media europea tra i ragazzi di 16-19 anni si attesta al 66,4%, con diversi Paesi che superano il 70% e oltre la metà degli utilizzatori che ricorre all’IA per finalità di studio e formazione.
L’Italia, invece, arretra: appena il 51,9% dei giovani tra i 16 e i 19 anni dichiara di aver usato strumenti di IA generativa negli ultimi tre mesi. Un dato che, letto insieme a un altro elemento del dossier, racconta qualcosa di più della semplice distanza dalle mode tecnologiche. Tra chi non utilizza l’intelligenza artificiale, infatti, l’8,6% dei ragazzi italiani dichiara di non farlo perché non saprebbe come fare, contro una media europea del 7,3%. È il segnale di un deficit strutturale di competenze digitali di base, prima ancora che di una scelta consapevole.
Le aule d’informatica che mancano, soprattutto lontano dai centri
Il divario nell’uso dell’IA si specchia in un divario infrastrutturale altrettanto marcato. Su tutto il territorio nazionale, solo il 40,7% degli edifici scolastici statali possiede un’aula d’informatica. A guidare la classifica regionale è la Toscana, dove il 60% delle scuole ne è dotato, seguita da Liguria (59,1%), Piemonte (53,6%) e Marche (51,4%). All’estremo opposto si collocano Abruzzo (27,8%), Calabria (27,2%) e, ultimo, il Lazio, fermo al 25,4%.
Il divario non è soltanto regionale, ma anche territoriale: la dotazione tecnologica cala progressivamente man mano che ci si allontana dai centri urbani principali. Se nei comuni polo le aule d’informatica sono presenti nel 41% degli edifici, la quota scende al 37,8% nei comuni intermedi, al 37% in quelli periferici, fino al 33,8% nei comuni ultraperiferici, dove l’accesso alle tecnologie digitali resta più difficile.
Da utenti passivi a cittadini consapevoli
Per il presidente di Con i Bambini, Marco Rossi-Doria, il rischio è che l’intelligenza artificiale finisca per amplificare disuguaglianze già esistenti. «Il divario storico aggiunto a quello contemporaneo rischia di trasformare l’IA in un formidabile moltiplicatore delle disuguaglianze, creando un nuovo “divario digitale” se le tecnologie e la capacità di padroneggiarle in modo critico, consapevole e articolato non sono accessibili in modo equo» — spiega Rossi-Doria, che rivendica l’attenzione riservata dall’Osservatorio a questi temi fin dal suo avvio.
Rossi-Doria richiama la responsabilità degli adulti di riferimento, tra spaesamento e necessità di ripensare i modelli educativi: «Possiamo e dobbiamo conservare il senso universale dell’educĕre e le sue componenti irrinunciabili, ma dobbiamo tenere presente che questi nostri bambini e ragazzi imparano veleggiando per mari che sono i loro» — osserva, ricordando che la scuola italiana possiede già molte delle risorse necessarie per affrontare questa stagione, e che non va demolita per essere ricostruita, ma va riconosciuto e rafforzato ciò che già funziona. «È urgente, fin dalle prime età della vita, nutrire un “noi” fatto di ragazzi che usano insieme l’intelligenza artificiale, che non ne sono supini utilizzatori acritici» — conclude, ricordando che l’umano e l’IA devono poter convivere entro i processi di apprendimento.
Il dossier evidenzia inoltre come, dietro l’entusiasmo per le potenzialità dell’IA a supporto dell’apprendimento, restino aspetti di cui si parla ancora troppo poco: la cessione inconsapevole di dati personali, i bias discriminatori, il rischio di assimilare informazioni false, con conseguenze dirette sullo sviluppo del pensiero critico dei più giovani.
La priorità: non frenare, ma accompagnare
Il messaggio che attraversa l’intero dossier è che l’obiettivo delle politiche pubbliche non può essere quello di incoraggiare o frenare indistintamente l’uso dell’intelligenza artificiale tra i minori. Il compito, piuttosto, è mettere ogni ragazza e ogni ragazzo nelle condizioni di comprenderne il funzionamento e di utilizzarla in modo responsabile, critico e autonomo, riconoscendo i rischi legati alla privacy, alla disinformazione e agli errori dei sistemi generativi.
In questa direzione, le dirigenze scolastiche indicano come priorità assoluta il rafforzamento delle competenze digitali e metodologiche degli insegnanti, accanto a un piano organico di adeguamento delle infrastrutture tecnologiche. Una sfida che il dossier definisce prima pedagogica e sociale che tecnologica: senza un’azione corale che coinvolga scuola, famiglie e terzo settore, il rischio è che il divario digitale si trasformi in una nuova forma di esclusione sociale, a danno soprattutto dei ragazzi che vivono nei contesti di maggiore fragilità economica e territoriale.
Il report completo è disponibile su www.conibambini.org.
L’articolo AI a scuola, l’Italia resta indietro: terzultima in Europa tra i giovani proviene da Comunicare il sociale.
